La rassegna “racconta i bivi della storia per decifrare il presente”. Il via con la “Cena in giallo”
Da sabato 19 settembre a venerdì 20 novembre
Alpignano (Torino)
In fondo alla via Cervino, ad Alpignano (una manciata di chilometri da Torino), c’è una storica “Scalinata” a gradoni in pietra che fu via di transito reale, all’epoca, per i nostri valorosi partigiani. Sarà proprio quella preziosa “Scalinata” al centro di uno degli appuntamenti più significativi della Rassegna “C’era una svolta”, rassegna diffusa e “pop” ideata e organizzata dall’Assessorato alla Cultura del Comune alpignanese per “raccontare i bivi cruciali dell’umanità”. Il tutto nell’ampio arco temporale di ben tre mesi, dal prossimo sabato 19 settembre a venerdì 20 novembre. Attraverso piazze, Biblioteca e “luoghi simbolo” della cittadina valsusina, divisa esattamente a metà dalla Dora Riparia, l’ evento – superando desueti confini narrativi e intrecciando la “grande storia” alle “vicende locali” – spazierà dal “racconto delle origini dell’energia elettrica” alla “memoria dei deportati”, passando per le “trasformazioni del lavoro” a Mirafiori alla “nascita del voto femminile” fino al “passaggio all’età adulta” raccontata dal fumetto. E ad unire i molteplici “passaggi” tematici, “sarà proprio – dicono gli ideatori – la capacità di imprimere una svolta”. Come da titolo, appunto. Sottolinea, in proposito l’Assessora alla Cultura, Chiara Priante: “Dietro ‘C’era una svolta’ c’è un obiettivo chiaro: smetterla di considerare la memoria come un soprammobile impolverato, da mostrare ogni tanto, e renderla plasmabile, alla portata di tutti: la storia è materia viva, un incendio che deve accendere il presente. Omaggiamo chi sa cambiare rotta: ogni conquista, dal voto alle donne al progresso industriale, è partita da una scelta”. Tra gli appuntamenti chiave (sabato 24 ottobre, ore 16) spicca proprio l’inaugurazione della “Scala delle Partigiane”, di cui s’è detto sopra e primo atto del nuovo “Assessorato a Resistenza, Costituzione e Antifascismo” del Comune di Alpignano. Iniziativa unica in Italia, ogni scalino sarà dedicato a una partigiana. I nomi – figure locali o regionali o nazionali – saranno individuati da un gruppo di lavoro composto da Marcella Filippa, Bruna Bertolo, Maria Grazia Alemanno e Mariella Di Vietro.
Il ricco calendario di appuntamenti, tutti a ingresso gratuito, si apre sabato 19 settembre, ore 19,30, nel Cortile all’interno del parco del “Castello Provana” (via Arnò, 33) con la “Cena in Giallo” in omaggio al “vicino di casa”, il piossaschese Alessandro Cruto, geniale inventore della lampadina con filamento al carbonio sintetico (1879-’80), incompreso sognatore, ricercatore solitario, uomo capace di illuminare la notte e di inseguire instancabilmente il suo sogno. La piazza si trasformerà in un’elegante sala da pranzo a cielo aperto. La caratteristica fondamentale è che tutti i partecipanti dovranno essere rigorosamente “vestiti di giallo”. Da casa si porta l’occorrente, dalle sedie ai tavoli, alle tovaglie: gialle o con un elemento giallo, da un semplice fiocco alle stoviglie. Sul tavolo, occorre portare una lampada. Anche il cibo viene portato dai commensali. Dal palco, un piccolo omaggio narrativo ad Alessandro Cruto (cui Alpignano ha dedicato l’“Ecomuseo” all’interno della “Biblioteca Civica”), con l’attore Riccardo De Leo: il 4 marzo 1880, primo in Italia, Cruto riuscì ad accendere una lampadina elettrica ad incandescenza (cinque mesi dopo Thomas Edison) e, nel 1887, a inaugurare la “Fabbrica della luce” ad Alpignano lungo le sponde della Dora Riparia. A seguire, domenica 20 settembre (ore 17), si terrà nel piazzale del Cimitero l’omaggio agli “internati militari alpignanesi” e lo spettacolo “I.M.I. – Lettere di un Internato Militare Italiano”, basato sulle lettere di Prospero Enrico Bertolo, tra gli uomini “che scelsero di dire ‘NO’ il 20 settembre del 1943”.
