Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” – Einaudi- euro 19,50
Brusca, senza peli sulla lingua, critica, ma anche profondamente buona: è Olive Kitteridge che ritorna, dopo aver fruttato alla sua ideatrice il Premio Pulitzer nel 2009. Se avete amato la prima tranche della sua storia, non potete perdervi questa in cui Olive, professoressa di matematica in pensione, continua ad osservare con acume gli abitanti dell’ immaginaria cittadina costiera del Maine, Crosby. Provincia americana con i suoi trantran quotidiani che è la grande protagonista del romanzo che, come il precedente, è articolato in una serie di racconti, ciascuno compiuto, tutti strettamente collegati.
12 anni dopo Olive è più vecchia, burbera, alta e grossa. Dopo aver seppellito il primo marito (uno sbiadito farmacista che rimpiange) incontra nuovamente l’amore e inanella un secondo matrimonio. E’ con Jack, professore di Harvard, anche lui pensionato, alle prese con acciacchi e decadenza dell’età. Sono entrambi imbolsiti e rallentati dagli anni, ma ancora capaci di tenerezza e complicità.
Poi c’è il rapporto di Olive con il figlio Cristopher che vive a New York con la moglie, due figli di primo letto di lei e due piccoli avuti insieme. Bellissime le pagine che descrivono le difficoltà di Olive nell’incarnare l’ideale di nonna e i problemi durante visite difficili e stizzose, abitudini dure a morire e pazienza quasi nulla.
Poi c’è tutto l’affascinante corollario degli abitanti di Crosby con i loro segreti e destini. Un affresco corale suddiviso in 13 storie private che danno pennellate di colore ad un unico grande quadro. Un libro che parla di vita, vecchiaia e prospettiva sempre più vicina della morte.
Olive dai 70 anni arriva quasi ai 90 e si ritrova vedova per la seconda volta, ghermita da solitudine, rimpianti, ricordi e prospettive prossime allo zero. Una longevità non sempre piacevole, che fa i conti con incontinenza, fragilità, umiliazioni, debolezze, sentimenti grandi e piccoli, meschinità del tutto umane, ma anche sentimenti nobilissimi. Una Olive brontolona che la salute cagionevole riavvicina al figlio e la spinge a scrivere le sue memorie. Un libro delicato e magnifico.
Dina Nayeri “L’ingrata” – Feltrinelli – euro 19,00
E’ sospeso tra gli orrori dell’Iran e le difficoltà d’integrazione in Occidente questo libro altamente autobiografico della scrittrice Dina Nayeri, nata a Isfahan nel 1979 e fuggita dal paese nel 1988. L’Iran della rivoluzione Khomeinista è peggiorato e non è certo un paese per donne, che sono considerate meno di niente.
La madre della scrittrice decide di convertirsi al Cristianesimo (nonostante il parere contrario del marito dentista) inerpicandosi così su una strada difficilissima, irta di ostracismo. Sofferta ma inevitabile la decisione di prendere i figli e andarsene: all’epoca Dina aveva 9 anni ed inizia così la sua odissea di rifugiata.
Un iter lungo e doloroso, fatto di campi profughi a Dubai, accoglienza a Londra, il passaggio per l’Italia in un hotel trasformato in oasi che accoglie masse di richiedenti asilo. Un limbo che sarà l’anticamera per l’approdo finale in America.
Quando arriva in Oklahoma, Dina -che ha già visto di tutto e incontrato la disperazione di chi ha avuto la sfortuna di nascere alla latitudine sbagliata- è determinata a diventare qualcuno. Ma lo status di rifugiato è una forma mentis che non molla: tutto è più faticoso e difficile per chi cerca il suo spazio in terra straniera.
In queste pagine c’è il racconto lucido e in prima persona della complessa quotidianità dei richiedenti asilo, ai quali si impone di rimanere al proprio posto e farsi notare il meno possibile. Ed ecco l’ingratitudine del titolo: la scrittrice sviscera fino in fondo l’insoddisfazione che alberga nel cuore di chi viene accolto. E sottolinea che i migranti non hanno solo bisogno di cibo e documenti, ma soprattutto di sentirsi parte di una comunità….la difficile e impervia via dell’assimilazione.
Danilo Soscia “Gli dei notturni” -Minimum Fax- euro 18,00
Questo è un libro di racconti decisamente particolare, in cui l’autore – che nel 2018 aveva pubblicato “ Atlante delle meraviglie”- si muove con abilità nelle biografie di 40 personaggi e su queste innesta una dimensione onirica. Prende alcuni famosi personaggi del 900 e immagina i sogni che potrebbero aver abitato le loro menti.
