OPINIONI- Pagina 2

Comitato Alberi di corso Belgio: “Più cura per il verde”

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 L’opinione

“TRESSO SI DISSOCIA DA TRESSO (MA È SEMPRE LO STESSO)”

Caro direttore,

a fine Ottocento i sudditi torinesi di re Umberto I furono coinvolti in un lungo dibattito pubblico sulla trasformazione di via Roma, culminato nel 1907 in un referendum sulla «Gazzetta del Popolo», che fu vinto dai favorevoli all’ampliamento della strada. Quasi a irridere i Torinesi che vivono nell’epoca della “democrazia” e della “partecipazione”, questo fatto storico veniva rammentato l’anno scorso sui pannelli “Torino cambia” del cantiere della “riqualificazione” di via Roma, decisa in solitaria dalla Giunta Lo Russo.

Ora, a lavori quasi ultimati, è emerso che molti torinesi avrebbero voluto che i 12 milioni di euro di fondi Metro Plus producessero una via Roma diversa: in particolare dotata di vegetazione, anche per adeguarla al cambiamento climatico.  

«La Soprintendenza non autorizza la posa di elementi che ostacolino e oscurino la visuale prospettica immaginata negli anni ’30» spiega l’assessora Chiara Foglietta, proponente del progetto, a «La Stampa» del 6 agosto. Tre giorni dopo, l’assessore al Verde Pubblico Francesco Tresso si dichiara invece «favorevole a piante basse e ombra» in via Roma. Il Tresso di agosto 2026 si dissocia quindi dal Tresso che a luglio 2024, insieme agli altri membri della Giunta, aveva approvato il progetto senza verde tranne le fioriere.

Ma non ci si illuda che tra le due versioni di Tresso ci sia differenza. Il Tresso edizione 2026 infatti esclude l’inserimento di «alberi in nuda terra», e pensa a «sistemi temporanei di ombreggiamento che consentano di utilizzare le sedute senza cuocersi». Niente di più facile, quindi, che immagini orripilanti alberi in vaso come quelli piazzati nel centro storico di Bologna dal sindaco Matteo Lepore. A crepare di sete in via Roma, dopo gli arbusti nelle fioriere, toccherebbe quindi ad alberelli, e ciò «per dare un segnale chiaro che questa amministrazione crede nel valore della tradizione ma guarda avanti». Per Tresso il verde da mettere e togliere in via Roma «servirebbe a ribadire, proprio nel cuore più centrale di Torino, un concetto oggi sempre più fondamentale: le città hanno bisogno di natura, la natura deve diventare una infrastruttura urbana al pari di una rete elettrica o di una rete viaria.»

 

Come Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio respingiamo totalmente l’assimilazione della Natura a una morta infrastruttura: una visione antropocentrica e totalmente anacronistica, per cui il verde urbano si progetta, si installa, si manutiene (poco e male), si rottama, si sostituisce. No! La Natura vera, anche urbana, è viva, e per conservarsi tale deve essere curata, irrigata, fertilizzata quando serve e poi lasciata a se stessa o quasi. Invece a Torino si potano alberi in tutte le stagioni, spesso malamente, si distruggono boschi urbani spontanei e riserve naturali per progetti edilizi (il cohousing di via Druento, i condomini di via Borgaro angolo *via Verolengo, la conversione del Meisino in area fitness). A “compensazione” delle devastazioni si piantano migliaia di alberelli.

Ora la cialtronaggine di queste operazioni sta emergendo in tutto il suo squallore, perché, a differenza della Natura spontanea che si sostenta da sola, gli alberelli piantati a mo’ di infrastruttura necessitano di una manutenzione che il Comune non è più in grado di assicurare. E infatti i conti non tornano.

 

Nonostante le ondate di calore, il Comune ha atteso fino a luglio per potenziare l’irrigazione di 7.000 giovani piante. Ma giusto un anno fa Torino era tappezzata di manifesti verdi che vantavano la messa a dimora di 31.700 alberi tra il 2022 e il 2025. Altre centinaia sono state aggiunte negli scorsi mesi nel quadro del progetto triennale “Torino cresce nel verde e nella salute” finanziato da Fondazione Compagnia di San Paolo. Com’è allora che le piante giovani che beneficiano dell’irrigazione settimanale sono soltanto 7.000? Parte di quei 31.700 alberi erano forse frutto di fantasia? Certo non è fantasia ma triste realtà la morte di una crescente percentuale dei nuovi alberelli, tra i quali quelli del celebratissimo intervento nel parco del Valentino.  Se ne deduce che, a parte 7.000 fortunati esemplari, molti dei giovani alberi superstiti saranno lasciati al loro destino, insieme alla totalità degli alberi adulti, che sono pure in grande sofferenza a causa della siccità e delle alte temperature, cui si somma la malagestione (potature effettuate nel pieno dell’ondata di calore).

Tresso inoltre sostiene che il Piano Regolatore dovrà disegnare corridoi ecosistemici verdi, fingendo di ignorare che il PRG preliminare già approvato (redatto dall’assessore Mazzoleni, rinviato a giudizio a Milano per la disinvoltura burocratica con la quale fa crescere palazzine nei cortili) non tiene conto nemmeno del Nature Restoration Regulation (UE 2024/1991).

In sostanza, l’amministrazione eletta nel 2021 avrebbe dovuto tener fede al suo impegno di zero consumo di suolo e puntare prioritariamente alla conservazione del patrimonio arboreo, anche nel quadro della mitigazione del cambiamento climaticoOrmai verso la fine del mandato, Tresso afferma spudoratamente «Sulla lotta ai cambiamenti climatici serve una linea più netta»: questo, dopo che ha contrastato in ogni sede i cittadini che chiedono e propongono appunto politiche di mitigazione dell’isola di calore urbana e di conservazione del verde pubblico, e perciò hanno difeso la riserva naturale del Meisino, corso Belgio e la Pellerina contro i progetti dissennati varati proprio da Tresso e dagli altri membri della Giunta in carica.

Giunta che purtroppo è stata assecondata da tutti gli Enti che dovrebbero tutelare l’ambiente e il paesaggio. Tra questi, la Soprintendenza, che non sembra amare gli alberi, e non solo in via Roma dove non ci sono mai stati: non si è opposta al progetto del parco dello Sport che ha sfigurato il Meisino né al progettato abbattimento del viale di corso Belgio (ancorché da considerare bene culturale ai sensi del combinato disposto dell’art. 10 co. 1 lettera a, co. 4 lettera g e co. 5 e dell’art. 12 co. 1 del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, ovvero D.lgs. 42/2004).

