La Giunta Comunale di Villamiroglio, nella seduta di martedì 21 novembre ha approvato una delibera che recepisce un documento elaborato dal capogruppo di Progetto Villamiroglio – MPP, Massimo Iaretti (nella foto) e condiviso dal capogruppo di maggioranza, Davide Giolito, di solidarietà agli ex lavoratori della Mondial Group di Mirabello Monferrato. In particolare l’attenzione si è concentrata su coloro che si sono visti respingere l’ammissione agli ammortizzatori sociali da parte dell’Inps in quanto, a detta dell’istituto previdenziale, privi dei requisiti necessari per la Naspi. Per questo molti di loro si trovano da mesi in condizioni economiche precarie non avendo, da un lato, stipendi, e, dall’altro, alcuna forma di sussidio. Di qui l’impegno a rappresentare in tutte le sedi istituzionali competenti tale problematica in quanto direttamente interessante il territorio del Monferrato Casalese e ad agire d’intesa, con la Provincia di Alessandria, il Comune di Casale Monferrato e gli altri Comuni ed Unioni di Comuni dell’Area Casalese, nonché con le Organizzazioni Sindacali e la Rappresentanza degli ex lavoratori Mondial Group al fine di un’azione di pressione politica nei confronti dell’Inps affinché l’Istituto previdenziale apra un tavolo di discussione finalizzato al superamento di tale situazione di sofferenza economica e sociale . “Ringrazio il Sindaco Paolo Monchietto e i colleghi della maggioranza consiliare per avere condiviso la proposta – dice Massimo Iaretti – perché la crisi di un’azienda del territorio è una ferita per tutto il territorio. E se tutti gli enti locali faranno la loro parte l’auspicio è che l’Inps possa tornare sui propri passi e dare una risposta, non burocratica ma concreta, a quella che è una vera e propria emergenza sociale”. Iaretti ha intanto depositato un’analoga mozione all’Unione dei Comuni della Valcerrina ed auspica che “anche in quella sede venga discussa al più presto”.
E’ ormai evidente la necessità di mettere a disposizione del Paese servizi di protezione civile anche per gli animali e le loro famiglie e non è più rinviabile una decisione in merito. Lo ribadiscono le associazioni animaliste (Animalisti Italiani, Enpa, Lav, LNDC, Leidaa e Oipa) che da tempo si battono per questo obiettivo e che oggi hanno promosso, nella sala Nilde Iotti della Camera dei deputati, una tavola rotonda intitolata “Gli interventi delle associazioni animaliste nelle calamità”.
Il salvataggio, il recupero, la messa in sicurezza, la gestione degli animali da compagnia in occasione di calamità naturali, dai terremoti alle alluvioni, alle nevicate che isolano intere comunità, sono esigenze sempre più sentite tanto dalle famiglie quanto dalle amministrazioni locali Il tempo della gestione spontaneistica ed episodica delle emergenze deve finire. Perciò le associazioni chiedono che: durante l’esame dello schema di decreto legislativo sulla protezione civile da parte della Conferenza Stato–Regioni, nella seduta del prossimo 6 dicembre, e nelle sedi parlamentari preposte, sia introdotta una previsione che contempli esplicitamente, tra gli obiettivi della protezione civile il soccorso, l’assistenza e la tutela degli animali. Tale iniziativa sarebbe in linea con l’impegno – assunto dal governo accogliendo, il 7 marzo scorso, nell’aula della Camera dei deputati, l’ordine del giorno n.9/2607-B/4 Duranti-Palese – “a dotare la Protezione Civile di una sezione dedicata all’intervento sugli animali”. Sarebbe inoltre opportuno istituire, in seno alla Protezione civile, un coordinamento che provveda alla formazione dei volontari e che coinvolga non solo l’associazionismo animalista, ma anche i medici veterinari che potrebbero rappresentare una grande risorsa in supporto al servizio veterinario pubblico.
Sono maturi i tempi, affermano le associazioni, per una Protezione civile animale, per un volontariato specializzato il cui ruolo sia riconosciuto e il cui lavoro sia in sinergia con le istituzioni che operano sul territorio. Il dibattito, del resto, si apre in un momento cruciale per il ruolo del no profit nella prospettiva di riforma della protezione civile. E non solo, dopo che, nel provvedimento sul Terzo settore, la parola “animali” non è stata espressamente citata. Un errore che è fuori dal tempo.
Il cammino non sarà breve, ma da oggi il Parlamento non avrà alibi per dire “non sapevamo”, “non avevamo capito”.
