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Il social burnout

 

ESSERE SEMPRE CONNESSI PUO’ STANCARE.

Sovraccarico tecnologico, stanchezza mentale o stress da iperconnessione, ecco alcuni modi per definire la fatica e la debilitazione da social overdose. Ore e ore passate al computer ad aggiornare profili, leggere e commentare quelli delle altre persone, stare al passo con i tempi dei social network, tutto questo puo´ provocare indebolimento ed esaurimento fino ad arrivare all’allontanamento, a volte definitivo ma piu´ spesso temporaneo, giusto il tempo di disintossicarsi.

La sindrome generale da burnout e´una risposta ad una situazione percepita come stressante che attiva meccanismi di difesa capaci di affrontare la sensazione di esaurimento psichico e fisico. La mancanza di forze e il senso di sconforto puo´anche sfociare in una despressione e non e´da sottovalutare, ma da tenere sotto controllo per scongiurare eventuali complicazioni piu´dificili da gestire e curare.

Questo stress cronico, che nella sua considerazione generale e´ legato perlopiu´ alla vita professionale, si puo´ riscontrare anche in altri ambiti, quello relativo ai social media e´una declinazione specifica che presenta gli stessi sintomi della sindrome da burnout comune: ansia, mancanza di energia e umore altalenante dovuto allo stress.

La fatigue da iperconnessione e´da poco all’attenzione della psicologia, sono cominciati i primi studi e ricerche per capirne le dinamiche. Oltre al tempo passato davanti ad uno schermo, che sia di un computer o di un cellulare, la fonte dello stress proviene dalla velocita´ richiesta per aggiornare i profili e allinearsi con quelli degli altri; riempire le pagine social di contenuti rispettando i ritmi dettati dalla rete e´ faticoso, stressante, nemico della qualita´ e impiega ingenti risorse mentali e fisiche che la maggior parte delle volte non hanno un corrispettivo in un riconoscimento di qualsiasi tipo. E´come una competizione continua con tanti concorrenti che non ha limiti ne´ troppe soddisfazioni e quindi il divertimento iniziale si converte in frustrazione che costringe prima a prendere le distanze e poi a smettere. E´ una illusione virtuale che porta all’esaurimento e alla necessita´di disintossicazione. I social media, purtroppo e per fortuna, evolvono molto velocemente, aggiungono strumenti e aggiornamenti in grado di contenere sempre piu´contenuti ed informazioni, questo e´ certamente coinvolgente e seducente ma allo stesso tempo richiede maggiore risorse e tempo, e´ come un lavoro, un’ attivita´ ´sempre piu´difficile da seguire. Le aziende che gestiscono queste piattaforme si stanno gia´confrontando con gli abbandoni social causati dal digital burnout e dovranno trovare soluzioni per affrontare le conseguenze economiche dovute a questi disagi di ultima generazione che forse potevano essere prevedibili perche´ qualsiasi attivita´deve essere fonte di equilibrio e benessere e persino la tecnologia che ci supporta sempre di piu´in tante delle nostre attivita´deve fare i conti con il nostro essere umani.

Moderazione, dunque, sara´la parola d’ordine insieme ad equilibrio e senso della misura. I genitori dovranno monitorare i figli affinche´questi non passino tutto il loro tempo libero davanti ad uno schermo e infine i fornitori di servizi saranno costretti a considerare maggiormente la soddisfazione del cliente fruitore e soprattutto la sua salute, psicologica e fisica.

MARIA LA BARBERA

Taci! Il nemico ti ascolta

Questa frase, nata nel Ventennio a opera del Governo fascista, rendeva l’idea di quale fosse il clima politico dell’epoca: una frase detta alla persona sbagliata, un concetto espresso in modo errato poteva costare molto caro all’autore.

Intanto venivi subito additato come nemico, come comunista, come rivoluzionario e, per quel motivo, ti veniva negata una serie di cose.

Oggi che, pur vivendo in una democrazia respiriamo un clima politico sempre più rovente, complice la moderna tecnologia il nemico non solo ti ascolta (smartphone, PC e assistenti vocali intelligenti) ma ti legge (social). La stupidaggine della gente, poi, fa il resto.

