OPINIONI- Pagina 3

8 Marzo, Patrizia Alessi: “Diritti, giustizia, azione”

L’INTERVENTO DELLA VICEPRESIDENTE COMMISSIONE REGIONALE PARI OPPORTUNITA’ (CRPO)

Spesso, nell’accezione comune, nella stampa e in campo pubblicitario, la ricorrenza dell’8 marzo viene erroneamente definita come Festa della donna anche se è più corretto definirla Giornata internazionale della donna, poiché la motivazione alla base della ricorrenza non è una festività, ma una riflessione.
In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna, che si celebra l’8 marzo di ogni anno, la Commissione Regionale per le Pari Opportunità sottolinea l’importanza della rivendicazione dei diritti delle donne, in particolare per la loro emancipazione, ricordando le conquiste sociali, economiche, politiche e portando l’attenzione su questioni come l’uguaglianza e le discriminazioni di genere.
Il tema della Giornata Internazionale della Donna 2026, “Diritti. Giustizia. Azione. Per TUTTE le donne e le ragazze”, segna un momento per amplificare la nostra determinazione collettiva.
Quest’anno, infatti, la Giornata Internazionale della donna 2026 invita ad agire per smantellare le barriere strutturali alla giustizia paritaria: leggi discriminatorie, tutele legali deboli, pratiche e norme sociali dannose che erodono i diritti delle donne e delle ragazze.
Riteniamo quindi necessario consegnare e diffondere a tutti, ma soprattutto alle giovani generazioni, un testo informativo e di sensibilizzazione:
https://www.regione.piemonte.it/web/media/55533/download
Attiviamoci per il cambiamento.
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Riflessioni impaurite sulla guerra

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La guerra all’Iran suscita forti perplessità e può far pensare che Trump sia  incapace di una strategia internazionale che sicuramente c’era quando si parlava di imperialismo americano, dimenticando quello russo. Oggi i due imperialismi  sono risorti in nuove forme. Gli Stati Uniti non perseguono più la Causa dell’Occidente anche se gli slogan possono portare a pensarlo ma scopi americani in senso stretto e miope. L’imperialismo russo ha ripreso vigore dopo il crollo sovietico, manifestandosi anche come erede della Grande Madre Russia degli Zar. Si dice, e sicuramente è vero, che l’ordine internazionale è sconvolto e che il diritto internazionale è stato calpestato. Peccato che alcuni si dimostrino difensori dell’ordine internazionale a corrente alternata.

La pace resta l’obiettivo prioritario di ogni civiltà non fondata sul dominio della guerra. I regimi democratici, di norma, si fondano sulla pace e perseguono la pace , ma non sono di per sé pacifisti. Quelli che citano solo le prime parole dell’articolo 11 della Costituzione, oltre a falsare il senso dell’articolo, sono eredi di quei “partigiani della pace” pronti a schierarsi con l’Urss in ogni circostanza in modo aprioristico.

Benedetto Croce

 

La guerra – diceva Croce – è un dato ineludibile della storia, ma certo questa constatazione terribile non significa giustificare la guerra che deve restare l’extrema ratio, ammesso che il ricorso alla forza abbia una ratio. In non tanti casi ha una giustificazione  politica, ma il ricorso alla guerra è uno dei dati più longevi e comuni della storia dell’umanità. Spesso la guerra viene giustificata da una frase erroneamente attribuita a Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Nella guerra del ‘900 e del nuovo secolo il discorso è inquinato dalle vittime civili coinvolte , dalle città distrutte, da uno stravolgimento che rende interi Nazioni territori di guerra. E ciò a prescindere dalle guerre nucleari e dai pericoli rappresentati da bombardamenti che colpiscano siti nucleari, provocando conseguenze devastanti. Mi stupisco, leggendo o ascoltando  i commentatori che parlano della guerra con una  vivace freddezza che non è lucidità,  ma esigenza spettacolare di intrattenimento  televisivo e di propaganda politica. Di fronte alla crisi iraniana, per usare un termine che si rivela assolutamente  inadeguato, appare ancora più evidente la pochezza di tanti politici italiani ed europei  e non solo loro, ovviamente. E’ possibile giustificare i mezzi brutali adottati nella guerra attuale  in nome di un fine?

