OPINIONI- Pagina 2

Carcere Torino: “rafforzare il supporto psicologico per detenuti e operatori”

Depositata in Senato una legge di iniziativa popolare

Accogliamo e rilanciamo le parole della garante regionale delle persone detenute del Piemonte, Manica Formaiano, a seguito del caso di suicidio all’interno del carcere “ Lorusso e Cotugno” di Torino sulla necessità urgente di rafforzare i protocolli di monitoraggio delle situazioni di vulnerabilità, con particolare attenzione ai soggetti più fragili all’interno degli istituti penitenziari.

L’ennesimo suicidio avvenuto in carcere rappresenta una sconfitta per lo Stato e richiama con forza l’urgenza di interventi strutturali e non più rinviabili.

“Diritto a stare bene” ha depositato in Senato una legge di iniziativa popolare che propone l’istituzione di un servizio psicologico specifico all’interno del Servizio di Psicologia di territorio.

Il servizio previsto dalla proposta di legge garantisce: assistenza e supporto psicologico alle persone detenute, ai soggetti in esecuzione penale esterna e al personale dell’amministrazione penitenziaria; percorsi di rieducazione, reinserimento sociale e promozione del benessere psicologico, anche a favore degli operatori carcerari; erogazione delle prestazioni psicologiche previste dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e dai Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali (LEPS), a partire dall’accoglienza dei nuovi giunti, lungo tutto il periodo di detenzione, fino alla dimissione e al reinserimento nella società; valutazione e gestione dello stress lavoro-correlato tra il personale penitenziario.

La proposta stabilisce inoltre uno standard minimo di 3 psicologi ogni 100 detenuti, che sale a 6 in caso di sovraffollamento carcerario.

Rafforzare la presenza di figure professionali qualificate e garantire un supporto psicologico continuativo significa intervenire concretamente sulla prevenzione del disagio, sulla tutela della dignità delle persone e sulla sicurezza complessiva del sistema penitenziario. Azioni non più rinviabili.

Diritto a stare bene

Il problema di Torino non è il brand ma il rilancio della sua economia

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L’OPINIONE

“Dopo 33 anni di amministrazioni di sinistra Torino è agli ultimi posti …”

 