Per tutto questo, ci preoccupa molto che il Piano Urbano della Natura che l’Unione Europea chiede di adottare entro il 2030 a tutte le città sopra i 20.000 abitanti sia redatto dall’assessore Tresso e dai funzionari comunali, che sistematicamente rigettano la partecipazione democratica della cittadinanza. Temiamo che nelle loro mani anche questo ennesimo Piano comunale sarà un mero esercizio di greenwashing, la cui applicazione servirà solo a distribuire fondi e far girare le ruspe di soggetti privati.

Torino, 11 agosto 2026

Comitato Salviamo gli Alberi di corso Belgio

I gravi errori e i ritardi del PD sul settore auto che hanno pesato sull’economia torinese

L’OPINIONE di Mino Giachino

Anche se tardivamente, un importante ex dirigente della FIM CISL, che onestamente dichiara di aver sempre votato a sinistra, come Claudio Chiarle, su Lo Spiffero chiede oggi al PD di rivedere tutta la sua politica sul settore auto che, vorrei ricordare, rappresenta tuttora la più importante filiera industriale del nostro Paese.

Alla faccia di tutti coloro i quali, che non conoscendo la grande importanza del settore sull’economia e sulla società italiana ed europea, si lanciavano a dire che il settore auto era finito, Chiarle, anche se molto tardivamente, spiega molto, ma molto bene e dettagliatamente al PD e a tutta la sua classe dirigente l’importanza del settore auto italiano ed europeo e spiega come il settore possa avere un futuro.

Ovviamente, se queste cose fossero state dette quando in Europa il PD, la Schlein, Lo Russo avevano sostenuto quella sciagurata delibera, sarebbe stato molto meglio: avremmo evitato grandi perdite di produzione e difficoltà alle aziende dell’indotto.

Se questa fosse stata la linea del sindacato e dei partiti più importanti allora, gli stanziamenti per gli incentivi, su cui mi sono battuto in modo determinante con l’aiuto determinante dell’on. Molinari, potevano essere gestiti diversamente.

L’articolo di Chiarle, molto interessante e chiaro, ci dice come il PD sia stato sordo e non abbia voluto capire le critiche che muovevamo noi alla delibera europea. Tutte cose che sono costate care al settore auto italiano ed europeo.

Dire che ciò che con Paolo Damilano avevamo sostenuto nel maggio 2022, nella stessa Sala del Collegio Artigianelli, dove si è riunito la scorsa settimana il PD, e cioè che la neutralità tecnologica non è di destra, con quattro anni di ritardo, la dice lunga sui ritardi del PD nel capire i problemi dell’auto, fondamentali per l’economia italiana ma vitali per l’economia torinese.

Questi ritardi non possono non essere sanzionati dalla società torinese, perché il calo del settore auto a Torino e in Piemonte ha avuto conseguenze pesanti sul commercio, sulle periferie e nella vita di ogni giorno, proprio delle classi più deboli.

Ecco perché Torino, nelle previsioni del CER per il 2026, avrà un tasso di crescita solo dello 0,7%, mentre Bologna crescerà dell’1,1%.

Se ci fosse la disponibilità ad ascoltare cosa dicono gli altri e se a sinistra avessero capito bene la frase di Giuseppe Berta, che definiva il settore auto come la “fabbrica delle fabbriche”, avrebbe dovuto far capire la gravità delle conseguenze di una battaglia ideologica sbagliata, come sono sbagliate tutte le battaglie dei pasdaran.

Torino non può riconsegnarsi a chi ha fatto un errore così grave sul suo settore economico più importante.

Se a ciò aggiungiamo le incertezze del PD sulla TAV, c’è da essere molto delusi con chi, nel mondo sindacale e cattolico, ha supportato e pensa di supportare ancora la sinistra torinese.

Mino Giachino
Responsabile UDC Torino

L’economia torinese continua a crescere meno rispetto alle altre città

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Giachino: “Se non arrivava la 500 ibrida, dove saremmo?

Caro Direttore,

a contar musse, prima o poi si sbatte il naso. Ieri il documento economico nazionale della Confesercenti-CER ha fatto il punto sulla crescita dell’economia nelle nostre città e nelle nostre Regioni e tutti gli ottimismi che sono stati lanciati in questi anni nelle tante Assemblee delle varie categorie, dell’Ires, sono caduti. Ci si è anche inventati il PILnow per conoscere prima come è la situazione. Tutto inutile.

Era chiaro che ciò che stavamo perdendo nel settore auto non poteva essere sostituito dal turismo e dal loisir, come ripeto da quasi vent’anni. Se si fa la somma, il totale, come diceva il Principe De Curtis, fa piazza pulita di tutti gli ottimismi sparsi per non disturbare il manovratore, cioè il nostro Sindaco.

Oggi è in ferie in Turchia, ma dal suo computer legge i giornali, come sto facendo io dalle 4, vicino alla finestra aperta della mansarda di via Cernaia dove abito, e vedrà che Torino cresce solo dello 0,7%, mentre Bologna dell’1,1%, cioè il 50% in più. L’Italia dello 0,9%, il Piemonte dello 0,8%, Milano dell’1,1%. È ovvio che la bassa crescita di Torino frena il Piemonte, come ha detto due anni fa Banca d’Italia.

Cosa ci dicono questi dati? Che se Torino cresceva di più, il Piemonte avrebbe avuto una crescita almeno come la media nazionale, anche se sotto l’Emilia e il Lazio.

Il dato ci dice che, se a Mirafiori non arrivava la 500 ibrida, il modello nuovo che il Governo ha chiesto testardamente per un anno a Tavares e a Elkann, la crescita economica della città che ha trainato il boom economico sarebbe stata bassissima.

E non è che possiamo sperare che la nuova Biblioteca di Torino Esposizioni cambi le cose. Le cose le avrebbero potute cambiare nuovi centri fieristici e congressuali o l’arrivo della BYD, se qualcuno gli avesse venduto lo stabilimento di Grugliasco.

Il dato di Confesercenti dice ufficialmente che anche questa Amministrazione comunale non è riuscita a rilanciare economia e lavoro a Torino, che Torino è più povera di prima e che la metà della città che stava male ai tempi della coraggiosa denuncia dell’Arcivescovo Nosiglia oggi sta peggio.

