OPINIONI

Quando Messori rispose a Giachino sul declino di Torino

Caro Direttore,
Venerdì purtroppo è venuto a mancare a Desenzano Vittorio MESSORI , un brillante giornalista e scrittore emiliano ma vissuto tanti anni a Torino dove ha scritto per la Stampa e ha dato vita a Tuttolibri.  MESSORI , per Adnkronos il più famoso scrittore cattolico al mondo, convertitosi tardi divenne famoso per un libro IPOTESI SU GESÙ che ha venduto oltre un milione di copie, ha scritto due libri con due Papi, Giovanni Paolo II e Papa Ratzinger. Nel 2016 gli scrissi una lunga lettera sul Declino di Torino e lui gentilmente rispose. Ciò che mi scrisse è bene che i torinesi lo leggano. Buona Pasqua

Mino GIACHINO

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Vittorio Messori – Andar avanti – Il Piano energetico – I ninnoli – Lettere

Vittorio Messori
E’ mancato a 84 anni l’amico Vittorio Messori. Ci sarà tempo e modo di ricordarlo. Cito solo  un suo pensiero fulminante sui “cattolici adulti” di Prodi, definiti una contraddizione in termini rispetto al Vangelo che invita a mantenere il candore dei bambini, i soli che entreranno nel Regno dei cieli. Messori aveva letto Machiavelli e conosceva le leggi ferree della politica, ma aveva mantenuto l’animo  che voleva  Gesù. E’ morto il venerdì santo, ma  le sue idee non sono destinate all’oblio del sepolcro più o meno imbiancato. Resteranno vive.
Andar avanti
Bisogna che il Governo esca dal trauma provocato dal referendum e da una cattiva gestione della campagna elettorale. Un rilancio con la legge elettorale sarebbe un passo falso. Meloni deve andare in Parlamento, magari dopo aver fatto un rimpastino, anche eliminando Urso come ministro poco capace e rivolgersi agli italiani con un programma che vada oltre la fine della legislatura e ipotechi anche l’altra, offrendo agli Italiani riforme che incidano sull’economia e precisi la posizione italiana in Europa e con gli USA. Il periodo tragico di guerra non favorisce, ma la Nazione italiana deve recuperare la sua dignità in un quadro europeo sempre più sfilacciato. Un governo di centro – destra  non può andare a rimorchio. Certo con moderazione ed equilibrio, ma l’Europa si salva solo con le Nazioni. Gli Stati Uniti d’Europa, appunto, il federalismo europeo, che parte dalle Nazioni storiche.
Questa era anche l’idea dei Padri dell’idea di Europa. Via l’idea oggi impraticabile della repubblica presidenziale o semi presidenziale, distrutte da Trump e da Macron. L’economia italiana deve essere al centro di un nuovo programma che non veda nel solo Giorgetti, il deus ex machina della ragioniera. Bisogna aprire gli orizzonti, eliminare la paura di perdere. Essere più liberali è indispensabile. Non il falso liberalismo, ma quello vero. Il Governo deve ridare fiducia al Paese, rivolgendosi ad esso come ,ad  esempio , sapeva fare De Gaulle o De Gasperi. Nei prossimi giorni il Governo si giocherà il suo  futuro. Stanno rimettendo in piedi la gioiosa macchina da guerra debellata da Berlusconi. Bisogna agire anche a tutela della libertà che una parte della minoranza oggi vuole conculcare, affiancandosi a Landini e all’estrema sinistra. Va messo in condizioni di non nuocere il rozzo generale – scrittore che fa votare contro il governo. Non chiacchiere, ma progetti che ridiano modernità all’Italia, passando dalle infrastrutture e dai servizi, per passare ad un progetto reale volto a sconfiggere la decrescita democratica e ripristinare il valore della famiglia  fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Basta ai finti diritti che sono solo desideri edonistici. Basta ad una scuola in cui la violenza prevale e l’irrazionalità sta distruggendo quel poco che era rimasto dopo l’eterno ‘68. La generazione Z va rimessa al suo posto e i ragazzini della maranza vanno messi in condizione di non nuocere.  La migrazione illegale va fermata, dando opportunità di integrazione a chi  viene a lavorare, non a delinquere.
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Il Piano energetico
La guerra ha messo in evidenza in modo del tutto inoppugnabile  la fragilità dell’ Italia sul piano energetico. Il Governo deve mettere a frutto il grande lavoro realizzato dal ministro Pichetto Fratin, uno dei migliori e più seri ministri dell’attuale Governo, e procedere a dare attuazione ad un piano energetico che reintroduca il nucleare sicuro.
Gilberto Pichetto

 

Sul nucleare siamo vittime della demagogia verde – rossa che portò ad un referendum suicida fondato sull’ allarmismo. Il piano energetico deve dare il via  nei tempi più rapidi al Nucleare senza accantonare le energie rinnovabili oggi  del tutto insufficienti e inadeguate. Acquistare energia dalle centrali nucleari altrui appare oggi un vera e propria follia. E pensare all’energia eolica e solare, senza il nucleare, resta un’utopia e  si rivela un inganno.
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I ninnoli
Nella sua casa di Parella dove abitò Giacosa, Nina Ruffini si era trasferita negli ultimi anni della sua vita, portandosi da Roma i ninnoli che avevano suscitato le ironie del radicale Angiolo Bandinelli che veniva considerato un piccolo “guastatore” quando andava nella casa, piena di ninnoli delicatissimi,  di Nina che era il capo della segreteria di Pannunzio al “Mondo”. Preciso: capo, non capa.  La Ruffini era una presenza molto importante al “Mondo”, una sorta di vestale laica. Arrigo Olivetti mi portò a conoscerla a Parella già nell’estate nel ‘69 dopo che l’anno prima alla presenza di Saragat presidente della Repubblica fondammo il Centro Pannunzio.
Avevo  così potuto vedere i suoi ninnoli sopravvissuti al trasloco da Roma. Oggi il concetto di ninnolo è quasi sconosciuto. Io nella mia casa di vacanza sono pieno di oggettini, spesso di nessun valore,  se non affettivo, che sono ricordi di vita e di viaggi nel mondo: da Bali a Moncalieri, dalla Cina a Bordighera, da Roma a Capri per non parlare delle amatissime Vienna, Venezia, Parigi, Londra. Ogni oggettino  è un ricordo di vita vissuta. In questi giorni mi è nata un’altra piccola angoscia: dove finiranno i miei  ninnoli dopo la mia morte? E’ solo una piccola angoscia perché le angosce oggi sono ben altre e riguardano la fine del mondo. I giovani nelle loro case squadrate dalla modernità che precipita a volte nel cattivo gusto, non credo abbiano dei ninnoli. La generazione Z in particolare irriderebbe i ninnoli come faceva Bandinelli che pure era una degna persona, amica di Pannella. Temo finiranno tutti o quasi nella spazzatura o da un rigattiere, ammesso che siano sopravvissuti.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La Famija Piemonteisa di Roma

