Con “Sinfonie d’amore” Graziella Minotti Beretta raggiunge il traguardo dell’undicesima silloge poetica. Anche in quest’ultima raccolta i sentimenti espressi ( amore, amicizia, l’affascinato sguardo sulla natura, il profondo senso dell’amicizia e i legami del sangue, i mai dimenticati valori e il grumo a volte tenero, a volte doloroso dei ricordi) seguono il ritmo delle emozioni. L’etimologia stessa della parola emozione va ricondotta al moto.
Smuove, nel senso più largo del termine, scuote, agita e fa vibrare l’animo. Emoziona, appunto. E’ così quando si presenta all’improvviso un amore che, come tutti i sentimenti che meritano attenzione e rispetto, non conosce vincoli d’età e distanze.
E’ così quando s’avverte nell’aria il profumo della primavera, della stagione dei risvegli, o quando uno sguardo, una parola, un solo pensiero assumono la forza dirompente di un temporale estivo. Una delle più grandi attrici italiane, Monica Vitti, parlando un giorno del significato della poesia, disse che per lei era “una grazia, una possibilità di staccarsi un po’ dalla terra e sognare,volare,usare le parole come speranze,come occhi nuovi per reinventare quello che vediamo”. In un mondo che tende a chiudersi, dove spesso gli animi si inaridiscono e i pregiudizi prosperano, dove la comunicazione si riduce a pochi caratteri battuti sulla tastiera di un cellulare c’è più che mai bisogno di sconfinare, viaggiare con il cuore, aprire le finestre della mente e andare oltre. Le emozioni contano e sono preziose perché si muovono, non stanno mai ferme. L’amore stesso è movimento e supera gli ostacoli al contrario del suo opposto, quell’odio che è di per se stesso l’ostacolo più grande in tutto. C’è bisogno del conforto delle parole e c’è chi scaccia le paure, accende i desideri cercando nelle parole il conforto necessario. Il senso e la bellezza della poesia sono racchiuse in questo. C’è bisogno di poesia in questo mondo complicato perché attraverso la poesia ognuno può ricercare e trovare il proprio, personalissimo medicamento dell’anima.
Marco Travaglini
Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Roberto Bolaño “Sepolcri di cowboy” -Adelphi – euro 18,00
anni prima, Elise Baxter. E’ accompagnato da un biglietto in cui qualcuno ha scritto con grafia elegante un messaggio che sa di pentimento ed ha riferimenti letterari ben precisi, firmato da un fantomatico Signor Cuorinfranti.
Quella volta in cui il mio cuore sputò sangue
Una delle zone più belle e più incantate di Torino è sicuramente piazza Castello. Si, perché la piazza è magica sia sopra che sotto. Se in superficie la zona è costellata da talismani e caricatori di energia positiva e in più si trova nelle vicinanze un portale destinato a pochi sapienti iniziati, sotto, nell’oscurità della terra, si diramano le celebri, tanto cercate e mai trovate Grotte Alchemiche. E non è un caso che, ancora oggi, la celebrazione del Santo Patrono si effettui proprio su questo suolo. I festeggiamenti odierni affondano le radici nell’antica e pagana usanza dei falò, i fuochi di mezza estate che avevano lo scopo di contrastare simbolicamente l’avanzata del buio che si estendeva sulla terra. I fuochi venivano accesi la notte del 25 giugno, come buon auspicio per le sementi, mentre le piante raccolte prima dell’alba avrebbero avuto poteri magici. La festività, successivamente, venne fatta coincidere con la celebrazione di San Giovanni. Ma andiamo per ordine.
khīmiyya (الكيمياء o الخيمياء), “pietra filosofale”, che è il greco tardo χυμεία, “fondere”, colare insieme”, “saldare”. L’alchimia è materia complessa, anche perché implica l’esperienza di crescita personale di chi la pratica. In tal senso, la disciplina può essere paragonata alla metafisica o alla filosofia, in quanto i processi e i simboli alchemici, oltre al significato di trasformazione materiale, possiedono un significato interiore, relativo allo sviluppo spirituale. Gli obbiettivi dell’alchimia sono conquistare l’onniscienza, creare la panacea universale, ossia un rimedio per curare tutte le malattie e prolungare la vita, la ricerca della pietra filosofale, cioè la sostanza catalizzatrice capace di risanare la corruzione della materia. Ora che sappiamo che cosa cercare, siamo sicuri di volerle trovare queste Grotte? A quanto pare i Savoia avrebbero risposto positivamente, dal momento che ricoprirono un ruolo di massima importanza per quel che riguarda la storia dell’alchimia piemontese. Alcuni esponenti della famiglia si interessarono più di altri alla materia, come Carlo Emanuele I, il Testa’d feu, che si fece costruire un laboratorio alchemico nei sotterranei del castello, o la Madama Reale, che pare si fosse messa in combutta con un mago francese, un certo Craonne. Non sappiamo se qualche esponente della famiglia reale riuscì in definitiva a trovare gli antri magici di cui stiamo parlando, ma qualcun altro invece si: Philippus Aureolus Theophrastus Bombastus von Hohenheim, (1493-1541), noto come Paracelso, Michel de Notre-Dame,(1503-1566), ossia Nostradamus e tale Giuseppe Balsamo, conosciuto con il nome di Cagliostro. Data la levatura intellettuale che caratterizzò questi personaggi, non sentiamoci eccessivamente in difetto per non essere stati ritenuti degni di scorgere l’accesso alle Grotte. Dunque, alziamoci dalla nostra panchina e continuiamo la nostra passeggiata, passando, però, per quello che pare essere uno degli ingressi ai saperi ctoni, cioè la Fontana del Tritone, posta all’interno dei Giardini Reali. Si dice che dopo tre giri intorno alla costruzione, un elementale apra l’ingresso invisibile, ovviamente solo a chi è ritenuto degno di tale onorificenza. Probabilmente così non sarà, ma perché non correre il rischio?