Un soggetto che pecca nella sceneggiatura: ma rimane il desiderio di fare cinema

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Sugli schermi “Tienimi presente” di Alberto Palmiero

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ha inizio in un assolato mese di settembre, sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia, “Tienimi presente” – Miglior opera prima alla Festa del Cinema di Roma -, tra gente che il cinema lo fa e gente che il cinema lo sogna. Alberto Palmiero, che è davvero Alberto Palmiero che ha scritto interpreta e dirige e non è certo alla ricerca di un alter ego, ma con la volontà di metterci una faccia tutta sua, è uno di questi ultimi, si ritrova seduto davanti al produttore Gianluca Arcopinto, che è davvero Gianluca Arcopinto, in un gioco di specchi dove la vita si riflette nella settima arte e viceversa, dove realtà (tantissima) e finzione (pochissima) si guardano e si mescolano: dove il produttore è interessato al progetto del giovane autore, gli passa tra le mani un suo biglietto da visita, “quando torni a Roma chiamami e ne parliamo”, per poi scivolare accanto a un altro aspirante e fare un copia e incolla di quanto detto pochi secondi prima. Spunto eccellente, l’inizio che è un gioiellino. Dopo la terrazza di sole, Roma, a far per un giorno la comparsa sul set di Portobello mentre Marco Bellocchio, guardato come un idolo venuto da un mondo lontano – e che s’è pure esposto con la sua sua casa di produzione Kavac Film (e la sua Scuola di Cinema di Bobbio) – e Fabrizio Gifuni girano.

Un film nel film quindi – ed è logico che la memoria corra, anche con una facilità di comodo ma pur immediata, alla gioventù di Fellini e dei Vitelloni, dell’Intervista o di 8 e mezzo – girato da un giovane aspirante al mondo della celluloide (“il film nasce da un periodo psicologicamente complesso della mia vita”) – ed è logico che la memoria corra agli impacci dei primi Moretti e Nuti e ancor più al Massimo Troisi impacciato e goffo, sempre alla ricerca delle parole giuste in un discorso ansimante e rotto che arriva su a fatica dalla gola. Palmiero ha la giovinezza e le sfide dei nemmeno trent’anni, è nato ad Aversa, s’è laureato in informatica, ha viaggiato per una manciata di cortometraggi, a una premiazione per Il pesce toro una signora timida gli dice “voi siete il nostro futuro”, quando rincasa con la mela dorata che di quel premio è il simbolo, padre e madre – quelli veri, che ancora non si capacitano che alla sua età non abbia preso una via sicura (lui che alla luce del computer la sera controlla l’altezza di Sorrentino e Garrone, siamo sull’1,80, e si rincuora con quella di Scorsese, quasi venti in meno; lui che sogna Pulcinella che lo trascina a festeggiare lo scudetto del Napoli), come sono veri la fidanzatina Gaia Nugnes con i suoi baci che ti cascano tra capo e collo, i parenti tutti riuniti a tavola, gli amici di sempre che incontra per una birra o quello del cuore Francesco Di Grazia con cui prova a buttar giù un testo da mettere poi in musica – altro non fanno che impiegar tempo a pensare se sia una mela annurca oppure no. Tentativi e sogni, silenzi e attese, promesse che pochi hanno voglia di mantenere, disillusione e frustrazioni (il cugino lavora in Svizzera e certo i soldi non gli mancano), che lo portano a ritornare al sud, per le feste di Pasqua, a continuare a vivere nella casa dei genitori, a saggiare tranquillità e le mattinate a letto, a vedere le stesse persone, a condividere lo stesso futuro fatto di niente: a imbucare pubblicità se tutto va bene. (Sguardo che non è più personale ma che s’allarga a diventare croce di troppa gioventù rinunciataria di casa nostra.)