La Giunta Regionale ha riaperto anzitempo la caccia negli ambiti percorsi dagli incendi. Non corrisponde al vero la notizia circolata che la Regione avrebbe semplicemente prolungato il divieto di caccia. Con delibera approvata venerdì 17 novembre 2017, la Giunta Regionale del Piemonte ha riaperto anzitempo, con due settimane di anticipo, l’attività venatoria nei comprensori alpini percorsi dagli incendi annullando il divieto che prevedeva lo stop fino al 30 novembre 2017. Le associazioni di protezione ambientale e animaliste condannano fermamente questa decisione che tiene in considerazione solamente l’interesse di una minoranza armata e in nessun conto le esigenze di sopravvivenza delle specie selvatiche. In Provincia di Torino la caccia è stata sospesa fino al termine della stagione venatoria solamente in 19 comuni dove si sono sviluppati gli incendi e in provincia di Cuneo solamente in 5 aree in gran parte costituite da zone percorse dal fuoco dove la caccia sarebbe già vietata per 10 anni ai sensi dell’art. 10 della legge 353/2000. Nelle aree ove la caccia rimane vietata per effetto del provvedimento della Giunta fino al termine della stagione venatoria gli animali sopravvissuti agli incendi si sono probabilmente già da tempo allontanati. Nessuno interpreti i provvedimenti regionali come interventi in favore della fauna selvatica. Trattasi dell’ennesimo regalo ai cacciatori dell’Assessore Ferrero di cui sono vittime gli animali. La strampalata ipotesi poi ventilata agli organi di informazione dall’assessore regionale Giorgio Ferrero di istituire zone di protezione nelle aree percorse dal fuoco rappresenterebbe un inganno ai danni del nostro martoriato patrimonio faunistico. Poiché la legge 157/1992 prevede percentuali fisse per la realizzazione delle oasi di protezione, voler realizzare oasi di protezione nelle aree percorse dal fuoco, dove già la caccia è vietata per 10 anni ai sensi dell’art. 10 della Legge 353/2000, significa solamente vietare la caccia in zone dove la caccia è già vietata e la fauna selvatica non esiste più e riaprirla di conseguenza in altre zone dove la fauna invece è presente o potrebbe avere trovato rifugio. Le Associazioni ambientaliste ed animaliste chiedono quindi all’Assessore Ferrero un atto di coerenza e indipendenza politica dal mondo venatorio, confermando il divieto di caccia in tutti i comprensori percorsi dal fuoco fino al termine della stagione venatoria o quantomeno fino al termine previsto in origine.
Per ENPA, LAC, LAV, LEAL, LEGAMBIENTE Circolo L’Aquilone, OIPA, PRO NATURA, SOS Gaia Roberto Piana Vice Presidente LAC
«GTT trasformi una brutta figura in una buona occasione. La sentenza di appello del Tribunale di Torino che si esprime in favore delle lavoratrici e dei lavoratori che avevano denunciato come discriminatorio il comportamento dell’azienda nei confronti loro in relazione al trattamento economico nei congedi parentali, sia per GTT il punto di partenza per avviare nuove pratiche non discriminatorie e paritarie nei confronti dei propri dipendenti» – ha dichiarato Monica Cerutti, assessora alle Pari Opportunità della Regione Piemonte. A un anno di distanza dalla sentenza di primo grado arriva anche il pronunciamento del Tribunale di Torino in appello che respinge integralmente le richieste di GTT e la condanna a pagare quasi 20.000 euro complessivi di spese processuali. Viene dunque confermato il principio secondo il quale l’azienda non può decurtare il premio di risultato aziendale in caso di maternità, congedo parentale o permesso per malattia dei figli. «Già l’anno scorso la Giunta regionale si era mossa per invitare GTT ad avviare una riforma interna per inserire pratiche innovative e sperimentare modelli inediti e avanzati di coinvolgimento del personale. Dispiace constatare a un anno di distanza che la scelta dell’azienda di proseguire in tribunale la propria battaglia porterà un carico sulle casse aziendali di 20.000 euro, le spese processuali. L’auspicio è che, seppur nelle difficoltà che l’azienda attualmente soffre, finalmente si possa mettere in campo maggiore attenzione per i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Politiche che pagano dal punto di vista del benessere del dipendente e che portano un ritorno economico» – ha concluso Monica Cerutti.