Caro Direttore,
Lo studio dell’economista Mauro Zangola ci ha appena detto che Torino ha perso 12.000 posti di lavoro, che la nostra Città dopo trentatré anni di amministrazioni che si definiscono progressiste è solo 84a in Italia e il Comune sta lavorando alla ricerca di un brand per comunicare di più Torino nel mondo?
Quale è la novità?  Dalle centinaia di manifesti affissi per la Città, Torino nel nuovo brand ha perso la maiuscola e si presenta con la minuscola, torino: Torino che per tanti anni è stata la capitale della comunicazione con Armando Testa e con tanti altri grandi creativi, Torino che con l’immagine dell’Avvocato veniva letta negli Uffici della Casa Bianca quando alla Casa Bianca c’era Kennedy, oggi viene rimpicciolita dai geni della amministrazione comunale che da 33 anni sono in Comune , pagati non poco , e non sono riusciti a rilanciare una Città che è stata capitale prima politica poi industriale del nostro Paese.  Invece di dire che Torino e il Piemonte sono al primo posto per ricerca scientifica , invece di dire che a Torino studiamo, grazie al Centro per la IA ,  la mobilità del futuro… invece di dire che con la TAV saremo al centro della rete europea dei trasporti su rotaia il Comune pensa al brand. Marchionne  avrebbe detto brand de che?Gabriele Ferraris sul Corriere ha già ironizzato da par suo sul Brand perduto. A chi come me si interessa da anni delle difficoltà di Torino e si dà da fare in ogni modo per cambiare le cose interessa di più l’analisi dei problemi e come affrontarli perché vorrei ricordare a chi ci amministra che mentre loro studiano il brand e altri studiano il nuovo Piano regolatore, meta’  della Città se la passa male come ci ha ricordato il segretario della Cisl Filippone.Torino e’ conosciuta in tutto il mondo perché nel 1861 ha unito il più bel Paese del mondo, perche’ nel 1857 ha approvato e costruito il primo Traforo alpino al mondo, perché è stata una delle Capitali industriali del 900, perché conserva la Sindone , il lenzuolo più caro alla Cristianita’, il lenzuolo che commuove cittadini di ogni parte del globo.
Torino doveva difendere di più in Italia e in Europa l’industria dell’auto mentre il suo Sindaco e la Signora Schlein in Europa hanno voluto appoggiare una delibera che ammazzava  il motore endotermico. Torino non doveva abbandonare il settore delle Fiere perché col Salone dell’automobile degli anni 60-70-80 per due settimane  era al centro dell’interesse di tutti gli automobilisti del mondo che guardavano  le novità dei grandi carrozzieri di Torino.  Torino dal 1975 ha avuto Amministrazioni che dicevano NO a ciò che tutti i cittadini del mondo ritengono essenziale nella Città moderna , la Metropolitana , la Tangenziale e poi il collegamento ferroviario veloce con l’Europa. Genova nel 2003 ottenne dal Governo Berlusconi l’istituto Italiano di Tecnologia che oggi è tra i primi cinque al mondo nel settore dei robot umanoidi. Genova avendo avuto nel 2017 il coraggio di cambiare la Amministrazione comunale di sinistra ha ottenuto in questi anni il finanziamento della costruzione della nuova Diga foranea al suo porto che così potrà diventare , attraverso la costruzione del corridoio ferroviario Genova Rotterdam, la porta Sud dei collegamenti tra la economia europea, l’Africa, l’estremo Oriente e l’Oriente. L’ex Sindaco Castellani trentatré anni dopo la sua elezione, dice che Torino è in una fase di transizione. Transizione “de che”,  che metà della Città si sente abbandonata e insicura e con un PIL procapite da regione del Sud. Direttore ,Torino non ha bisogno di cambiare il  brand, ha bisogno di cambiare la sua amministrazione perché il futuro a Torino non glielo daranno chi voleva trattare con quelli di Askatasuna. Torino ha ottenuto dal Governo il Centro per la IA, perché non lavora attraverso la grande qualità del nostro Politecnico a conquistare uno spazio nella Mobilità del futuro che sarà molto condizionata o guidata proprio dalla IA? Nel futuro la mobilità crescerà , sarà diversa ma crescerà e allora cerchiamo di essere protagonisti nella mobilità del futuro usando le conoscenze e le competenze che abbiamo.
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Mino GIACHINO

UDC Torino

Quaglieni: “Stiamo con Buttafuoco”

Le pressioni politiche del governo e i giudizi faziosi dell’opposizione sulla Biennale di Venezia rivelano una assoluta mancanza di quel senso di  libera cultura che è alla base della Biennale e dell’attività culturale in generale. La cultura non può allinearsi con la politica estera dei governi.Questo è il principio irrinunciabile difeso da Pietrangelo Buttafuoco che ha dimostrato ancora una volta la sua sensibilità e indipendenza intellettuale. Siamo dalla parte del Presidente Buttafuoco che ha dimostrato equilibrio e ha tutelato l’idea storica di una Venezia, luogo di incontro di culture diverse e luogo in cui si esercita la tolleranza fin dai tempi di Paolo Sarpi. Mario Pannunzio che  fu un appassionato visitatore della Biennale, si sentirebbe  oggi come liberale dalla parte di Buttafuoco, anche per la scelta di non discriminare Israele.
Pier Franco Quaglieni
presidente del Centro “Pannunzio”