Perfettamente in equilibrio, la storia del film è divenuta la sua realizzazione: che, al di là della grande onestà e della sensibilità come della malinconia di fondo circolante dentro Tienimi presente che vanno riconosciute all’autore/attore, colpevole (?) come ogni metteur en scène di un’opera prima d’affidarsi agli elementi autobiografici, pecca di fragilità – specie nella seconda parte dei suoi 80’ complessivi – e di opacità in alcuni tratti, in uno sviluppo che ad un certo punto gira su se stesso e che finisce col non dire più nulla. È la sceneggiatura a difettare (con Palmiero, Davide De Rosa), avrebbe dovuto avere maggiore corposità e sviluppo, tendere a delle sottotracce individuabili e più presenti. Rimane bello il soggetto con le sue aree d’intimità e delle piccole responsabilità (è sufficiente l’adozione di un cane, se ha fatto pipì pulisco io), che è poi la ricerca di “quello che ci fa stare bene” e il coraggio, anche se insicuro e piantato nell’ironia da parte di Palmiero, di aver espresso un mal costume del cinema, fatto di impossibilità di preferenze di (s)fortune di avversità, e di aver dato un ritratto sincero di sé. Ma anche di quella speranza che nella testa di molti continua a non perdere forza. Certo andando ben al di là delle delusioni che non poche volte sono il motore che fa muovere un mondo.

“L’Anima del Vino” entra nel circuito Asti Musei

Un passaggio simbolico e significativo, oltre che strategico, rafforza il dialogo tra cultura, impresa e territorio. Il museo “L’Anima del Vino”, ospitato a  Castelnuovo Calcea, entra ufficialmente nel circuito di Asti Musei, consolidando un progetto che unisce arte contemporanea, memoria agricola e identità vitivinicola.
Il museo ha sede presso il Centro Enoturistico Il Risveglio del Ceppo, all’interno della Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli, nel territorio di Castelnuovo Calcea.

Nato da un ‘idea innovativa, il progetto recupera ceppi di vite colpiti dalla fillossera trasformandoli in opere d’arte grazie alla sensibilità creativa dell’artista. Materia viva che si fa linguaggio, radici che si fanno racconto, memoria agricola che si trasforma in patrimonio culturale.
Le opere accompagnano il visitatore in un percorso esperienziale in cui ogni ceppo conserva tracce di stagioni, vendemmie e lavoro nei vigneti, attraverso un racconto che valorizza la Barbera d’Asti non solo come eccellenza enologica, ma come espressione identitaria di un paesaggio e di una comunità.
L’ingresso nel circuito museale rappresenta un riconoscimento significativo per il territorio e per il modello di collaborazione tra realtà produttive e istituzioni culturali.

“L’ingresso de ”L’Anima del Vino” nel circuito di Asti Musei – ha sottolineato il Presidente Maurizio Bologna –  rappresenta un riconoscimento che va oltre il museo stesso: è un attestato del valore per il territorio, per la sua storia vitivinicola e per la comunità che ogni giorno lavora per custodire e innovare. Questo progetto nasce dalla nostra terra e alla nostra terra restituisce identità, cultura e prospettiva “.

Il direttore Enzo Gerbi ha evidenziato la coerenza tra filosofia produttiva e visione culturale: “Ogni ceppo recuperato è una testimonianza.  Trasformarlo in opera significa dare continuità alla sua storia. Qui il vino si racconta attraverso la materia stessa della vite, in un dialogo tra agricoltura, arte e consapevolezza. È un modo elegante e autentico per esprimere la Barbera d’Asti”.
Con questo ingresso il museo si inserisce pienamente nella rete culturale di Asti Musei, rafforzando la valorizzazione del paesaggio vitivinicolo quale patrimonio condiviso e interpretandolo attraverso linguaggi  contemporanei.

Mara Martellotta

Informazione locale, Bartoli: “Ora impegni concreti”

“SU GEDI HO ACCESO IL FARO GIÀ A DICEMBRE. OGGI UNITÀ IN AULA”

Torino, 03.03.2026 – “Il tema dell’informazione locale in Piemonte non nasce oggi: lo avevo già portato formalmente all’attenzione del Consiglio regionale con un Ordine del Giorno depositato e protocollato nel mese di dicembre, sottoscritto dai colleghi del gruppo Lista Civica Cirio Presidente e regolarmente inserito all’ordine dei lavori.”

Lo dichiara Sergio Bartoli, Consigliere regionale del Piemonte e Presidente della V Commissione Ambiente, a margine della discussione in Aula dedicata alle prospettive del Gruppo GEDI, che comprende testate come La Stampa, la Repubblica e La Sentinella del Canavese.

“La questione è concreta e riguarda da vicino i nostri territori: per La Sentinella del Canavese è stato sottoscritto un accordo preliminare per la vendita alla società LEDI s.r.l., controllata dalla Fondazione Carella Donata. L’operazione, annunciata a dicembre 2025, prevedeva il perfezionamento del passaggio con efficacia dal 1° febbraio 2026, segnando l’uscita dello storico quotidiano di Ivrea dal gruppo di John Elkann.”