Con questi brutti risultati vorrei capire con che faccia tanta gente, gente bene, che si inventa tante sigle solo per garantire il secondo mandato a Lo Russo, giustificherà la sua scelta. Illustri professori, rappresentanti di una società civile che non hanno mai messo la faccia per difendere l’industria o la Tav, esponenti del mondo cattolico che non sentono sulla coscienza i risultati sociali molto negativi di trent’anni di amministrazioni di sinistra.

Per rilanciare le periferie abbandonate non basta acquistare centinaia di scope per un sabato di lavoro che si conclude con la foto col Sindaco. A Torino c’è bisogno di lavoro, c’è bisogno di tanta innovazione nel sistema produttivo, c’è bisogno di nuovi investimenti da parte dei privati, come chiedeva, inascoltato, a San Giovanni del 2025 il nostro giovane Cardinale Repole.

Le Banche e le Fondazioni bancarie debbono fare molto di più e soprattutto meglio per il territorio. Meno interviste, meno convegni e più investimenti produttivi.

La situazione non è bella perché questo dato negativo giunge al termine degli investimenti del PNRR che evidentemente non hanno dato gli stessi risultati positivi del Piano Marshall. Ma allora Torino aveva amministrazioni coi fiocchi.

Sono stato il primo, nel 2008, a denunciare la bassa crescita dell’economia torinese. Mi ricordo gli insulti che ricevetti dal Bresso quando lessi i dati ISTAT al Salone del TOSM, presenti due persone di qualità come Carbonato e Ocleppo.

Nel 2013 ho lanciato l’idea di portare a Torino l’Autorità dei Trasporti e i conseguenti posti di lavoro. Nel 2018 ho lanciato, con la collaborazione delle madamin, l’organizzazione della Grande Manifestazione di piazza Castello che ha salvato la TAV.

Ora sto lavorando a una nuova Manifestazione per la TAV per dire basta alle violenze assurde dei No Tav, condannate con forza anche dal Presidente Mattarella.

Ma la gente che è andata a votare in questi anni ha preferito la sinistra. Ecco i risultati. Se vinceva Damilano, oggi Torino starebbe meglio, perché la sintonia col Governo e la sua esperienza manageriale avrebbe giovato a Torino.

Con questi risultati economici negativi, tra qualche giorno si inaugurerà la nuova via Roma, scoprendo in ritardo che negli anni scorsi Parigi e Barcellona hanno piantato nuovi alberi contro il caldo. Noi arriveremo dopo, con due-tre anni di ritardo.

Tutte le cose fatte e strombazzate in questi anni magari sono state utili a prendere voti alle elezioni, ma dal punto di vista economico non sono bastate.

Torino ha bisogno di fare di più. Dovremmo fare una manifestazione a Bruxelles per cambiare la politica dell’auto, perché il settore non è morto. L’anno scorso sono state prodotte più di 100 milioni di auto. Bruxelles deve difendere la tecnologia che ci ha reso grandi, che usi nuovi combustibili.

Nelle nostre Università ci vuole più innovazione. L’Istituto Italiano di Tecnologia, nato da una Finanziaria del Governo Berlusconi, può essere replicato a Torino.

Bisogna pensare alle decine di migliaia di anziani che vivono da soli. Bisogna completare la linea 1 della Metro e dare il via alla linea 2. Occorre un tavolo per rilanciare il nostro aeroporto. Accelerare i lavori della Tav per rimettere la nostra città al centro dell’Europa.

Ecco perché, tra pochi mesi, bisogna assolutamente cambiare amministrazione comunale.

Mino GIACHINO
Responsabile UDC Torino

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: Enzo Tortora e il garantismo liberale – Bologna e la matrice fascista – La piazza di Lauro – Lettere

Enzo Tortora e il garantismo liberale

È un atto di civiltà aver votato la giornata per le vittime degli errori giudiziari dedicata a Enzo Tortora. Non amo in modo particolare le giornate che sono oggi più di trenta, a partire da quella dedicata ai nonni, dove si mescola il familismo buonista al ricordo delle foibe del 10 febbraio.

Enzo Tortora con Giovanni Negri

Enzo Tortora è diventato un simbolo delle vittime della malagiustizia, un uomo che seppe affrontare con dignità e coraggio i processi e non si sottrasse ad essi. Appare incredibile l’astensione di Pd, Avs, 5 Stelle. Cosa significa astenersi? Il voto passerà in Senato e bisogna augurarsi che nel nome di Tortora si passi all’unanimità, anche se i 5 Stelle e non solo loro non conoscono cosa sia il garantismo liberale.

Ha ragione la figlia di Tortora, Gaia, ad esprimere rammarico per un’astensione incomprensibile.

Bologna e la matrice fascista

A tanti anni dalla strage di Bologna del 1980 e dalle sentenze definitive emesse, è ancora possibile che un presidente del Consiglio parli di quei gravissimi fatti che attentarono alla vita stessa della Repubblica, senza far riferimento alla loro matrice fascista?

Non dovrebbe esserlo, ma la presidente Meloni, diversamente dal presidente della Repubblica e dal presidente del Senato, ritiene possibile parlare genericamente di terrorismo. Non dovrà però lamentarsi se ci sarà chi la accuserà di non aver preso le distanze dal suo passato missino. È una conseguenza inevitabile.

Chi scrive è stato dubbioso sulla matrice politica della strage perché terrorismo rosso e nero nella tragedia italiana degli anni ’70 e ’80 non sono elementi così netti e distinti, anche perché il ruolo nefasto della P2, che fu ben presente nei fatti di terrorismo, servì a creare confusione.

Chi scrive fu dalla parte di Cossiga che negò la matrice fascista, ma dopo la sentenza della Cassazione del 1995 risulta arduo mettere in discussione le responsabilità. I condannati hanno negato le proprie, pur dichiarandosi colpevoli di altri delitti. Questo fatto ha portato a ritenerli innocenti, senza peraltro contribuire a chiarire le cose. Le ultime inchieste negli anni 2000 hanno allargato il numero dei responsabili, definendo anche la connivenza dei servizi segreti dello Stato.

Non ho mai condiviso il settarismo di parte con cui è stata considerata l’intera vicenda, ho sempre condannato la lentezza con cui le indagini sono state condotte, portando a sentenze dopo oltre vent’anni dai fatti.

Ma tutto ciò non può significare confondere le acque, con giudizi che non portano certo ad una verità storica, ma disconoscono la verità giudiziaria. A volte le due verità non coincidono, ma in attesa di una verità storica che si raggiungerà in futuro, non si può ignorare quella emersa nelle sentenze.