Il lavoro deve ritornare l’obiettivo di partiti, sindacati e società civile

Caro Direttore,

Nella  nostra vita, a parte gli affetti famigliari,  il lavoro è senza dubbio la parte più importante. Ci mette alla prova, ci dà soddisfazioni, ci consente una vita famigliare, la cosa più bella e soddisfacente, ci consente di approfondire studi, di girare le parti del mondo che ci incuriosiscono, e la più grand Scuola di formazione che integra, completa, supera e sublima tutto ciò che abbiamo imparato, letto e scritto.
Ho vissuto le due fasi della vita economica e sociale del nostro Paese dopo la seconda Guerra mondiale. Ho visto il lavoro di mio papà, di mio nonno e dei miei zii. Nell’inverno del 59 con i miei fratellini per due mesi ci impegnammo in un lavoro che la Ferrero a Canale dava all’esterno, piegare e formare le scarole per i Mon Chery. Ci davano una lira a scatola. Con quel lavoro, che ci divertiva , i miei genitori acquistarono la lavatrice. Arrivato a Torino a fine 60 vidi ancora le ultime case bombardate da ristrutturare, vidi l’immigrazione di tante famiglie dal Veneto, dall’Emilia e dal Sud. Per molti fu sufficiente la presentazione del Parroco per essere assunto alla Fiat o nelle prime aziende dell’indotto . Doppi turni nelle Scuole che faticavano a ospitare i nuovi arrivi, straordinari nelle fabbriche. Torino non era bella come ora, la patina  di grigio del tempo e della guerra la ricopriva ma il lavoro c’era , con tutti i problemi della catena di montaggio , della forte divisione politica e sindacale. L’autunno del 69 fu reso caldo dalle carenze abitative, dall’aumento dei prezzi non pareggiato dai bassi salari dell’epoca che insieme alle autostrade, al Piano Marshall avevano aiutato il Boom economico frutto di politici e governanti veramente bravi. L’operaio, poi sindacalista, Sabatini giunto in Parlamento fece approvare una legge  che aiuto’ il finanziamento delle piccole aziende, scontando le cambiali , che dura tutt’oggi ovviamente con tante modifiche. Dove lo trovi oggi un Onorevole Sabatini che scrive e fa approvare una legge così importante per la nostra economia?  Nell’autunno caldo, reso ancor più caldo dalla prima bomba di piazza Fontana il più grande Ministro del Lavoro , Carlo Donat-Cattin, costrinse la Confindustria  a firmare contratti sostanziosi. Convocò nel suo Ufficio il mitico Presidente degli industriali, Angelo Costa, e gli disse “Presidente questa volta tocca a Voi pagare. Se incontri Pier Mario Cornaglia, patrono di una azienda storica dell’indotto ti dirà che a loro, Donat-Cattin, era costato molto. In quegli anni di grande crescita le diseguaglianze diminuirono perché a chi lavorava venne riconosciuto molto. E Donat-Cattin , l’ultimo grande Ministro della Scuola di Governo piemontese, il cui metodo di governo , andrebbe studiato nelle Scuole di formazione politica , oggi troppo sui generis, e nelle Università, al lavoro diede la Legge più importante, lo Statuto dei Lavoratori. Iniziai a frequentarlo a fine del 69, mi affascinò e seguii tutti gli scontri con gli Agnelli, con l’ala sinistra del sindacato che non capiva che dopo lo Statuto dei lavoratori bisognava consolidare le posizioni e che bisognava mantenere la competitività con le altre economie produttive. Bisognerebbe ritrovare i suoi discorsi alla inaugurazione del Salone dell’automobile, che Torino non avrebbe mai dovuto perdere, quando parlava dal palco guardando negli occhi l’Avvocato seduto di in prima fila di fronte a Lui. L’avvocato che uscendo dalla Sala o allo stadio , all’autista del Ministro juventino , che amava viaggiare in Alfa , gli suggeriva di far provare anche le auto Fiat.
Allora per i consiglieri comunali e per il sindacato la FIAT era il bene più importante per la Città e pur tra divisioni il Lavoro era centrale.
Da trent’anni lo è di meno e Torino ne paga le conseguenze con la minore crescita economica, con il forte calo del PIL procapite che pagano pesantemente cassa integrati, disoccupati, precari e periferie dimenticate e abbandonate.  Torino si riprenderà se il Lavoro diventerà la priorità per tutti, non un lavoro qualsiasi, precario. Un lavoro serio di cui la economia moderna h ancora bisogno se vuole essere competitiva. Non aver difeso il settore auto è la colpa più grave di chi ha amministrato Torino negli ultimi trent’anni e del sindacato che ha accettato il progressivo ridimensionamento che mi auguro FILOSA riesca a fermare. La mobilità non cala e non diminuirà’, sarà diversa , sarà cambiata dalle nuove tecnologie e dalla intelligenza artificiale ma Torino deve tentare di essere una delle Capitali della mobilità del futuro. Questa è la battaglia su cui si parrà la nobilitate della classe politica , sindacale e intellettuale torinese . Il Consiglio Comunale rilegga  i nomi dei grandi amministratori che hanno posato le chiappe dove ora si fanno battaglie meno importanti e qualificate . Il sindacato rialzi la testa a difesa del lavoro vero, quello della industria , quello di aziende come la Spea o la Prima Industrie e del futuro della Città ,  altrimenti il rischio è che la piazza del Primo Maggio a parte le violenze dei soliti noti siammeno partecipata e forte della nostra grande piazza Castello SITAV del 2018. Perché il ritorno alla Crescita della economia e del lavoro ci sarà avendo il coraggio di dire dei SI .Con i No a tutto Torino in questi anni ha avuto tanta decrescita. W il Primo Maggio, W il Lavoro.
Mino GIACHINO 
Responsabile torinese UDC