Sui social quando scriviamo peste e corna di quel leader di partito o di quella formazione politica, il nostro post viene letto da tutti, anche da nostri conoscenti di tendenze politiche opposte e, se non abbiamo limitato la privacy agli amici, anche da tutti quelli che non conosciamo.

Gli assistenti vocali (per intenderci quelli a cui diciamo “XYZ, accendi la luce” oppure “ABC, che tempo farò domani?” sono sempre collegati con la centrale (ad esempio un famoso sito di e-commerce) e sentono tutto quello che diciamo, anche tra congiunti, amici, ecc.

Provate a parlare di una località che vorreste visitare, anche la più insolita o remota e, nel giro di 2-3 giorni, sui vostri profili arriveranno proposte di viaggio inerenti quel luogo. Oppure confidate agli amici che vorreste sapere cosa fa il vostro partner in vostra assenza e vi comparirà la pubblicità di un’agenzia investigativa o, comunque, siti dove si parla di infedeltà o di diritto alla privacy.

Fin qui, a parte il disturbo, nessun problema perché le mie idee restano mie, non sono obbligato a recarmi in viaggio dove i social mi propongono e tutto va bene, al di là del fastidio di sentirsi spiati.

Il vero problema nasce quando quelle notizie vengono inoltrate in qualche centrale di potere che seleziona Caino e Abele fra i bravi o i cattivi, a seconda della loro fede politica; hai detto una certa frase, hai espresso un certo concetto, hai insultato Tizio o Caio, per cui vieni messo nella black list oppure non sarai inserito in un certo elenco di “buoni”.

Sembra fantascienza ma non lo è: i servizi di intelligence di tutto il mondo utilizzano (anche) questo sistema per valutare terroristi, anarchici, evasori, ecc.  Se vi dichiarate nullatenenti ma pubblicate le foto su isole tropicali, magari in barca, qualche controllino anche remoto dall’Agenzia delle Entrate lo subirete di sicuro.

Con questo non voglio castrare la facoltà di nessuno di rendere note le proprie idee o di commentare secondo il proprio punto di vista una notizia o una legge, ma sappiate che dovete assumervene le conseguenze.

Anni fa una mia conoscente, di idee anticlericali e, comunque, acattolica fece domanda di assunzione in un Ente religioso cattolico come insegnante. Al momento del colloquio le fu fatto notare che erano note le sue idee e che, di conseguenza, non era la persona adatta a ricoprire quell’incarico. Giustissimo diritto del datore di lavoro, coerenza del candidato non pervenuta.

Il mio non vuole essere un consiglio a non agire, né tantomeno a mentire per ottenere qualcosa che altrimenti non otterremmo: vuole essere un richiamo all’attenzione, perché “verba volant, scripta manent” e anche se un post lo cancelliamo, gli screenshot rimangono sempre a futura memoria.

Evitiamo di parlare di argomenti a rischio se abbiamo in casa il grande fratello (quello di Orwell, non la trasmissione TV) che accende la luce al posto nostro (sentono anche quali film guardiamo, quali TG preferiamo e se mettiamo un DVD porno) perché a noi sarà difficile capire come qualcuno abbia ottenuto certe informazioni su di noi, ma quel qualcuno sa benissimo come e dove se le sia procurate.

È solo questione di abitudine e di tornare alla buona, vecchia riservatezza (di cui i piemontesi, seppure sempre più rari, erano maestri) e affrontare alcuni argomenti al parco, passeggiando con gli amici in centro, in intimità in casa spegnendo le orecchie elettroniche.

Provare per credere.

Sergio Motta

A scuola con l’intelligenza artificiale

Rodolfo Galati, docente e formatore nel campo della didattica, pubblica nell’aprile 2026 il libro “Insegnare con l’IA: strategie, metodi e strumenti per la scuola”, dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito educativo.
Il volume si distingue per un approccio pratico: offre strumenti e metodologie per integrare l’IA nella didattica quotidiana, rivolgendosi a insegnanti e dirigenti scolastici. Al centro, l’idea che queste tecnologie debbano affiancare — e non sostituire — il ruolo del docente.
L’uscita arriva in un momento di forte cambiamento per la scuola, sempre più chiamata a confrontarsi con l’impatto delle nuove tecnologie. Il lavoro di Galati si propone così come una guida concreta per utilizzare l’IA in modo consapevole ed efficace.