Innanzi tutto i fini di Trump non sono affatto chiari, ma soprattutto viene spontaneo domandarsi chi possa giustificare i fini. Non esistono autorità in grado di stabilirlo. L’Onu è finita miseramente e il Papa è un’autorità morale e religiosa. A volte però  ribaltare il discorso aiuta a capire o tentare di capire. Oggi non possiamo illuderci di poter prevedere nulla. I vecchi generali in pensione reclutati in veste di commentatori sono penosi come i politici che si muovono in modo maldestro e goffo. Dei provinciali nati e cresciuti in paesi e cittadine non  sono in grado di capire. Alcuni non sono riusciti neppure a laurearsi , anche se una laurea oggi non basta… Liberare l’Iran dal regime oppressivo che lo domina dal 1979 potrebbe essere un fine lecito . Difendere Israele può essere un altro fine condivisibile. Ma fare un deserto e chiamarlo pace è cosa molto diversa. E’ realtà  vecchia che vedeva perfino Tacito che apparteneva ad un popolo guerriero ed era un realista che ispirò dopo secoli il Tacitismo. I costi umani della guerra quasi mai possono essere giustificabili e la diplomazia resta la via da seguire. Ma purtroppo il Conte di Cavour non ha avuto eredi. E neppure Kissinger. Le mie riflessioni di oggi sono impaurite e provvisorie. Impaurite perché sono nato e vissuto in periodo di pace e non so come si viva o si muoia in periodo di guerra. E impaurite anche per la piccolezza degli uomini: ha ragione Trump quando dice che  i  Churchill non ci sono più.

Enzo Tortora, storia di un gentiluomo fuori ordinanza

IL COMMENTO Di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Spesso la rete “Nove” propone programmi che non mi piacciono o che addirittura ritengo totalmente di parte e quindi improponibili. Ma ieri sera la “Nove” ha offerto una serata entusiasmante e commovente che ha rievocato Enzo Tortora. Una trasmissione storica, destinata a restare, che costringerà a riflettere inevitabilmente anche sul prossimo referendum, anche se accostare la serata alle polemiche spicciole di Gratteri sarebbe un sacrilegio.

In essa risalta l’uomo di straordinario livello morale e di grande coraggio intellettuale, umano e civile. L’uomo televisivo diventa quasi secondario rispetto a chi seppe difendere il commissario Calabresi, ucciso dalla canea urlante di giornalisti e intellettuali che uscirono moralmente distrutti dalla firma a un infame manifesto di Camilla Cederna, che ebbe l’ardire di scrivere contro Tortora imputato, mentre contribuì ad armare la mano degli assassini di Calabresi. È il Tortora che affrontò i giudici a testa alta, come quando venne arrestato in diretta televisiva e ammanettato in modo incompatibile con un paese civile. La trasmissione, per pietà, non cita il PLI di Zanone che abbandonò il liberale Tortora nelle grinfie dei suoi accusatori, dimenticando la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione e le basi stesse della civiltà giuridica liberale, che venne invece difesa da Marco Pannella e dai radicali. Lo conobbi da liberale quando Enzo era consigliere nazionale di un PLI ormai solo preoccupato di tornare al governo, e lo rividi quando si candidò al Parlamento europeo, nel quale venne eletto nelle liste radicali. Condannato in modo che definire pazzesco non risulta un’esagerazione, Enzo si dimise da Strasburgo, rinunciando all’immunità parlamentare per difendersi nel processo. La sua vicenda giudiziaria, che grida ancora oggi vendetta, lo portò alla malattia e alla morte.

«Fu un gentiluomo fuori ordinanza, un uomo del Risorgimento nato in un secolo sbagliato», mi disse una volta Mario Soldati, che lo volle in un suo film oggi introvabile. Protagonista indiscussa della serata è stata la sua compagna, la senatrice Francesca Scopelliti, che ha dedicato la sua vita alla causa della giustizia nel ricordo indelebile di Enzo. Chi non avesse potuto vedere la trasmissione cerchi di recuperarla. Una parte della storia italiana è passata dal martirio non voluto di Tortora, che ebbe da un giorno all’altro la reputazione e l’onorabilità distrutte dalle accuse di pentiti destituite di ogni fondamento, come riconobbero i giudici di appello. Il sindaco di Torino Piero Fassino gli dedicò un ricordo nella toponomastica torinese che non può essere dimenticato. Il nome di Tortora avrebbe meritato di più, ma è importante che Torino lo ricordi come un cittadino esemplare dell’Italia civile.