Da vecchio vercellese che abita a Roma da trent’anni sono socio della Famija Piemonteisa di Roma e lettore da quasi dieci anni della sua rubrica sul “Torinese“. Le scrivo perché sono indignato contro i dirigenti scaduti della Famija dopo la morte del presidente Morbelli in agosto. Da allora la Famija non è più attiva e i superstiti non stanno facendo nulla, facendo morire la gloriosa associazione. Ma stanno cercando di mettere  in atto un nuovo statuto che consenta loro di impadronirsi della associazione che in pochi mesi ha perso  metà dei soci.  Sono vecchi signori senza esperienza che vogliono impedire a elementi nuovi di rilanciare la Famija. Mi rivolgo a Lei come massimo studioso di Marcello Soleri che fondò la Famija nel 1944 e che ritengo insieme alla famiglia Soleri alto  rappresentante degli interessi originari dell’ente creato dal ministro Soleri. Cosa dobbiamo fare? Ci sono soci autorevoli come un generale dei Carabinieri che potrebbe riportare in alto la nostra associazione.     Lettera firmata

Enrico Morbelli
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Doveva avere il coraggio di uscire allo scoperto perché questi problemi non si risolvono con lettere come la sua. Bisogna uscire allo scoperto. Da vecchio amico della Famija sono indignato per quanto leggo. Non sono piemontesi a Roma, ma persone che del vecchio Piemonte non hanno nulla. Va fatta una formale  diffida a convocare subito un’assemblea per eleggere le cariche con lo statuto vigente. E’ scorretto scrivere un nuovo statuto con valore retroattivo che snatura la Famija. Lo statuto verrà eventualmente  elaborato dal nuovo direttivo e votato da una assemblea ad hoc dopo il recupero almeno dei vecchi soci. Adesso è urgente nominare un nuovo presidente con le regole vigenti. Altrimenti rivolgetevi anche al Sindaco di Roma che dà i locali, segnalando la cosa. Se necessario fate un esposto. La Famija è troppo importante per rischiare di finire come già accadde con Zanone che pure non era uno sprovveduto , ma non si interessava dell’associazione e perse la sede prestigiosa che fu di Soleri e di Einaudi. Anche a Torino ci sono miopi nemici della Famija che vanno snidati. Avrete tutto il mio appoggio.
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Titoli e onorificenze
C’è un mercato di onorificenze e persino di titoli nobiliari in Italia davvero  incredibile. Piccoli borghesi arricchiti vogliono medaglie e stemmi per darsi un tono. 80 anni di Repubblica non sono bastati. Anche  attorno ai titoli sabaudi di Emanuele Filiberto si addensano ombre cupe. Circolano tanti soldi. Dicono per beneficenza. Sarà poi vero? Dovrebbero avere bilanci pubblici e trasparenti che non vedo sui siti.  Ing. Ines Scotti
Non so darle una risposta precisa. Posso dirle di un notevole disagio che si coglie in certi ambienti, specie se legati al Duca d’Aosta – figura di alto livello intellettuale e morale –  che non tollerano commistioni di denaro. L’esempio è l’altissima e nobile  figura di Re Umberto II.
Gli ordini dinastici fanno sicuramente beneficenza e a Torino restaurano la basilica Mauriziana di via Milano con l’aiuto della Fondazione dell’Ordine che finalmente e’ presieduta  da una donna competente e capace: Licia Mattioli. Questi bulletti con il titolo di cavaliere o addirittura grande ufficiale,  esibito in modo sfrontato e strafottente, assomigliano ai personaggi che il Foscolo definiva il volgo che “ha sepoltura nelle adulate  regge, già vivo e i stemmi unica laude “.
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Trump
Non si può stare nell ‘ambiguità’ su Trump. I liberali, i laici, i democratici, i conservatori veri devono dichiararsi senza ambiguità contro Trump. La Meloni è esitante e non rivela doti di statista, ma solo piccoli tatticismi molto miopi. Annella Robusti
Concordo con lei su un fatto: Trump ha distrutto il Partito repubblicano in America, anche se il Partito Democratico ha accumulato grosse colpe e molti deficit.Trump è un avventuriero che non è neppure machiavellico, ma soltanto un  improvvisato affarista che non sa quasi nulla di cosa sia la politica e uno Stato democratico. Trump ha distrutto il sogno americano. La presidente italiana rappresenta un’ Italia che conta poco e deve fare i conti con la realtà come qualunque altro premier, a partire da Giuseppi Conte. Non può scegliere i suoi interlocutori, ma deve accettarli senza lasciarsi condizionare troppo. Il diluvio universale ha ucciso le colombe della pace. Bisogna prenderne atto.

Banca di Asti, Scandurra: “Cara Fondazione, Ti spiego perché ogni azione vale più di 8 euro”

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Ospitiamo una nuova riflessione del giornalista e opinionista de ‘La Zanzara’ di ‘Radio24’ sul destino di uno dei maggiori istituti di credito italiano prossimo al rinnovo dei vertici.

Di Maurizio Scandurra

Mi sono sempre chiesto perché, in Italia, c’è sempre la pessima abitudine di voler toccare ciò che già funziona benissimo. Il prossimo 27 aprile 2026 parrebbe indetta l’Assemblea dei Soci di ‘Banca di Asti’ chiamata al rinnovo delle cariche dell’Istituto. Tra essi ve n’è uno per cui, a tutti i costi, sembra valere il concetto del tabula rasa col passato. Del cambiare per forza.

Stupisce – e sorprende – che a tenere (e dettare) questa linea sia non un socio minoritario quale Fondazione CR Vercelli (4,20%), ‘Fondazione Crt’ (6%), ‘Fondazione CR Biella’ (12,91%), ‘Banco BPM? (9,99%), ma la ‘Fondazione CrAsti’: proprio l’azionista di maggioranza relativa con il 31,80% delle quote. Solitamente le fondazioni bancarie sono per proteggere le banche di territorio e prossimità. Sono per l’unità, conservazione e continuità delle proprie controllate.

Secondo punto. La Governance di ‘Fondazione CrAsti’, espressa  in gran parte su proposta del Sindaco di Asti e Presidente dell’omonima Provincia in persona di Maurizio Rasero nell’aprile del 2024 secondo regolamenti vigenti, si è formalmente insediata a luglio del medesimo anno, con la nomina di Livio Negro a Presidente: che doverosamente rispetto, pur avendo chi scrive una diversa visione analitica sulla vexata quaestio della storica Cassa astigiana.