Enzo Grassano

Farsi Male. Vittorio Lingiardi alla Casa della Madia

 

L’incontro di sabato 18 aprile alla Casa della Madia, ha visto come ospite Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma.

Il suo ultimo libro, dal titolo “Farsi male. Variazioni sul masochismo”, ha ispirato la tematica di questa giornata, cercando di offrire una visione unitaria della dimensione clinica e di quella soggettiva. Lingiardi ha sottolineato come una diagnosi possa essere utile, ma mai sufficiente nel restituire la complessità di una persona; gli esseri umani, sono molto di più di una semplice etichetta diagnostica e sarebbe riduttivo descrivere qualcuno seguendo un manuale clinico. Il lavoro importante è quello di osservare la persona al di là dei suoi sintomi, per poter capire chi c’è dietro quella sofferenza e che cosa, quel dolore, vuole esprimere.

Buona parte dell’intervento di Lingiardi è stato dedicato ai disturbi della personalità; descritti come un irrigidimento di specifici tratti che, in forma meno invasiva e più flessibile, ritroviamo in tutte le persone. Per fare degli esempi: la diffidenza può sfociare nella paranoia, il bisogno di riconoscimento può trasformarsi in narcisismo patologico, il desiderio di mantenere l’ordine può irrigidirsi in una struttura ossessiva.

Il punto dirimente, però, non è la presenza di uno specifico tratto, quanto la sua pervasività: nel momento in cui quel tratto arriva ad invadere la vita della persona e a compromettere le sue relazioni e la sua quotidianità, possiamo dire che ha superato la soglia che conduce alla presentazione di un disturbo.

Tra i temi affrontati, un rilievo particolare hanno avuto il narcisismo, il trauma e l’attaccamento, insistendo soprattutto su quelle ferite precoci, che non sempre coincidono con degli eventi eclatanti e facilmente identificabili. Tra queste ferite non compaiono solo l’abuso o il maltrattamento, ma anche forme di trascuratezza, la mancanza di sintonizzazione con la figura di accudimento, il desiderio non soddisfatto di riconoscimento: il bisogno primario del bambino, infatti, non è soltanto quello di essere nutrito, ma anche di sentirsi accolto, contenuto e riconosciuto.

Su questo sfondo, si colloca il tema centrale del suo ultimo libro. Lingiardi ha precisato di voler affrontare il masochismo come assetto psichico e relazionale e il punto che sottolinea è la tendenza a restare in situazioni che fanno soffrire, anche quando esisterebbero delle alternative. In questo senso, il masochismo è stato presentato come una dinamica complessa e tra gli esempi concreti riportati ci sono le relazioni sentimentali che si trascinano per anni, nell’attesa di una promessa mai mantenuta; i ruoli lavorativi vissuti come umilianti, ma ai quali non si rinuncia mai; delle modalità di sacrificio che diventano identità.

In questi casi, ciò che tiene la persona dentro la sofferenza non è solo la paura del cambiamento, ma anche il legame profondo con una grammatica affettiva antica, nella quale ci si è abituati a sentire l’amore come il risultato di una conquista.

Nel pomeriggio, Vittorio Lingiardi si è confrontato con il pubblico presente, lasciandosi stimolare dalle domande e dagli interventi che gli hanno consentito di riprendere e approfondire temi emersi nel suo ampio intervento del mattino.

Ciò che resta di questo incontro è un invito a guardare con più attenzione quelle modalità con cui le persone costruiscono la propria sofferenza e, talvolta, vi si affezionano. Forse è proprio questo uno degli aspetti più forti emersi dalla mattinata: il fatto che il lavoro psichico non consista nel semplificare l’esperienza umana, ma nel darle parola e provare a trasformare insieme, con consapevolezza, ciò che altrimenti resterebbe, soltanto, un modo di funzionare, ripetuto nel tempo.