Torino non ha perso le Olimpiadi. Ha perso il racconto

IL COMMENTO

A Torino le occasioni non fanno rumore quando passano. Scivolano tra i portici, si infilano nei discorsi al bar, restano sospese come la nebbia sulle montagne che conosciamo bene. Poi, anni dopo, qualcuno dice: “Ce la siamo fatta scappare”. E diventa verità.
La storia delle Olimpiadi invernali 2026 è finita così, nel grande archivio cittadino delle cose “mancate”. Ma a guardarla senza slogan, la vicenda è meno semplice di come viene raccontata. Un dossier è stato presentato. Non un’idea vaga, ma una candidatura costruita sull’eredità dei Giochi olimpici invernali di Torino 2006, sull’utilizzo degli impianti esistenti, sull’idea — molto torinese — di fare le cose con misura.
Poi lo scenario è cambiato. Dalla candidatura autonoma si è passati a un progetto più ampio, condiviso con altre città, in cui a Torino sarebbero rimaste alcune gare ma non la cabina di regia. E lì si è aperto il bivio: meglio esserci a metà o restare coerenti con l’impostazione iniziale?
La scelta politica è stata quella di non accodarsi a un modello ritenuto distante dall’idea originaria. Scelta discutibile, certo. Ma non un vuoto, non una fuga. Una decisione.
Il problema è che questa sfumatura non è mai arrivata davvero ai torinesi. È rimasto il titolo facile: “Torino dice no”. Non è passato il ragionamento sulle condizioni, sui costi, sul ruolo che la città avrebbe avuto davvero. E quando il racconto lo scrivono gli altri, diventa marchio.
Se oggi si parla ancora di Olimpiadi “mancate”, è anche perché non si è saputo spiegare fino in fondo cosa stava succedendo. Un errore di comunicazione, al solito.
Torino non ha perso un’Olimpiade. Ha perso la possibilità di far capire che non tutte le rinunce sono sconfitte — ma senza parole chiare, anche una scelta finisce per sembrare una resa.
Chiara Vannini

“Per la tutela delle lingue regionali d’Italia”

Caro direttore,

in occasione della Giornata ONU contro le discriminazioni (1 marzo), il CLIRD lancia un appello per la tutela delle lingue regionali d’Italia.

L’Italia è uno dei Paesi più ricchi d’Europa dal punto di vista linguistico, ma anche uno di quelli che hanno visto diminuire più rapidamente la vitalità delle proprie lingue regionali.

Oggi, emiliano, ligure, lombardo, napoletano, piemontese, romagnolo, siciliano e veneto rischiano di scomparire nel giro di poche generazioni se non verranno prese misure adeguate.

A denunciarlo è il Coordinamento Lingue Regionali e Diritti Linguistici (CLIRD), nato il 21 febbraio – Giornata della Lingua Madre – e attivo per contrastare la discriminazione linguistica, una forma di intolleranza spesso ignorata ma dalle radici profonde.

Per decenni – spiega il CLIRD – parlare la propria lingua regionale significava essere rimproverati o puniti a scuola. Quelle ferite, tramandate di generazione in generazione, hanno influito non poco sulla trasmissione naturale delle lingue.”

Il Coordinamento richiama l’Italia ai propri impegni internazionali: la lingua è un diritto di individui e comunità riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE. Tuttavia, le otto lingue rappresentate dal CLIRD restano inspiegabilmente escluse dalle tutele previste dalla legge 482/1999 (che riconosce invece come lingue il Sardo e il Friulano).

Per questo, il CLIRD chiede azioni concrete: riconoscimento giuridico, programmi scolastici, sostegno alla ricerca e alla produzione culturale, presenza nei media.

“L’Italia nasce, fin dall’ Unità nel 1860, come Paese plurilingue: riconoscere e valorizzare la diversità linguistica non divide, ma arricchisce”. Mentre, al contrario, “ignorare, marginalizzare e definire “dialetti” le lingue regionali storiche d’Italia riconosciute a livello internazionale é discriminatorio dal punto di vista culturale quanto errato dal punto di vista linguistico” afferma il Coordinamento.

