In Italia c’è una professione sanitaria in continua crescita e a pochi chilometri da Torino c’è un corso di laurea in cui l’80% dei laureati trova lavoro a pochi mesi dalla fine degli studi. Un polo d’eccellenza per una figura sempre più richiesta sia nel settore pubblico sia in quello privato.
Vi sarà capitato, visitando reparti riabilitativi o case di cura, di imbattervi in operatori che organizzano attività di cucina, giardinaggio o che giocano a carte con gli ospiti. Avete assistito a una seduta di Terapia Occupazionale.
Il terapista occupazionale è la figura sanitaria che si occupa di organizzare attività riabilitative per riportare il paziente a essere indipendente nelle attività quotidiane, che possono coinvolgere il lavoro, un hobby o anche le semplici azioni di cura della propria persona. Si tratta di una professione estremamente popolare nei paesi anglosassoni e che in Italia sta prendendo piede a poco a poco.
Chiunque può aver bisogno di un terapista occupazionale, dal paziente che ha subito un ictus o ha perso l’uso di uno o più arti, all’anziano che deve fare i conti con l’Alzheimer, dal bambino con autismo a quello con difficoltà di apprendimento. Il terapista occupazionale studierà le strategie per far sì che il paziente torni a una vita soddisfacente e, per quanto possibile, indipendente. Ma vediamo qualche esempio pratico dopo aver fatto due chiacchiere con giovani terapisti occupazionali che operano in Piemonte.
Giulia Briccarello, 26 anni: “Mi sono laureata nel 2018. Ho fatto molte esperienze e le proposte sono arrivate il giorno dopo essermi laureata. Ho lavorato in RSA, in reparti psichiatrici, riabilitativi e adesso seguo due case di riposo. Attualmente lavoro con pazienti geriatrici e seguo le attività cognitive. I miei pazienti hanno in media 80 anni e con loro facciamo attività di gruppo come cucinare mele cotte da mangiare la sera, giocare a tombola o al gioco dell’oca. Così stimoliamo le capacità cognitive, la memoria e la curiosità. Abbiamo creato un calendario che gli ospiti aggiornano quotidianamente per ricordare dove siamo e la stagione, il mese e il giorno in cui viviamo. Con le signore abbiamo creato un gruppo di cura del sé e ci facciamo la manicure, ci mettiamo lo smalto o la crema idratante. Sono piccoli gesti ma per loro molto significativi. E con un altro gruppetto abbiamo messo su una classe di cucito e facciamo l’uncinetto. Devo quindi ringraziare mia nonna che mi aveva insegnato a fare i centrini che ora sono diventati parte del mio lavoro”.
Emanuele Zaninetti, 25 anni: “Io ho terminato gli studi nel 2019. Ho iniziato a lavorare qualche mese dopo all’associazione italiana sclerosi multipla. Mi recavo a casa
dei pazienti per rimuovere tutti gli ostacoli che limitavano la loro autonomia. Per esempio ho fatto sostituire vasche da bagno con docce o attrezzato bagni con ausili per permettere loro di lavarsi da soli. Questo grazie al fatto che nel mio corso di laurea ho fatto studi di ergonomia. Ho anche rilasciato valutazioni sulla carrozzina ideale, ovvero mi occupavo di scegliere il miglior supporto per le attività quotidiane basandomi sulle esigenze del singolo paziente. Ho lavorato anche in una clinica di neuroriabilitazione e ho aiutato pazienti a ritrovare l’autonomia nel vestirsi o nell’adattarsi al posto di lavoro a seguito delle abilità perse. Ho anche aiutato i miei pazienti a trovare un nuovo lavoro. Al momento lavoro a Torino in una struttura psichiatrica dove mi faccio carico della gestione delle attività quotidiane per aiutare i miei pazienti a reinserirsi nella vita sociale. Per farti un esempio, usciamo, diamo ai pazienti dei soldi e diciamo loro di fare la spesa. Alla fine dell’attività controlliamo lo scontrino e che effettivamente siano riusciti a portare a termine un compito che per noi è scontato ma per una persona fragile o con deficit potrebbe essere difficile se non impossibile.”
Francesca Chiais, 27 anni: “Il mio sogno è sempre stato quello di lavorare con i bambini. Prima di laurearmi, nel 2018, ho iniziato a collaborare con un’associazione che, una volta terminati gli studi, mi ha confermato tra i collaboratori. In pratica ho trovato lavoro ancor prima di finire l’università. I miei bimbi avevano gravi disabilità, come quelle derivanti da malattie neurologiche. Con loro svolgevo attività sensoriali o motorie per stimolarli. Oggi lavoro principalmente con bambini dai due anni e mezzo in su, in particolare con bambini autistici. Li aiuto a partecipare alla vita sociale, a esprimere le loro richieste, a dire ciò che preferiscono fare. Per esempio con me iniziano a comunicare scegliendo e pronunciando le prime parole. Uso il gioco, costruisco con loro piccoli oggetti, usiamo l’imitazione per imparare a guardare chi si ha davanti e allo stesso tempo imparare cose nuove. Oltre a collaborare con una struttura pubblica a Vercelli, ho aperto il mio studio dove seguo pazienti privati.”