Le polemiche sul 25 aprile continuano

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

E’ comprensibile che un quadro internazionale come quello attuale provochi ripercussioni  anche sul 25 aprile. Anime candide vorrebbero un 25 aprile rievocativo senza implicazioni  politiche legate all’oggi. Diceva Croce che ogni storia è storia contemporanea e il 25 aprile  è una evidente conferma  di questa affermazione. Lo storico dovrebbe avere un distacco critico  rispetto al passato, ma spesso la contemporaneità finisce di deglutire il passato che resta divisivo anche oggi. Parlare della Resistenza come delle guerre puniche  diventa impossibile, anche se  gli storici non  dovrebbero lasciarsi trascinare nella polemica settaria e dozzinale. Oggi il clima avvelenato impedisce la serenità di giudizio. In effetti, tuttavia, va detto che la Resistenza non ebbe la coralità concorde che alcuni vorrebbero attribuirle.
Luigi Longo , capo delle Brigate Garibaldine nella Resistenza in una intervista sostenne che i  comunisti, i socialisti  e  gli azionisti furono i veri protagonisti attivi della Resistenza, mentre democristiani e liberali furono “attendisti“ poco desiderosi di combattere, in attesa che gli Alleati liberassero il territorio italiano occupato.  Longo sostenne che la Resistenza ebbe un contenuto di classe che altri resistenti non potevano condividere. Parlò esplicitamente di un contrasto di fondo  tra le diverse componenti. Ovviamente Longo ignorava o trascurava  il contributo dato dalle Forze Armate del Regno del Sud e il contributo determinante degli Alleati anglo-americani che militarmente furono,  in termini assoluti, decisivi.
E ‘ evidente che quelle differenze  sottolineate da Longo non possono essere ignorate neppure oggi perché la vulgata di una Resistenza tricolore fu un desiderio di  un numero limitato di patrioti, più che di partigiani. La primavera è stata prevalentemente “rossa”. Negarlo sarebbe sbagliato perché non corrispondente alla verità storica. Basterebbe pensare all’episodio drammatico di via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine  per vedere che i comunisti ebbero una visione della guerra partigiana almeno diversa da molti resistenti.
Su un tema molto divisivo come il terrorismo la Resistenza si divise. Anche l’omicidio di Giovanni Gentile non fu condiviso da tutti i partigiani. Il CLN fu anche un momento di discussione sovente molto animata. L’operato di partigiani come, ad esempio,  Moranino non fu condiviso. L’unità politica di cui parlava Longo era di fatto una subordinazione ai comunisti, anche se parlò di una  unità a carattere “popolare e nazionale” che si realizzò solo in parte. Due aggettivi non caso gramsciani.  La polemica di Longo era rivolta alle “formazioni che facevano capo a militari o a elementi influenzati dalla ventennale propaganda anticomunista dei fascisti”. Il modello a cui guardava Longo era la guerra civile Spagna o qualcosa di molto simile.  L’unità per Longo era rappresentata dal superamento delle “ prevenzioni anticomuniste”. Il problema era assai più complesso perché il riferimento esplicito dei comunisti all’ Unione Sovietica rappresentò per una parte dei resistenti un che di inaccettabile perché la loro lotta era ispirata dal rifiuto di ogni regime totalitario. Si potrebbe dire che le idee di Longo appartengono al passato. In effetti non è così perché quella intervista rispecchia il modo di intendere l’antifascismo anche oggi. Senza una riflessione spassionata non si giungerà mai ad un superamento del settarismo che quest’anno si è manifestato attraverso il divieto di manifestare o di esibire bandiere e non solo.  Lo stesso episodio dell’ebreo che spara pallini di gomma contro iscritti all’Anpi  dovrebbe far meditare sulla carica di pazzia e di odio scatenati. Ha ragione la senatrice Segre a sentirsi sconcertata. Violenza genera violenza. Questa è la lezione di del  25 aprile 2026. Molti speravano che almeno questa lezione fosse stata recepita. Invece sembra che la seduzione della violenza sia superiore alle istanze di pace che la fine della seconda Guerra mondiale aveva suscitato . Fu liberazione dal nazifascismo, ma per molti italiani fu la fine dell’incubo della guerra , degli sfollamenti , della carestia , dei bombardamenti che distrussero le nostre città .   In effetti non si parla della “ zona grigia“ che rappresentò la scelta di tanti italiani che per le ragioni più diverse non scelsero o non poterono schierarsi. Anche solo considerando questa cospicua , anzi maggioritaria, parte di Italiani , il giudizio complessivo diventa necessariamente diverso. Oggi riempire le piazze è‘ facile , opporsi al fascismo quando era regime aveva invece  dei prezzi che molti non vollero pagare, salvo poi schierarsi con i vincitori, anzi come diceva Flaiano, andare in soccorso ai vincitori.