I mesi di ottobre e novembre riservano altre importanti occasioni d’incontro. Sabato 10 ottobre (ore 18) “Cascina Govean” ospiterà un palco aperto dedicato al “Liceo Darwin” di Rivoli, mentre venerdì 23 ottobre (ore 17,30) la “Biblioteca Comunale” accoglierà il fumettista torinese Claudio Marinaccio per esplorare le comiche e tragiche storture del diventare adulti. Sabato 24 ottobre (ore 16) in via Cervino verrà inaugurata la (più volte citata) “Scala delle Partigiane” con la storica Marcella Filippa, mentre l’analisi del Novecento e delle sue trasformazioni sociali continuerà venerdì 13 novembre (ore 21) presso l’ex “Stabilimento Philips” con la presentazione del libro “L’ultimo operaio” di Niccolò Zancan. A concludere la rassegna venerdì 20 novembre (ore 18,30), al “Salone Cruto” di via Matteotti, l’incontro dedicato, nel centenario della morte e nel giorno della sua nascita, alla figura di “Margherita di Savoia” (“Susalibri” Edizioni) a cura della scrittrice e giornalista rivolese Bruna Bertolo, arricchito dall’esposizione di cimeli della “Collezione Calvo”, manufatti dell’“Unitre di Alpignano-Pianezza e Caselette” e del gruppo “Biblioknit” (gruppo di lavori a maglia della “Biblioteca”) e – immancabile! – una degustazione finale della “vera pizza Margherita”. Per info e programma dettagliato: www.comune.alpignano.to.it
g.m.
Nelle foto: La “Scala delle Partigiane” (come si presenta oggi); “Ecomuseo Alessandro Cruto”; Bruna Bertolo e il libro su “Margherita di Savoia”
Non si trattava solo dell’eco del movimento studentesco e della percezione, quasi palpabile, del montante malessere operaio che sarebbe poi esploso nell’autunno caldo. A scuotere le fronde del partito che Luigi Longo aveva ereditato da Togliatti era un certo venticello di dissenso che già si era manifestato con alcune battaglie per la democrazia interna al partito e una diversa idea sul “modello di sviluppo“, mosso da un gruppo di compagni più a sinistra, vicini a Pietro Ingrao, in contrapposizione alla componente più “moderata” del partito, capeggiata da Giorgio Amendola. Da poco era uscita una rivista mensile, diretta da Lucio Magri e da Rossana Rossanda: “Il Manifesto”. Il contrasto con la linea del partito diventò piuttosto forte, al punto che il PCI ne chiese la sospensione delle pubblicazioni. Ma ormai il treno de Il Manifesto era in piena corsa e non poteva più essere fermato. Così, durante una drammatica riunione del Comitato Centrale, in una fredda giornata di fine di novembre del 1969 , il gruppo dirigente comunista deliberò la radiazione per Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo“. Nei confronti di Lucio Magri venne adottato solo un provvedimento amministrativo mentre a Massimo Caprara (che dal 1944 e per vent’anni era stato il segretario personale di Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina non venne rinnovata la tessera. Ciò che si muoveva dentro e attorno al giornale, che diventò successivamente un “quotidiano comunista”, si trasformò in breve in formazione politica autonoma alla sinistra del PCI. Anche in Val d’Ossola la battaglia politica generò scontri molto duri, dividendo e mettendo gli uni contro gli altri compagni e amici da lunga data. Per i due fratelli Bentinelli di Villadossola si trattò di un vero dramma famigliare. Da una parte Libero, il maggiore tra i due, militante severo e indisponibile a critiche e compromessi, e dall’altra Nandino, un pò più giovane, testardo come un mulo e “scaldatissimo” nel sostenere le ragioni del dissenso. Tanto tuonò che piovve e così anche il più giovane dei Bentinelli si trovò espulso da quella che era la sua seconda famiglia. I due fratelli arrivarono al punto d’ignorarsi e se proprio capitava che si trovassero uno di fronte all’altro, facevano finta di non conoscersi. Per alcuni mesi andarono avanti così, ignorandosi e tenendosi il broncio.Libero continuava a frequentare le riunioni della sezione del Pci, alla Lucciola.Nandino, a parte qualche serata con due o tre compagni di Domodossola