Intervento a cura del Centro Studi sul Federalismo
di Domenico Moro* |
| Il 13 novembre scorso, 23 paesi dell’UE hanno inviato, al Consiglio europeo e all’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, la notifica della loro volontà di partecipare a una cooperazione strutturata permanente (PESCO) nel settore della difesa. Si tratta di: Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Croazia, Cipro, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Olanda, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna e Svezia. Restano fuori dall’intesa Regno Unito, come esito della Brexit, Danimarca, Malta, Portogallo e Irlanda, anche se gli ultimi due si sono riservati di aderire nelle prossime settimane. La decisione definitiva dovrà essere presa nel Consiglio europeo di dicembre, in vista del quale i paesi aderenti dovranno presentare il “National implementation plan“, la cui congruità e il cui rispetto vale ai fini della partecipazione e permanenza nella PESCO.
La notifica rappresenta una risposta concreta che l’Europa dà ai suoi cittadini, preoccupati per la propria sicurezza interna ed esterna, messe in discussione dagli attentati terroristici, dai conflitti militari nell’est del continente, in Africa settentrionale, in Medio Oriente e dalla svolta americana in politica estera. Essa mette fine a sessant’anni di esitazioni su una politica autonoma europea nel settore della difesa, anni durante i quali si è affidato ad altri la propria sicurezza. In base alle indagini dell’Eurobarometro, il 68% dei cittadini europei auspica un maggior intervento europeo nella politica di sicurezza e di difesa e il 70% un intervento più significativo nella protezione delle frontiere esterne. Se l’UE, a 18 mesi dalle elezioni europee del 2019, non avesse cominciato a dare segnali reali in questa direzione, l’attenzione dell’opinione pubblica europea sarebbe rimasta concentrata sulle misure di risanamento finanziario, bollandole come politiche di sacrificio “imposte dall’Europa”, senza alcuna contropartita. Le spinte nazionalistiche ed euroscettiche si sarebbero rafforzate, mettendo in discussione i passi avanti anche in altri settori. Per cogliere la rilevanza della decisione del 13 novembre, il paragone migliore è quello con la decisione, adottata nel 1979, di istituire il Sistema Monetario Europeo (SME). Con quella misura, i paesi europei presero atto del fatto che stabilità e unità del mercato comune europeo non potevano essere affidati alla valuta di un paese terzo, il dollaro americano. Occorreva dotare l’Europa di una sua moneta, aprendo così la strada all’introduzione dell’euro. Con la notifica sulla PESCO, i paesi europei hanno preso atto del fatto che la loro difesa non può più essere affidata all’esercito americano, ma vi devono provvedere in maniera autonoma. L’iniziativa ha sollevato dei dubbi, che vanno valutati. Essi riguardano il numero dei partecipanti, la cui estensione coincide quasi con l’intera UE e quindi non sarebbe chiara la differenza con l’ambito PESCO; il voto all’unanimità che regge la governance della PESCO; il meccanismo di finanziamento; l’interoperabilità tra le forze militari dei paesi PESCO e quelle della NATO. A questi dubbi si può rispondere ricordando il precedente dell’avvio dell’unione monetaria che ci ha dato l’euro. Inizialmente allo SME aderirono tutti i paesi che componevano la Comunità Europea (tranne il Regno Unito, che aderirà nel 1990). A mano a mano che prendeva corpo la volontà di procedere all’istituzione di un’unica moneta europea, alcuni paesi si sono dissociati dal progetto. Anche nel caso dell’avvio della PESCO, non si può escludere che tutti i paesi che oggi vi aderiscono, in una fase più avanzata dell’integrazione militare ne faranno ancora parte. La volontà reale di andare avanti si comincerà a vedere quando l’avvio della Coordinated Annual Review on Defence (CARD) promuoverà progetti industriali sovranazionali e il raggiungimento di standard sempre più elevati di capacità operativa congiunta. Il voto all’unanimità, che va certo criticato, non deve essere un alibi, per i governi più volenterosi, rispetto al promuovere progressi nel processo di integrazione. Soprattutto, devono essere gli europeisti più lucidi che, come per lo SME, e in altri casi in cui si prevedeva l’unanimità, devono saper intuire che si è di fronte ad un’occasione unica per un altro passo avanti verso un’unione federale. Lo SME fu istituito con il voto unanime e la governance del tasso di cambio delle valute dei paesi partecipanti prevedeva l’unanimità (o, meglio, la decisione di svalutare o rivalutare era adottata “in base a un mutuo consenso“). Più in generale, nei casi dell’Atto Unico, approvato all’unanimità (ma le misure di attuazione del mercato interno venivano votate a maggioranza), dell’unione monetaria, approvata all’unanimità (ma con la fissazione del voto a maggioranza nella BCE) e della politica estera, le cui decisioni sono