Riflessioni storiche sulla Resistenza e sul fascismo

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Nel tumulto delle polemiche e anche delle violenze che hanno caratterizzato il 25 aprile di quest’anno credo occorra tentare di storicizzare qualcosa che ci aiuti a capire.
La prima osservazione riguarda la Rsi che certo fu all’origine della guerra civile che divise gli italiani addirittura all’interno delle singole famiglie . Ma qualcosa di simile alla Rsi all’ombra dell’occupante tedesco era inevitabile e prevedibile. Vent’anni di regime  non potevano crollare d’incanto  per un voto del gran consiglio del fascismo il 25 luglio 1943. Il regime aveva formato milioni di giovani e quindi era da mettere nelle cose possibili e forse inevitabili, anzi scontate, che il richiamo di Mussolini non  cadesse nel vuoto . La guerra aveva assunto una piega che faceva presagire la sconfitta dell’Italia, ma non necessariamente della Germania. Ma ciò malgrado, furono  in tanti ad aderire alla Rsi. Queste considerazioni sfuggirono al nuovo governo Badoglio nei 45 giorni che portarono all’ 8 settembre. Pensare che il fascismo fosse stato sconfitto da un voto fu una ingenuità in cui Badoglio non cadde, anche se il governo  rivelò incapacità ad affrontare una situazione difficilissima o forse non era possibile far qualcosa di concreto  per prevenire ciò che accadde: i tedeschi padroni dell’ Italia centro –  settentrionale e i fascisti rinati al Nord nella Rsi e fino al giugno 1944 anche a Roma. Un altro elemento va sempre tenuto presente: fu una guerra patriottica di liberazione nazionale, ma fu anche una guerra civile senza esclusione di colpi durante e dopo la Resistenza. Togliatti nel 1946 volle un’amnistia che coprisse una parte dei reati commessi, ma il sangue dei vinti e quello dei vincitori seminò odi e rancori difficilmente superabili anche con il tempo. Oggi dopo 81 anni dai fatti sarebbe necessario un qualche distacco critico perché i nemici di allora sono quasi tutti morti. Ma non è così. Gli attivisti politici non vogliono studiare la storia. Oggi c’è  gente che non ha nulla a che vedere con le vicende di allora e il 25 aprile  si carica di nuovi temi, richiamandosi a realtà che non  hanno nulla a che vedere con ciò che accadde allora: Trump, la Palestina, Israele, l’Iran  colorano in termini ulteriormente divisivi una festa che diventa pretesto per scontri verbali e di piazza  che sono il paradiso dei violenti, una categoria trasversale  purtroppo sempre viva e vegeta. I nostalgici che si ritrovano a Dongo per commemorare i gerarchi fascisti uccisi in riva al lago sono una minoranza  di discendenti della Rsi talmente esigua da poter essere considerata una specie in estinzione. Ma sotto altri punti di vista la categoria degli esaltati non si estingue mai: basta leggere qualche saggio sulla violenza in politica per rendersi conto della realtà . Solo gente che non conosce la storia può pensare ad un fascismo “eterno“ . Il fascismo è invece un dato storico ben definito nel tempo anche se  il richiamo alla forza e all’autoritarismo appare una costante della storia in cui il fascismo stesso è inserito. Certamente l’avvento al governo degli “eredi di Salo’ “ha esacerbato gli animi , malgrado i passaggi alla terme di Fiuggi.
Spiegare come sia stata possibile questa rimonta sarà compito degli storici futuri , ma sostenere che oggi chi ci governa è fascista appare una forzatura polemica senza serie motivazioni . In tutta Europa, e non soltanto, c’è una svolta destra che non si spiega con le nostalgie del Ventennio fascista. Riuscire da parte della sinistra a spiegarsi con realismo  il fenomeno politico odierno ,consentirà di superarlo. Collegarlo con il neo- fascismo rappresenta una scorciatoia che non aiuta a capire. Forse la politica dissennata di Trump contribuirà a comprendere cosa è oggi il blocco di forze definite di destra. Ma forse proprio le esagerazioni di Trump possono servire a capire che rifarsi al fascismo e’ riduttivo e antistorico.