IRENE CANE

M.O.I.C.A. Piemonte presenta “Parole che non ti ho mai detto”

Il M.O.I.C.A. Donne attive in famiglia e società Piemonte APS, associazione attiva nella promozione dei valori della persona e della coesione sociale, organizza un incontro pubblico dedicato alla presentazione del libro “Parole che non ti ho mai detto” di Marco Marchetto, pubblicato da NEOS Edizioni. L’appuntamento è in programma giovedì 30 aprile 2026, alle 15.30, presso la sede del CSV Vol.To, in via Giolitti 21, a Torino. Al centro dell’incontro il libro di Marco Marchetto, medico e scrittore laureato in Filosofia che, attraverso la forma del romanzo epistolare sviluppa una narrazione intima e articolata. Il testo affronta i temi del dolore e della malattia, mettendo in luce il ruolo delle relazioni e della parola come strumenti di comprensione e vicinanza. La scrittura, al tempo stesso essenziale e riflessiva, si rivolge ai vissuti di sofferenza, a chi li ha condivisi da vicino e a chi cerca un linguaggio capace di dare forma a ciò che, spesso, rimane inesprimibile. Nel corso dell’incontro, l’autore dialogherà con il pubblico approfondendo i contenuti del libro e il percorso che ne ha accompagnato la realizzazione, offrendo spunti di riflessione sul rapporto tra cura, ascolto e narrazione.

A coordinare l’incontro sarà Lucia Rapisarda, presidente del M.O.I.C.A. Piemonte APS, che guiderà il confronto e introdurrà i temi principali dell’iniziativa. Attraverso questo evento, il M.O.I.C.A. Piemonte APS conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro aperte alla cittadinanza, in cui la cultura diventa strumento per affrontare questioni complesse legate alla vita quotidiana, alla salute e alle relazioni, contribuendo a rafforzare il dialogo all’interno della comunità.

Mara Martellotta

Fondazione Time2: Racconti di Cambiamenti

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Lo sport come momento di valorizzazione delle “diversità”: nuovo appuntamento della “Fondazione” sulla “performatività” nella pratica sportiva

Mercoledì 23 aprile, ore 18

Prosegue, nel suo prefissato iter, “Racconti di Cambiamenti”, la Rassegna di incontri partecipati – e patrocinati dalla Città di Torino, in collaborazione con i Progetti del “Bando Cambiamenti” e l’ecosistema di “Hangar Piemonte” – nata all’interno del Programma “Cambamenti” avviato nel 2023 dalla torinese “Fondazione Time2” (fondata nel 2019, su iniziativa di Antonella Manuela Lavazza, per affiancare nella loro quotidianità persone con disabilità) al fine di “accompagnare progetti capaci di trasformare i contesti di vita, rendendoli più accessibili, inclusivi e partecipativi anche per soggetti in condizioni di disabilità o marginalità”.

In quest’ottica, dunque, mercoledì 23 aprilealle 18, negli spazi di “Open – Fondazione Time2”, in corso Stati Uniti 62/b a Torino, il nuovo incontro verterà sul tema (sicuramente di grande attualità) della “Performatività nello Sport”, con un confronto a tutto campo su come lo sport possa diventare una “pratica” capace di valorizzare le disuguaglianze  e superare modelli e stereotipi basati esclusivamente sulla “performance”. Alla base dell’iniziativa, le domande: Lo sport è davvero accessibile a tutte e tutti? Quali modelli di corpo, abilità e successo vengono promossi? E in che modo questi modelli influenzano la partecipazione delle persone, di tutte le persone? A partire da queste domande, l’incontro “proporrà – sottolineano i responsabili – una riflessione condivisa su come ripensare le pratiche sportive affinché diventino luoghi di benessere, espressione e partecipazione, oltre la logica della competizione e della prestazione”.

Il dialogo si svilupperà attraverso un “cerchio di parola”, modalità partecipativa che favorisce lo scambio diretto tra ospiti e pubblico.

Interverranno Andrea De Beni, formatore e facilitatore, esperto di “mentoring” ed “Intelligenza Emotiva”; esponenti di “Sport Time2”, la società sportiva della “Fondazione” che allena squadre di sport unificato, in cui persone “con” e “senza” disabilità giocano insieme; esponenti di “Balon Mundial”, promotore di sport inclusivo e comunitario a livello internazionale; membri di “Disform”, Associazione che lavora per cambiare la “cultura dello sport” e renderlo più equo e “AICS Torino”, la società sportiva che con il progetto “Sport tra pratica e partecipazione” promuove lo sport come spazio di benessere, inclusione e partecipazione attiva, ripensando la performance in chiave accessibile, sostenibile e rispettosa delle diverse esperienze.