e Varzo che condividevano le stesse idee, usciva raramente da casa. Con il tempo però la nostalgia per quelle discussioni che infiammavano le serate tra le quattro mura della sede per poi trasferirsi alla Casa del Popolo o al bar “Monte Rosa” si fece sentire. A Libero rodeva l’anima pensare ai suoi ormai ex-compagni che si riunivano anche due volte alla settimana, mentre lui era lì, solo con il suo orgoglio che non gli consentiva di recedere dalle posizioni che aveva preso anche se non era poi del tutto convinto di aver fatto la scelta giusta. Il dubbio s’insinuava e l’umore ne risentiva. Ogni giorno che passava Nandino s’adombrava sempre più, assumendo l’atteggiamento scontroso di chi aveva, come s’usava dire, “le balle girate” e questo lo rendeva quasi irriconoscibile anche agli occhi di chi gli era più vicino .Libero, interpellato da sua cognata sulla possibilità del rientro del fratello nelle file del partito, rispose che la cosa era fattibile ma che occorreva da parte di Nandino una “bella autocritica”, per dare ragione dell’errore fatto e del conseguente ravvedimento.Il fratello però non ne voleva sapere di cospargersi il capo di cenere. “Piuttosto che ammettere l’errore vado da Don Gaspare ad offrirmi come sacrestano”,diceva rosso in volto, alzando il tono della voce. E l’esempio, per un mangiacristiani come lui, doveva bastare a tacitare ogni supplica di ravvedimento. Ma ben presto la nostalgia si trasformò in invidia e quel tarlo si mise a lavorare nella sua testa finché decise che era giunto il momento di agire.Una sera di metà luglio, armato di cacciavite, s’avvicinò allo stabile della Lucciola senza farsi notare. Nel caseggiato che ospitava il magazzino delle attrezzature della Festa de L’Unità e al piano superiore la sezione del Pci, era in corso la riunione settimanale. Nello spiazzo erano posteggiate sette o otto auto, un paio di Vespe e la bicicletta di Libero. Nandino, avvelenato da un misto d’invidia e rancore per il fatto che “quelli” si riunivano mentre a lui toccava rimaner fuori, decise di bucar loro tutte le gomme. L’aria della sera era ancora calda e le finestre della sezione aperte. Renato, affacciatosi per fumare una sigaretta, udì degli strani fischi provenire dal basso. Si sporse un po’ di più e, intravvedendo un’ombra aggirarsi tra le auto, avvertì gli altri. “C’è qualcosa che non va di sotto. Ho sentito dei rumori strani e mi è parso di vedere qualcuno”, disse allarmato. Scesero rapidamente le scale e lo spettacolo che si presentò agli occhi dei militanti del Pci lasciò tutti senza parole: le auto avevano le gomme a terra, bucate dal cacciavite. E così anche le Vespe. Nandino, colto alla sprovvista, si era nascosto nella siepe ma venne scovato quasi subito. Condotto sotto il porticato, finì con il trovarsi proprio davanti al fratello e non trovando niente di meglio da dire per giustificarsi gli sussurrò con voce affranta “A te la bici però non l’ho neanche toccata”. Una bugia che mostrò subito d’avere le gambe corte poiché la vecchia Atala di Libero aveva subito la stessa sorte, con entrambe le gomme sgonfie, tristemente afflosciate. Solo l’autorevolezza del fratello maggiore impedì a Nandino di buscarsi un sacco di legnate. E la spiegazione che accompagnò il risarcimento dei danni, placò gli animi. In fondo l’invidia di Nandino, figlia dell’orgoglio e della sua testa dura, era frutto di un disperato bisogno di stare con gli altri, con i suoi compagni di sempre e non trovando il modo giusto per tornare sui suoi passi senza rimetterci la faccia,aveva pensato di “punirli” con quella bravata. La storia finì con il ritorno del “figliol prodigo” per il quale non venne sacrificato il vitello più grasso ma assegnato il compito gravoso di fare i turni di vigilanza notturna all’imminente Festa de L’Unità. Così avrebbe avuto modo di pensare a ciò che aveva fatto e, già che c’era, far buona guardia affinchè nessuno – a mani nude o con qualche cacciavite- potesse aveve la tentazione di giocare qualche brutto scherzo.

