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Sharenting. La condivisione delle immagini dei bambini sui social

I  rischi connessi

Mentre mangiano o giocano, quando sono al mare o insieme ai loro amici, le foto dei bambini spopolano su internet, sui social, sui profili Facebook o Instagram . Questa volonta´ di condivisione ´ certamente un gesto di affetto e di orgoglio da parte di genitori, dei nonni e di tutti coloro che li amano, ma spesso e’ una rischiosa e inopportuna sovraesposizione delle vita dei minori in un luogo virtuale non del tutto sicuro, la rete informatica.

Il termine sharenting, la fusione dall’inglese tra share (condividere) e parenting (genitorialita’), coniato da poco in America, ci spiega, appunto, questa abitudine molto diffusa ovvero quella di postare con frequenza immagini di piccoli uomini e donne creando, il piu´delle volte, un involontario racconto digitale della loro vita.

Prescindendo dalla questione che riguarda la mancata consapevolezza da parte dei bambini sul fatto che la loro esistenza venga resa pubblica, ci sono altri risvolti legati a questa consuetudine che possono rivelarsi davvero drammatici, tra questi spicca l’appropriazione e l’ utilizzo improprio delle immagini che spesso sfocia in vere e proprie azioni illegali e deprecabili.

Questa “moda” e’ all’attenzione del Garante della Privacy che gia´ nella Relazione annuale del 2021 ha proposto di estenderne la tutela rispetto alla questione del cyberbullismo.

Spesso le foto dei minori sono accompagnate da informazioni sensibili come il nome, l’eta´ e il luogo di appartenenza, che rendono ancora piu´semplice il lavoro di chi potrebbe impossessarsene con cattive intenzioni.

Il Garante della Privacy riassume cosi´ i rischi dello sharenting:

Violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali e sensibili del minore ogni volta che si pubblica, senza il suo consenso, un’immagine sui social network, così come stabilito dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Mancata tutela dell’immagine del bambino che subisce la perdita del controllo sulle proprie informazioni con conseguenze sulla creazione della sua identità digitale odierna e futura. I contenuti postati online, infatti, restano e permangono a disposizione di chiunque.

Esiste poi il rischio delle ripercussioni psicologiche che potrebbero iniziare a manifestarsi nel momento in cui i bambini, crescendo, cominciano a navigare autonomamente. Se i loro genitori non hanno provveduto a tutelare la loro immagine e la privacy, i bambini dovranno fare i conti con quanto è stato pubblicato senza il loro benestare e immagini molto intime e private come quella del bagnetto, ad esempio, potrebbero andare nelle mani di chiunque.

Tra i rischi peggiori c’e´ senz’altro quello della pedopornografia. Alcune immagini di bambini in situazioni private, infatti, possono essere rubate, manipolate e inserite nelle squallide pagine digitali dei siti per pedofili. L’addescamento, infine, e´un’altra oscura possibilita´che si prospetta a causa delle immagini condivise, ma anche delle informazioni che le accompagnano, utili mezzi per creare ganci per avvicinare i minori online.

Il Garante invita a porsi diverse domande prima di condividere le foto dei propri figli: mio figlio sarebbe contento di avere sue foto postate? E´una azione sicura per la sua presente e futura identita´online?

Si tratta di problemi reali, di rischi concreti perche´ la rete, sfortunatamente, e´popolata anche da persone dalla scarsa cifra morale alla ricerca non solo di immagini da collezionare ma anche in attesa che qualche minore sprovveduto caschi nella sua rete con inevitabili e nefaste conseguenze.

MARIA LA BARBERA

Fonte: www.garanteprivacy.it

Inquinamento indoor: le sostanze inquinanti negli ambienti chiusi

Quando si parla di inquinamento si pensa subito ai fumi delle fabbriche, agli scarichi delle auto e a tutta una serie di agenti che lavorano all’esterno. Sicuramente la percezione della nocività di tutte quelle sostanze che agiscono al di fuori delle nostre mura è più forte per la semplice ragione che è tutto più visibile e tangibile. Si sottovaluta invece quello che è il pericolo di avvelenamento negli ambienti chiusi e quindi anche all’interno delle nostre case nelle quali si può determinare un mix di sostanze dannose per la nostra salute. Il peggioramento dell’aria negli ambienti chiusi, diventata negli ultimi anni più insalubre e nociva, ha diverse cause, ma quello che complica decisamente la situazione è che attualmente, soprattutto dopo la pandemia, le persone vivono sempre di più in luoghi confinati. L’orientamento è certamente quello di ridurre i consumi energetici grazie anche ad una evoluzione di materiali nell’edilizia che sigillino sempre di più gli interni per ovviare, per esempio, agli eventi climatici estremi. Questo miglioramento in termini di isolamento tuttavia ha un risvolto negativo che corrisponde ad una diminuzione del ricircolo dell’aria e questo è uno dei motivi predominanti del deterioramento della qualità dell’aria all’interno degli ambienti chiusi.