Ad accompagnare l’incontro sarà anche la “Libreria Binaria”, che proporrà una selezione di letture legate al tema della serata.

L’appuntamento si concluderà con un momento di “decompressione creativa”, pensato “come spazio informale e condiviso in cui tradurre i contenuti emersi in un’esperienza partecipata”.

La partecipazione è gratuita con prenotazione sul sito di “Open Fondazione Time2”:
https://open.fondazionetime2.it/eventi/performativita-sport-cambiamenti/

Tutti gli appuntamenti sono progettati con particolare attenzione all’accessibilità e prevedono “trascrizione automatica” degli interventi, “testi semplificati”“interprete LIS” e uno “spazio di decompressione” protetto da stimoli esterni.

Per info: “Open – Spazio Aperto”, corso Stati Uniti 62/b, Torino; tel. 011/786554 o www.fondazionetime2.it

g.m.

Foto Giada Giuffrida

Rogne cercansi

Ci siamo resi conto tutti di come la rissosità, la litigiosità siano aumentate da alcuni anni a questa parte in ogni ambito: assemblee condominiali, autobus, strada, scuola, nessun luogo sembra esente da tale problema.

Le aule giudiziarie sono piene di cause, civili e penali, promosse da chi pensa di aver subito un torto, da chi l’ha subito realmente, con persone, di solito miti, che per uno scatto di ira, per una frase detta fuori dalle righe si trovano convenuti in giudizio.

Appena uno taglia, anche involontariamente, la strada al nostro veicolo ci sentiamo autorizzati a insultarlo, a far valere le nostre ragioni anche quando non le abbiamo e, in alcuni casi, aggredirlo per meglio fargli comprendere il messaggio.

A parte che il Codice Penale (art. 392-393) punisce l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, bisognerebbe sempre riflettere sul fatto che, non sapendo controllare le proprie emozioni, si dovrà pagare un avvocato, si rischia una condanna (e questo potrebbe impedirci l’accesso ad alcuni posti di lavoro) e che, comunque, abbiamo dimostrato a noi stessi di non saper padroneggiare una situazione.

Dal punto di vista sociologico, però, occorre analizzare il perché in un tempo relativamente breve si sia verificato un cambio repentino di comportamenti, da parte di un po’ tutte le fasce di età, di ceto, di collocazione geografica, in modo ovviamente peggiorativo.

Uno studio di alcuni decenni negli USA, aveva dimostrato come quelle persone che si asserragliavano nelle scuole, prendendo in ostaggio la scolaresca, oppure sequestrando un autobus o dirottando un aereo, fossero spesso reduci dal Vietnam che, a distanza di anche due decenni, avevano posto in essere questi comportamenti come richiesta di aiuto. E’ noto che i reduci, considerati perdenti perché gli USA erano usciti sconfitti dal conflitto in Vietnam, venivano trattati senza alcun rispetto (Rambo docet). Sicuramente essere inviati in guerra e poi, come se la colpa della sconfitta fosse del singolo militare, essere accusati di valere nulla non è piacevole.

Nel nostro Paese, forse unico almeno in Europa per litigiosità e numero di procedimenti giudiziari a ciò correlati, stiamo assistendo a qualcosa di molto simile: persone, con il QI di una medusa, che aggrediscono il docente che ha dato una nota al figlio “perché non se la meritava” ma che ricordano a malapena in quale scuola il figlio sia iscritto, oppure condòmini che non conoscono la differenza tra un ponteggio ed una ringhiera che insultano l’amministratore condominiale che ha mostrato tre preventivi, perché se ne scegliesse uno, perché sono tutti cari.

Sicuramente l’analfabetismo funzionale sta facendo passi da gigante, complici programmi demenziali in TV, social fuori controllo, disabitudine alla lettura, asocialità dilagante specie tra i giovani, stress da mancata realizzazione e altro.

Lo Stato deve sicuramente intervenire perché la situazione presto finirà fuori controllo; personale insufficiente nelle Procure e nelle FF.OO., tutela dell’Ordine pubblico effettuata con i pochi mezzi residui, società in forte disagio con tutto ciò che ne consegue (costi elevati per la sanità, famiglie allo sbando, ragazzi delinquenti fin dalla più giovane età).

