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La natura che accoglie, la Fattoria Sociale Paideia a Flor 2026

La Fattoria Sociale Paideia  partecipa a Flor 2026, la manifestazione che, nel weekend dal 22 al 24 maggio prossimi, trasformerà  il Parco del Valentino in un grande giardino diffuso, proprio nel cuore di Torino.
Per tre giorni lo stand della fattoria sarà uno spazio di incontro tra natura,  creatività, condivisione, in cui sarà possibile conoscere il progetto sociale,  scoprire i prodotti realizzati dalla Fattoria e partecipare  ad attività aperte a tutti.
Tra le varie proposte figura il laboratorio a passaggio “Sacchetti profumati”, un’esperienza sensoriale dedicata ai profumi della natura e “ Solo il seme sa” , laboratorio su prenotazione per bambini e bambine dai 3 ai 10 anni, alle ore 16, in cui i piccoli partecipanti realizzeranno un mini orto utilizzando materiali di recupero e semi da orto.

Sarà possibile presso lo stand acquistare alcuni prodotti della Fattoria Sociale Paideia, espressione di un’agricoltura sociale che pone al centro il rispetto per la terra e la cura per le persone. Si tratta di prodotti quali la confettura di fragole, la composta di cipolle rosse, la composta di peperoni, la vellutata di zucca e patate, lo sciroppo di fiori di sambuco, le nocciole in miele e nocciole tostate.
La Fattoria Sociale Paideaia rappresenta un progetto della Fondazione Paideia che, dal lontano 1993, offre un aiuto concreto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie.  La Fattoria fa parte della Fondazione Paideia, nata per volere delle famiglie Giubergia e Argentero, e rappresenta un ente filantropico che opera per offrire un aiuto concreto ai bambini con disabilità e alle loro famiglie. È  stato scelto il termine ‘Paideia’ perché, in greco, significa infanzia, crescita, educazione, formazione e il centro offre assistenza, accoglienza e sostegno ai bambini con disabilità,  prendendosi cura di genitori, fratelli, sorelle, nonni, affinché  ognuno possa esprimere al meglio le proprie potenzialità. Obiettivo principale è  quello di sostenere la crescita dei bambini e di chi si cura di loro, partecipando alla costruzione di una società più inclusiva e responsabile.

Fattoria Sociale Paideia

Strada Pino Torinese 15/1 Baldissero Torinese (TO)

Strada Vicinale Oia 20 Caramagna Piemonte ( CN)

Il giovane fotografo iraniano dei cani torinesi, Navid Tarazi, in arte Doggodaiily

 

Ha raccontato la sua esperienza il 17 maggio scorso all’Arena Piemonte del Salone Internazionale del Libro di Torino

Nella giornata del 17 maggio, presso l’Arena Piemonte del Salone del Libro 2026, si è tenuto un incontro dedicato al progetto fotografico e narrativo di Navid Tarazi, in arte Doggodaiily, giovane fotografo iraniano capace di conquistare migliaia di persone attraverso le storie dei cani e dei loro proprietari. L’evento, moderato dal giornalista Gioele Urso, è stato introdotto dal saluto del Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, alla presenza anche del Vicepresidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Franco Graglia, che ha sottolineato il valore umano del progetto.
“Ho sette gatti in casa e amo molto gli animali, ed è anche per questo che ho trovato geniale il progetto di Navid”.

Approdato in Italia nel settembre 2022 e iscrittosi al Politecnico di Torino, Navid ha raccontato come la fotografia sia diventata per lui uno strumento per superare la propria timidezza e creare una rete di relazioni.
“Per voi vedere un cane per strada è normale, per me no. In Iran è vietato portarli a spasso – ha spiegato Navid Tarazi – ho usato la fotografia come scusa per parlare con i proprietari. Il primo approccio non fu semplice, sono molto timido e non parlavo italiano, poi ho visto un signore elegante con un bassotto e mi sono lanciato”.
Da quel momento è nato un progetto che oggi conta oltre 10 mila cani fotografati e più di mille storie pubblicate, con milioni di follower sui social.
“Quello che piace nelle mie storie è l’amore puro. Cerco sempre di essere sincero – ha spiegato l’autore – soffermandosi sul rapporto tra animali e persone”
Nel corso dell’incontro si è parlato anche di gatti. “Da fotografo, devo dire che fotografare gatti è più difficile, non ti ascoltano” – ha raccontato Navid, rispondendo a Franco Graglia”.

Mara Martellotta

Scaloppine di vitello al limone

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Un secondo piatto di carne amato da tutti, da preparare a pranzo o a cena anche all’ultimo momento. Le scaloppine al limone si preparano con  pochi ingredienti, semplicemente tenere e sottili fettine di vitello avvolte da una fresca e agrumata salsa cremosa e vellutata. Davvero stuzzicanti ed irresistibili.