Le altre cause che aggravano le condizioni negli habitat domestici o lavorativi sono le attività praticate dagli umani come per esempio il fumo, l’uso di combustibili solidi, la pulizia e la manutenzione con detergenti e igienizzanti chimicamente tossici, l’utilizzo non appropriato di stufe e camini. Gli agenti inquinanti sono di tre tipologie: chimici, fisici, come per esempio i microclimi, impianti radio e tv ed elettrodomestici, e biologici come muffa, acari, funghi e microrganismi.

Le conseguenze sulla salute causate dell’inquinamento indoor sono diverse e di differente entità e gravità: una semplice tosse, ma anche problemi respiratori e purtroppo il cancro.

Quali sono i suggerimenti che gli esperti danno per tenere sotto controllo l’inquinamento domestico? Sicuramente arieggiare spesso gli ambienti, posizionare piante in grado di assorbire l’anidride carbonica e altre sostanze nocive, non fumare, non creare condizioni che favoriscono l’umidità, utilizzare intonaci antimuffa, usare il deumidificatore e il depuratore d’aria, ridurre l’uso di deodoranti per l’ambiente. Inoltre è consigliato di non eccedere con l’utilizzo di detergenti e sostanze chimiche nella pulizia e non fare miscele pericolose come unire candeggina e ammoniaca. Riguardo a quest’ultimo punto è bene, prima di procedere con la detersione, leggere quali sono le dosi indicate e utilizzare i tappi o i piccoli contenitori per calcolarle. È bene anche ricordarsi di limitare al massimo l’uso di pesticidi e insetticidi, veri e propri veleni per il nostro corpo e quello dei nostri amici animali.

C2 presente negli ambienti chiusi

Apertura finestre per il cambio d’aria importantissime anche per non fare accumulare umidità

Pulire filtri condizionatore

Vestiti tintoria farli arieggiare

MARIA LA BARBERA

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

Scusa, c’è posto?

Nell’epoca dei social sono cambiate tante cose intorno a noi, dal linguaggio al tempo libero, dalle compagnie alle relazioni sociali e affettive.

Una fra tutte, forse quella più eclatante e, al contempo, pericolosa è la ricerca dell’anima gemella o anche soltanto di un partner occasionale.

All’epoca in cui ci si recava a ballare nella piazza del paese vicino, la nostra attenzione veniva attratta dall’aspetto del soggetto individuato e con esso il comportamento, l’andatura, la mimica facciale, la voce; con un po’ di ritardo, poi, si scopriva il carattere, i gusti, la cultura e molto altro. Sicuramente ciò che scoprivamo dopo apparteneva a chi avevamo già visto.

Ora il processo si è invertito: incontriamo virtualmente un sedicente qualcosa, che può presentarsi come docente, avvocato, erede di una famiglia del gotha cittadino e, solo quando lo incontreremo de visu, capiremo se abbia mentito, se le foto fossero sue, se la voce sia gradevole, la cultura adeguata alla nostra e così via.

Qual è meglio tra le due situazioni? Dal punto di vista pratico sicuramente la prima, quella demodé, perché ci metteva al riparo da grosse delusioni e rischi; occorre, tuttavia, considerare che essendo cambiati i tempi sono cambiate anche le possibilità e i luoghi per incontrare, come un tempo, il principe azzurro (o l’omologa in rosa).

Discoteche numericamente ridotte rispetto anche solo a dieci anni fa, paura di conoscere qualcuno e appartarsi subito dopo anche solo per scambiarsi effusioni, malattie a trasmissione sessuale che hanno ripreso a galoppare sono tutti fattori che depongono a favore delle moderne modalità di incontro.

L’aumento vertiginoso di siti di incontro (in alcuni le donne non pagano l’iscrizione), unito alla tendenza a restare incollati al divano col tablet sulle gambe anziché uscire a conoscere di persona potenziali partners, sono tutti argomenti a favore dell’incontro virtuale.

Modalità che, di per sé, non sarebbe del tutto negativa se non fosse che, come detto sopra, non sai chi vi sia dall’altra parte. E con questo non intendo solo credere di parlare con un ingegnere langarolo, divorziato e facoltoso mentre si sta chattando con un medico marchigiano, con moglie e 3 figli a carico che, in un momento di riposo durante il turno di guardia, esplora la fauna in rete ma può capitare, ed alcuni siti lo praticano spesso, di stare chattando con una collaboratrice del sito che ha il compito di generare traffico, aumentare il passaparola unicamente per aumentare le iscrizioni.