Ma il primo passo lo dobbiamo fare noi: il Marchese del Grillo esprimeva già allora un concetto di cui molti, troppi, oggi si fanno portavoci: “[..] perché io sono io, e voi non siete un c…”. Smettere di credersi meglio degli altri, a prescindere, aiuterebbe certamente a considerare diversamente ogni situazione, a evitare di imporre la propria posizione anche usando la forza fisica. Non è il primo caso in cui uno esce dall’auto impugnando un cacciavite per vendicare un torto subito, mentre l’altro esce dalla sua con una pistola: in quel caso o sei cretino e ti lasci sparare o desisti ed avrai dimostrato di essere un codardo. Non era meglio restare nell’auto e pensare che quel tipo è stupido e non vale la pena mettersi a discutere?

Sergio Motta

Torino, i banchi storici dei mercati stanno scomparendo

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Un fenomeno che racconta una trasformazione silenziosa e la mancanza di ricambio generazionale

C’è un momento, nei mercati di Torino, che passa quasi inosservato: una serranda che resta abbassata, un banco che non riapre più, un’insegna che lentamente scompare. Non fa notizia, non genera proteste, ma racconta una trasformazione profonda: la fine di un mestiere che non trova più eredi. Nei mercati storici come Porta Palazzo o in quelli di quartiere, molti venditori appartengono a una generazione che ha costruito il proprio lavoro nel tempo: sveglie all’alba, relazioni con i clienti, conoscenza diretta dei prodotti. Un mestiere duro, fatto di fatica fisica e margini spesso ridotti, ma anche di autonomia e identità. Oggi, però, quel sapere rischia di interrompersi. I figli, quando ci sono, raramente scelgono di continuare. Non è solo una questione economica , anche se il guadagno incerto pesa, ma culturale. Il lavoro al mercato non è più percepito come un’opportunità desiderabile, richiede sacrifici, offre poche tutele, e soprattutto appare distante dalle aspettative delle nuove generazioni orientate verso percorsi più stabili o più “riconosciuti”. C’è poi un elemento simbolico: per molti genitori, proprio quei venditori che hanno passato la vita dietro un banco, il desiderio è stato quello di offrire ai figli un’alternativa: studiare, trovare un lavoro meno faticoso, “non fare la stessa vita”. In questo senso, la mancata continuità è anche il risultato di un successo: l’emancipazione sociale, ma ogni avanzamento ha un prezzo, e in questo caso e’ la scomparsa di un sapere. Quando un banco storico chiude, non si perde solo un’attività commerciale, scompare una relazione costruita negli anni, un punto di riferimento per il quartiere, una memoria quotidiana fatta di gesti ripetuti e riconoscibili. Al posto dei banchi storici arrivano spesso nuove forme di vendita: più temporanee, più flessibili, talvolta più curate dal punto di vista estetico e comunicativo. Non è necessariamente un impoverimento, ma è un cambiamento radicale: il mercato smette di essere un sistema di continuità e diventa un luogo di rotazione. Il rischio è che si perda un equilibrio. Perché i mercati funzionano proprio grazie alla coesistenza di stabilità e varietà: da un lato i banchi storici, che garantiscono fiducia e identità, dall’altro le novità, che portano vitalità. Se uno dei due elementi viene meno, il sistema si indebolisce. La domanda, allora, è se questo processo sia inevitabile, in parte sì, le trasformazioni sociali non si arrestano, ma esistono margini di intervento come incentivi per il passaggio generazionale, politiche di sostegno, semplificazioni burocratiche, ma anche un lavoro culturale: restituire dignità e valore a un mestiere che rischia di essere percepito come residuale. Perché dietro ogni banco che chiude non c’è solo una scelta individuale, ma un cambiamento collettivo, e se i mercati sono lo specchio della città, la loro trasformazione ci riguarda tutti. Forse la vera sfida, per Torino, non è impedire che i banchi cambino, ma evitare che scompaiano senza lasciare traccia. Conservare la memoria, anche quando il futuro prende un’altra direzione e’ essenziale per la trasmissione dei saperi e per la protezione della nostra storia.