Il Quale, spesso da quanto leggo sui media tradizionali e digitali, sembrerebbe apprezzare poco o nulla i risultati positivi conseguiti – da bilancio 2024 – da ‘Banca di Asti’ in termini di patrimonio, capitalizzazione e solidità. In parole povere, un’azienda capace di autofinanziarsi autonomamente senza dover ricorrere a risorse esterne o aumenti di capitale e/o prelievi a soci e correntisti.

Perché AD e Cda di ‘Banca di Asti’ meritano ancora fiducia

Il problema, per il Presidente Negro, parrebbe essere per lo più uno: il valore nominale del titolo. Della singola azione, che al momento si attesa attorno agli 8 euro.

Questa sarebbe la leva per cui quest’ultimo vorrebbe licenziare Ad e consiglieri introducendo in compagine, così come spesso dichiara, un “partner industriale forte”? E ciò in nome di una non meglio precisata riduzione della presenza della ‘Fondazione CrAsti’, che attribuirebbe al ‘Protocollo Acri-Mef’: il quale, tecnicamente, è un puro consiglio operativo. Conta dunque come un’opinione, mica una prescrizione perentoria o un obbligo ordinatorio.

Terzo. Per sostituire un bravo Amministratore Delegato quale quello in carica occorrerebbe un Capo Azienda pari grado che abbia gestito un contesto di almeno eguali dimensioni. E i nomi circolati sinora parrebbero  tutti sprovvisti di entrambi i succitati requisiti.

Non ci sarebbe, insomma, un’alternativa spendibile. Come dire, il Rainer Masera della situazione, banchiere di fama internazionale già AD e Presidente del ‘Gruppo SanPaoloIMI’. Che nel suo saggio “Community banks e banche del territorio” con prefazione di Ignazio Visco, conferma l’importanza di “mantenere un sistema bancario diversificato e per favorire il sostegno creditizio alle imprese medie e piccole”: servono entrambi, istituti di credito piccoli e grandi, ma disgiunti, per assicurare “un sistema veramente proporzionale di regolazione bancaria nell’Euroarea”.

Banca di Asti’, patrimonio record grazie a riuscita diversificazione

Sempre il Presidente Negro afferma che la protezione del patrimonio della sua Fondazione deve passare attraverso una plausibile diversificazione: in nome di una maggior tutela delle erogazioni che essa destina all’Astigiano. Che è proprio quanto sta già ottimamente facendo da tempo ‘Banca di Asti’: primissima a debuttare nel panorama assicurativo. Abile nell’acquisire il controllo di ‘Pitagora Spa’, leader italiano di settore nel credito al consumo per privati e dipendenti. Idem per la maggioranza di ‘Credit Data Research’ potenziando l’offerta dei servizi alle imprese, tanto per citare alcune operazioni che hanno portato l’Istituto a crearsi un patrimonio primario mai così alto in tutta la sua storia. Senza dimenticare l’incorporazione di ‘Biver’ Biella e Vercelli, fatta mantenendo in quelle zone le insegne quale atto di rispetto alla tradizione e continuità-

Credo che il Presidente Negro dovrebbe gioire di tali risultanze, avendo circa l’80% delle risorse patrimoniali di ‘Fondazione CrAsti’ investite all’interno di una banca che è una macchina da guerra rodata. Efficace ed efficiente per margini, rendimento e solidità. Con ben oltre 2mila dipendenti che tutto vogliono tranne che subire destabilizzazioni, esuberi e tagli: vero, Sindacati dei bancari Fabi-Cgil-Cisl al momento silenti? Perché il rischio di una cessione esterna è questo e soltanto questo. Punto. E i lavoratori autoctoni rischiano di essere  sempre i primi a rimetterci e a trasformarsi in esuli, o alla meglio in pendolari.

Egregio Presidente Negro,non bisogna correre il rischio di allontanare anche partners strategici importanti, oltre che far crollare le rendite di chi in Banca ha investito da generazioni con fatica? Lei, questo, lo considera?

Banca di Asti’ tra valore nominale delle azioni e ruolo dei media

Proverò dunque a spiegare perché Lei ritiene che le Sue azioni valgono al momento 8 euro cadauna. Credo sappia che per la prima volta la Banca ha erogato agli Azionisti (quindi, la Sua Fondazione per prima!) un maxidividendo importo pari a 11 milioni di euro soltanto per le quote di competenza Fondazione. Pertanto, se nonostante ciò il titolo è nominalmente così basso, vuol dire che qualcuno potrebbe aver, magari involontariamente, azionato un possibile cortocircuito mediatico.

 Lei, Signor Presidente,  sul valore e gli obiettivi conseguiti dalla Sua Azienda ‘Banca di Asti’ il 6 novembre 2024, all’interno dell’aula magna di ‘Astiss’ in un Convegno ad Asti, come documenta ‘La Stampa’, disse che la nota dolente sarebbero le azioni della Banca, stando a quanto scrive il Collega Paolo Viarengo.

Perché? Se io fossi il potenziale “partner industriale forte” interessato a comprare o partecipare l’istituto, difficilmente intavolerei una trattativa con chiunque voglia vendermi qualcosa di suo senza apprezzarlo adeguatamente. Al punto da essermi personalmente contrapposto a Lei in rilevanti contesti di giornalismo economico che hanno ospitato, in perfetto pluralismo, le analisi e i pareri di Entrambi, nel reciproco rispetto di una dialettica professionale e garbata, come sinora è sempre stato e continua civilmente a essere.

Forse Lei, Presidente, che nel Suo Curriculum Vitae accessibile sul sito della ‘Fondazione CrAsti’ dà personalmente atto di essere un imprenditore e altresì aver studiato informatica ma non economia e finanza, certamente immagino sappia benissimo che il mercato su cui il titolo di ‘Banca di Asti’ è quotato è il ‘Vorvel’. Un mercato tecnicamente detto ‘sottile’, con più regole rigide e meno reattivo rispetto alla tradizionale ‘Borsa’, ma sensibilissimo alle sollecitazioni, anche negative, in capo agli umori dei media. Specie se esse provengono a maggior ragione per voce del Vertice del Maggior Azionista di una Banca. Ancor più se di un’ottima Banca di Territorio e Prossimità, come caso di specie vuole. Lei, Presidente, senza dubbio è consapevole che ogni mercato vive comunque l’emotività del contesto. Ampliando l’indagine, il titolo è sceso anche per via del calo strutturale del mercato di riferimento. In più ‘Banca di Asti’ ha risentito del contraccolpo giudiziario risoltosi in un nulla di fatto (proprio perché i fatti mai sono sussistiti) che ha investito Istituto e AD per ben sette lunghi anni.