 

Diamoci del tu

Mi è tornato in mente qualche giorno fa che Mario Soldati, quando si candidò nel PSI, tollerava assai malvolentieri che i compagni di partito gli dessero del tu.

Era la regola tra socialisti darsi del tu – gli dissi – e anche scambiarsi saluti “fraterni”, malgrado a volte le correnti socialiste si manifestassero in modo assai poco fraterno con gli avversari interni.

Quaglieni e Soldati

Era nulla rispetto a quanto accade oggi, dove benzinai, camerieri e persino titolari di locali che non vorrebbero essere bettole si rivolgono al cliente dandogli del tu.

Posso capire che gli immigrati appena arrivati diano del tu. Non sono scolarizzati e quindi si esprimono in modo primordiale. Ma gente che lavora dovrebbe sapere che ci si rivolge con il tu solo quando esso sia reciproco e venga concesso da chi è più anziano e/o più autorevole.

Io ai colleghi più anziani ho dato del Lei anche quando mi dissero di passare al tu. Solo tra giornalisti ci si dà sempre del tu, come mi disse Montanelli.

In questi ultimi anni si stanno sovvertendo le regole della buona educazione. Ricordo che ci furono dei professori che per demagogia chiesero ai propri allievi di passare al tu. Sembrava una moda sessantottina destinata a passare. Invece è rinata più forte che mai.

Può sembrare un atto di superbia non ricambiare il tu, mi risulta tuttavia impossibile accettare passivamente un trattamento che Soldati non gradiva neppure dai compagni socialisti, Craxi e Pertini esclusi, ovviamente.

 

La piazza di Lauro

Nel 1956 il sindaco di Napoli Achille Lauro fece abbattere – notte tempo –  i lecci secolari della piazza antistante al Municipio, suscitando proteste tra i napoletani. Alda Croce, figlia del filosofo, fu tre le prime ad esprimere dissenso verso un’operazione che privava  il centro di Napoli del poco verde esistente.

foto Wikipedia

Lauro che era stato negli Stati Uniti, voleva americanizzare  Napoli, una follia  che si inquadra nel clima del film “ Le mani sulla città“ che documentò assai bene la speculazione edilizia e il saccheggio subito dalla città. Con il caldo tropicale che ci attanaglia, mi è venuta in mente, sessant’anni dopo, la pessima amministrazione laurina che fu una sciagura per la città.

 

 

 

LETTERE   Scrivere a quaglieni@gmail.com

Difendo Conso

L’on. Bignami sbaglia, dicendo che Scalfaro fece liberare oltre trecento mafiosi a cui il ministro Conso non rinnovò il 41 bis, ma restarono in carcere.

Scalfaro non aveva poteri in materia, ma Conso ebbe la piena responsabilità di tentare di evitare le stragi che venivano ordinate dai capi mafiosi al 41 bis.

Fu un atto discutibile, ma formalmente ineccepibile, animato dalle migliori intenzioni.

Io che non amo Scalfaro, difendo invece Conso, giurista sommo.

Lucia Empoli

Condivido la sua difesa di Giovanni Conso di cui mi onoro di essere stato amico. La sua attività di ministro della Giustizia venne fatta oggetto di attacchi ignobili che vennero ripetuti anche quando morì.

Conso era un vecchio galantuomo piemontese ed era un grande avvocato che sacrificò la professione per porsi al servizio dello Stato. Sarebbe stato un ottimo presidente della Repubblica, mille volte migliore di Scalfaro.

 

Esami di Maturità

I voti più bassi in Piemonte rispetto al Sud creano critiche da parte di molti presidi che vorrebbero voti eccellenti per i propri allievi, il che rappresenterebbe anche un riconoscimento alle scuole e ai loro dirigenti.

Accusare i commissari d’esame di troppo zelo mi sembra sbagliato e ingiusto. Andrebbero anche contate le giornate perse in cortei, in autogestioni e altre forme di protesta e di militanza antifascista e pro Pal.

I nodi vengono al pettine. Scuole troppo politicizzate come il D’Azeglio finiscono di perdere di vista gli obiettivi primari di una scuola.

Giacomo Bologna

I voti più alti al Sud ci sono sempre stati. Non sono una novità. I docenti più seri non regalano i cento e le lodi.

Il dato più eclatante è quasi il cento per cento dei promossi. Ricordo che una sciocca professoressa di un liceo torinese diceva: “Promuoviamoli perché anche se ripetessero non migliorerebbero”.

L’Esame di maturità andrebbe cambiato e dovrebbe essere più selettivo. Un esame di Stato deve essere selettivo o altrimenti è tempo perso.

 

La nuova via Roma con le piante

C’è chi propone le piante in via Roma. Si tratta di una vera corbelleria.

Già l’attuale verde è stato lasciato seccare dall’assessore alla cura della città, un assessorato che brilla per inefficienza e intempestività.

A parte che delle piante in via Roma sono inestetiche, va considerato che sotto via Roma c’è il parcheggio che impedisce di mettere piante con lunghe radici.

Elena Genta

Concordo con lei. Le piante snaturerebbero via Roma, trasformandola nel viale principale del Cimitero monumentale.

“Se si capissero le grandi ricadute della TAV, le cose sarebbero diverse”

Caro Direttore,

per oltre un secolo, a partire dalla metà dell’800, il Piemonte era alla guida del Paese dal punto di vista politico, con Cavour; era alla guida del Paese per le intuizioni economiche. Pensa che il primo traforo del Frejus venne immaginato prima da Medail di Bardonecchia e Des Ambrois di Oulx. Il Piemonte era primo per la capacità di realizzare le infrastrutture, con i tre grandissimi ingegneri Sommeiller, Grandis e Grattoni, che traforarono e terminarono prima del tempo l’opera del secolo.

Capire l’importanza delle cose che si hanno o che si fanno è decisivo per crescere ancora. Ti risulta che a scuola abbiano mai detto che nel 1857 il più piccolo degli Stati europei approvò il progetto dell’opera del secolo? Molti docenti sottovalutano persino l’opera di Cavour, che all’estero ritengono sia stato il più grande statista dell’800.

Un grande sindaco come Emanuele Luserna di Rorà approvò una ZES ante litteram, 160 anni prima di noi, e arrivarono investitori dalla Svizzera e dal Belgio. Imprenditori tessili e tanti altri tentarono il settore dell’auto. Il senatore Agnelli, con l’industria dell’auto, e Valletta successivamente diedero vita alla più grande filiera industriale italiana ed europea.