Se rinunciassimo al nostro comportamento altezzoso e alla paura, se accettassimo più volentieri gli inviti a cene e feste di amici fidati, sono certo che potremmo trovare persone di nostro gradimento avendo così modo e tempo di osservare il loro comportamento, eventuali dipendenze e molto altro.

Certo, se facciamo nostro il concetto “pago, quindi sono servito” saremo sempre meno padroni della situazione, sempre più schiavi di algoritmi studiati a tavolino, potenziali vittime di truffe e candidati all’ennesima delusione amorosa. Perché non riprendiamo la sana, vecchia, abitudini di lasciarci andare (in senso buono) parlando col vicino sul treno o alla presentazione di un libro, chiedere informazioni a qualcuno senza aver timore di essere accoltellati? Magari in campeggio, al ristorante, sul battello. In Inghilterra c’è l’abitudine, per me positivissima, al pub, al bar di sedersi dove c’è posto anche se il tavolo è già parzialmente occupato. È un ottimo modo per conoscere gente nuova.

All’inizio degli anni ’80, quando nacquero i pub in Italia, a Torino frequentavo un pub della Crocetta (e con me i compagni di liceo, prima, e di università dopo) e lì vigeva la tradizione inglese di sedersi dove ci fosse un posto.

Non avete idea di quante persone io abbia incontrato in quel locale e con le quali sono rimasto ancora in contatto a distanza di 45 anni. Perché non instauriamo tale tradizione anche qui? Sarà dura perché ci stiamo inaridendo tutti, ma perché non provare? Non necessariamente dobbiamo cercare (e trovare) un partner, ma anche solo nuovi amici o, alla peggio, compagnia per una serata sarebbe già un bel risultato.

Sergio Motta

 

 

Bullismo online, numeri preoccupanti in Piemonte: parte il tour nelle scuole

CYBERBULLISMO, L’EMERGENZA SENZA CONTROLLO
23% vittime o testimoni, ma solo il 5% chiede aiuto

Prosegue in Piemonte il tour del progetto “Educyber Generations”, promosso dal MOIGE – Movimento Italiano Genitori nell’ambito del Progetto Diderot della Fondazione CRT, con l’obiettivo di contrastare il bullismo e i rischi legati all’utilizzo della rete. Un fenomeno in costante crescita che coinvolge sempre più da vicino studenti e comunità scolastiche.

Le prossime tappe dell’iniziativa interesseranno Baldichieri (AT), Torino, Alessandria, Biella e Novara, con un calendario che si estenderà fino a maggio 2026 e che coinvolgerà oltre 6.000 studenti di più di 80 scuole piemontesi. Le attività saranno condotte da un’unità mobile e dal team di psicologhe del MOIGE, tra cui Sara Valente e Claudia Polci, che durante l’orario scolastico terranno incontri formativi dedicati ai ragazzi sui rischi e sulle opportunità del mondo digitale. Nel pomeriggio, il Centro Mobile sarà aperto alla cittadinanza nei cortili scolastici, con momenti di confronto rivolti anche a genitori e insegnanti.

“Con il Progetto Diderot la Fondazione CRT è da anni al fianco della scuola per offrire agli studenti occasioni concrete di crescita e di consapevolezza – dichiara la Presidente della Fondazione CRT Anna Maria Poggi – Accanto ai percorsi dedicati alle discipline scientifiche, linguistiche e artistiche, il progetto affronta anche temi cruciali per la vita quotidiana dei ragazzi, come l’uso consapevole delle tecnologie e i rischi del cyberbullismo. In un contesto in cui il mondo digitale è sempre più presente nelle relazioni e nella formazione dei giovani, crediamo sia fondamentale contribuire a fornire strumenti utili per orientarsi nella rete, sviluppare spirito critico e promuovere comportamenti responsabili”.

I dati raccolti evidenziano una situazione preoccupante: il 7% dei giovani dichiara di aver subito direttamente episodi di cyberbullismo, mentre il 16% ne è stato testimone. Le forme più diffuse comprendono esclusione dai gruppi online, diffusione di pettegolezzi, insulti e fenomeni di hate speech: il 29% afferma di aver vissuto o osservato questi comportamenti, mentre un ulteriore 36% segnala che si verificano sporadicamente.