Aggiungo che il titolo ha poi ripreso un minimo di quota tra marzo e aprile 2024 per via dell’incremento di domanda da parte di ‘Fondazione CRT’. Era il tempo dei cosiddetti ‘Patti Parasociali’ firmati da tutte le Fondazioni Bancarie Piemontesi. Patti trasmessi ad autorità di vigilanza e mercato e pure alla stampa, con obiettivo la creazione di una Governance più estesa di quella regionale e multitasking. Il fondamento per la nascita di una Maxi-Banca pluriregionale con sede ad Asti, allo scopo di sviluppare una realtà creditizia di prossimità nel Nord Italia con un controllo piemontese.

Questo accadeva anche per l’ottima visione di una personalità economica di primo piano, competente e capace quale il Dottor Fabrizio Palenzona (tutt’altro che un camionista seppur di Tortona, appellativo simpatico e storico che Lo accompagna e che sembra più, questa sì, una battuta da ‘La Zanzara’ di ‘Radio24). Un progetto azzeccato, ambizioso, fattibile. Che avrebbe incrementato centralità e visibilità nazionale sia di Asti che della Sua Banca. Ben accolto dal mercato. Quindi, sarebbe stato davvero tutto di guadagnato anche per ‘Fondazione CrAsti’. Al tempo dei fatti (primavera 2024, lo ripeto, dato oggettivo), Lei doveva ancora essere nominato Chairman.

Potrebbe cortesemente motivarmi come può un titolo riprendersi senza una valorizzazione di tipo mediatico-pubblico? Il fatto che poi la Sua Fondazione abbia esternalizzato a ‘Spencer Stuart’ la ricerca dei profili per il nuovo Cda della Banca, potrebbe essere letta dall’esterno – e anche da chi scrive – come impossibilità della Fondazione stessa ad autodeterminarsi?

Perché un’azione di ‘Banca di Asti’ vale più di 8 euro

Sa perché per l’autore di questa lettera aperta il Suo titolo vale ben più di 8 euro? Glielo motivo con piacere.

Il patrimonio netto di ‘Banca di Asti’ consta al momento di 1 miliardo e 100 milioni di euro. Che, diviso per 70 milioni tante quante sono le azioni in capo ai soci, equivale a ben 15,5 euro a singola sottoscrizione. Questo sarebbe dunque il valore reale effettivo del titolo: quasi il doppio di ciò che Lei afferma. Matematica, mica opinione. Ed è singolare che a dare i numeri sia un semplicissimo giornalista neanche economista, che invece dovrebbe fare soltanto ed esclusivamente opinione. A volte, i ruoli si scambiano senza un apparente perché. Ma tant’è. Omnia munda mundis, tutto è puro per i puri dicevano secoli addietro a Roma.

Presidente Negro, mi consenta. Se si vendesse la Banca a 8 euro per azione equivarrebbe per chi compra a mettersi in tasca – subito – ben 7 euro per singolo titolo: il che, calcolatrice alla mano, fa 500 milioni di euro di sopravvenienza letteralmente elargita a chi potrebbe acquistare quote ad un ‘prezzo di favore’ di circa il 50%. Quale vantaggio per i correntisti? Per i Soci? Per la Sua Fondazione? Per chi? Lo chiedo garbatamente, prima di tutti e tutto, a Lei. E, per il momento, Santa Buona Pasqua Cristiana.

MAURIZIO SCANDURRA

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Buttafuoco, Bobbio e i comunisti – La consolazione – Zone rosse – Lettere

Buttafuoco, Bobbio e i comunisti

Debbo all’amico critico cinematografico Fabrizio Dividi che ha intervistato per il “ Corriere della sera “Pietrangelo Buttafuoco se ho avuto modo di tornare col ricordo all’intervista storica che Buttafuoco fece a Norberto Bobbio (ndr: nella foto di copertina a destra con il prof. Quaglieni) di cui sono stato amico per lunghi anni, fino poi ad emanciparmi in modo netto soprattutto rispetto alla cerchia di amici – discepoli -vestali del suo pensiero, diventato per colpa loro, via via, un dogma. Quella intervista di Buttafuoco resta una testimonianza importante che fa da spartiacque tra l’onestà intellettuale di Bobbio e il codazzo post azionista, anzi gramscianazionista, per dirla con Cofrancesco, dei suoi scudieri, alcuni dei quali sono diventati professori, ma non sono mai stati maestri. Sono gli stessi che volevano impedire l’intervista di Buttafuoco.

Pier Franco Quaglieni e Norberto Bobbio

Ricordo che in quell’occasione, anche se i nostri rapporti si erano “raffreddati“ da tempo, Bobbio volle sentire il mio parere sul fatto di concedere l’intervista nel corso della quale finì per ammettere il suo non antifascismo e la sua simpatia per il regime fino ai primi Anni Trenta. Bobbio dopo l’intervista per lui molto sofferta ,resa splendidamente da Buttafuoco con assoluta obiettività ,mi disse di essersi trovato a suo agio con Buttafuoco. Fu rilevato dopo l’intervista che Buttafuoco non gli fece la domanda più “ cattiva“, quella sulla eccessiva indulgenza verso il PCI di tanti azionisti. Chiederò a Buttafuoco di spiegarmi il perché si astenne dal porgli quella domanda. Quando io pubblicai una breve presentazione alla ripubblicazione di “Realtà del partito d’azione” di Augusto Monti che identificava nel 1945 il Pci nel nuovo partito liberale, Bobbio mi disse tutta la sua contrarietà a quell’opuscolo e alla sua ristampa perché avrebbe rafforzato l’idea del filo comunismo degli azionisti. In effetti tutti i gobettiani entrarono nel PCI e furono almeno compagni strada fedeli e ossequienti al partito. Bobbio che polemizzò con Togliatti negli Anni 50, in tempi successivi finì anche lui di cedere alle seduzioni del Pci. La biografia di Alberto Papuzzi, comunista tutto di un pezzo , dimostra il cedimento. Scegliere Papuzzi fu già di per sé un cedimento.