approvate all’unanimità (ma la sua attuazione avviene a maggioranza, tranne che per gli aspetti militari e la difesa), si è di fronte a situazioni in cui, di fatto, è già stata attuata o è prevista la cosiddetta “clausola passerella”, evocata dal Presidente della Commissione Juncker nel Discorso sullo stato dell’Unione 2017. Il finanziamento della PESCO è un aspetto rilevante dell’iniziativa, che la notifica sembra sottovalutare. Ma in questo caso si possono ricordare: la possibilità di avvalersi di quanto prevedono i trattati per i costi amministrativi, che possono essere sostenuti dal bilancio UE; l’attivazione del meccanismo Athena – in corso di revisione – per il finanziamento dei costi militari; il Fondo Europeo per la Difesa, che è composto di due volani, uno per il finanziamento della R&S e l’altro per l’incentivazione di progetti industriali sovranazionali. Inoltre, occorre accennare al “fondo iniziale”, previsto dall’art. 41.3 TUE, che può essere istituito dal Consiglio a maggioranza qualificata per operazioni militari che non possono essere finanziate dal bilancio UE. A questo proposito, si può ricordare un Rapporto del Senato francese, il quale prefigurava la possibilità di fare del meccanismo Athena il “fondo iniziale” di cui sopra. Infine, per quanto riguarda l’interoperabilità delle forze militari PESCO con quelle della NATO, effettivamente non è del tutto chiaro se devono essere i paesi PESCO ad adeguarsi agli standard della NATO – cioè a quelli degli Stati Uniti –, piuttosto che la NATO a quelli dei paesi PESCO. Quello che occorrerà stabilire è il fatto che i paesi PESCO dovranno preventivamente condividere degli standard comuni tra di loro, sulla base dei quali procedere ad un successivo confronto con quelli della NATO, prevedendo regole che non penalizzino l’industria militare europea. Con l’avvio della PESCO, che ha l’ambizione di fornire un bene pubblico essenziale, quale è la sicurezza interna ed esterna europea, i paesi partecipanti si sono messi su di un asse di equilibrio: a un certo punto, come con lo SME, o decideranno di andare avanti, verso una maggiore integrazione militare, oppure precipiteranno all’indietro, mettendo in discussione l’intero progetto europeo. La nascita dell’euro ci incoraggia a ritenere che l’asse d’equilibrio, al momento opportuno, penderà dal lato dell’avanzamento, soprattutto se nel frattempo ci si adopererà per consolidare e far avanzare la nuova fase che si sta aprendo per la difesa europea.
*Membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi sul Federalismo (coordinatore dell’Area Sicurezza e Difesa) |
Islam contro islamismo. No ai violenti in nome di Dio
Da tempo assistiamo sgomenti alla sequenza di gravi crimini commessi in nome dell’Islam. Poche informazioni circolano però, in Occidente, rispetto al fatto che le autorità tradizionali islamiche non solo li hanno condannati con fermezza, ma hanno avviato un intenso confronto su ciò che si debba intendere con Islam, per distinguerlo da ideologie che ne tradiscono e uccidono il senso spirituale. Per indicarle è corretto parlare di “islamismo”, intendendo qualcosa che, pur cresciuto in seno all’Islam, è innanzitutto per l’Islam il pericolo più grave. Tali ideologie, la cui espressione estrema è il terrorismo di Daesh, hanno una lunga storia e una vasta diffusione sotto varie forme. Poiché tutto ciò è ben poco noto in Occidente, è ora di prenderne coscienza. A ciò viene incontro per la prima volta il convegno ISLAM CONTRO ISLAMISMO. No ai violenti in nome di Dio, che si svolgerà sabato 18 novembre al Sermig di Torino, con la collaborazione di una parte significativa del mondo islamico piemontese e italiano. L’incontro è promosso dal Comitato Regionale per i diritti umani e dal coordinamento interconfessionale “Noi siamo con voi”, tramite, l’organizzazione in particolare, del Centro
Culturale Italo Arabo Dar al Hikma e dell’Associazione interreligiosa Interdependence. La giornata di lavori pèrevederà gli interventi del Presidente del Consiglio Regionale e del Comitato diritti umani, Mauro Laus, e del Vice Presidente del Comitato e portavoce del Coordinamento interconfessionale, Giampiero Leo. Nel corso dell’incontro prenderanno la parola studiosi e importanti esponenti del mondo islamico italiano e internazionale: Luca Patrizi dell’Università di Torino, Michele Brignone della Fondazione Internazionale Oasis di Milano, Francesco Chiabotti dell’INALCO di Parigi, Mustafa Cerić, Gran Mufti emerito di Bosnia, l’Imam Yahya Pallavicini del Consiglio ISESCO per l’educazione e la cultura, lo Shaykh Abd ar-Rahman Fouda dell’Università di Al-Azhar del Cairo, Ibrahim Gabriele Iungo della Tariqa Shadhiliyya. Una straordinaria occasione non solo per capire la drammaticità del dibattito in corso all’interno dell’Islam, ma anche per comprendere come noi tutti possiamo aiutare loro in questa coraggiosa e difficilissima lotta contro la violenza e il fanatismo.