Maria La Barbera

Torino avvia il percorso verso una “Città Compassionevole”

16 aprile 2026 – Circolo dei lettori e delle lettrici

 

Costruire una Compassionate City. La roadmap del progetto a Torino”: una giornata di studio per analizzare i metodi e gli obiettivi da condividere con tutte le forze sociali per costruire il percorso di realizzazione di una città compassionevole

 

Costruire una comunità capace di prendersi cura delle fragilità, dalla malattia al lutto, coinvolgendo cittadini, istituzioni e reti sociali: è questo l’obiettivo del progetto Torino Compassionate City, che vede una prima tappa di avanzamento giovedì 16 aprile al Circolo dei lettori e delle lettrici in occasione dell’evento Costruire una Compassionate City. La roadmap del progetto a Torino.

Dal novembre 2025 Torino ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di Compassionate City da parte del Public Health Palliative Care International (PHPCI), e ha dato l’avvio a un percorso innovativo per la città, che mira ad applicare un modello di salute pubblica basato sulla partecipazione attiva della comunità nella cura delle persone, in particolare nei momenti più delicati della vita come la malattia grave, il fine vita e il lutto.

Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, enti promotori insieme alla Città di Torino, in questa prima giornata di studio mettono a confronto i maggiori esperti di cure palliative in Italia, rappresentati dalle Associazioni italiane e internazionali, gli amministratori pubblici delle città italiane che hanno già iniziato a costruire il progetto, enti locali e operatori sociali per definire insieme una road map condivisa che porti alla creazione di reti di solidarietà attive e preparate, in cui ciascuno è parte integrante di un tessuto di comunità che supporta, accoglie e valorizza ogni individuo.

La giornata è realizzata in collaborazione con Fondazione Compagnia di San Paolo, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e il sostegno della Fondazione Circolo dei lettori. Il programma dettagliato è disponibile sul sito.

IL PROGRAMMA

Dopo l’apertura dei lavori da parte di Luigi Stella, Direttore generale Fondazione FARO, Gianmarco Sala, Direttore generale Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Carlo Picco, membro del Comitato di Gestione della Fondazione Compagnia di San Paolo e il saluto istituzionale del Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, la giornata di studio si avvia con l’intervento di Allan Kellehear, professore di End-of-Life Care alla Northumbria University di Newcastle, che – in collegamento – presenterà le esperienze internazionali di città compassionevoli nei contesti anglosassoni.

I Presidenti della Società Italiana Cure Palliative, Gianpaolo Fortini e Federazione Cure Palliative Tania Piccione, insieme al Responsabile Ricerca Fondazione FARO e vicepresidente dell’EACP Simone Veronese intervengono per illustrare come i paradigmi propri delle cure palliative possono ampliare il concetto di cura dalla dimensione sanitaria a quella sociale e culturale, riconoscendo il ruolo fondamentale delle relazioni e delle reti territoriali.

La giornata prosegue con una ricca carrellata di testimonianze di progetti già attivi in Italia: come In-Vita a Reggio Emilia raccontata da Silvia Tanzi, il percorso di costruzione di una caring community a Lodi nelle parole di Danila Zuffetti, e quelle di Simone Piazza per Novara e di Carlo Gobitti per Pordenone.

Infine Marina Sozzi descrive il processo partecipativo in atto a Torino evidenziando le tappe e le modalità di coinvolgimento degli stakeholder cittadini.

Si entra poi nel vivo del confronto e dello scambio di best practice con la tavola rotonda Essere coinvolti nel progetto di una Caring Community moderata da Monica Seminara, Ufficio Culturale Fondazione FARO, dedicata al ruolo degli attori locali nella costruzione di una comunità solidale.

Silvia Bertolotti, Coordinatrice del progetto In-Vita (Reggio Emilia), Giuseppe Culicchia, Direttore della Fondazione Circolo dei lettori, Guido Bolatto, Segretario generale della Camera di commercio di Torino, Iolanda Romano, Founder di Avventura Urbana, Simonetta Pozzoli, Assessora al Welfare, Politiche familiari, di conciliazione e coesione sociale del Comune di Lodi e Jacopo Rosatelli, Assessore al Welfare, Diritti e Pari Opportunità Comune di Torino avranno modo di esporre i vari passi operativi del percorso e gli obiettivi a cui si tende nel corso del piano di attuazione.