Bartoli prosegue: “Su questi temi non servono bandierine: serve serietà. Parliamo di pluralismo dell’informazione, di professionalità, di presìdi territoriali e di tutela del lavoro: elementi essenziali per la qualità democratica delle nostre comunità, soprattutto fuori dai grandi centri.”

“Prendo atto che la Presidenza ha presentato un testo che va nella medesima direzione. Proprio per dare massima forza politica al messaggio dell’Aula e non disperdere energie, ho scelto la strada dell’unità, sottoscrivendo il testo proposto dalla Presidenza e ritirando il mio ODG n. 446, favorendo un percorso condiviso. L’obiettivo viene prima di tutto: ottenere impegni concreti e verificabili.”

“Oggi non ci fermiamo a un titolo: l’Aula dà un mandato preciso alla Giunta. Monitorare l’evoluzione delle operazioni societarie, promuovere un dialogo istituzionale con il Governo e con i soggetti interessati e informare il Consiglio sugli sviluppi. Il tutto nel pieno rispetto delle competenze regionali e della natura privata di queste operazioni, che richiedono equilibrio e responsabilità: la Regione non entra nelle scelte imprenditoriali, ma ha il dovere di vigilare sulle ricadute per il Piemonte in termini di pluralismo dell’informazione e tutela del lavoro. Io ho acceso il faro su questa vicenda già a dicembre e continuerò a tenere alta l’attenzione finché non avremo garanzie concrete.”

Appuntamenti al femminile ai Giardini Sambuy: “Leggere le donne”

In attesa dello sbocciare della primavera i giardini torinesi Sambuy si tingeranno di rosa  il 7 e 8 marzo prossimi dedicando interamente alla figura femminile due giornate di cultura, riflessione e narrazione per celebrare il valore, la forza e il pensiero delle donne.
All’interno di questo percorso nasce il progetto LEGGERE LE DONNE, uno spazio che mette al centro la parola scritta e la scena teatrale come strumenti di consapevolezza e trasformazione.
Sabato 7 marzo il primo speciale appuntamento al Gazebo forbito Sambuy, alle 11.30, sarà con l’omaggio a Carla Lonzi “Adesso sono. Carla Lonzi può essere un altro nome”, con preview dello spettacolo in scena al teatro Sociale G. Busca di Alba, in provincia di Cuneo.
Sarà un momento dedicato a una delle figure più incisive del pensiero femminista italiano, attraverso una narrazione intensa e contemporanea con Monica Martinelli , Alessia Donadio e Luana Doni. A tratteggiare la figura sarà  la storica ed esperta di femminismo torinese Maria Teresa Silvestrini, che ha dedicato i suoi studi alla storia politica delle donne e al contesto piemontese tra Sette e Novecento, affiancando alla ricerca un costante impegno civile e istituzionale.
Già consigliera comunale di Torino e componente della Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte, oggi è docente di Scienze Umane e Filosofia e attiva nella ricerca e nell’associazionismo culturale del territorio.

Domenica 8 marzo, nel contesto del mercato della  Biodiversità Googreen, la celebrazione continua intrecciando cultura e comunità. Alle 11.30 si terrà l’incontro con Emilio Jona, autore del volume intitolato “Quattro donne”, Neri Pozza editore.
Si tratta di una presentazione letteraria che attraversa storie femminili profonde e potenti , capaci di restituire dignità e centralità a esperienze di vita capaci di parlae al presente.

“Leggere le donne” è  un percorso nato per ascoltare, leggere, approfondire e celebrare le donne non solo come simbolo, ma come presenza viva e generatrice di cambiamento non solo letterario, ma anche presente nelle storie e nelle radici profonde delle produttrici del mercato Googreen , nelle danze popolari proposte da Maria Baffert, nella poesia a gettone di Arianna Abis, nei laboratori di Monica Fissore Beesù e di Francesca Speca.