Giuseppe Sanero, presidente dell’Associassion Cultural Piemontèisa “Arcancel”
email:  info@piemonteis.eu

Filippone (Cisl): “Su Torino area di crisi complessa serve cambio di passo”

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Il segretario generale Cisl Torino-Canavese, in audizione al Senato, lamenta lo scarso coinvolgimento del sindacato nella gestione di questo strumento e ne chiede l’ampliamento

“Uno dei punti che non possiamo accettare è la scarsa partecipazione delle organizzazioni sindacali nei processi decisionali legati all’Area di Crisi Complessa di Torino. Le lavoratrici e i lavoratori non possono essere tenuti all’oscuro, come è successo in questi anni da quando Torino è stata riconosciuta Area di crisi complessa, sulle scelte che riguardano il loro futuro. Non è accettabile che i criteri di assegnazione dei fondi e lo stato di avanzamento dei progetti vengano gestiti senza un coinvolgimento pieno e strutturato del sindacato. In questi anni è mancata non solo una regia, ma soprattutto l’informazione e la comunicazione”. Lo ha dichiarato il segretario generale della Cisl Torino-Canavese, Giuseppe Filippone, nel corso dell’audizione di oggi pomeriggio davanti alla Nona Commissione Senato su “Torino area di Crisi complessa”.

“È fondamentale ampliare l’Area di Crisi Complessa ad altri comuni della provincia torinese che ne facciano motivata richiesta (oggi sono 112 su 312 complessivi), coinvolgendo anche altri settori in crisi come la componentistica non metalmeccanica e il settore delle Telecomunicazioni, a partire dai call center, – ha aggiunto Filippone – e coinvolgere pienamente le organizzazioni sindacali negli iter decisionali, nei criteri di assegnazione dei fondi e nel monitoraggio dei progetti. Inoltre, sarebbe importante l’istituzione di un tavolo territoriale permanente, presieduto dal Comune di Torino, con tutti i soggetti sociali ed economici, per costruire insieme la visione di sviluppo del territorio. Dobbiamo accompagnare la transizione, non subirla. E questo significa che la manifattura deve rimanere il pilastro attorno al quale costruire la diversificazione”.

Il ritratto di Berlinguer in una mostra suggestiva

Caro direttore,

al Museo Fico di Torino ho visitato <i luoghi e le parole di Enrico Berlinguer >: una interessate e importante mostra dedicata al  leader del PCI. Foto, manifesti, interviste che rappresentano la storia politica del nostro Paese  e che evidenziano il passaggio dalla idea del comunismo stalinista al sistema democratico occidentale (l’ombrello della Nato mi tranquillizza, di più ….accidenti !) . Idee di progresso e eguaglianza , via le guerre , questioni sociali , battaglie vinte e pure perse ,  ma  che Personaggio!  Da rimpiangere per la sua compostezza nella determinazione seria di vedere una Italia migliore.  Se posso , un rimprovero di aver atteso troppo ( dall’Ungheria 1956 ) allo < strappo > con  gli stalinisti:  una faticosa e lenta, lentissima strada verso la vera democrazia.
Che oggi dobbiamo tenere  ben stretta!
Luciano Cantaluppi 

Scandurra: “Banca di Asti, perché è importante l’autonomia territoriale”

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Pubblichiamo la riflessione di Maurizio Scandurra de ‘La Zanzara’ di ‘Radio24’. Il giornalista e opinionista si è candidato al Cda dell’Istituto inviando nei termini il proprio cv alla Società ‘Spencer Stuart’ incaricata delle selezioni.

Nel grande calderone magmatico e incandescente delle notizie che ruotano attorno a Banca di Asti, ho deciso di tuffarmici anch’io. Candidandomi spontaneamente com’è nel mio stile, effervescente (pur non essendo chi scrive un’aspirina, mi si consenta), al Cda dell’Istituto mediante invio di curriculum vitae – in data venerdì 20 febbraio 2026, e quindi nei termini – ai “cacciatori di teste” della Società ‘Spencer Stuart’: la cosiddetta “Megaditta” made in Usa di Chicago (città che di certo non brilla sotto il profilo onomatopeico) ingaggiata allo scopo. Che, ne sono certo, sicuramente si sarà divertita un mondo a scorrerlo, foto pittoresca inclusa.