Particolarmente allarmante è il tema del silenzio: solo il 12% interviene per difendere la vittima e appena il 5% si rivolge a un adulto per segnalare quanto accaduto, mentre il 7% sceglie di non reagire. Per rispondere a questa criticità, il MOIGE ha attivato un nuovo numero di messaggistica, 333 11 22 11 2, facilmente memorizzabile anche dai più giovani, affiancato dal numero verde 800 93 70 70, per offrire supporto qualificato a studenti, famiglie e docenti.

L’analisi delle abitudini digitali mostra inoltre un utilizzo intensivo della rete: il 55% dei ragazzi trascorre almeno tre ore al giorno online al di fuori dell’orario scolastico, mentre il 14% supera le cinque ore quotidiane. Lo smartphone si conferma il dispositivo principale, utilizzato dal 93% degli intervistati. Questo uso prolungato comporta alcune criticità: il 43% riceve frequenti richiami da parte dei familiari, mentre solo il 22% riesce a disconnettersi senza provare disagio o ansia.

I social network rappresentano uno spazio centrale nella vita dei giovani: il 94% li utilizza regolarmente. WhatsApp è la piattaforma più diffusa (87%), seguita da TikTok (58%), Instagram (57%) e YouTube (55%). Il 64% si definisce attivo sui social, mentre il 63% dichiara di utilizzare spesso la propria identità reale.

Preoccupano anche i rapporti con sconosciuti online: il 30% accetta richieste di amicizia da persone mai incontrate e il 23% ha avuto incontri dal vivo con contatti conosciuti esclusivamente in rete, percentuale che sale al 31% tra i 15 e i 17 anni.

Sul fronte dell’intelligenza artificiale, oltre la metà dei giovani (51%) ne fa uso abituale, con picchi del 71% tra gli studenti delle scuole superiori. Il 29% la utilizza frequentemente per svolgere i compiti (54% nella fascia 15-17 anni). Tuttavia, solo il 21% ha ricevuto una formazione adeguata sull’uso consapevole di questi strumenti, mentre il 33% ha dichiarato di aver ottenuto informazioni errate proprio dalle tecnologie utilizzate.

Anche il tema dell’informazione presenta criticità: il 48% dei ragazzi ammette di essere incappato almeno occasionalmente in fake news, nonostante il 52% affermi di verificare le notizie. Solo il 35% considera affidabili i contenuti trovati online.

Permangono infine lacune significative nella gestione della privacy: meno della metà dei ragazzi (47%) si confronta con adulti di riferimento sulle impostazioni di sicurezza e la stessa percentuale ha attivato filtri per limitare contenuti inappropriati. Il 49% ritiene che i social non tutelino adeguatamente i dati dei minori, mentre solo il 10% esprime fiducia nelle misure adottate dalle piattaforme.

“I minori trascorrono sempre più tempo online, dove visibilità e follower diventano misura del valore personale” dichiara Antonio Affinita, direttore generale del MOIGE. “Per inseguire la popolarità abbassano la guardia, mettendo a rischio sicurezza e privacy. Serve un impegno condiviso che non imponga solo divieti, ma insegni a comprendere e usare responsabilmente gli strumenti del futuro.”

Il progetto “Educyber Generations” punta a diffondere una maggiore consapevolezza digitale, promuovendo la cittadinanza attiva online. Tra le azioni previste, la creazione di gruppi di studenti formati che, in collaborazione con docenti, famiglie e forze dell’ordine, possano offrire supporto tra pari e contribuire a prevenire comportamenti a rischio.

L’iniziativa si propone così non solo di contrastare il cyberbullismo, ma anche di accompagnare le nuove generazioni verso un uso più consapevole, critico e responsabile delle tecnologie digitali.

A Torino, una “Scuola Popolare di Salute Mentale”

Ad ospitarla saranno gli spazi “rigenerati” dello storico Circolo Arci “Anatra Zoppa” di Barriera di Milano

Sabato 11 e domenica 12 aprile

Promossa dal “Tavolo Salute Mentale” di “Arci Torino” e finanziata dalla “Città di Torino”, sarà gratuita e aperta a tutti, a sottolineare la “natura democratica” di un Progetto teso a rendere la “cura” un “diritto” accessibile e universale. Idea, come suol dirsi, “nata dal basso”, quella della “Scuola Popolare di Salute Mentale”, aperta (in un quartiere, come ben si sa, gravato da mille difficoltà e spesso ai più “spiacevoli” onori della Cronaca cittadina), all’interno del “rigenerato”, storico Circolo Arci “Anatra Zoppa” della “Barriera di Milano”.