Domenica 8 marzo anche il mercato della Biodiversità Googreen dedica la sua giornata alla celebrazione della figura femminile , mettendo al centro il valore, la forza e il contributo delle donne nelle società, nella cultura e nella cura del territorio.
Un’edizione speciale che intreccia biodiversità e consapevolezza , rendendo omaggio alle donne che ogni giorno custodiscono sapere, guidano imprese agricole, promuovono cultura, educano, innovano e costruiscono comunità.
L’8 marzo diventa così non solo una ricorrenza simbolica, ma un’occasione concreta per riconoscere il ruolo fondamentale della donna nella rigenerazione sociale e ambientale.
Accanto alla presenza dei produttori e delle realtà impegnate nella sostenibilità,  la giornata sarà accompagnata da una programmazione culturale dedicata, capace di coinvolgere pubblici di tutte le età tra danza, narrazione, laboratori e incontri letterari.

Mara Martellotta

La sofferenza dell’automotive colpisce le microimprese piemontesi

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La sofferenza dell’automotive colpisce duro anche le migliaia di microimprese, principalmente artigiane, che operano nell’indotto “allargato” che comprende, oltre ai produttori di parti elementari necessarie alla grande industria, tutti i servizi diretti e indiretti collegati.

Le cause hanno radici lontane che si sono negli ultimi anni ulteriormente aggravate in ragione degli elevatissimi costi di sviluppo del prodotto e di un “tempo per arrivare sul mercato” scarsamente performante, per tutto il settore ad esclusione della Cina.

“Questo scenario di crisi prolungata rischia di dare il colpo di grazia per migliaia di piccole imprese – continua Taricco – e di trasformare Torino e varie zone del  Piemonte  da “culla dell’automobile” in territori fantasma dove le auto vengono fatte altrove e non si è realizzata la necessaria riconversione verso altri modelli produttivi.”

“Da questo discendono le gravi preoccupazioni per le ricadute sui nostri subfornitori – incalza Giorgio Felici, Presidente di Confartigianato  Imprese Piemonte – sull’indotto allargato e sulle famiglie degli artigiani e dei lavoratori coinvolti; è pertanto vitale un cambio di strategia per le politiche industriali in primis dell’Europa, per metterci in linea con quanto gli altri due grandi player mondiali Cina e Stati Uniti stanno facendo, mitigando l’urgenza di scelte ambientali troppo severe.”

Auspichiamo che la politica si prodighi per attrarre nuovi produttori di vetture grazie alle capacità di innovare delle nostre imprese – conclude Taricco – che metterebbero in pista l’eccellenza delle risorse umane e che la ZES (zona economica speciale) già in vigore nel Sud Italia, venga attivata nelle zone piemontesi più colpite, garantendo benefici fiscali e semplificazione burocratica. Un nodo che è stato posto in audizione alla Commissione industria del Senato lo scorso mercoledì 25 febbraio. Chiediamo sgravi e incentivi per poter riconvertire e diversificare la produzione e ridurre i costi vivi al fine di scongiurare una crisi industriale senza precedenti .

Quando Napoleone cacciò i frati, San Francesco a Cuneo è tornato a splendere

Fu ospedale, poi stalla e caserma e i frati furono cacciati. Oggi l’ex convento di San Francesco a Cuneo, nei pressi della pedonale via Roma, nel cuore del centro storico, è rinato e ospita mostre, conferenze e un museo civico con la storia della città e delle valli alpine cuneesi. Nel Duecento arrivarono i frati francescani e nei secoli successivi il convento con l’annessa chiesa diventò un luogo di aggregazione e punto di riferimento per i cuneesi e per le famiglie nobili che parteciparono con ingenti donazioni di denaro all’ampliamento della struttura.
Ma non fu sempre chiesa. A metà Settecento durante l’assedio franco-spagnolo la chiesa fu trasformata in ospedale e il convento francescano diventò una stalla. Arrivò Napoleone, sciolse gli ordini religiosi e ne confiscò i beni. I francescani furono costretti a fuggire. I soldati francesi occuparono il complesso religioso, utilizzarono chiesa e convento come caserma e guarnigione militare e gli arredi vennero venduti o nascosti in altri edifici. Nel 1928 fu parzialmente restaurata la facciata ma è solo nel 1970 che la chiesa e il convento vennero riportati agli antichi splendori. Dal 1980 l’intero complesso monumentale di San Francesco è utilizzato come luogo di attività culturali. La pianta della chiesa è a tre navate e lo stile dominante è il gotico che subentra al romanico presente nella costruzione precedente.
Chiesa e convento ospitano il Museo civico di Cuneo che espone reperti della preistoria, romani, alto medievali e medioevali, una raccolta d’arte sacra locale e di pittura piemontese dell’Ottocento e del Novecento, attrezzi e abiti tradizionali delle valli alpine cuneesi. San Francesco ospita, fino al 29 marzo, 19 capolavori del Rinascimento e del Barocco, tra cui dipinti di Tiziano e Guido Reni e sculture di Bernini, nella mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello e Bernini. Storia di una collezione”. È aperta martedì-venerdì: 15,30 – 19,30, sabato e domenica: 10 -19,30.
Nelle foto, esterni e interni del Complesso monumentale di San Francesco
sala della mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello e Bernini”
Filippo Re