Giachino: “Metro 2 nel 2033 (se va bene) e costerà di più”

Le colpe della sinistra

Caro Direttore,
Perché è stata inventata La Metropolitana ? .Per togliere traffico dalla strada, renderlo più veloce, diminuire inquinamento e incidenti stradali. Le grandi Città più evolute hanno iniziato a costruirle nel 1800 così come il Regno di Sardegna nel 1857prima di tutti gli altri Stati alpini approvò il progetto dell’opera del secolo, il traforo del Frejus. Oggi la Professoressa Fagioli spiega i danni sui bambini dell’inquinamento e parla dell’aumento degli asmatici. MIlano ha 5 linee di Metro. Madrid da sola ha più km di metro di tutte le Città italiane messe insieme. Torino e’ la Città più sfigata di tutte perche’ qui hanno abitato i due leader del PCI Togliatti e Gramsci e hanno creato un forte consenso a sinistra. Negli anni 50 quando il Sindaco Peyron propose di partire con la Metro, il capogruppo del PCI in Consiglio comunale rispose che gli operai preferivano andare in auto. Nel 1975 il PCI vinse le elezioni comunali con lo slogan NO ALLE GRANDI OPERE, tra cui la Metropolitana e la autostrada per il Frejus. Sempre nel 1975 ,durante la discussione della legge Bucalossi , il PCI fece approvare un emendamento col quale si bloccava per legge la costruzione delle autostrade. Ecco i genitori dei No TAV..Nel 76 , Sindaco Novelli, il Consiglio Comunale di Torino  rinunciò ai soldi del Governo per costruire la Linea 1.
La linea 1 attuale è stata costruita solo perché la impose il Comitato olimpico internazionale quando ci assegnò’ le Olimpiadi invernali. Ovviamente si parti dalla zona più rossa del torinese, Collegno, Grugliasco… siccome la cultura di trasporti a sinistra è scarsa non capirono che inaugurata la Line 1 occorreva subito partire con il progetto della 2 perché la rete , come insegnano i docenti di trasporti bravi, aumenta di molto la capacità di traffico . Invece il progetto della Linea 2 arriva solo oggi, vent’anni dopo la inaugurazione del primo tratto della Metro. Siccome la sfiga ci vede bene,  i ritardi clamorosi nella progettazione ci hanno portato in un ciclo economico che ha generato inflazione e aumento dei costi così i soldi , tutti del Governo, per costruire il primo tronco della 2 non bastano . . Siccome  la incompetenza genera effetti negativi lunghi e le bugie hanno le gambe corte mentre in Consiglio comunale lunedì scorso la Giunta comunale parlava ancora del 2032 , ieri l’onesto e competente Commissario Ing. CHiaia ha detto che il primo tratto della Linea 2 funzionerà solo  nel 2033. Ora mi auguro che i Cittadini di Barriera e Aurora finalmente capiscano che sono considerati dalla sinistra cittadini di serie B , se va tutto bene, e avranno un pezzo di Metropolitana nel 2033 quai trent’anni dopo i cittadini di corso Francia, Collegno e Grugliasco. Nel frattempo migliaia di torinesi hanno respirato un’aria inquinata e qualcuno è volato in Cielo in anticipo. Forse è meglio votare i competenti e i Si alla Metro e i SITAV.
Mino GIACHINO 
Responsabile torinese UDC

Cassette di (in)sicurezza

UNA LETTRICE CI SCRIVE

Caro direttore,

a  Napoli rapina perfetta :   ricordano Jean  Gabin nei suoi film  ( antichi  come le protezioni violate da un cacciavite e senza  l’ IA !). Nel passato  a Torino in corso Peschiera rilevata qualche protezione meschinella e poi l’inevitabile contenzioso con il cliente.