Una sorta di biografie notturne in cui tutto è vero e tutto è falso, ma che ci portano più a fondo nelle loro personalità. Attraverso un itinerario, a volte anche molto complesso e forse con un eccessivo accumulo visionario, rintraccia l’identità dei protagonisti e delinea tratti onirico-biografici.
Ci sono uomini politici come Ronald Reagan e Saddam Hussein, attrici come Marlene Dietrich e Anna Magnani, pittori, musicisti, scrittori, scienziati, sportivi, anime nere come Charles Manson e tanti altri.
Solo alcuni spunti, giusto per darvi l’idea.
Soscia immagina i pensieri di Eva Braun che consulta sibille berlinesi; quelli di Aldo Moro recluso nella stanza in cui è tenuto prigioniero dai suoi aguzzini; quelli di
Marylin Monroe quando è ancora sconosciuta. Modigliani che trascorre le notti dialogando con i volti dei suoi quadri; Giulio Andreotti che sogna un’epidemia e lo scrittore Charles Bukowsky che, in un cimitero hollywoodiano, brinda alla morte.
Trait d’union di queste 248 pagine è una scrittura analitica con la quale Soscia entra ed esce da mondi inconsci diversissimi. Come qualcuno ha detto, delle “ipnografie” che travalicano la storiografia.
La riapertura e’ un traguardo importante e l’inizio di una ripresa che appare molto difficile perché il turismo non è stato abbastanza considerato e protetto dal Governo. Per ora sono in gioco gli arrivi di piemontesi e lombardi, ma sarà molto importante l’auspicato arrivo degli stranieri, a partire dai francesi.
E sono proprio di qualche giorno fa due iniziative del Ministero degli Esteri italiano rilanciate dall’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Pietro Sebastiani, nel suo saluto per il 2 giugno, diffuso oggi dalla rappresentanza italiana. Un e-book, dal titolo “Le Piazze (In)visibili”, e un video con l’esecuzione in sincrono dell’inno nazionale da parte dell’orchestra e coro dell’Accademia Chigiana.
Molti personaggi particolari si sono aggirati per le strade di Torino nel corso del tempo, alcuni famosi, altri conosciuti solo nei quartieri in cui abitavano, altri ancora avrebbero preferito non essere ricordati da nessuno.
Noto ai torinesi, ma decisamente non amato, fu invece Pietro Pantoni. Egli abitava in via Bonelli 2, ed era il boia della città. Il suo percorso di vita era segnato fin dall’adolescenza, poiché quello era il mestiere di famiglia. Nel 1831 Pietro ricevette, da Urbano Rattazzi, la patente di Ministro di Giustizia torinese. L’uomo rimase in attività per più di trent’anni, giustiziando 127 persone, fino al 13 aprile 1864, anno in cui si tolse il celebre e sinistro mantello rosso: la forca avrebbe di lì in avanti lasciato il passo alla fucilazione. Pietro non ebbe vita facile, poiché la figura del boia, ovviamente, era denigrata da tutti. La moglie di Pietro Pantoni soffrì in modo particolare questa situazione, tanto che quasi non usciva di casa. Una storia antica ci riporta al XV secolo, quando il duca Amedeo VIII di Savoia era dovuto intervenire per riportare l’ordine tra i fornai della città di Torino, che si rifiutavano di vendere il pane al boia. Il duca li obbligò a farlo, pena il diventare clienti dello stesso esecutore. Ma i fornai, astuti, escogitarono un modo per manifestare comunque il loro disprezzo e iniziarono a porgere alla moglie del boia di turno il pane al contrario. Il Duca intervenne di nuovo: nacque il pancarrè, un pane uguale dai due lati, per non far torto a nessuno. Nonostante tutto, le monete pagate dalle consorti dei boia torinesi continuarono ad essere gettate in una ciotola di aceto dai fornai, per essere “ripulite” dalla loro efferata origine. Curioso era anche il metodo con cui il boia veniva pagato dopo un’esecuzione. Il responsabile firmava il foglio di pagamento indossando i guanti, per non aver nulla a che fare con quel denaro. Dopodiché buttava il foglio per terra, dove un addetto lo prendeva con delle pinze e lo gettava al boia, che aspettava nella tromba delle scale o sotto la finestra.