Nel secondo dopoguerra il Piemonte costruì una rete autostradale più completa di quella lombarda. La tangenziale di Torino a tre corsie fu all’avanguardia in Italia, così come i trafori autostradali del San Bernardo, del Bianco e del Frejus, che aiutarono la nostra presenza nel mercato europeo.

Quando nacque il porto di Savona, il suo nome era porto di Savona-Torino. A Torino nacquero il cinema e la Rai. La SIP, dopo la nazionalizzazione, riuscì a mettere insieme tutte le aziende che operavano nella telefonia e divenne il quarto operatore mondiale, che purtroppo Prodi azzoppò con una privatizzazione sbagliata.

Nel 1975 si spense la luce. Il PCI, con un manifesto «NO ALLE GRANDI OPERE», tra cui la metropolitana e l’autostrada del Frejus, vinse le elezioni comunali. Torino rinunciò ai soldi romani per la metropolitana. Solo Franco Frojo, con il suo sorriso, il suo savoir-faire e con l’aiuto di Calleri e Botta, riuscì a costruire l’autostrada per Bardonecchia. Ruolo importante di Calleri per costruire il traforo autostradale del Frejus.

Quando l’Europa ideò e pensò alla nuova rete dei trasporti green su rotaia, per Delors la TAV era la più importante perché metteva in rete gli altri corridoi Nord-Sud e quindi consentiva la costruzione della nuova rete europea, che proprio a Torino venne denominata la «Metropolitana europea».

Ma la competenza di trasporti di chi, a livello regionale, doveva spiegare le grandi ricadute per la Valle, per Torino e per il Piemonte di quest’opera non era tanta. Eppure la TAV, quando sarà realizzata, rilancerà l’economia della Valle di Susa, scesa molto in questi anni, l’economia di Torino e del Piemonte che da venticinque anni al massimo crescono come la media nazionale: uno schiaffo a chi aveva portato il Piemonte al secondo posto dopo la Lombardia.

La TAV spiegata male è così. In questi anni ha prevalso la campagna contraria all’opera, anche perché tra i No Tav erano in molti quelli pronti a minacciare fisicamente i favorevoli. L’unico posto nel mondo dove gli ambientalisti sono contrari al treno.

Gli alessandrini e i genovesi, inizialmente contrari al corridoio Genova-Rotterdam, oggi sono lì ad aspettare con ansia la fine dei lavori, mentre centinaia di alessandrini e genovesi hanno trovato lavoro nel cantiere. Di più: a Genova stanno costruendo la nuova diga al porto che, consentendo l’arrivo delle mega navi anche nel porto amato da Cavour, farà aumentare i traffici logistici e il lavoro, di cui beneficerà tutto il Nord Italia.

La nostra grande manifestazione SiTav del 10 novembre 2018 riuscì a convincere la maggioranza del Senato a bocciare la mozione No Tav. Quindi l’opera si deve fare nell’interesse nazionale: un’opera finanziata in parte dall’Europa, dalla Francia e dall’Italia. Proprio nel 2019 l’Europa decise di aumentare il suo contributo all’opera.

In questi sette anni, dalla parte italiana si è fatto troppo poco, ma nessuno, salvo il sottoscritto, ha mai protestato. Così oggi abbiamo già avuto un aumento dei costi di 3 miliardi.

Dalla Meloni mi sarei aspettato una parola sulla grande importanza dell’opera, che, ritardando, ritarda le sofferenze di chi è senza lavoro e aspetta di entrare al cantiere a lavorare.

Quando la TAV sarà terminata, passeggeri e merci viaggeranno meglio, si ridurrà l’inquinamento, arriverà più logistica, più turismo e i ricercatori e gli studenti di tutta Europa potranno incontrarsi nelle nostre tante università più facilmente.

Dobbiamo mettere in condizione le nostre università e i nostri Politecnici di attrarre grandi docenti internazionali. Abbiamo bisogno di linfa nuova e di alto livello nelle nostre università, come ha detto l’altro giorno l’ex direttore di Banca d’Italia Salvatore Rossi, se vogliamo rilanciare l’industria piemontese e italiana.

L’Erasmus raddoppierà e il Piemonte sarà più attrattivo per gli investimenti esteri, che si affiancheranno alle nostre importanti eccellenze industriali rimaste.

Possibile che i No Tav della Valle debbano solidarizzare con i violenti di Askatasuna o dei Black Block? Nessun uomo di cultura o trasmissione tv ha sottolineato la gravità del fatto che degli italiani abbiano chiamato i Black Block stranieri a menare le nostre forze dell’ordine.

Ecco perché vogliamo riorganizzare una piazza SiTav senza bandiere, come quella del 2018, cosicché possano venire tutti i cittadini contrari alla decrescita e alla violenza come metodo di azione politica. Ovviamente saranno ben accetti associazioni, sindacati e partiti.

Mino GIACHINO
SiTAV SiLAVORO

“Onorare gli italiani caduti sul lavoro in ogni parte del mondo”

Nicco nel 70° della sciagura mineraria di Marcinelle

“Nel settantesimo anniversario della sciagura mineraria di Marcinelle, in Belgio, dove 262 lavoratori, di cui 136 immigrati italiani, persero la vita, è quanto mai doveroso onorare e ricordare tutti gli italiani caduti sul lavoro in ogni parte del mondo”. Lo dichiara il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco alla vigilia della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, che si celebra l’8 agosto.

“Una Giornata – spiega – in cui rivolgere un pensiero commosso e riconoscente a tutti gli italiani che, nel corso della nostra storia, hanno lasciato la propria terra nella speranza di un lavoro e di un futuro migliore per sé e per le proprie famiglie contribuendo con impegno e fatica allo sviluppo dei Paesi che li hanno accolti in luoghi di lavoro non di rado precari e pericolosi”.

“Il lavoro rappresenta uno strumento di dignità, crescita personale, libertà e progresso – aggiunge – ma per migliaia di famiglie italiane si è rivelato causa di sofferenza, sacrificio e lutto. Ricordarle vuol dire riconoscerne il valore e onorarne il sacrificio”.

“Accanto al ricordo – conclude Nicco – questa Giornata richiama anche istituzioni, imprese organizzazioni sociali e gli stessi lavoratori a una responsabilità concreta per la promozione di una cultura che tuteli la salute e la sicurezza di chi lavora, nella convinzione che non c’è risultato economico, esigenza produttiva o competitività che possa essere posta al di sopra della vita umana”.