ANPI Torino, confronto sul referendum il 5 marzo

 

Giovedì 5 marzo, alle 18.00, la Sezione torinese dell’ANPI “ Eusebio Giambone” promuove un incontro in previsione del referendum sulla giustizia intitolato “Capire la riforma per difendere la democrazia”. L’evento su svolgerà presso l’Osteria Rabezzana al numero 23 di via San Francesco d’Assisi nel centro di Torino. Si tratta di un momento di confronto aperto per comprendere i contenuti della riforma della giustizia e le implicazioni referendarie, con l’obiettivo di favorire una partecipazione consapevole e informata. Interverranno Sara Panelli e Giulia Rizzo, magistrati con funzioni di pubblico ministero. “Come ANPI siamo particolarmente sensibili ai diritti e alle libertà dei cittadini, contro censure, delegittimazioni, prevaricazioni del potere”, afferma la presidente della Sezione torinese Laura Marchiaro. “ L’esercizio dei diritti e delle libertà dei cittadini è salvaguardato dalla Costituzione attraverso la divisione dei tre poteri, il legislativo, l’esecutivo, il giudiziario. Questa è la garanzia fondamentale  per impedire abusi e ogni sorta di autoritarismi. Per questa ragione sosteniamo il NO al referendum perché la legge di riforma, che cambia la Costituzione, colpisce proprio la divisione dei poteri, frammentando l’organo di autogoverno, cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, sminuendone le funzioni e indebolendo di conseguenza l’autonomia e l’indipendenza della Magistratura”. “ La riforma  – continua Laura Marchiaro – prevede la divisione in due del Consiglio Superiore della Magistratura, uno per la Magistratura giudicante e l’altro per i Pubblici Ministeri. Per di più i magistrati componenti di ciascun CSM sarebbero estratti a sorte, una scelta umiliante che prescinde dal consenso e dal merito, mentre la formazione dei rappresentanti politici del CSM avverrebbe attraverso un meccanismo di fatto pilotato dalla maggioranza di governo. Inoltre la riforma prevede anche un’Alta Corte, con analoghi meccanismi di formazione dei componenti, ancora più sbilanciati a favore del governo. Il risultato finale sarebbe, in sostanza, un colpo alla Magistratura e un aumento di potere del governo. Insomma, vogliono cambiare la Costituzione per dare più potere al governo. E questo non va per niente bene”.  L’incontro è pubblico con un aperitivo a buffet ( quota di partecipazione, 15 euro). Per informazioni: Osteria Rabezzana ( tel 011-543070 / info@osteriarabezzana.it).

M.Tr.

Polyart, None. La follia femminile: “Scomposte”

Dal 7 al 14 marzo prossimo presso la Sala Espositiva dell’Associazione PolyArt di None si terrà la mostra di arte contemporanea dal titolo “Scomposte”, curata da Angela Policastro, con il patrocinio del Comune di None.
L’associazione Artistica PolyArt presenta il progetto espositivo “Scomposte”, una mostra collettiva nazionale e internazionale dedicata al tema della follia femminile,  tra ribellione, stigma e libertà.
L’obiettivo che si è posta l’associazione Artistica Polyart è quella di rendere l’arte accessibile e comprensibile ad un pubblico sempre più ampio, favorendo il dialogo tra artisti e visitatori e rafforzando il legame tra arte, territorio e comunità.
La mostra intende creare un contesto culturale in cui riflettere e confrontarsi su tematiche importanti e attuali, con particolare attenzione alla condizione femminile nella società contemporanea.
L’esposizione dal titolo “Scomposte” esplora il tema della follia femminile come spazio di conflitto, sofferenza, ma anche possibilità di liberazione e di resistenza.
Le donne sono rappresentate “fuori norma”, scomposte rispetto alle aspettative sociali, agli stereotipi di genere e ai modelli tradizionali di comportamento.
Le opere affrontano la follia femminile come manifestazione di disagio sociale, risposta a condizioni opprimenti, alla limitazione dei ruoli femminili e alla mancanza di autonomia.