Le conclusioni affidate a Oscar Bertetto, vicepresidente Fondazione FARO, faranno il punto sulle prossime fasi di attuazione della road map che deve portare Torino a essere una città compassionevole, un modello nel quale la salute pubblica non è solo affare degli ospedali, ma responsabilità condivisa che coinvolge attivamente la comunità, creando un ciclo virtuoso di aiuto e attenzione.

PER PARTECIPARE

Costruire una Compassionate City – La roadmap del progetto a Torino

16 aprile 2026 | Ore 9.30 – 16.30

Circolo dei lettori e delle lettrici, Via Bogino 9 – Torino

Ingresso libero fino a esaurimento posti, si consiglia la prenotazione

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fondazionefaro.it

Sharenting. La condivisione delle immagini dei bambini sui social

I  rischi connessi

Mentre mangiano o giocano, quando sono al mare o insieme ai loro amici, le foto dei bambini spopolano su internet, sui social, sui profili Facebook o Instagram . Questa volonta´ di condivisione ´ certamente un gesto di affetto e di orgoglio da parte di genitori, dei nonni e di tutti coloro che li amano, ma spesso e’ una rischiosa e inopportuna sovraesposizione delle vita dei minori in un luogo virtuale non del tutto sicuro, la rete informatica.

Il termine sharenting, la fusione dall’inglese tra share (condividere) e parenting (genitorialita’), coniato da poco in America, ci spiega, appunto, questa abitudine molto diffusa ovvero quella di postare con frequenza immagini di piccoli uomini e donne creando, il piu´delle volte, un involontario racconto digitale della loro vita.

Prescindendo dalla questione che riguarda la mancata consapevolezza da parte dei bambini sul fatto che la loro esistenza venga resa pubblica, ci sono altri risvolti legati a questa consuetudine che possono rivelarsi davvero drammatici, tra questi spicca l’appropriazione e l’ utilizzo improprio delle immagini che spesso sfocia in vere e proprie azioni illegali e deprecabili.

Questa “moda” e’ all’attenzione del Garante della Privacy che gia´ nella Relazione annuale del 2021 ha proposto di estenderne la tutela rispetto alla questione del cyberbullismo.

Spesso le foto dei minori sono accompagnate da informazioni sensibili come il nome, l’eta´ e il luogo di appartenenza, che rendono ancora piu´semplice il lavoro di chi potrebbe impossessarsene con cattive intenzioni.

Il Garante della Privacy riassume cosi´ i rischi dello sharenting:

Violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali e sensibili del minore ogni volta che si pubblica, senza il suo consenso, un’immagine sui social network, così come stabilito dalla Convenzione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Mancata tutela dell’immagine del bambino che subisce la perdita del controllo sulle proprie informazioni con conseguenze sulla creazione della sua identità digitale odierna e futura. I contenuti postati online, infatti, restano e permangono a disposizione di chiunque.

Esiste poi il rischio delle ripercussioni psicologiche che potrebbero iniziare a manifestarsi nel momento in cui i bambini, crescendo, cominciano a navigare autonomamente. Se i loro genitori non hanno provveduto a tutelare la loro immagine e la privacy, i bambini dovranno fare i conti con quanto è stato pubblicato senza il loro benestare e immagini molto intime e private come quella del bagnetto, ad esempio, potrebbero andare nelle mani di chiunque.

Tra i rischi peggiori c’e´ senz’altro quello della pedopornografia. Alcune immagini di bambini in situazioni private, infatti, possono essere rubate, manipolate e inserite nelle squallide pagine digitali dei siti per pedofili. L’addescamento, infine, e´un’altra oscura possibilita´che si prospetta a causa delle immagini condivise, ma anche delle informazioni che le accompagnano, utili mezzi per creare ganci per avvicinare i minori online.

Il Garante invita a porsi diverse domande prima di condividere le foto dei propri figli: mio figlio sarebbe contento di avere sue foto postate? E´una azione sicura per la sua presente e futura identita´online?

Si tratta di problemi reali, di rischi concreti perche´ la rete, sfortunatamente, e´popolata anche da persone dalla scarsa cifra morale alla ricerca non solo di immagini da collezionare ma anche in attesa che qualche minore sprovveduto caschi nella sua rete con inevitabili e nefaste conseguenze.

MARIA LA BARBERA

Fonte: www.garanteprivacy.it