Ufficio Stampa CRP

“No alla ‘privatizzazione’ del Parco Dora”

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LETTERA APERTA SUL KAPPA FUTURFESTIVAL

Caro direttore,

il Comitato spontaneo Dora Spina Tre è un gruppo di cittadini nato a Torino nel 2004 per seguire e migliorare la trasformazione urbana dell’area ex industriale lungo la Dora. E’ attivo per ottenere più servizi pubblici e vivibilità nel quartiere di Spina 3 e più verde nel Parco Dora.

Fin dalla prima edizione, il nostro Comitato si è opposto allo svolgimento del Kappa FuturFestival all’interno del Parco Dora, per motivi legati alla tutela dell’ambiente urbano e alla qualità della vita dei residenti. Non chiedendo l’abolizione del festival, che tanto interesse accoglie in una fascia di popolazione, ma il suo spostamento in un’area più idonea e lontana dalle abitazioni; magari in una delle ampie zone industriali dismesse ai margini della Città.

L’IMPATTO DEL CONCERTO SUL QUARTIERE E SUL PARCO DORA

Il Parco, dove da anni si svolge il festival, si trova nel cuore di un quartiere ad altissima densità abitativa. I palazzi residenziali circondano, a poca distanza, l’area occupata del concerto, il cui impatto investe direttamente migliaia di famiglie. Il Kappa FuturFestival comporta ormai la chiusura quasi totale del Parco per molte settimane durante il mese di luglio. Ciò che fa perdere ai cittadini l’uso dell’unica grande area verde della zona. I lunghi tempi di montaggio e smontaggio delle strutture del concerto prolungano il disagio. Il massiccio afflusso di oltre 100.000 persone danneggia i prati e la vegetazione. Le vibrazioni e le strutture pesanti logorano le installazioni del Parco. L’area è in stato di degrado dopo l’evento, se pur doverosamente recuperato dagli organizzatori.

ANCORA RIUNIONI ISTITUZIONALI INCENSANTI IL CONCERTO

Nella riunione delle commissioni Ambiente e Urbanistica della Circoscrizione 5 del 28 luglio (che si può ascoltare sul sito del Comune di Torino) sono stati auditi il dr. Vitale e la dott.sa Bolle, organizzatori del Kappa FuturFestival. Facendo il loro mestiere in modo egregio, hanno raccontato le magnificenze dei risultati del concerto, sciorinando molti dati e suggestioni. Peccato che i rappresentanti istituzionali non siano andati aldilà dalla venerazione degli ospiti e non abbiano fatto il mestiere per cui sono stati eletti, in quanto sono rimaste inevase le indispensabili domande che dovevano essere poste.

Gli organizzatori del Kappa dichiarano che a livello regionale c’è una ricaduta economica (come calcolata?) di 50 milioni di euro. Che il commercio locale (in che perimetro e quali categorie?) ha avuto molti benefici dal festival. Che 125.000 persone erano presenti, compresi gli eventi collaterali (quali e con quante presenze?).

Ma qual è il bilancio economico del festival? Le sue entrate e uscite complessive. Quali sono i rapporti economici tra Movement Entertainment (titolare del marchio FuturFestival) e Robe di Kappa di Basic Net. E le grandi entrate del concerto, con un giro d’affari di milioni di euro, perché procurano paghe da fame, denunciate dal sindacato USB, per le “risorse” (come le chiamano loro) che hanno lavorato al Kappa?

Ma soprattutto, quanto è costato effettivamente il festival alla Città di Torino, ai suoi cittadini / contribuenti? Contabilizzando gli sconti vari sulle concessioni del Parco, l’utilizzo della polizia municipale, il lavoro aggiuntivo di Amiat, Gtt e Iren. Oltre che la presenza di polizia e carabinieri; e di ASL per il pronto soccorso e i servizi per le tossicodipendenze? Su questi aspetti, si è mai fatto un bilancio economico?

Nessun consigliere ha chiesto nella suddetta riunione nulla di tutto ciò, limitandosi a lodi sperticate (sta nascendo un movimento di simpatizzanti istituzionali,“ i Fratelli di Kappa”?). La stessa cosa è purtroppo sempre successa in questi anni in ogni luogo istituzionale, non solo alla Circoscrizione 5 ma anche alla 4 e in Consiglio comunale.

IL KAPPA TRACIMA NEL QUARTIERE

Paradossalmente, solo gli organizzatori del concerto hanno parlato dei disagi per i residenti di Spina 3 per la collocazione nel Parco Dora di un così grande concerto. E della necessità di ridurli ancora. Lo hanno fatto sempre più nella logica (meritoria o indirizzata a uno scopo preciso?) che, sulla base delle riparazioni (dovute, visti i danneggiamenti) che fanno dopo il concerto, e di quant’altro aggiungono per migliorare il Parco, ci si può rivolgersi a loro per segnalare le esigenze del Parco e dei quartieri circostanti. Esigenze dei cittadini che dovrebbero invece essere le Amministrazioni elettive della città ad ascoltare, affrontare e risolvere. Posto che non siamo più nel Medioevo, quando era necessario inchinarsi al Signore del luogo per presentare le proprie suppliche.

Seppur si sia ridotto di molto l’impatto acustico (ma le rilevazioni effettuate dell’ARPA del rumore del concerto non sono diffuse pubblicamente) e anche i tempi dello smontaggio delle strutture (e qualche temporale subito dopo il Kappa ha aiutato la ripresa dei prati calpestati), sia l’imprenditore sia i rappresentanti istituzionali continuano a non tenere conto che un concerto con tale successo di pubblico non può, crescendo sempre più, sfruttare ancora un Parco di dimensioni non estensibili. Lo dimostra già ciò che è successo quest’anno: la zona preclusa ai cittadini si è sostanzialmente estesa in varie forme. Infatti, formalmente, viene concessa solo l’area su cui si collocano gli impianti di vario genere, ma altre zone del Parco sono state recintate con nastro bicolore e di fatto anch’esse interdette all’uso pubblico, con tanto di Vigili e Forze dell’Ordine a presidiarle. In tutto, si può stimare che siano stati recintati circa 200.000 mq del Parco Dora. E i paninari che accorrono occupano, in modo scarsamente controllato, sempre più altre aree.

COME VOLEVASI DIMOSTRARE

Alcune novità sono comparse nella recente suddetta riunione circoscrizionale.