Seguono la riflessione sulla malattia mentale, sulle esperienze di sofferenza, cura ed emarginazione vissute dalle donne, l’esplorazione dei rapporti di potere e controllo, in cui la follia  diventa gesto di ribellione e di riappropriazione di sé, la messa in discussione degli stereotipi che associano le donne a instabilità emotiva, fragilità e passività, proponendo, invece, figure complesse e multidimensionali.

Tra gli artisti in mostra Giovanni Agosta, Claudia Bovi, Laura Bui, Sandrine Charraut, Denise Coppola, Rosalba Lamantia, Vanessa Laustino, Angelo Maiorana, Irene Pietrosanti, Angela Policastro, Antonio Rovera, Ludovico Salemi, Fabiana Salvatore, Marco Scognamiglio, Luca Squinzani, Silvana Stefanetto e Carla Suppo.

L’inaugurazione della mostra si terrà sabato 7 marzo presso la Sala Espositiva dell’Associazione Artistico Culturale PolyArt in via Santorre di Santarosa 51 a None, in provincia di Torino.
La mostra è visitabile fino al 14 marzo prossimo, con ingresso gratuito.

Orario dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 18.30. Sabato 15-17.

Mara Martellotta

I Bull Brigade e Torino: vent’anni dopo, la rabbia è diventata consapevolezza

Ci sono band che attraversano il tempo. E poi ci sono band che attraversano le persone. I Bull Brigade appartengono alla seconda categoria. Perché la loro storia non è solo quella di vent’anni di concerti, dischi, chilometri macinati tra cantine e palchi importanti. È la storia di una città che cambia, di un’identità che si mette in discussione senza tradirsi, di una rabbia che cresce insieme a chi la canta. In vista del ritorno sul palco dell’Hiroshima Mon Amour il 6 marzo, Eugenio Borra — frontman della band torinese — racconta cosa significa oggi essere Bull Brigade. Tra una città che ti ha cresciuto e continua a interrogarti, una fede granata che è diventata educazione ed un disco che somiglia a un atto d’amore verso ciò che si è stati e ciò che si sta diventando: Perché non si sa mai.

Torino è ancora casa?

«La storia è quella di due Torino differenti» dice senza esitazione. I primi vent’anni sono quelli dei sogni: cantine, prove infinite, la voglia di misurarsi con i “mostri sacri” del punk torinese. Era un fregio da ostentare, un’identità da conquistare. Giovani punk che volevano scrivere una pagina nella musica della città. Nel mentre si viveva la consapevolezza di essere figli di una città operaia, dei ritmi della fabbrica, di genitori che lavoravano in Fiat o nell’indotto. Quella frenesia, quella coscienza di classe, entrano nei testi. La rabbia si struttura. Diventa racconto operaio. Oggi però Torino è diversa. Anche l’underground e lo stadio hanno preso direzioni che Eugenio sente meno sue. «Quando avevo vent’anni avevo una casa ovunque. Adesso succede di rado». È il tempo che fa questo effetto. Lo faceva già ai suoi genitori. Eppure, moltissimo della loro gioventù è passato proprio da questa città e suonare all’Hiroshima significa rimettere i piedi in un luogo che ha contribuito a formarli.

Il Toro: identità e stile di vita

Gli chiedo cosa c’è nel modo di vivere il Toro che assomiglia di più allo spirito punk dei Bull Brigade.« Il Toro, nei brani dei Bull Brigade, non è mai un richiamo o un riferimento per accendere il pubblico. È molto di più». Eugenio lo racconta così, senza esitazioni: il nome stesso della band nasce dal desiderio di incarnare quella mentalità. Il toro come identità, come appartenenza di classe, come ideale che non si piega alle mode o ai risultati. Non è solo una squadra, è un modo di stare al mondo. Per lui la vita punk e quella calcistica hanno sempre seguito la stessa traiettoria: coerenza, lealtà, senso di comunità, scelta di campo. Essere del Toro significa imparare presto cosa vuol dire resistere, restare fedeli anche quando non è conveniente, sentire la sconfitta come parte del percorso ma non come resa. «L’educazione che ho ricevuto come tifoso del Toro mi ha reso il cantante dei Bull», dice.