La Bella e la Bestia, questo è il titolo dello spettacolo che i ragazzi del Centro Rosaspina di Sommariva Bosco (Cn) metteranno in scena il primo di dicembre alle ore 10 presso la Residenza Casa Serena in via Antonio Racca 1 a Sommariva Bosco. I ragazzi sono inoltre disponibili per ulteriori date con una piccola tournèe teatrale. Venerdì 24 novembre alle 21 presso il teatro cinema Elios di Carmagnola,in piazza Verdi 14, si
terrà invece il concerto di Povia che presenterà il suo nuovo disco. Il concerto ad ingresso con offerta libera, sarà presentato da Daniele Gaeta e aperto dalla band Controvento. Anche in questo evento i protagonisti della festa saranno i ragazzi autistici. Scopo del concerto: quello di presentare il progetto del villaggio per gli autistici che sorgerà nell’attuale caseggiato situato sulla strada tra Carmagnola e Racconigi, donato dal Conte Luda di Cortemillia come sede del
progetto. Entrambe le manifestazioni sono state promosse ed organizzate dall’Associazione Angeli di Ninfa, che ha sede a Carmagnola in via Chiffi 25. L’associazione Angeli di Ninfa ha inoltre il piacere di presentare la sua bottega solidale Arcobaleno sita in via Chiffi 25 presso la sede dell’associazione. La equobottega solidale nella quale si potranno acquistare prodotti artigianali realizzati interamente e venduti direttamente dai ragazzi autistici di Villa Ottavia sarà aperta nel mese di dicembre nei seguenti orari: martedì dalle 8,30 alle 11 – mercoledì dalle 15,30 alle 18 e sabato dalle 15,30 alle 18.
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Per informazioni: Antonella Cavallini, presidente, 331 3887285 – M. Cardona, 380 1818311
Ivan Quattrocchio
“Torino è stata nei giorni scorsi teatro di un episodio inqualificabile di razzismo, intolleranza e sessismo.
Se questi episodi sono gravi di per sé, è ancor più preoccupante che un adulto insulti e prenda a calci una ragazza di 15 anni solo per il colore della pelle. Il razzismo anche verso i cittadini italiani sta raggiungendo dei limiti non più tollerabili. Per questo, per non restare inerti di fronte alle ingiustizie e alla crudeltà umana, a nome del Comitato Diritti Umani del Consiglio regionale del Piemonte, chiediamo ai torinesi uno scatto di orgoglio degno della storia di tolleranza e accoglienza della nostra città e invitiamo chiunque abbia assistito all’episodio a fornire ogni elemento utile all’identificazione dell’uomo”.
Il presidente e i due vicepresidenti del Comitato Diritti Umani del Consiglio regionale Mauro Laus, Enrica Baricco e Giampiero Leo.
Ponente ligure: turisti tassati? No grazie
UNA DELLE METE PIU’ AMATE DAI TORINESI

A noi pare un grave errore la tassa di soggiorno in 7 località importanti del Ponente Ligure. il turista va attratto, direi premiato, non punito con un balzello in più. Comprendiamo le ragioni che hanno portato alla tassa per coinvolgere nelle spese i non residenti in quanto i servizi erogati durante la stagione turistica riguardano un numero alto di persone in più, rispetto ai residenti. Ma è l’opportunità politica che ci sembra ancora più importante dei principi in quanto il turismo deve attrarre e il momento e’ difficile. In questo quadro la tendenza a vacanze italiane va sfruttata al massimo e non penalizzata . I turisti portano comunque ricchezza. Le amministrazioni civiche devono garantire ai turisti e ai residenti il meglio. Solo così si diventa concorrenziali e si realizza un progetto di espansione turistica di cui si sente la necessità nelle strutture alberghiere e commerciali che languono. Prima si deve garantire a chi arriva il meglio, poi si potrà pensare anche alla tassa turistica.