Idea “nata dal basso” si diceva. “Il programma è infatti il risultato – dicono i responsabili – di un percorso collettivo durato mesi, che ha visto la partecipazione di oltre 100 persone: professionisti della salute mentale, ovvero psicologi, psichiatri ed educatori, e persone che vivono o hanno vissuto una condizione di sofferenza psichica. Il termine corretto per definirle – ancora poco adottato in Italia tanto che, cercandolo, si trovano pochissime referenze online – è ‘persone esperte per esperienza’: una definizione che non stigmatizza, ma include coloro che hanno conosciuto la sofferenza non perché l’hanno studiata, ma perché l’hanno incontrata, ricorrendo – o meno – a servizi psichiatrici”. Del gruppo hanno fatto parte anche famigliari, Comunità, Associazioni cittadine: tutti insieme hanno unito bisogni e desideri per dare vita a questo nuovo “spazio democratico e popolare” di discorso sulla “salute mentale”, dando forma e voce ad una Scuola intesa quale spazio “dove saperi accademici e saperi di vita potranno incontrarsi senza dover rispondere a gerarchie predefinite”. Idea di base “decostruire la narrativa negativa sulla salute mentale a partire dalla convinzione che la salute mentale sia una ‘questione politica e sociale’ e ‘non solo medica’”.

Attraverso tre plenarie e numerosi sottogruppi di lavoro, sono stati co-progettati i “temi” proposti dalla Scuola, trasformando i bisogni individuali e collettivi in una “proposta formativa” che prenderà vita, per questa prima edizione, sabato 11 e domenica 12 aprile.

L’avvio della “Scuola”, al di là della sua evidente importanza sul piano socio-culturale e sanitario, segna anche un momento simbolico per il quartiere “Barriera di Milano”: la “riapertura ufficiale” delle porte, al civico 5 di via Courmayeur, del “Circolo Arci Anatra Zoppa”, nato negli anni ’70 come Scuola Elementare e, dal 1987, sede fra le principali dell’“Arci Torino”, costretta a chiudere nel 2020, dopo la pandemia, per importanti e inderogabili lavori di ristrutturazione. Lavori giunti oggi finalmente a conclusione, con nuovi spazi e soprattutto nuove (e tante idee) da mettere in pratica nel corso del tempo. La prima, per l’appunto, l’apertura della nuova “Scuola Popolare di Salute Mentale”.

Le attività coinvolgeranno anche piazza Crispi e l’Associazione “Estemporanea”, offrendo approcci diversi, dal “gioco di ruolo urbano” alla “musica Gnawa”, rituali di cura tradizionale del Marocco, patrimonio “Unesco”.

Per ulteriori info e per il programma dettagliato delle due giornate di sabato 11 e domenica 12 aprile: “Circolo Anatra Zoppa”, via Courmayeur 5, Torino; tel. 333/9643834 o salute.mentale@arcitorino.it

g.m.

Nelle foto: ultimi lavori di ristrutturazione all’interno del “nuovo” Circolo e uno fra i molti incontri tenuti per definire il programma scolastico

Il potere del riordino, mettere a posto spazi e mente

Secondo la psicologa Isabela Pérez-Luna, “Pulire e mettere in ordine hanno una funzione catartica e permettono di disfarsi di cose di cui sentiamo di non aver più bisogno”.

Aprire le finestre per far entrare aria fresca, buttare le cose che si sono accumulate nel tempo, eliminare polvere e depositi di sporcizia, rinnovare il nostro ambiente e depurare la nostra mente.
Una azione catartica quella della pulizie e del riordino che mette a posto anche i nostri pensieri, gli dà una collocazione, uno schieramento rinfrancante.
Lo spazio in cui viviamo rappresenta, in un certo senso, l’espressione di chi siamo e di come gestiamo la nostra esistenza. Premesso che il disordine può essere interpretato anche come una caratteristica legata alla creatività o alla fantasia e che, al contrario, l’ossessione per la pulizia, come tutti i comportamenti eccessivi, potrebbe essere l’ indicatore di un disagio, mantenere l’ordine e la pulizia dell’ambiente che ci ospita è mediamente una lancetta che punta verso l’equilibrio e il benessere. Il caos, la trascuratezza e l’incuria, al contrario, sono il più delle volte sinonimo di disordine interiore, di confusione. Avere oggetti che ostacolano il nostro movimento all’interno degli ambienti in cui viviamo, sia la casa o il luogo di lavoro, può essere fonte di stress, accumulare sporco all’interno dei nostri spazi può renderci nervosi e provati.