Nei primi anni la rabbia era molto frontale, quasi fisica. Oggi, con più esperienza e consapevolezza, la rabbia è cambiata? È diventata più riflessione, più responsabilità, o resta la stessa energia di sempre?

Nei primi dischi la rabbia era frontale: inni, slogan, la sensazione di poter cambiare il mondo. Oggi è diversa. «È più consapevole. E più drammatica». Diventare adulti, diventare genitori, significa fare i conti con un limite: non puoi cambiare tutto. Inoltre il mondo che restituirai ai tuoi figli non è quello che sognavi a vent’anni ed è per questo che la rabbia non è sparita. Però  si è fatta più profonda e consapevole: ad oggi è meno slogan e più responsabilità. Eugenio mi racconta come la stessa sia fatta di meno illusioni salvifiche, ma di maggior conflitto interiore.

Con Perché non si sa mai avete scelto di rischiare: un suono più aperto, una produzione diversa, un dialogo potenzialmente più largo con il pubblico. C’è stato un momento in cui vi siete chiesti se stavate tradendo qualcosa del vostro passato, o avete vissuto questo passaggio come una naturale evoluzione della vostra identità?

Il punto di svolta è stato lavorare con un produttore esterno come Andrea Tripodi ha significato accettare di mettersi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto cambiare il modo in cui i Bull Brigade suonano e vengono percepiti. «Ci ha cucito un vestito nuovo», racconta. Un vestito che rende le canzoni più aperte, più fruibili, forse capaci di arrivare a un pubblico più largo. Il conflitto con il passato c’è stato  in Sopra i muri dove Eugenio dialoga apertamente con il sé ventenne, con quell’idea di banda che è stata fondativa. Lì c’è la consapevolezza che crescere significa rimettere in discussione gli schemi senza perdere il nucleo. L’idea di banda resta intatta

E poi c’è la “tribù”.

Quando gli chiedo cosa li tenga ancora uniti dopo vent’anni, Eugenio non parla di concerti, numeri o traguardi. Parla di legami. «È una famiglia dentro la famiglia», dice. Cinque uomini con le proprie vite, le case, i figli che crescono e le responsabilità che si moltiplicano. In mezzo, ottanta date l’anno: chilometri, alberghi, attese, stanchezza. La necessità di imparare a convivere anche nei silenzi, di rispettare gli spazi, di sostenersi quando uno dei cinque vacilla.La musica è solo una parte dell’equazione. Il resto è condivisione. Di gioie e di dolori. Nei momenti difficili, racconta, la band ha sofferto con lui. Non è rimasta ai margini, non ha osservato da lontano. Ha attraversato quel dolore insieme, esattamente come ha fatto la sua famiglia.  In quella sovrapposizione di sguardi c’è il significato più autentico di cosa siano diventati oggi i Bull Brigade: non solo un gruppo che suona insieme, ma una comunità che condivide il peso delle fratture, una rete che tiene quando qualcosa si spezza.

 Valeria Rombolà

Indagini sui sei minuti da chiarire nella morte del bimbo di 5 mesi

Proseguono gli accertamenti della Procura di Torino sulla morte del bambino di cinque mesi caduto in casa a Pessione, nel Torinese. Al centro dell’inchiesta ci sarebbe un intervallo di circa sei minuti tra il momento della caduta e la richiesta di aiuto, un lasso di tempo che gli investigatori stanno cercando di ricostruire con precisione.

Secondo quanto emerso finora, il piccolo sarebbe precipitato dalle scale mentre si trovava in braccio alla madre. Dopo l’impatto, il neonato è stato trasportato d’urgenza all’Ospedale Regina Margherita di Torino, dove è stato ricoverato in condizioni critiche. Nonostante le cure, il bambino è deceduto nei giorni successivi.

L’indagine è stata aperta per omicidio colposo, un passaggio tecnico necessario per consentire gli approfondimenti medico-legali, a partire dall’autopsia, che dovrà chiarire le cause del decesso e la dinamica dell’accaduto. Gli inquirenti stanno verificando orari, testimonianze e comunicazioni per ricostruire con esattezza la sequenza dei fatti e comprendere cosa sia avvenuto in quei minuti considerati cruciali.