Pier Franco Quaglieni
vice presidente del Centro Pannunzio
Il Coordinamento Nazionale Docenti della Disciplina dei Diritti Umani nel rinnovare con forza la propria istanza di estendere l’insegnamento delle discipline giuridiche in tutte le scuole , in particolare nelle scuole di primo grado, vuole esprimere il proprio pensiero in merito alle recenti iniziative del Ministero in materia di Cittadinanza e Costituzione.
E’ noto a tutti come il Coordinamento abbia concluso ogni suo intervento e ogni sua comunicazione evidenziando l’importanza dell’educazione al rispetto delle regole, fin dalla più tenera età. Nel mese di aprile di quest’anno, in seguito alla manifestazione contro tutte le mafie svoltasi a Locri, il Coordinamento ha ritenuto di scrivere al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro dell’Istruzione sottolineando ulteriormente il ruolo fondamentale che i docenti di diritto hanno in questo compito delicato, senza con ciò voler sminuire il ruolo dell’intero corpo docente, ma rivendicando le competenze specifiche degli stessi che li potrebbero e li dovrebbero rendere protagonisti tanto di un insegnamento curriculare quanto coordinatori di tutte le iniziative che riguardano la legalità.
E’, infatti, importante che la scuola venga potenziata nella sua offerta formativa e, indiscusso e indiscutibile il lavoro encomiabile e gli sforzi profusi dagli insegnanti di tutte le discipline, in particolare Noi insegnanti di diritto potremmo sostenere ulteriormente e validamente, data la specificità della nostra materia, il compito affidato a ciascun docente. Perché per divenire cittadini consapevoli si deve procedere a piccoli passi e fin da bimbi, comprendendo che il rispetto delle regole è alla base della convivenza pacifica e civile. Siamo certi che un progetto siffatto non potesse non essere stato valutato allorché nel 2015 è stato avviato un piano di assunzione che ha segnato l’ingresso a scuola di migliaia di docenti di diritto, ma dobbiamo constatare che molti di essi, purtroppo, a distanza di due anni dal loro ingresso nel mondo scolastico, si trovano sconsolatamente e soltanto ad effettuare sostituzioni di colleghi, mortificati nella loro dimensione umana e professionale. Eppure la strada sembrava proprio orientata nel senso giusto. Molti di Noi furono assegnati alle scuole medie e lavorarono con entusiasmo a contatto con i più piccoli che accolsero la novità in maniera estremamente positiva.
Cosa è successo? Cosa si è interrotto? Perché non si è ritenuto di proseguire sulla strada intrapresa? Perché oggi si parla reiteratamente dell’importanza dell’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione, prevedendo anche un colloquio in sede di esami conclusivi del primo e del secondo ciclo, ma pervicacemente non si vuole attribuire ai docenti di diritto l’insegnamento della loro materia ? Perché si insiste nel voler attribuire una materia che rientra nelle nostre specifiche competenze a docenti rispettabilissimi e preparatissimi, ma non formati come Noi all’insegnamento delle materie giuridiche? Perché, ancora, con tutte le risorse umane e professionali di cui dispone la scuola , si privilegia la scelta di cercare all’esterno gli esperti che dovrebbero insegnare la cultura della legalità? Non ritenete che per tutti Noi sia mortificante? Non ritenete che sia giunta l’ora di darci il giusto rango nell’ottica del piano di educazione alla legalità ed in relazione agli obiettivi dell’Agenda 2020?
Perché? Attribuire l’insegnamento di Cittadinanza e Costituzione ai docenti di diritto è fisiologico e consentirebbe, peraltro, a tantissimi docenti di fare rientro nelle loro realtà dalle quali si sarebbero anche allontanati con entusiasmo se nella loro nuova destinazione avessero avuto, e avessero, la possibilità di svolgere concretamente un lavoro che li gratifichi professionalmente. Per questo motivo abbiamo deciso di chiedere un incontro al signor Ministro per discutere le problematiche inerenti a tali argomenti.
Prof.ssa Elisabetta Barbuto
Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani
Intervento a cura del Centro Studi sul Federalismo