Il Terapista occupazionale collabora a stretto contatto con medici, logopedisti, terapisti della neuro psicomotricità dell’età evolutiva, psicologi, fisioterapisti, tecnici ortopedici e ortottisti. L’obiettivo è quello di rendere il paziente, che sia adulto o bambino, a vivere una vita piena e soddisfacente.
A Moncrivello, nella provincia di Vercelli e a soli 40 minuti d’auto da Torino, c’è un polo di eccellenza che da anni forma Terapisti Occupazionali. Il tasso di occupazione dopo la laurea supera l’80% dei diplomati.
La Dott.Ssa Renata Spalek da molti anni dirige il corso di Laurea in Terapia Occupazionale che l’Università Cattolica del Sacro Cuore ha attivato presso il Centro di Recupero e Rieducazione Funzionale Mons. Luigi Novarese. Al telefono ci ha detto: “Come Responsabile del Corso di Laurea sono soddisfatta delle percentuali di occupazione dei nostri laureati che trovano lavoro nell’ambito sanitario per cui hanno studiato. Confermo che il Terapista Occupazionale è una figura indispensabile nell’equipe multidisciplinare e per l’intero sistema sanitario nazionale. È una figura sempre più richiesta e quindi faccio un invito ai giovani di prendere in considerazione di studiare presso la nostra Università!”
Il corso prevede ore frontali in aula e tirocini in strutture ospedaliere di tutta Italia così come da tutta Italia arrivano i docenti. Prima ancora di terminare gli studi, ai ragazzi viene data la possibilità di osservare più realtà, di lavorare in ambienti diversi, in modo da chiarire loro le idee. In questo modo il terapista occupazionale può scegliere l’ambito in cui specializzarsi e la tipologia di pazienti da seguire.
Per iscriversi al test di ammissione, che sarà il 7 settembre, bisogna iscriversi a questo indirizzo entro e non oltre il 29 Agosto.
In una società dove chiunque deve partecipare alla vita pubblica, si aiuta la persona con disabilità a comprendere strategie e risorse per avere un ruolo attivo, senza dimenticare hobby e passioni. Il terapista occupazionale è forse l’addetto al traffico che ti mostra la strada corretta da seguire.
Loredana Barozzino
Tex, Pecos Bill, Kinowa, Capitan Miki, il Grande Blek, il Piccolo Ranger e le loro avventurose gesta colpivano la fantasia di un largo pubblico di adolescenti e adulti e si affermava anche un’originale linea di fumetti comici. Tre personaggi raggiunsero una grande popolarità: Cucciolo, Beppe e Tiramolla. Il loro creatore grafico era Giorgio Rebuffi, prolifico inventore di protagonisti e comprimari del fumetto comico italiano. Nato a Milano nel 1928, Rebuffi ( morto nell’ottobre del 2014, a 86 anni) iniziò la sua attività di professionista del fumetto nel 1949 creando lo Sceriffo Fox ( un corvo nero, con tanto di pistole e stella) per le edizioni Alpe, le stesse che porteranno al successo Cucciolo e Beppe che, di lì a poco, saranno affidati proprio alle cure di Rebuffi per un decisivo restyling. I due personaggi esordirono nel 1941, disegnati da Rino Anzi. In origine erano due cagnolini antropomorfi che, grazie alla matita e ai pennini di Rebuffi, si trasformarono in una coppia che ricordava la parodia di Topolino e Pippo (anche qui il piccoletto era scaltro e l’allampanato un po’ svampito) con qualche richiamo alle coppie comiche del cinema, come Gianni e Pinotto e Stanlio e Ollio. Nell’agosto del 1952 comparve per la prima volta, a pagina 12 del numero 8 di Cucciolo mensile, un nuovo protagonista dei fumetti: Tiramolla. L’episodio fu il primo di una lunga storia in quattro puntate che si concluse con il numero 11 del novembre dello stesso anno. Dieci anni dopo, quei quattro episodi vennero unificati e ristampati con il titolo “Il mistero della villa” (Le storie di Tiramolla – anno II n. 18, 23 agosto 1962). La penna che lo tratteggiava era quella dell’eclettico Rebuffi e Tiramolla (ideato da Roberto Renzi), elastico personaggio di caucciù con il cilindro in testa, aristocratico e pigro ma, suo malgrado, coinvolto in guai e avventure, costituì un indissolubile trio di successo con Cucciolo e Beppe. Insieme a una serie di straordinari comprimari (il malvagio Bombarda, il menagramo Giona, il maggiordomo Saetta,il cane Ullaò, il nipotino Caucciù e, soprattutto, Pugacioff, il perennemente affamato e sovversivo “luposki della steppaff” ), raggiungeranno il successo e segneranno in modo indelebile il fumetto comico di quegli anni. Erano di fatto delle strisce semplici e un poco ingenue, ricche di invenzioni e divertenti gag, che hanno accompagnato i nostri lunghi e spensierati pomeriggi quando eravamo poco più che bambini.