L’organizzatore ha intimato che se il Comune di Torino non concede il Parco Dora per dieci anni, e non anno per anno, non è più in grado di competere con altri concerti similari (“l’assenza di ciò preclude ogni forma di nuovo investimento”). Per ottenere la decennalità dell’insediamento, l’organizzatore, che si propone come referente diretto della popolazione, approfittando della carenza (per non dir di peggio) delle Istituzioni elettive, sembra prefigurare “un movimento”, probabilmente sulla base dei rapporti che sta intessendo sul territorio. Lo fa, pensiamo, per cautelarsi da una progressiva incompatibilità del concerto nel Parco Dora o magari dall’arrivo (improbabile) di Amministrazioni comunali meno condiscendenti.

E’ apparso poi all’orizzonte quello che come Comitato Dora Spina Tre avevamo da anni predetto: sulla base del fatto che si svolgono nel Parco concerti autonomamente organizzati (con relativo disturbo di una parte della popolazione) e che “una grande area soffre per la carenza di finanze pubbliche”, l‘organizzatore del Kappa propone una chiusura del Parco (totale? con quali modalità? solo di notte? chi ne avrebbe le chiavi? gli amici dell’organizzatore?) In subordine, una vigilanza da parte di guardie private, che l’imprenditore si è detto pronto a finanziare (ha già chiesto un preventivo!) solo se tale provvedimento, da lui perorato, sarà votato all’unanimità dalle Istituzioni (sembra di capire che non sarebbero tollerate opinioni dissenzienti, come quelle ivi espresse da due consiglieri circoscrizionali). Quali sarebbero le regole di ingaggio di tale guardie private non è stato specificato: allontanerebbero i rave non autorizzati? o anche chiunque voglia, anche di notte, se lo ritiene, uscire dalle isole cittadine di calore e stare vicino agli alberi, che voglia fare una sgambata, stare con amici senza pagare un biglietto o una consumazione obbligatoria?

SIAMO ARRIVATI AL DUNQUE

L’impegno decennale di assegnazione del Parco Dora richiesto alla Città per il concerto, la chiusura (o la guardiania privata) del Parco, il rapporto dell’organizzatore con le Istituzioni elettive, che paiono quasi tutte “al suo servizio”, sono elementi che, a parere del nostro Comitato, pongono problemi di democrazia, di ruolo e di credibilità delle Istituzioni che non attengono solo al Parco Dora, ma fanno di questo Parco una prova di intervento sopra le righe da parte degli interessi privati, di privatizzazione implicita (nel senso di accessi limitati nel tempo) che potrebbe nel futuro riguardare anche altre aree verdi cittadine. Rivolgiamo quindi un appello a cittadini, associazioni, rappresentanti istituzionali a valutare l’argomento con attenzione.

Perché i parchi devono essere al servizio dei cittadini, restare aperti e utilizzabili 365 giorni all’anno. Sono spazi pubblici dedicati al benessere, alla socialità, al riposo degli abitanti del quartiere, anziché essere usati per scopi commerciali. Offrono aree giochi per i bambini e spazi di riposo per gli anziani, aree gratuite per l’attività fisica quotidiana. Favoriscono le relazioni tra gli abitanti. Sono tra i pochi spazi urbani dove non è obbligatorio consumare o pagare per stare insieme.

Torino, 3 agosto 2026

COMITATO DORA SPINA TRE

www.comitatodoraspina3.it

Val di Susa, SIAP: “Le misure adottate confermano la bontà delle nostre richieste”

“Complimenti al Prefetto, al Questore e a tutti gli operatori impegnati sul territorio”

Il Segretario Generale Provinciale Pietro Di Lorenzo “Esprimiamo vivo apprezzamento per l’efficacia delle misure di prevenzione e di ordine pubblico adottate dal Prefetto e dal Questore di Torino in occasione delle annunciate manifestazioni lo scorso fine settimana in Val di Susa. I provvedimenti assunti confermano la validità delle richieste avanzate dal SIAP già nei giorni scorsi, quando avevamo evidenziato la necessità di adottare strumenti straordinari per garantire la sicurezza del territorio, dei cittadini e, soprattutto, delle donne e degli uomini delle Forze di polizia chiamati ad operare in un contesto caratterizzato da elevati livelli di rischio. Allo stesso modo, desideriamo rivolgere un sentito plauso al Questore di Torino e a tutta la struttura della Questura per la pianificazione dei servizi e l’organizzazione del dispositivo di ordine pubblico, che ha consentito di gestire una situazione estremamente complessa con professionalità, equilibrio ed efficacia. Ancora una volta emerge con chiarezza come una puntuale attività di programmazione, unita ad un’adeguata disponibilità di uomini e mezzi, rappresenti la migliore risposta a chi tenta di trasformare il dissenso in violenza, garantendo al contempo la tutela dell’incolumità degli operatori e il rispetto della legalità. Il nostro ringraziamento più sincero va, infine, a tutte le colleghe e a tutti i colleghi della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e delle altre componenti delle Forze di polizia che, senza sosta, hanno operato ventiquattro ore su ventiquattro in questi giorni, affrontando con grande senso del dovere, professionalità e spirito di sacrificio un servizio particolarmente gravoso. Continueremo a sostenere ogni iniziativa volta a rafforzare gli strumenti di prevenzione e a garantire adeguate condizioni operative agli appartenenti alle Forze di polizia, nella consapevolezza che la sicurezza si costruisce attraverso organizzazione, professionalità e decisioni tempestive.”

Ufficio Stampa Siap Torino

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Da Bologna alla Valle di Susa – I prezzi dinamici – Bocca scrittore – Lettere

Da Bologna alla Valle di Susa

Quanto sta accadendo a Bologna e in Valle di Susa, con manifestazioni violentissime contro la polizia e gravissimi danni al territorio, deve far meditare su un estremismo che non è contestazione e dissenso, ma è diventato terrorismo di piazza. Noi abbiamo conosciuto i terroristi delle Br che uccidevano singole persone; oggi questo estremismo è diventato lotta aperta in piazza allo Stato e una minaccia continua alla convivenza civile. Mi domando come questi manifestanti possano portare con sé oggetti contundenti senza che la Polizia abbia la possibilità di rintracciarli e disarmarli preventivamente. Identificare i responsabili a cose fatte non basta. La Polizia deve sempre rispondere del suo operato ed è giustificata la prudenza, ma oggi non si può accettare che i feriti siano solo da una parte soltanto. Qui è in gioco la convivenza tra cittadini.