Il motivo è semplice. Leggendo i profili di alcuni fra i componenti l’omonima Fondazione, ho notato l’assenza specifica di una competenza bancario-economico-finanziaria precisa. E allora mi sono detto: “Benissimo, sai che c’è? Ora ci provo anch’io!”.

Una boutade alla Fantozzi? Potrebbe essere, ma il buon Paolo Villaggio insegna come sovente, in Italia, nei ruoli-chiave vi siano le persone più impensabili e improbabili. E, altrettanto spesso, anche meno titolate possibili. Un problema atavico, e a quanto pare difficilmente risolvibile, del nostro povero e mesto stivale alle prese con filiere umane oscure e di difficile decifrazione.

Nel Cuneese l’hanno capito benissimo. Ogni microarea ha la propria Cassa di Risparmio (anche un paesino da soli 700 abitanti), e il massimo che è successo è che ciascuna di esse, quali banche di credito cooperativo, finisse nell’orbita dei Gruppi ‘Cassa Centrale’ o ‘Iccrea Banca’, a seconda dei casi.

C’è invece anche chi coraggiosamente, come la ‘CR Fossano’, continua fieramente, e con numeri confortanti, a mantenere la propria indipendenza. Quel valore unico e inestimabile che, ancora oggi, fa la differenza anche in ‘Banca di Asti’.

Asset fondamentale che l’attuale Governance intende difendere per seguitare a vincere. E i cittadini-correntisti-dipendenti, interpellati in proposito da diversi sondaggi pubblici usciti sui media, vorrebbero altrettanto mantenere, consapevoli della sua strategica importanza. Incoraggiati fattualmente da risultati sempre crescenti che confermano – e comprovano – la linea di successo dell’AD e DG Carlo Demartini, uscito indenne con piena assoluzione da ogni falsa accusa giudiziaria, per cui ampiamente e chiaramente parlano dati e obiettivi centrati.

‘Banca di Asti’ va benissimo. Cresce. E’ tra le più solide in Italia. Ha un rapporto capillare con il territorio in cui opera. E’ fatta di persone gentili. Ha saputo distinguersi anche a livello nazionale per indicatori economici e patrimoniali costantemente migliorativi, elemento oggettivo. Il risultato di un trend positivo frutto di anni di ottimo lavoro in capo a un Cda capace e motivato alla guida della realtà creditizia tra i cui azionisti pure rientrano ‘Fondazione CRT’, ‘Cassa di Risparmio di Biella’, ‘Cassa di Risparmio di Vercelli’ e ‘Banco BPM’.

E, alcuni saggi riferiscono in queste ore, le suddette fondazioni sarebbero concretamente tutte (tranne, parrebbe, l’omonima astigiana, e solo lei sa perché…) per la riconferma della fiducia all’attuale Board, e al mantenimento della compagine proprietaria così com’è.

A nulla servono, infatti nei fatti, convegni strombazzanti in cui si cercano di delineare prospettive esoteriche e costrutti architettonici ectoplasmici alla ‘Ghostbusters’ volti a sostenere vantaggi mirabolanti derivanti da una possibile cessione: di certo non per Asti. “Cose ridicole”, per dirla con Vincenzo De Luca, mitologico ex governatore campano, uno che come me non le manda a dire. Chi è qui, dunque, il cosiddetto “capraio afghano” (semper De Luca docet) che non vuol sentire?

Il Team Demartini ha consegnato al proprio maggiore azionista un giocattolo sicuro e a prova di scemo. Perfetto e funzionale. E, invece di ottenerne plauso, rischia il benservito. Per giunta, senza motivo.

Sapete che c’è? Squadra che vince non si cambia. Banca che rende non si vende. Credo che qualunque persona avveduta, estranea all’uso di droghe o ai vapori dell’alcool, vorrebbe tenersi ben stretto un Istituto di credito così.

Venderlo? Cui prodest? Forse a chi che spera di intascare una maxi-intermediazione? Che comportazione è questa, esclamerebbe Zalone! Chi ha interesse a mettere a repentaglio carriere e stipendi  che rischierebbero di subire la classica scure della spending review che segue alle solite, scellerate fusioni tra banche? Spero vivamente nessuno di assennato.

Ma, chiunque eventualmente sia, si faccia furbo. Vada al bar a tirar di scopa. Oppure in qualche circoletto per anziani a giocare a carte per diletto (fa persin rima).