Nella percezione comune pulire o rassettare sono attività seccanti e ripetitive e probabilmente, considerato il fatto che spesso costituiscono un dovere e una necessità piuttosto impegnative, non è del tutto sbagliato, ma è altrettanto vero che mettere in ordine un armadio o eliminare la polvere e il vecchio all’interno di un ambiente possono essere considerate vere e proprie forme meditazione, attività su cui ci si concentra che ci evitano di pensare ad altro, una maniera di vivere il presente attraverso lavori manuali che necessitano di attenzione.
Dare un ordine alle cose che vogliamo tenerci potrebbe corrispondere anche ad una volontà di riorganizzazione del nostro interno e a seconda di come vogliamo “ristrutturarci” possiamo riposizionare gli oggetti in base alle cromie, all’uso che ne facciamo e all’importanza che rivestono o semplicemente per categoria.
Buttare o regalare oggetti che abbiamo accumulato nel tempo, rinnovando i nostri guardaroba o le soffitte, è un metodo per attuare una rigenerazione non solo materiale ma anche interiore: fare a meno del superfluo, di ciò che è superato, di tutte quelle cose da cui faticavamo a staccarci e che appesantivano la nostra vita.
Insomma, ordine, equilibrio, essenzialità e pulizia, ambienti dove è contemplato il rinnovamento, senza togliere rispetto al passato, spazi dove gli oggetti non ci comprimono ma rendono bello il nostro mondo infondono leggerezza e regalano armonia estetica.

Tra le teorie più famose che ci raccontano le facoltà del riordino c’è il metodo Konmari che, secondo Marie Kondo, scrittrice giapponese, dona importanti benefici psicologici. Nei suoi libri “Il magico potere del riordino” e “96 lezioni di felicità”, l’autrice sostiene che facendo ordine negli spazi in cui viviamo è possibile cambiare la nostra forma mentis e il modo di affrontare l’ esistenza. Il metodo Konmari suggerisce di mettere a posto tutto in una sola volta, iniziando e finendo entro 6 mesi, proiettandosi verso lo stile di vita a cui si aspira. Inoltre è importante ordinare categoria per categoria (vestiti, libri) e non stanza per stanza cominciando da ciò che è meno capace di attivare ricordi, le foto, per esempio, vanno messe a posto per ultime. Inoltre, questo criterio consiglia di prendere in mano tutti gli oggetti, uno ad uno, e tenere solo quelli che ci fanno ancora battere il cuore iniziando a pensare a come organizzare gli spazi solo se si è finito di buttare quello che abbiamo scartato.

Un altro metodo riportato in un libro è Apartment therapy di Maxwell Gilligham-Ryan che offre una visione singolare dell’organizzazione dell’habitat paragonando le attività inerenti alla casa
al corpo umano e alla loro sintonia.
Secondo la teoria di Gilligham-Ryan in casa occorre armonizzare alcune parti come le pareti, i pavimenti, il soffitto, le finestre e gli impianti corrispondenti alle ossa umane. Con il logoramento di queste parti lo scheletro idealmente si deteriora. Il cuore della casa, invece, è espresso con lo stile in una chiave emotiva attraverso colori e i tessuti, se questo non è armonico, la casa perde energia, calore e vivacità. Il respiro, invece, coincide con la disposizione dei mobili e degli oggetti e può essere alterato con l’accumulo eccessivo di materiali e con il disordine. Infine la testa si esprime nell’utilizzo che facciamo delle cose del nostro ambiente, uno spazio sano dovrebbe supportare le nostre attività creando sintonia e gioia.
Un’altra tecnica, più conosciuta in Occidente, è il Feng Shui  che consiste nella ricerca dell’armonia nell’ambiente domestico attraverso la disposizione dell’arredamento, delle luci, del letto, delle piante, dei vari oggetti e del mobilio. L’applicazione di questo metodo migliora l’energia del nostro ambiente grazie ad una serie di regole legate alla pulizia, alla illuminazione ma anche alla rimozione di ostacoli che intralciano i nostri movimenti e alla purificazione dell’aria anche attraverso il verde.

Secondo i tre metodi dunque all’armonia estetica corrisponde il benessere interiore, attraverso il riordino del nostro ambiente mettiamo a posto anche noi stessi, diamo un equilibrio e una simmetria al nostro interno riportando stabilità spirituale e mentale.

Maria La Barbera

 

 

Volontariato? No, grazie

Ho trattato il tema del volontariato su queste colonne altre volte, ma ora cercherò di circoscrivere il problema perché mi piace analizzare ogni problema sotto diversi punti di vista.

Lo spunto per questo articolo mi è venuto da una conversazione avuta la settimana scorsa con il responsabile di una Pubblica Assistenza che lamentava la carenza di volontari, particolarmente negli ultimi anni.

Spesso accusiamo i giovani di essere privi di valori, pigri, demotivati, schizzinosi e, dunque, incapaci di assumersi responsabilità, impegni e portare a termine qualsiasi progetto iniziato.