La consolazione
Ho visto in Tv l’ultima puntata della serie di “don Matteo“ che ha cambiato nome in don  Massimo.  Quella serie vecchia e nuova non mi ha mai interessato, ma l’ho seguita per evitare l’ennesimo, insopportabile  dibattito sul  referendum. Ad un certo punto mi ha colpito il verbo “consolare” una persona afflitta, detto da un maresciallo dei carabinieri. Era tanto tempo che non sentivo quella parola . Nella nostra vita edonistica e veloce in cui gli altri quasi non esistono , parlare di consolare qualcuno sa di antico. Mi fa pensare al Dio di Manzoni che atterra e consola. L’uomo d’oggi ha quasi cancellato l’idea di consolare. Consolare con le parole a volte non basta ed occorrerebbero i fatti.
Spesso ci chiudiamo in noi stessi, al massimo ci allarghiamo  al nostro stretto nucleo famigliare. Durante la mia lunga malattia  quasi nessuno ha tentato di consolarmi, forse pensando che non servisse ad alleviare il mio dolore. Ed io stesso devo ritornare al mio lontano passato per ricordare un qualche episodio in cui ho cercato di consolare qualcuno. Ed invece la parola cristiana -ma anche umana e laica-  ha una grande importanza ed aiuta a vivere e può in qualche modo ad alleviare il dolore. La Madonna Consolata, Consolatrice degli afflitti e’ rimasta nel Santuario che ritorna una volta all’anno nella solenne processione. Durante il Covid c’e’ stato chi è andato a pregare la Consolata, come i torinesi facevano nel passato in occasione delle guerre e delle pestilenze.
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Zone rosse
Un po’ in ritardo sono state stabilite 6 zone rosse a vigilanza rafforzata che riguardano quartieri come Vanchiglia, Barriera di Milano, Millefonti-Lingotto, Borgo San Pietro ed alcuni giardini come quello Sambuy di Porta Nuova. Il sindaco aveva richiesto rinforzi e li ha ottenuti. Non attendiamoci miracoli, perché la situazione è davvero degenerata come in tante zone delle città italiane del Nord e del Sud. L’immigrazione selvaggia ne è la causa maggiore, ma anche una parte di italiani ne è responsabile.
La mafia nigeriana si trova a competere e a volte a collaborare con la nostrana, ho letto su un giornale. Occorre prevenire prima ancora di reprimere. E ‘ un principio illiberale, lo so ben , ma in casi estremi occorrono estremi rimedi almeno momentanei . In alcuni quartieri vivere diventa pericoloso e difficile. I cittadini che pagano le tasse, hanno diritto di essere tutelati e va resa la vita impossibile ai delinquenti. Forse e’ un’utopia, ma le moderne tecnologie consentono di tentare un recupero di zone abbandonate per troppo tempo al loro destino da tanti governi.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Titoli cavallereschi
Come mai non ha scritto in rapporto all’articolo che Le ho mandato del “Fatto quotidiano” che accusa Emanuele Filiberto di Savoia di  “vendere” titoli cavallereschi dinastici vietati dalla legge italiana? Le accuse sono pesanti e forse qualche magistrato vorrà vederci chiaro. Il principe si è attorniato di persone inadatte,  rozze e arroganti, dei veri e propri cortigiani nel senso della “vil razza dannata” del “Rigoletto”.   Giusy Tittoni
Non ho scritto perché tanto tempo prima avevo già espresso con misura alcune delle cose scritte dal “Fatto” con la solita cattiveria.  Io non degno il”Fatto” neppure di uno sguardo, mai. Rispetto alle cose scritte da quel giornale, sarei solidale con il principe.

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Dopo il referendum
Il centro – destra appare in subbuglio se non atterrito dopo la sconfitta al referendum. Ha ragione il ministro Crosetto, Meloni ha sbagliato nel violare il principio del garantismo come già fece con un suo assessore piemontese liquidato dalla sera al mattino con toni un po’ fascisti. Agire così significa dar ragione ai giustizialisti del No. Filippo Faletti
Ho già scritto un pezzo sull’argomento. Il garantismo deve valere sempre e non a corrente alternata. Ha ragione Crosetto.
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Il governo Meloni
Riuscirà il governo a fare qualcosa nell’ultimo anno dopo il colpo subito dalla sconfitta referendaria? Io credo che tornerà a vincere la sinistra perché Meloni si è rivelata deludente e con lei tanti ministri incapaci. La sinistra ha uomini competenti e preparati che potranno essere utili al Paese in momenti drammatici come quelli voluti da Trump.   Francesca Azzolini
Palazzo Chigi, Roma

 

Non so prevedere il futuro, come fa l’ex ministro Martelli che dovrebbe stare zitto almeno per dignità con se stesso e il suo passato. Stando ai conduttori di Mediaset quasi tutti schierati contro il Governo, Meloni non arriverà alle elezioni. Un cupio dissolvi ingiustificabile. Il governo ha i suoi limiti, ma gode di un’ampia maggioranza in Parlamento. Meloni deve rivolgersi al Paese in Parlamento o con un messaggio a reti unificate, facendo un appello contro il disfattismo che in momenti come questi non è moralmente lecito. Le tensioni provocate da Trump possono portare alla guerra e alla rovina. Per poter governare meglio, Meloni dovrebbe fare un rimpasto con gente tipo Giorgetti. Nulla di più. La sinistra è ancora ferma su temi divisivi. Aver vinto un referendum non significa avere la via spianata verso Palazzo Chigi. Le difficoltà a vincere della sinistra le vede persino Cazzullo.

“L’ecumenismo nel pontificato di Leone XIV”

Giovedì 26 marzo p.v. alle h 18.30 presso la Facoltà Teologica di Via xx Settembre, 83 Torino.

Il titolo dell’incontro: “L’ecumenismo nel pontificato di Leone XIV” sottolinea come  si tratti di uno dei primi confronti interreligiosi che si svolgono in Italia sulla linea ecumenica del Santo Padre.

La presenza di autorevoli relatori, in  rappresentanza delle tre religioni del Libro, segnala l’importanza universale riconosciuta  alle iniziative dei Papa della Chiesa cattolica.

L’introduzione  prova ad illustrare come le esperienze di dialogo interconfessionale presenti a Torino e in Piemonte, siano all’avanguardia e di stimolo per tutta Italia  e di stimolo in tutta Italia.