Ma giù le mani da quelle, ottime e promettenti, dei bilanci con cui ‘Banca di Asti’ continua a sostenere in campo – e alla grande – la partita del presente e del futuro per il bene della collettività locale. E’ una questione di identità. Di eccellenza piemontese. E, soprattutto, di onestà. Fine delle trasmissioni.

MAURIZIO SCANDURRA

La monarchia dopo lo scandalo del principe Andrea

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Lo scandalo e l’arresto del principe Andrea, fratello del re d’Inghilterra, stanno scuotendo la monarchia inglese. I repubblicani inglesi hanno colto la palla al balzo per riproporre la questione istituzionale. Non darò giudizi storici sulla monarchia inglese, anche se è difficile valutarla negativamente perché ben radicata nella storia inglese. La monarchia del Regno Unito non si è mai macchiata di colpe come quella italiana, che ha ceduto al fascismo, tradendo lo Statuto e conducendo a una guerra devastante. I re e le regine inglesi hanno saputo stare al loro posto. Alcuni componenti della famiglia reale non sono stati esemplari e sicuramente molti appannaggi appaiono ingiusti e anacronistici.

Lo storico Mario Viana scrisse un libro dal titolo che poteva sembrare paradossale: La monarchia (italiana) costava meno. Allora le affermazioni di Viana sembravano veritiere, ma oggi è impossibile fare confronti perché la monarchia è finita nel 1946. Il costo del regime monarchico è uno dei temi più frequenti della propaganda repubblicana e, in effetti, le corti con i loro dignitari e cortigiani appaiono fuori dalla realtà moderna: un privilegio non giustificabile. Ma non sempre sono trasparenti i costi reali delle istituzioni. La virtus repubblicana ha un fascino di sobrietà, a partire dalla repubblica ateniese e romana, che può superare quello monarchico fondato sulla tradizione. La repubblica appare il sistema più vicino alle istanze popolari, ma nessuna posizione va assolutizzata perché il giudizio definitivo è legato solo alla dura lezione dei fatti.

La monarchia dovrebbe offrire una certa imparzialità che la repubblica non può garantire, ma il discorso va verificato caso per caso, a diretto contatto con la storia politica di un popolo. Lo scandalo della monarchia inglese è grave perché gli “arcana imperii” sono stati cancellati da una situazione che la società mediatica non consente più di nascondere. E questo vale per tutti i regimi democratici, perché quelli autoritari o totalitari sono ancora in grado di occultare la realtà. Ad esempio, della vita privata di Putin e dei suoi familiari non sappiamo nulla. Certo, il fatto che gli scandali vengano a galla può anche essere di per sé un fatto positivo, e non da oggi. Già il Vangelo lo metteva in evidenza. Il discredito che si addensa sulla famiglia reale mette invece in crisi il sistema monarchico, soprattutto perché la pulizia attorno al principe è stata fatta in ritardo e non dalla famiglia reale, che ne esce fortemente indebolita.

Ad ottant’anni dalla fine della monarchia italiana dobbiamo ricordare l’alto profilo morale del re Umberto II, che partì per l’esilio per evitare una possibile guerra civile. Quel re diceva che la monarchia non poteva accontentarsi del 51 per cento dei consensi: una riflessione che può valere anche per la monarchia inglese. La figura di Umberto e la sua dignità vengono oggi compromesse dalla leggerezza un po’ guascona di chi si vanta, in modo disinvolto e strafottente, di essere venuto più volte in Italia a pranzare quando il nonno era destinato a morire in esilio. A Ginevra, nell’anniversario della sua morte, una casa d’aste batterà molte onorificenze appartenute all’ultimo re. Non c’è ovviamente nessuno scandalo, ma la notizia appare piuttosto squallida e sta suscitando forti critiche. C’è da sperare che sia una notizia infondata o distorta. Attorno agli ultimi Savoia lo scandalismo è stato spesso di casa e ha avuto effetti devastanti, a volte in modo ingiusto o esagerato.