Certo, alla “Palazzina di Caccia di Stupinigi”, dove dagli inizi di luglio e fino al 18 settembre prossimo, è in corso la mostra “Forever Marilyn”in occasione dei sessant’anni dalla scomparsa dell’eterna icona di bellezza del cinema americano, l’anniversario non poteva non essere ricordato e celebrato. L’appuntamento è per giovedì 4 agosto. Fu, infatti, nella notte fra il 4 ed il 5 agosto del 1962 che Norma Jeane Mortenson Baker, in arte Marilyn Monroe (“la bellissima bambina”, come l’aveva chiamata Truman Capote, che per lei scrisse il racconto “Colazione da Tiffany”, trasformato poi da Hollywood nel mitico film interpretato da Audrey Hepburn) fu trovata dalla governante Eunice Murray nel suo letto priva di vita al 12305 di Fifth Helena Drive a Brentwood – Los Angeles. Marilyn aveva solo 36 anni. Il fatto suscitò il clamore e l’interesse dell’opinione pubblica mondiale. Da subito infatti quella morte apparve avvolta in un fitto mistero, abitato da tanti personaggi “sbagliati” e famosi (celebrità di cui appena si potevano sussurrare i nomi), e che ancora oggi, a sessant’anni di distanza, resta senza certezze assolute. Suicidio? Omicidio? Complotto? Mentre la versione ufficiale dichiarò il suicidio per un mix di barbiturici, tante furono le tesi controverse sul suo decesso, tra cui morte per omicidio commissionato da Robert Kennedy (suo ultimo amante; nelle ridda delle voci comparve anche il nome di Peter Lawford, attore e cognato di Kennedy) e commesso da Ralph Greenson – psichiatra di Marilyn – con un’iniezione letale; oppure omicidio perpetrato nientemeno che dalla mafia di Chicago per vendicarsi dei Kennedy. Molte domande, nessuna risposta. E indagini forse non sempre limpide, come avrebbero dovuto e potuto muoversi. Una cosa è certa. La sua morte sconvolse il mondo. Al punto che una settimana dopo si registrò un’impennata di suicidi: nella sola città di New York ben dodici nello stesso giorno. “Se la più meravigliosa cosa nel mondo non ha avuto niente per cui valesse la pena vivere, allora neanch’io”, lasciò scritto in un biglietto una vittima. E poco più di dieci anni dopo Elton John dedicò alla scomparsa di Marilyn la celebre “Candle in the Wind” per celebrare la fragilità della donna-attrice; brano solo successivamente riadattato per commemorare la principessa Diana.
Fatto è che, da quella tragica notte del 1962, il mito – Marilyn è rimasto immutato, eterno. Come il sorriso nelle sue foto (alcune iconiche come quella, vestito svolazzante, sulla metropolitana di New York nella pellicola di “Quando la moglie è in vacanza”) scattate – a colori e in bianco e nero – dall’amico storico Sam Shaw ed esposte in mostra a Stupinigi accanto ad oltre ottanta memorabilia originali (articoli di bellezza, abiti, scarpe, oggetti di scena e perfino quattro bigodini che ancora conservano, oggetto di venerazione, un suo capello biondo) raccolti da Ted Stampfer, il maggior collezionista al mondo di cose “di” e “su” Marilyn. Foto e concreti ricordi, cui giovedì 4 agosto, ci si potrà avvicinare e goderne la suggestione amplificata dal tempo, proprio partecipando alla “special night”, organizzata da “Next Exhibition” (promotrice della mostra) per commemorare Marilyn nel 60° della scomparsa. Per l’occasione, la rassegna, dopo la chiusura delle 18, riaprirà dalle 19 alle 23, con ultimo ingresso alle ore 22. Nel viale antistante la “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo 7, Nichelino-Torino) verranno esposte delle bellissime auto americane in collaborazione con il partner della mostra “West Custom Italy” e ulteriore protagonista dell’evento la motrice di un camion interamente brandizzata “a tema Marilyn” con luci e musica, opera customized da Andrea Sandrone.