Quaglieni: Referendum, le riflessioni di uno storico

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

I risultati del referendum sulla giustizia ha visto un’ampia partecipazione al voto di  cittadini che rappresenta un fatto molto positivo, se si considera l’assenteismo che stava caratterizzando la democrazia italiana da molti anni. Un quesito apparentemente tecnico si è rivelato fortemente politico, forse esageratamente politico perché i due fronti in lizza lo hanno politicizzato anche in modo strumentale. La gente è andata al voto e la sinistra ha dimostrato una capacità di mobilitare le masse che la destra non ha mai avuto. Si è parlato di manipolazione della Costituzione e questo argomento ha fatto breccia. Il fronte del SI’, come già più volte avevo sommessamente evidenziato ,si è rivelato inadeguato nei suoi sostenitori, accettando tra le proprie file personaggi come Di Pietro e Malara. Certe espressioni estreme del ministro Nordio si sono rivelate controproducenti perché sono state il corrispettivo delle sparate del procuratore Gratteri. Il Si’ poteva far leva su valori liberali che non sono stati spiegati: quei valori sono stati lasciati in mano alla Fondazione Einaudi romana che ha organizzato una maratona di “smargiassi”  in piazza in cui hanno avuto spazio oves et boves indistintamente. Einaudi si è rigirato nella tomba. Ci sono stati sostenitori del No che hanno criminalizzato la riforma, dando l’impressione di una rinata egemonia politica che sembrava ridimensionata. E’ tornato in vetta l’antifascismo come fossimo tornati al 1945. Oggi ci troviamo di fronte ad un elettorato quasi  spaccato a metà. La stagione delle riforme appare archiviata sine die e la sconfitta del Sì avrà quasi sicuramente ripercussioni anche sul Governo. La situazione internazionale creata da Trump e i gravi contraccolpi economici derivati hanno giocato un ruolo anche  sul voto degli Italiani. In questo ultimo anno di legislatura sarà difficile predisporre una riforma elettorale che pareva sbagliata prima del referendum e oggi appare quasi impossibile da proporre, se non si vuole esasperare le divisioni del Paese. Parlare di premi di maggioranza a chi raggiunge il 40 per cento potrebbe essere considerato “golpismo” o qualcosa di molto simile. Si apre un anno difficile, tutto in salita con un’opposizione  galvanizzata dall’esito referendario. Essa non deve tuttavia illudersi perché un’aggregazione in nome del No non significa affatto la concretizzazione di una maggioranza capace di governare. Meloni dovrebbe cogliere l’occasione di un rimpasto  per sostituire ministri inadeguati e sottosegretari screditati. E’ indispensabile un tagliando al governo, se Meloni vuole sperare in un successo elettorale nel 2027. Tutto il Piemonte – salvo la provincia di Torino – ha votato per il Sì. Un dato che va meditato e studiato.

Foto: TorinoClick

Ogr, Giampiero Leo: “Un futuro di dialogo e ascolto”

 Il noto esponente delle istituzioni e della cultura torinese nominato vicepresidente

 

Alle OGR Torino si rafforza la governance: nuova fase di sviluppo per l’hub della Fondazione CRT tra innovazione, cultura e apertura internazionale.

 

Le OGR Torino si preparano a una nuova fase di crescita, puntando su un rafforzamento della governance e su un posizionamento sempre più solido nel panorama internazionale dell’innovazione e della cultura contemporanea. L’hub promosso dalla Fondazione CRT, negli ultimi anni, ha consolidato il proprio ruolo come piattaforma capace di connettere ricerca, creatività e impresa, diventando un punto di riferimento per l’ecosistema torinese e non solo.

In questo contesto si inserisce la nomina di Marco Giovannini alla Presidenza, chiamato a guidare le OGR insieme all’Amministratore Delegato Davide Canavesio, con l’obiettivo di rafforzarne ulteriormente l’apertura internazionale e l’impatto sul territorio. Una transizione che, come sottolineato anche dalla Presidente della Fondazione CRT Anna Maria Poggi, segna un passaggio strategico nel percorso evolutivo dell’hub.

A supporto di questa nuova fase, il Consiglio di Amministrazione ha inoltre nominato all’unanimità vicepresidente Giampiero Leo, figura di lunga esperienza nelle istituzioni e nel mondo culturale, chiamato a contribuire allo sviluppo delle numerose progettualità in programma.

È proprio con Giampiero Leo che approfondiamo il significato e le prospettive di questo nuovo corso delle OGR Torino.

Dottor Leo, come ha accolto questa nomina?

L’ho accolta come un grandissimo onore, quasi come se fossi stato scelto come sottufficiale a bordo della celebre Enterprise della saga di Star Trek (ndr: Leo è un appassionato di fantascienza. Nella foto di copertina indossa la divisa di ufficiale interstellare…) . Le OGR a Torino sono oggi una realtà già strutturata e proiettata a livello internazionale, guidata dal Presidente Marco Giovannini insieme all’Amministratore Delegato Davide Canavesio.

Dico questo perché le OGR Torino rappresentano, per la Fondazione CRT, una vera eccezione di futuro: un concentrato di visione, intelligenza e capacità di tenere insieme tecnologia e cultura in modo straordinario.

Se vogliamo restare nella metafora, la Fondazione CRT è il comando della flotta stellare, il governo di questo sistema; le OGR sono invece la sua Enterprise, il prodotto più avanzato di questa “civiltà”, l’espressione più alta di una capacità di progettazione e di governo che guarda lontano.

In questo contesto, il mio ruolo è quello di entrare a far parte dell’equipaggio di una nave che è già in viaggio e che ha una rotta ben definita, contribuendo con senso di responsabilità al buon funzionamento della missione.

 

Quale sarà il suo impegno?

 

Rimanendo nella metafora dell’Enterprise, al comando del capitano James T. Kirk Canavesio e del primo ufficiale Spock Giovannini, il mio impegno si articola in tre direzioni principali, senza alterare l’impostazione esistente, ma aggiungendo un contributo di attenzione, connessione e ascolto.

Il primo ambito riguarda il rafforzamento del dialogo tra la casa madre, CRT, e le OGR. La Fondazione CRT, sotto la guida della presidente Anna Maria Poggi e della segretaria generale Cristina Polliotto, ha compiuto un significativo salto di visione strategica e capacità di governo. In questo contesto, il mio ruolo sarà quello di contribuire a rendere ancora più strutturato e fluido il collegamento tra le due realtà, considerate come parte della stessa famiglia, affinché operino in piena sinergia, valorizzando competenze, progettualità e servizi reciproci.

Il secondo ambito riguarda il rafforzamento e la sistematizzazione delle relazioni con le istituzioni culturali e sociali del territorio piemontese. In questo caso, l’obiettivo è favorire un dialogo più continuo e organico con realtà come la Fondazione per la Cultura della CRT, il Museo del Cinema, la Film Commission e altre istituzioni rilevanti. L’idea è costruire una rete stabile di collaborazione, capace di generare progettualità condivise e di valorizzare il ruolo delle OGR all’interno dell’ecosistema culturale. In questo quadro si inserisce anche il percorso verso la candidatura di Torino a Capitale Europea della Cultura: le OGR, già oggi centro di riferimento per l’intelligenza artificiale e per l’innovazione culturale, rappresentano un interlocutore imprescindibile in un progetto di tale portata.