Cristiani e musulmani, Fratelli in dialogo. Un libro del Centro Peirone

Un inizio difficile, complicato, sempre in salita. Così è stato per molti musulmani l’arrivo a Torino e in tante altre città italiane. E per tanti immigrati lo è ancora adesso per ragioni culturali, sociali e anche economiche. Una nuova vita in un Paese totalmente diverso, la difficoltà per la lingua, la lontananza dalla famiglia e dalle proprie tradizioni, la ricerca di un lavoro che non si trova o un’occupazione assai precaria, un alloggio di fortuna, sono tutti problemi che hanno segnato fin da subito il soggiorno dei nuovi immigrati in Italia. Le prime ondate di musulmani sono sbarcate a Torino dal Marocco tra gli anni Ottanta e Novanta e ne sono seguite altre dall’Egitto e dall’Africa a sud del Sahara. La maggior parte è arrivata senza famiglia ed è stata costretta a cercare un tetto e un rifugio dove mangiare. Molti hanno trovato un impiego nell’edilizia, nei servizi o nell’industria in una città in gran parte legata alla Fiat.
Si sono installati attorno ad alcuni quartieri cittadini come San Salvario, Porta Nuova e Porta Palazzo, aprendo i primi negozi, macellerie di carne “halal” (carne macellata secondo i rituali islamici) panetterie e caffè, ristoranti e mercati di prodotti africani. Sono state aperte le prime improvvisate “sale di preghiera” ricavate in garage e scantinati e guidate da imam “fai da te”, spesso in aperta lotta tra loro per parlare a nome dell’intera comunità musulmana torinese. Sono scoppiati i primi scontri tra gruppi etnici rivali per il controllo della droga e sono affiorate le prime tensioni con i torinesi in gran parte ostili agli immigrati. Con le nuove generazioni qualcosa è cambiato, i figli degli immigrati, nati o cresciuti a Torino, vivono ora una realtà diversa, parlano italiano, frequentano scuole torinesi e si sentono sia italiani sia legati alle proprie origini. Sono nate associazioni culturali, centri islamici, commercianti e imprenditori musulmani. Parallelamente è cresciuto il dialogo interreligioso, anche grazie alla collaborazione con la diocesi e le istituzioni locali. Le migrazioni hanno cambiato il volto delle società europee rendendole sempre più multietniche e multireligiose. In questo nuovo contesto nel 1995 è nato il Centro Federico Peirone per il dialogo cristiano-islamico della Diocesi di Torino diretto da Augusto “Tino” Negri, islamologo, tra i più autorevoli studiosi italiani dell’Islam e sacerdote torinese. Il Centro Peirone, che organizza corsi di lingua araba, conferenze, convegni e pubblica la rivista bimestrale “Il Dialogo-al hiwar”, ha festeggiato il suo trentesimo compleanno. Il corposo libro “Cristiani e musulmani, fratelli in dialogo”, di Augusto Tino Negri, Effatà editrice, appena pubblicato, racconta 30 anni di storia, incontri, difficoltà e speranze, tra formazione, ricerca e rapporti con la comunità musulmana.
Un’esperienza radicata nella realtà italiana ma con lo sguardo rivolto anche alle chiese del Maghreb e del Medio Oriente dove il dialogo è spesso l’unica forma possibile di testimonianza cristiana. Ma, osserva Tino Negri, “ancora oggi la grande maggioranza dei musulmani non mai sentito parlare di dialogo cristiano-islamico e non esiste un magistero islamico che inviti i musulmani al dialogo interreligioso, eccezione fatta per rare situazioni. Il dialogo ha i suoi tempi, sottolinea l’autore del libro, è un progetto a lungo termine e una sfida che richiede preparazione. Dialoga solo chi conosce la propria fede e ha una buona conoscenza dell’interlocutore, dal punto di vista della religione, della storia e delle culture in cui si esprime”. Il cammino interreligioso con i musulmani è ostico e complesso ma con Papa Francesco e il grande imam di al-Azhar, Ahmad al Tayyeb, si è intravisto un barlume di speranza sulla via del dialogo. Con il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, noto anche come Dichiarazione di Abu Dhabi, firmato il 4 febbraio 2019 dalle due autorità religiose, Papa Francesco e al Tayyeb hanno posto una nuova pietra miliare sulla via del dialogo, quella dell’etica. “Dopo 1400 anni, per la prima volta la massima autorità della chiesa cattolica e una prestigiosa autorità musulmana sunnita hanno chiamato insieme cristiani e musulmani a collaborare su valori condivisi come fratellanza, giustizia, libertà di coscienza e di religione, non violenza e pace”.                     Filippo Re