In Italia non si votava liberamente da tanti decenni perché già le elezioni del 1924 – i cui brogli erano stati denunciati da Giacomo Matteotti – erano state manipolate dai fascisti anche attraverso il sistema elettorale, assai poco democratico, adottato con la Legge Acerbo. Nel 1946 c’erano quindi tantissimi italiani non abituati a votare in una libera democrazia. Al di là del dubbio dei brogli da parte monarchica, mai documentati in modo convincente, Oliva mette in risalto che se errori, manchevolezze o altro ci furono, ciò fu dovuto anche ad una macchina elettorale non pronta a misurarsi con un referendum: ci fu chi segnalò che cittadini avevano votato due volte, chi lamentò di non aver ricevuto il certificato elettorale, ci fu chi, pur avendolo ricevuto, non poté votare perché non registrato al seggio e chi mise in dubbio l’imparzialità di qualche presidente di seggio.
La stessa campagna elettorale si svolse in modo non sereno, almeno in alcune zone del Nord come Torino. La giovane contessa Buffa di Perrero venne percossa selvaggiamente mentre attaccava dei manifesti monarchici nella città sabauda: un’aggressione che le provocò un’invalidità permanente. I leader monarchici in tante città del Nord non ebbero modo di parlare. I giornali erano tutti schierati per la Repubblica: solo la Nuova Stampa diretta da Filippo Burzio alternava gli articoli filomonarchici del suo direttore con quelli repubblicani di Luigi Salvatorelli.
Scrive lo storico torinese: «La Repubblica nasce così tra ricorsi, sospetti, cavilli e pressioni, con la debolezza della politica da una parte e, dall’altra, la magistratura chiamata ad un ruolo improprio di supplenza». Come scrisse Vittorio Gorresio, allora capocronista del Risorgimento Liberale di Mario Pannunzio, «la folla in piazza Montecitorio chiedeva la bandiera, ma non ne fu esposta nessuna perché non si sapeva quale». La Repubblica nacque quindi nel peggiore dei modi possibili ed ebbe buon gioco il monarchico Giovannino Guareschi a scrivere di «Repubblica provvisoria» anche se alla prova dei fatti le sue origini si riscattarono ampiamente con l’Assemblea Costituente e la redazione di una Carta Costituzionale che ha garantito quasi 70 anni di libertà e di democrazia. Lo stesso Covelli che fu deputato alla Costituente e in molte legislature successive lo riconobbe. Il dato incontestabile è però che una Monarchia non avrebbe potuto reggersi con il consenso di poco più del 50 per cento degli italiani. La Dinastia che aveva fatto il Risorgimento e aveva ceduto (o era stata costretta a cedere) di fronte al fascismo scelse la via dell’esilio.
nuotato controcorrente senza mai scadere nel banale revisionismo che tenta di negare realtà anche assai evidenti e ha cercato di “sdoganare” il fascismo, ma non ha mai speso una parola per i Savoia. È uno storico che con questa opera rivela la sua maturità di studioso, così lontana dalle impostazioni ideologiche di un Quazza e di un Rochat. Quand’era un politico seppe portare nella politica l’equilibrio dello storico e, scrivendo di storia, non si è mai lasciato sedurre dalle sirene delle ideologie che Raimondo Luraghi considerava il veleno letale per la storiografia. Rileggere il suo libro sul referendum del 2 giugno e la fine della Monarchia è il modo migliore per ricordare un fatto storico senza enfasi e polemiche che oggi appiaono superate,ma divisero in due i nostri padri e i nostri nonni.
Fino al prossimo mese di agosto, ingresso gratuito per gli operatori sanitari impegnati nei reparti Covid di tutta ItaliaLi hanno definiti “eroi”. E certo la definizione appare assolutamente adeguata, se si pensa all’impegno e al coraggio – insieme alle competenze e alla quotidiana pervicacia – con cui hanno combattuto “in trincea” ( fino al sacrificio per molti – troppi della loro stessa vita) contro la ferocia di una pandemia – “nemico invisibile” che ha lasciato sul campo, in tutto il pianeta, centinaia di migliaia di vite umane. Per questa ragione, in segno di una più che mai dovuta gratitudine, a tutti i medici, infermieri e OOSS che hanno lavorato e continuano a lavorare nei reparti Covid di tutta Italia, il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano di Torino offre l’ingresso gratuito, esteso anche ai loro accompagnatori, nei prossimi mesi di giugno, luglio ed agosto. Un bel modo, non c’è che dire, per il Museo di Palazzo Carignano (via Accademia delle Scienze, 5) per tornare a riaprire i battenti dopo il necessario lockdown imposto dall’emergenza Coronavirus. Cosa che accadrà il prossimo martedì 2 giugno, così come richiesto dalla Città di Torino a tutti i musei con l’intento di creare una giornata che sia una grande festa della cultura.