Il terzo ambito, infine, riguarda l’ascolto, la raccolta e la restituzione delle informazioni. Il mio compito sarà quello di dialogare ampiamente, raccontare le OGR nei diversi contesti, comprenderne percezioni e potenzialità, e raccogliere suggerimenti, osservazioni e stimoli provenienti dai vari interlocutori. Non si tratta di prendere decisioni, ma di creare connessioni: mettere insieme punti di vista, costruire ponti e restituire sintesi ordinate da sottoporre alla Presidenza, in primo luogo della Fondazione CRT e, ancor prima, condividendole nel modo più diretto possibile con la stessa governance della Fondazione.

Non sto dicendo che questi elementi non vi siano già, ma che il mio ruolo sarà quello di ottimizzarli. In sintesi, il mio impegno sarà quello di contribuire a rafforzare relazioni, connessioni e capacità di ascolto, accompagnando un sistema che già funziona con grande solidità, come un’Enterprise ben guidata, aggiungendo attenzione ai collegamenti, apertura al dialogo e cura nella restituzione dei contributi raccolti.

 

Cosa rappresentano le Ogr per la città di Torino?

 

Le OGR Torino, per la città di Torino, per il Piemonte e in parte anche per l’Italia, rappresentano molte cose, ma soprattutto una finestra sul futuro.

 

La vedremo quindi ai concerti rock e alle performance d’arte a cui le Ogr ci ha abituato?

 

 Certamente. Quando ero assessore alla Cultura, faceva parte del mio mandato essere presente anche nei contesti più informali: mi si vedeva anche in discoteca, magari all’una di notte, nell’ambito di campagne di prevenzione e sensibilizzazione. Allo stesso modo, parteciperò alle iniziative delle OGR, non solo per l’interesse culturale, ma anche per coglierne il valore sociale e umano, soprattutto nei confronti dei giovani.

 

Lori Barozzino

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Fallaci, Terzani e Trump – L’eterno dilemma dell’autonomia della Magistratura – “Dio distrugga Israele” – Lettere

Fallaci, Terzani e Trump
Pochi si sono ricordati dell’anniversario della morte di Oriana Fallaci , grande giornalista e donna coerente e coraggiosa mancata nel 2006. La sua “rabbia e l’orgoglio“ ha aiutato  molti a capire le radici profonde del terrorismo islamico e la necessità di non cedere alle minacce nei confronti dell’ Occidente.  Nessuno ha avuto il coraggio, salvo forse qualche estremista ignorante, di evocare il suo nome in riferimento a quanto sta accadendo in Iran dove gli Stati Uniti, per l’incapacità di Trump, si sono lasciati impelagare in una vicenda che difficilmente avrà un lieto fine di natura politica e potrà invece, quasi certamente, generare un’ immigrazione incontrollabile di profughi e determinare  pericoli reali di  terrorismo fanatico in Europa. Oriana che conobbi di persona, era una donna colta che da buona toscana amava Machiavelli. Una volta parlammo anche del Segretario fiorentino e del suo realismo politico coniugato all’utopia – allora – di liberare l’Italia dagli stranieri . Machiavelli analizzava l’essere, pur ipotizzando un dover essere.
Il suo “eroe”, il Duca Valentino fallì, anzi “ruinò ‘perché  manco’ di preveggenza.  Credo che Oriana viva sarebbe ferocemente contro il miliardario americano senza cultura politica che si rivela un farneticante che rischia la terza guerra mondiale senza neppure accorgersi. Certo lui non ha letto Machiavelli neppure in versione Wikipedia. L’altro giorno in Tv ho seguito un’interessante trasmissione dedicata ad un altro fiorentino, Tiziano  Terzani, che non mi  è mai stato simpatico soprattutto per le sue polemiche contro Oriana. Giustamente il prof. Cardini mise in evidenza che i due erano “faziosamente toscani senza moderazione alcuna”. Sono stato indotto ad approfondire le opere di Terzani che venne scoperto come giovane giornalista da Ferruccio  Parri all’ “Astrolabio”  (che fu concorrente del “ Mondo “ di Pannunzio), altro motivo che rafforza la mia scarsa simpatia per lui e per tutti gli ex azionisti finiti a fare i compagni di strada del PCI, se non i suoi “utili idioti“, come si diceva un tempo. Ma va detto che Terzani, uomo di sinistra, ebbe il coraggio di denunciare con totale fermezza i massacri in Cambogia e in Cina , rifiutando in blocco il sistema comunista che si rivelava “nemico dell’umanità“. Il suo anticomunismo nato direttamente sul campo e ‘ cosa apprezzabile perché constatato di persona, viaggiando , quindi senza deduzioni ideologiche. L’ultimo Terzani si impegnò fortemente per la pace, provvisto  di una cultura che andava ben oltre il fragile e pallido  pacifismo nostrano di Aldo Capitini e dei suoi seguaci. La pace per Terzani non era una chimera ideologica , ma rappresentava l’unica modalità di sopravvivenza dell’ umanità . Non dico cosa potrebbe dire di Trump Terzani, perché appare scontato il suo “disprezzo” (uso una parola a lui congeniale) per il presidente americano che gli sarebbe apparso un tragico clown che mette a repentaglio la vita di milioni di uomini, magari credendo di meritare il Nobel per la pace.
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L’eterno dilemma dell’autonomia della Magistratura
In Italia si discute da 80 anni dell’ autonomia e sulla indipendenza della magistratura , un argomento che genera i duelli all’ultimo sangue di questi giorni. E’ un eterno dilemma. Molti hanno fatto polemiche strampalate che rivelano la loro inesistente cultura giuridica anche solo  di base. Altri hanno dimostrato di non conoscere la storia. Tutti parlano e scrivono a ruota libera di temi che non conoscono. Solo così si spiega la confusione che si è generata e che non aiuta a capire un tema complesso eppure molto importante per una democrazia liberale o almeno non troppo illiberale. A far capire il problema dell’indipendenza della Magistratura intesa come potere autonomo  dello Stato  è l’episodio del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione, il monarchico Pilotti, che all’apertura dell’anno giudiziario 1947 ignorò la presenza del capo provvisorio dello Stato De Nicola e  non fece  neppure un cenno del capo o un semplice riferimento a De Nicola e alla nascita della Repubblica del giugno 1946.
L’atteggiamento del procuratore Pilotti creò scandalo e suscitò un dibattito infuocato all’assemblea costituente al quale prese parte Piero Calamandrei che disse che quell’episodio lo induceva a non essere favorevole all’ “indipendenza  assoluta“ dei magistrati come non lo fu neppure  Togliatti che avrebbe  anzi voluto l’eleggibilità dei magistrati in nome della sovranità popolare. Calamandrei fu  per in ‘autonomia dei magistrati  temperata dal fatto che il presidente della Repubblica presiedesse il CSM che oltre ai togati doveva avere anche membri laici eletti dal Parlamento. I comunisti prevedevano inizialmente  un CSM sottoposto al ministero della Giustizia. L’episodio del procuratore Pilotti che offese, ignorandolo, il Capo dello Stato ,rende ancora oggi assai bene  l’idea  estrema di un magistrato del tutto autoreferenziale di cui c’è traccia assai eloquente anche oggi.  Il ministro comunista  della Giustizia Gullo, succeduto a Togliatti, rimosse Pilotti, ma lo nominò magistrato delle Acque con lo stesso grado e stipendio del Procuratore generale. Un episodio eloquente anche per la rimozione ricompensata con un incarico che Pilotti accettò di buon grado.
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“Dio distrugga Israele”
Ho dei  forti dubbi sulla politica e sulla guerra  di Netanyahu  che però non incrinano la mia storica vicinanza ad Israele, rinnegata da vergognosi  apostati come Anna Foa e Gad  Lerner, per non parlare di Moni Ovadia che non ho mai neppure seriamente considerato. Che adesso Il presidente Erdogan, un dittatore che fa parte della NATO ,chieda senza mezzi termini che sia Dio stesso a distruggere Israele, mi appare così mostruoso da farlo considerare un alleato dell’ Iran che vuole eliminare dalla faccia della terra Israele, come Hitler voleva eliminare il popolo ebreo. Questo antisemitismo va denunciato e combattuto. E’ quello che ha guidato i Pro Pal e i fessi d’oro che li hanno seguiti.
Trump è a sua volta un personaggio inaffidabile e inadeguato, iracondo e irrazionale, preda di una visione guerresca in cui la politica e la diplomazia sono bandite. Siamo in un mondo in cui prevalgono i violenti, gli irrazionalisti, i dittatori. Credo di dover  dire: Dio salvi il mondo e salvi i suoi abitanti dal disastro e dalla morte.
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LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com
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Un piccolo oltraggio al grande Conte
Incuriosito dal suo ricordo di Maurizio Corgnati ho acquistato su una bancarella il libro del regista su Cavour che lei ha segnalato. Concordo sui contenuti e sul giudizio che lei ne dà, ma la veste editoriale è davvero pessima perché le fotografie delle lettere autografe di Cavour sono illeggibili. E si tratta di un libro  edito con un  contributo pubblico. La veste editoriale è approssimativa, direi casalinga. Capisco perché Lei ha scritto che Corgnati ha scelto male l’editore.
Filippo De Angeli
Ho ripreso in mano il libro ed è davvero scadente. Un piccolo oltraggio al grande Conte da parte di un editore che si vanta di difendere niente di meno che  la storia piemontese.
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Testimonial referendari
Cosa ne pensa di attori e cantanti che si pronunciano pubblicamente per il referendum? Mi sembra che la loro opinione non sia attendibile.      Tino Busi
Concordo sul fatto che attori e cantanti non siano molto ferrati sui temi giuridici, ma anche tanti politici non sono preparati. Forse non lo sono neppure tanti elettori,  ma queste sono le regole del suffragio universale. Non possiamo pesare i voti, ma dobbiamo limitarci a contarli. Certamente molti testimonial  non sono affidabili. Il problema è facilmente risolvibile. Basta non stare ad ascoltarli . Più problematico resta il voto di chi non sa. Ma anche il voto di chi sa non è di per sé così positivo. Non dovremmo mai dimenticare – senza pretendere di risolvere il problema – che molte dittature sono nate dal voto popolare. Per questo motivo esiste la democrazia delegata ai Parlamenti. Ma spesso nei Parlamenti siedono persone non preparate.  In passato anche cantanti ed  attori sono diventati onorevoli.