Aggiungiamo inoltre che i lavori per la Tav, in ritardo di tanti anni, possono rendere davvero obsoleto il progetto. Anche la Francia si rivela poco interessata al progetto. Le madamine, che vogliono riprendere visibilità cogliendo la palla al balzo nel momento più inopportuno, devono farsi da parte. Gli schieramenti politici non possono più giocare sulle dichiarazioni ambigue e devono assumersi delle precise responsabilità. Lo Stato non può cedere alla violenza di gruppi armati che vanno messi al bando.

L’unico che ha lavorato con coerenza e con coraggio è  stato Mino Giachino che non ha trovato nei partiti l’attenzione che merita. Con coerenza Giachino ha continuato ad indicare una strada che i tentennamenti di Virano non hanno certo giovato a rafforzare.

I prezzi dinamici

Il fatto che da qualche tempo i prezzi degli aerei, delle ferrovie e degli hotel siano variabili, a seconda del periodo in cui si viaggia, appare una forma di liberismo selvaggio inaccettabile che penalizza gravemente gli utenti. I prezzi dei servizi non debbono crescere o diminuire a seconda del periodo. Un treno offre sempre lo stesso servizio a Ferragosto o nel mese di ottobre. Anzi, è probabile che durante i giorni di calca turistica si accumulino ritardi e disservizi. A volte si viaggia in piedi. C’era, per gli hotel, la bassa e l’alta stagione; adesso la dilatazione quasi giornaliera dei prezzi appare una iniquità assurda.

Possibile che il governo accetti una situazione che consente di lucrare maggiori ricavi senza dare nulla al cliente che giustifichi l’aumento?

L’esempio che a fine luglio l’alta velocità ferroviaria sia strozzata a Firenze rivela incapacità gestionali non giustificabili, che provocano ritardi e disservizi da terzo mondo. Così il turismo subisce danni notevoli mai vissuti in passato. Un ministro dei Trasporti come l’attuale ha superato tutti i record. Per non parlare della gestione approssimativa del progetto del ponte di Messina, che è morto prima ancora di nascere. Uno spot pubblicitario che si ritorce contro l’immagine stessa dell’Italia. Governare non significa fare solo propaganda, ma agire con provvedimenti sensati e concreti.

Bocca scrittore

Dopo anni di giusto oblio sta rinascendo il culto di Giorgio Bocca, un giornalista di successo che pretese di diventare scrittore senza avere la cultura necessaria. Se lo confrontiamo con Giampaolo Pansa, abbiamo chiara una differenza abissale che li ha divisi. Bocca era un umorale fazioso che passò dal fascismo antisemita alla Resistenza; Pansa è stato un grandissimo giornalista che ha saputo diventare scrittore, sollevando temi fino ad allora tenuti nascosti, pagando di persona il rifiuto di una vulgata improponibile.

(1986: Giorgio Bocca, Sandro Viola, Bernardo Valli)

Bocca è rimasto un “provinciale” della provincia di Cuneo. Anche umanamente era scostante e presuntuoso, a volte irascibile. Nemico giurato di Berlusconi, aveva lavorato e promosso le sue reti. Non a caso nessuno dei suoi libri viene più ristampato, neppure la biografia di Togliatti, che ha il merito di aver incominciato la smitizzazione del Migliore. Nel 1975 ritenne le Br una favola, anche se fu costretto a ricredersi. Fu persino simpatizzante della nascente Lega Lombarda. Ha prodotto un numero altissimo di libri, nessuno dei quali meritevole di sopravvivere al suo autore.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Il centro bloccato

Non si accontentano di via Roma pedonale, ma per esigenze di quartiere o addirittura di una scuola privata vogliono chiudere via Viotti, via Andrea Doria, via Coazze, via San Francesco da Paola. Ciò significa paralizzare il centro, isolarlo. Un esempio: con via Lagrange e via Carlo Alberto pedonali, con l’aggiunta di via San Francesco da Paola, si è raggiunto il blocco: non ci sono più vie di attraversamento perché anche via Accademia Albertina è vietata alle auto. Bloccare via Viotti ostacola l’ingresso al parcheggio sotterraneo di via Roma. Bloccare via Andrea Doria significa bloccare l’accesso a corso Matteotti. Si rendono conto di cosa stanno facendo?     

Emilia Ruella

Sono d’accordo con lei. È un grosso errore a danno dei torinesi. Cito un solo tema che mi riguarda personalmente: ho un garage in via San Francesco da Paola. Non potrò più usarlo?Problemi concreti rispetto alle utopie velleitarie. Torino ha tanti anziani che hanno difficoltà a camminare. Vogliamo tenerli chiusi in casa? Ma in questa città nessuno fa sentire la sua voce.

Campo largo?

Il Movimento 5 Stelle è da sempre contro la Tav e ha ribadito recentemente la contrarietà all’alta velocità. Come è possibile creare un campo largo con un Pd che si dichiara, sia pure quasi sottovoce, favorevole alla Tav? I Cinque Stelle non hanno condannato le violenze in Valle di Susa perché legati a doppio filo con gli estremisti valsusini. Come potranno governare insieme?

Bianca Ravenna

Pd e 5 Stelle hanno già governato insieme e l’idea di battere la destra al governo appare prioritaria. La Tav è ferma e le elezioni sono vicine. L’ambientalismo rosso-verde è già saldamente alleato con il Pd. Certo, la coerenza è un’altra cosa, ma la politica finisce per giustificare tutto. Almeno su un punto non dovrebbero esserci dubbi: la condanna della violenza. Ma è proprio così?

Vera contro Oriana?

Ho letto della Sua proposta inviata al Sindaco di Torino e volta a riservare un ricordo toponomastico a Oriana Fallaci, la più importante giornalista italiana del ‘900. Sono rimasto choccato dalla controproposta di una consigliera regionale del Pd che ha opposto il nome di Vera Schiavazzi, una giornalista legata alla politica di parte locale, che non mi pare abbia mai scritto nulla di davvero importante. Questo è puro provincialismo. Come si fa ad opporre Oriana a Vera, conosciuta non oltre la cinta daziaria?    Franca Fedeli

Io rispetto tutte le idee e le persone, ma certo la Schiavazzi non può definirsi una gloria del giornalismo, neppure subalpino. È una delle tante firme, neppure tra le migliori. È morta cinquantenne e questo dispiace. Ma il dispiacere per una morte precoce non può cambiare i dati oggettivi di una limitata notorietà professionale.