Mesi fa scrissi un articolo sui vampiri energetici, cioè quelle persone che ti succhiano letteralmente l’energia, a loro uso e consumo, non curandosi di come tu ti senta dopo e, soprattutto, non tenendo in conto i consigli che tu hai elargito su loro pressante richiesta.
Solitamente sono amici o colleghi, qualche volta parenti, che hanno sempre un problema in più di quanti ne abbia tu, che chiedono aiuto sotto forma di telefonata, incontro urgente, visita a casa nostra, come se da quell’evento dipendesse la loro esistenza; quando, poi, hai suggerito loro quella che ti pare essere la soluzione migliore, quando hai spostato un appuntamento se non addirittura un week end di relax si allontanano da te come se nulla fosse successo o, peggio ancora, lamentandosi di non aver ricevuto supporto adeguato.
Alla pari con questi vampiri vi sono i ladri di tempo; persone anch’esse dedite a occupare parte del vostro tempo, ma in maniera diversa.
I ladri di tempo sanno selezionare le persone a cui approcciarsi: non importa cosa voi stiate facendo o come voi stiate; per loro conta soltanto che dedichiate loro del tempo e lo pretendono in forma garbata, subdola.
Se hanno un appuntamento solitamente arrivano in ritardo, così da privarvi del tempo di attesa (che avreste dedicato ad altro), pretendono che dedichiate loro del tempo come se fosse un diritto divino e, ciò che è peggio, si palesano improvvisamente prendendovi letteralmente alla sprovvista.
Mentre i vampiri succhiano la vostra energia sottoponendo i vostri neuroni ad uno stress enorme, i ladri di tempo possono anche essere portatori di notizie buone o, quanto meno, non drammatiche; non essendo prevista la loro comparsa, però, vi obbligano a riformulare tutti i vostri impegni, dall’uscita per fare la spesa, all’appuntamento galante, al colloquio di lavoro perché, per loro, contano solo sé stessi.
Solo molto attenti ad individuare la preda; con voi non hanno orario e qualsiasi momento va bene. Se avete un appuntamento con loro possono anche tardare di mezz’ora o un’ora, perché sanno che li aspettate; se, invece, devono prendere un treno o un aereo, hanno prenotato una visita medica, devono andare in un negozio verso l’ora di chiusura saranno puntualissimi, più di un orologio atomico; non dipende, dunque, da loro ma da voi, che li avete abituati troppo bene.
Tutti noi ne conosciamo alcuni e l’unico modo per insegnare loro qualcosa è neutralizzarli.
Quando non esistevano ancora i cellulari, io ed altri amici ci trovavamo sotto casa di uno di questi amici per la gita fuori porta domenicale. Questo ragazzo, sotto la cui casa ci trovavamo, è una delle persone più puntuali che conosca: concedeva al massimo 10minuti di ritardo dopo di che andava via e chi c’era c’era; chi arrivava e non trovava più nessuno, non potendo contattarci perché, come ho detto, non esistevano i telefoni mobili se ne tornava a casa o organizzava qualcos’altro e la volta dopo arrivava addirittura in anticipo.
I ladri di tempo solitamente non hanno una vita realmente impegnata, sono solo disordinati ed egoisti; posso capire un medico in visita domiciliare che non può prevedere con esattezza l’ora in cui verrà da noi, e infatti non ci dà un appuntamento preciso, posso capire un agente di commercio che non sa quanto traffico troverà per strada e che genere di ordine gli effettueranno i clienti, ma un amico che esce di casa a centro metri da casa nostra, ci raggiunge a piedi, magari di domenica mattina e riesce a giungere con 20 minuti di ritardo significa che non ha rispetto di noi e delle nostre esigenze. Se nelle piccole cose si comporta così, figuriamoci quando gli viene realmente chiesto un impegno, un sacrificio come si può comportare.
Il buonismo che ci ammanta e che è nel DNA di molti di noi ci porta ad accettare, anzi a subire, questi comportamenti che spesso incontriamo anche nel pubblico impiego e che si incrociano con la procrastinazione, di cui ho scritto mesi fa.
Una psicologa che conosco ammetteva che lei sarebbe puntuale fino all’ora di uscire di casa; poi, vedendo che ha ancora qualche minuto, riesce sempre a fare qualcosa che la porta a giungere immancabilmente in ritardo anche di 1 ora sull’orario di appuntamento.
Menomale che dovrebbe aiutare gli altri a risolvere i problemi.
Sergio Motta

Le mani intrecciate dinanzi al grembo, in posizione di preghiera. O di autodifesa (lo immaginai più tardi), il viso a terra, nessuna volontà di avanzare qualsivoglia giustificazione. Che, pure, c’era, cara dolce Mary, e grande come una casa. Impensabile allora, ma uscita allo scoperto dopo anni, quando qualcuno (un’assistente sociale forse o una psicologa o un’insegnante più brava/o di me) riuscì ad entrare nell’antro buio di una vita fatta a pezzi e sconvolta proprio da chi più di altri doveva esserne fiero ed integerrimo guardiano. Quel padre. Quel fratello. Proprio loro che, ai colloqui con gli insegnanti, neppure si facevano scrupoli di lesinarle aspri rimproveri per quei risultati didattici non ancora pienamente raggiunti, come insistevano, barbosamente e inutilmente, a riferire gli insegnanti, fra di loro anch’io. Ottuso, incapace di leggere i messaggi veri di quei tristi sorrisi e di quegli ostinati mutismi. Di individuare i mostri che alla piccola avevano rubato l’innocenza dei suoi pochi anni. Il fatto venne allo scoperto. Gli “orchi” arrestati. La notizia sbattuta sulle prime pagine dei giornali. L’ho detto, fui come travolto da un treno in corsa. Cosa poteva dare alla scuola una bambina come Mary quotidianamente “violentata” e privata di quello spazio di sogni, di cure, di giochi innocenti e di amore domestico, di cui avrebbe dovuto aver parte piena la sua giovane vita? A lei la scuola poteva invece dare molto. E ho paura che abbia invece fatto poco (o forse con troppo ritardo) per lei. Di lei mi resta, ancora oggi, l’immagine di quel corpo chiuso al mondo, di fronte a una lavagna tutta nera, oggetto inutile e privo di segni. Quel viso paffutello. Quei riccioli biondi. E quei dolcissimi occhioni azzurri incapaci e senza voglia d’alzarsi al cielo. E di chiedere, una volta almeno una volta, Mary, uno straccio d’ aiuto. “Ehi, guarda c’è Mary – diceva anni fa (mi ci sono imbattuto in questi giorni per caso) una canzone dei ‘Gemelli DiVersi’, una sorta di ‘preghiera laica’ pop-rap, non certo il mio genere musicale preferito, che mi ha fatto sobbalzare ritrovandoci in pieno quel nome e quella storia che ti appartengono fino in fondo – Mary è tornata alla stazione … stringe la mano a due persone … Bacia il suo uomo e la bimba nata dal suo vero amore/ Con quel sorriso che dà senso a tutto il resto … Mary ha un’anima ferita, un’innocenza rubata/ Sa che la vita non è una fiaba/ Ma ora Mary è tornata una fata/ Cammina lenta, ma sembra che sia contenta … Una sfida eterna l’aspetta, ma non la spaventa”. Vorrei davvero fossi tu, quella Mary. Mary, dolce Mary. Oggi donna, oggi moglie, oggi mamma. Chissà? La vita restituisce, a volte, i sogni malamente rubati. Perché non sperarlo?