Perchè non ho condiviso le idee di Bossi

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Anche quando muore un politico, bisogna pensare che è morto un uomo con tutte le conseguenze umane che esso comporta, in primis il rispetto. Ma chi come me ha dedicato la vita allo studio del Risorgimento che ha amato e ama profondamente, non può provare sentimenti di lutto  politico, se non molto generico, per la morte di Umberto Bossi.  Io avrei potuto discutere con Miglio e con il mio amico Galli, come faccio da anni, ma la volgarità plebea di Bossi non poté mai interessarmi. Fu l’interprete di un secessionismo che non ebbe nulla in Comune con il federalismo di un Cattaneo nato per unire l’Italia, come ricordava Emilio Papa. Fu troppo demagogico, troppo amante della canottiera. Io non rinuncio quasi mai alla giacca e alla cravatta. Certo non si giudicano le persone per la canottiera o per la “gabina”, ma si incomincia a provare una certa  ripulsa quando c’è gente che vuole relegare il Tricolore nel gabinetto. Questo rivoluzionario a parole si è poi ammorbidito nell’esercizio del potere non sempre in modo limpido. I suoi collaboratori portarono il cappio in Parlamento – un atto infame -ma finirono poi di spartirsi il potere con tutti gli altri. Il pratone di Pontida divenne il pretesto di una scampagnata . La Lega di Salvini che nel 2015 andò sulle sue sponde a raccogliere in una ampolla le acque del Piave e non quelle del Po, è il simbolo di una Lega  molto diversa. Solo il razzismo implacabile fa da collante tra una e l’altra Lega, anche se la Bossi – Fini non ha neppure lontanamente risolto i problemi degli sbarchi . Salvini ha superato l’odio anti meridionale, una scelta antinazionale. Bossi rappresenta la II repubblica nei suoi aspetti meno significativi, per voler usare un eufemismo. Io per tante ragioni resto fermo alla prima Repubblica che ha garantito uomini capaci, pace e libertà a tutti i cittadini. Non seppe reagire al ‘68, ma seppe affrontare e piegare il terrorismo. Non ci sono atti politici significativi della II Repubblica  destinati a passare alla storia forse anche a causa della virulenza dell’ opposizione che ha bloccato le riforme. Berlusconi ne esce molto meglio perché comunque ha dimostrato un’inventiva politica indiscutibile, creando una alleanza politica destinata a durare. Bossi resta una figura secondaria con atteggiamenti contraddittori al di là della virulenza dei suoi linguaggi che potevano piacere ai semplici, ma di politico avevano molto poco.