Se ne dovrebbe parlare perché  encomiabile che sia intervenuto il Questore e nientepopodimeno il PM Capo e dopo tre ore la cavalleria blindata da Livorno……………ma qualche riflessione andrebbe fatta ( banca / cliente ).

Sono imbarazzata e pure scorretta e me ne scuso  ma, accidenti, un bravo  ai tranquilli, modesti  e  efficienti rapinatori!
 RENATA  FRANCHI   Torino

Femminicidi, Chiarelli: “Il silenzio non è un’opzione”

Di Marina Chiarelli*

“Di fronte ai femminicidi, da ultimo quelli avvenuti in provincia di Alessandria e di Asti  non basta indignarsi ogni volta che accade.

L’assessore Chiarelli

La violenza contro le donne non nasce all’improvviso: cresce nel tempo, spesso lontano dai riflettori e, come in questo caso, anche in assenza di denunce formali. Per questo il tema non riguarda solo la repressione, ma la prevenzione. Come istituzioni abbiamo il dovere di costruire una rete più forte tra servizi, territorio e comunità, capace di intercettare i segnali prima che sia troppo tardi. E questo vale anche per le politiche giovanili e per la sicurezza: dove non ci sono presidi, relazioni e responsabilità, cresce il rischio. E riguarda da vicino anche Novara: episodi recenti tra i più giovani dimostrano che il tema della violenza e del rispetto non può più essere affrontato solo in chiave emergenziale”.

La sicurezza si costruisce prima, con presenza visibile, relazioni e responsabilità, ampliando punti di ascolto e i corsi pratici per operatori, allenatori sportivi, educatori, personale scolastico, ovverosia punti di riferimento locali, soprattutto in quartieri sensibili, nelle aree frequentate dai giovani e nelle zone critiche (tipo stazioni ecc.)
In Piemonte questa responsabilità si traduce in azioni concrete: una rete composta da 23 centri antiviolenza, 80 sportelli e 13 case rifugio, che ogni giorno accolgono, proteggono e accompagnano le donne nei percorsi di uscita dalla violenza. Nello scorso anno le donne aiutate in Piemonte sono state oltre 4mila ma vogliamo fare di più.
Promozione di attività formative per gli operatori della rete antiviolenza e delle Forze dell’Ordine, unitamente ad un raccordo più efficace tra le componenti coinvolte, sono gli obiettivi del protocollo d’intesa per prevenire e contrastare la violenza contro le donne siglato a marzo 2025 tra Regione Piemonte, la Città metropolitana di Torino, le Amministrazioni provinciali, le Prefetture, la Procura generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Torino, le Università e il Politecnico di Torino, l’Università del Piemonte orientale.
Abbiamo rafforzato gli interventi sul territorio, ampliando i punti di accesso e sostenendo progetti di reinserimento lavorativo, perché l’autonomia economica è spesso la prima vera forma di libertà. Allo stesso tempo continuiamo ad investire sulla prevenzione, a partire dalle scuole, con percorsi educativi che parlano ai più giovani di rispetto, relazioni e responsabilità.
Nello stesso alveo opera  il fondo di solidarietà istituito dalla Regione rivolto alle donne vittime di violenza, utilizzato per coprire le spese di assistenza legale sia in ambito penale che in ambito civile.
Perché contrastare la violenza significa agire prima che accada. E significa farlo insieme, come comunità.
* Assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche giovanili della Regione Piemonte

Papa Leone e Trump: i super presidenti vanno e vengono, la Chiesa resta…

di Massimo Iaretti

L’uscita del presidente degli Stati Uniti Donald Trump su Papa Leone è, in senso sportivo, un vero e proprio filotto del cattivo gusto. Stalin chiese quante divisioni aveva il Papa, ma non andò oltre, Adolf Hitler, pur auspicando che a guerra finita avrebbe impiccato il vescovo di Munster von Galen per la sua lettera pastorale che denunciava il programma T4 di eliminazione dei diversamente abili, sospese tale programma.

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Papa Leone e Trump: i super presidenti vanno e vengono la Chiesa resta …