Se, però, andiamo ad analizzare in fondo la realtà in cui i giovani vivono, ci accorgiamo che spesso sia la società la vera colpevole del loro disadattamento.

Mi spiego meglio: se guardiamo gli anni 2000 fino ad una quindicina di anni fa, ci accorgiamo che il volontariato era quasi un punto di orgoglio per i giovani, non importa se svolto nei VV.FF. o assistendo pazienti oncologici, insegnando all’Unitrè o comunque effettuato.

Per un’analisi obiettiva, però, dobbiamo confrontare anche i tempi in cui vivevano i nostri giovani rispetto a quelli attuali, quando lavorando dalle 8 alle 17 dal lunedì al venerdì, si aveva modo (e voglia) di dedicare almeno un sabato al mese al volontariato rispetto a ora, quando i giovani, specie se studenti, lavorano quando li chiamano, magari per 2 ore oggi, 3 ore domani e poi chissà, dopo aver studiato tutto il giorno e, magari, aver già svolto altri 3 lavori in settimana, altrimenti non possono permettersi affitto, vitto e università.

E’ evidente che la colpa di questo cambiamento non sia imputabile ai giovani che, anzi, sono le vittime di tale sistema perverso, ma che la vera causa sia da ricercare in quanti, con una specie di allucinata concezione del capitalismo, sfruttano le risorse umane come pedine prive di personalità, come numeri anziché esseri umani. Se tale tecnica funzionasse, permettendo alle aziende di espandersi, conquistare nuove fette di mercato e realizzando ogni anno utili superiori all’anno precedente, potremmo dire che un vantaggio lo ottengono; stante che la maggior parte delle aziende deve delocalizzare per sopportare i costi, ricorrono ad ammortizzatori sociali perché non riescono a stare sul mercato, è evidente che il loro modus operandi sia fallimentare.

In vita mia ho vissuto di persona l’esperienza di alcune aziende che, seguendo ad un certo punto le nuove tecniche di gestione del personale, sono riuscite a far naufragare tutto in pochissimi anni.

Il compianto Sergio Marchionne raccontava spesso le follie di alcune aziende; conosco anch’io aziende dove sei obbligato a prendere ferie per due settimane nel mese di agosto, perché così l’azienda risparmia, salvo non accorgersi che in realtà l’edificio avrà comunque personale in servizio (condizionamento, vigilanza, sistemi informativi, pulizie, ecc), il che rende nullo il risparmio. E questo è solo un esempio di come le nuove tecniche di management siano utili a spiegare cosa non fare se si dirige un’azienda o parte di essa.

Sempre Marchionne ci ricordava che parlando solo di diritti e mai di doveri, di diritti moriremo. I dipendenti reclamano giustamente i propri diritti, mente l’azienda ricorda soltanto i doveri delle maestranze, con il risultato che nessuno conoscerà entrambi.

In più i nostri giovani pagano lo scotto di aver avuto politici totalmente avulsi dalla realtà che hanno abrogato alcune garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori, di avere università che per quanto paghi di retta dovrebbero già versarti i contributi per la pensione; sicuramente vedono un mondo con gli occhi di chi non è ancora anestetizzato dalle promesse disattese, dalle mille parole usate da troppi governi tecnici e che chiedono di essere coinvolti nelle scelte del Paese che, per logica, deve affidare a loro il proprio futuro.

Sergio Motta

Torino rafforza l’accoglienza: l’italiano come chiave di integrazione

La Città di Torino rinnova e rafforza il proprio impegno sul fronte dell’inclusione, approvando il nuovo accordo con i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) per il triennio 2026-2028. L’obiettivo è consolidare una collaborazione strategica volta a garantire percorsi strutturati di apprendimento della lingua italiana, elemento fondamentale per favorire autonomia e integrazione sociale, formativa e lavorativa delle persone accolte nel Sistema Accoglienza e Integrazione (SAI).

Il provvedimento, approvato dalla Giunta comunale su proposta dell’assessore alle Politiche Sociali Jacopo Rosatelli, insieme all’assessora alla Cultura Rosanna Purchia, si inserisce in una politica di accoglienza che Torino porta avanti in modo continuativo da oltre vent’anni. Oggi il sistema cittadino conta 777 posti distribuiti tra accoglienza ordinaria, interventi per persone con fragilità e progetti dedicati ai minori stranieri non accompagnati.

Al centro dell’intesa vi è il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana per richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e minori stranieri, con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2 e favorire l’accesso al diploma di scuola secondaria di primo grado.

L’accordo prevede un sistema integrato di interventi costruito in sinergia tra diversi servizi della Città, tra cui il Servizio Stranieri, l’Ufficio Minori Stranieri, la Scuola Formazione Educazione Permanente e il Centro Interculturale. Tra le azioni principali: inserimento nei percorsi CPIA, riconoscimento delle competenze pregresse, raccordo tra i diversi percorsi educativi e valorizzazione dei crediti formativi.

Grande attenzione è rivolta anche al contrasto della dispersione scolastica, grazie all’introduzione di un tutor didattico dedicato al SAI, con il compito di monitorare i percorsi, facilitare l’accesso alla formazione e prevenire eventuali criticità.

L’intesa punta inoltre a rafforzare la formazione continua di docenti, operatori e volontari e a consolidare la rete territoriale dei servizi, per garantire un’offerta formativa sempre più qualificata, omogenea e continuativa.

Definito congiuntamente con i CPIA 1, 2 e 3, l’accordo resta aperto all’adesione di tutti i Centri cittadini e rappresenta un ulteriore passo verso un sistema integrato capace di accompagnare concretamente i beneficiari del SAI in un percorso di inclusione e piena cittadinanza.

(fonte TorinoClick)

Lucia Rapisarda: “Valorizzare il lavoro domestico e la partecipazione sociale”

L’INTERVISTA

La Presidente del Moica Piemonte, Donne Attive in Famiglia e Società, racconta obiettivi e visione dell’associazione.

 

Lucia Rapisarda, torinese, ha insegnato lettere per 40 anni negli istituti superiori di  Torino e provincia; giornalista, ha diretto diversi periodici. Oggi si occupa di uffici stampa e realizzazione di eventi. Nel 2020 è stata eletta presidente del Moica – il Movimento Donne Attive in Famiglia e Società – sezione del Piemonte, presente a Torino, Biella, Asti e da poco ad Alessandria. L’associazione promuove il valore del lavoro familiare, la partecipazione culturale e sociale e il sostegno alle comunità locali. Nel suo ruolo, Lucia organizza incontri culturali, eventi pubblici e progetti sociali con un’attenzione particolare alla condizione femminile nella società contemporanea.

Lucia, cos’è il Moica?
Il Moica è nato come
Movimento Italiano Casalinghe nel 1982 a Brescia, fondato da Tina Leonzi. L’obiettivo era, ed e’, quello di rivalutare il lavoro domestico, spesso invisibile e non retribuito, svolto principalmente da donne. La Leonzi parlava della donna come “manager della casa”, capace di conciliare lavoro domestico, educazione dei figli, cura dei familiari, anche con disabilità, con la carriera professionale. Il Moica, Donne Attive in Famiglia e Società, continua oggi a riconoscere e valorizzare questa attivita’, ricercando a livello legislativo ulteriori strumenti di sostegno economico oltre a quelli gia’ esistenti, occupandosi di formazione e di gestione delle risorse familiari.

Su cosa vi state concentrando in questo periodo?
Attualmente ci stiamo dedicando ai temi della solitudine e della denatalità, questioni importanti e attuali che si stanno diffondendo sempre di piu’ . L’anno scorso abbiamo organizzato il convegno Prevenire e contrastare la solitudine: conciliazione dei tempi e condivisione dei ruoli. A livello nazionale, stiamo lavorando sul congedo parentale non solo per le mamme, ma anche per i papà, è uno strumento essenziale per le famiglie.

Esistono supporti economici per le casalinghe?
Sì, esiste la pensione per casalinghe, un assegno previdenziale volontario; per donne e uomini che hanno svolto principalmente lavoro domestico e familiare e che non hanno contributi sufficienti da lavoro dipendente o autonomo. Il problema è che, per accedervi, le condizioni sono molto restrittive.

Il Moica Piemonte organizza diversi eventi socio-culturali.
Cerchiamo di proporre iniziative che coinvolgano le nostre iscritte. Le istituzioni locali ci supportano e abbiamo collaborazioni con realtà come il Museo di Arte Urbana e il Vol.to. Essere attivi favorisce l’inclusione, lo scambio e la visibilità, oltre a permetterci di influenzare le politiche sociali. Abbiamo organizzato incontri informativi prima del referendum e corsi di alfabetizzazione informatica.

Altri progetti a cui tenete particolarmente?
Abbiamo promosso convegni sulle vittime di femminicidio, con esperti del settore. Uno dei progetti più partecipati è
“Essere donne in Italia e nel mondo”. Inoltre, offriamo una prima consulenza gratuita con psicologi e avvocati. Siamo soddisfatte dei risultati raggiunti e continueremo a lavorare in questa direzione.”

Maria La Barbera