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Ingredienti

 

6 fettine di carne divitello

1 limone

1 noce di burro

1 rametto di rosmarino

1 spicchio di aglio intero

Poca farina bianca

Mezzo bicchiere di vino bianco secco

Sale, pepe q.b.

Appiattire le fette di carne con il batticarne, incidere i bordi delle fettine per non farle arricciare. Passare le fettine nella farina bianca facendola aderire bene. In una larga padella far spumeggiare il burro con il rosmarino e l’aglio, mettere le fettine e lasciarle rosolare da entrambi i lati, sfumare con il vino bianco, lasciar evaporare, abbassare la fiamma e lasciar cuocere per alcuni minuti. Aromatizzare con il succo di limone e la buccia grattugiata, lasciare insaporire per due minuti poi salare e pepare. Filtrare la salsa per renderla piu’ vellutata e servire subito.

Paperita Patty

La regola numero uno…

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L’allegra combriccola stava marciando da più di un’ora nel bosco di latifoglie, guidata da Serafino Lungagnoni, in versione vecchio Lupo. Il suo cappellone boero grigio spiccava sui cappellini con visiera verde suddivisi in sei spicchi bordati di giallo, segno distintivo dei lupetti.

Tutti in divisa – camicia azzurra, pantaloncini di velluto blu, calzettoni dello stesso colore, lunghi fino al ginocchio,e l’immancabile fazzoletto al collo – , con passo marziale scandito dalla loro guida,erano ormai in procinto di sbucare sulla radura dove, alta e maestosa, li attendeva la quercia secolare. Albero simbolo del bosco Negri , al confine della Lomellina, all’interno del Parco del Ticino, alle porte di Pavia, era stato scelto dal Lungagnoni perché i ragazzini potessero abbracciarlo. Il buon Serafino era convinto che, abbracciando le piante, si potesse stabilire una forma di comunicazione con il mondo vegetale dal quale trarre giovamento. Il bosco, tra l’altro, era bellissimo: una ventina d’ettari che rappresentavano un ottimo campione della vegetazione che ricopriva gran parte della pianura Padana prima dell’arrivo dei Romani. Non solo alberi d’alto fusto ma anche tanti fiori e arbusti come il Biancospino e il Ciliegio a grappoli, che offrivano spettacolari e profumatissime fioriture all’inizio della primavera. I lupetti del suo Branco, disposti in cerchio attorno alla quercia, cinsero l’albero in un grande e tenero abbraccio, sotto lo sguardo compiaciuto di Lungagnoni che, ad alta voce, rammentava non solo il valore del gesto ma anche le due regole fondamentali del branco: “Il Lupetto pensa agli altri come a se stesso” e “Il Lupetto vive con gioia e lealtà insieme al Branco”. L’educazione dei piccoli era per lui una missione alla quale, nonostante l’età e il fisico corpulento che gli strizzava addosso la divisa,non intendeva rinunciare.

Eh, vorrei vedere. Se non ci fossi io a tenere insieme questi qui, chissà come crescono.. Io mi do da fare, cerco di portarli sempre a contatto con nuove realtà che prima mi visualizzo per conto mio, evitando pericoli e sorprese”. Sì, perché il nostro Vecchio Lupo amava “visualizzare” prima ogni cosa: fosse un percorso, un campetto da calcio, una baita o un ricovero per passarci la notte. “Nulla va lasciato al caso,eh?Cavolo, quando mi ci metto io le cose vanno lisce come l’olio e le mamme sono tutte contente. E’ una bella soddisfazione,no? ”.Così era stato anche in quell’occasione, visitando il bosco Negri. E, terminato il rito dell’abbraccio alla quercia, diede l’ordine perentorio di rimettersi in marcia. “Forza, ragazzi. Dobbiamo arrivare alla fine del bosco entro mezz’ora, poi ancora un’oretta e saremo alla stazione ferroviaria dove, con il locale delle 18,30, si rientra al paese. Sù, avanti, marsch!”. Lungagnoni, sguardo fiero e petto in fuori, dettava il passo senza rinunciare a quelle che lui stesso chiamava “pillole di saggezza scout”. Con voce possente, si mise a declamarle. “ Regola numero uno, guardare bene dove si mettono i piedi. Regola numero due, mai scordarsi della prima regola. E’ chiaro? Basta un attimo di disattenzione e si rischia di finire a terra, lunghi e tirati, o di inciampare e farsi male. Il bosco è pieno di ostacoli quindi, state atten…. “. Non terminò la frase che sparì alla vista del gruppo che precedeva di due o tre metri.

Dov’era finito? I lupetti si fecero avanti con circospezione e lo videro, dolorante e imprecante, sul fondo di una buca che era appena nascosta dalla vegetazione. Non senza fatica, usando la corda che si erano portati appresso ( “ in gite come questa non serve un tubo”, aveva sentenziato,improvvido, Serafino “ ma è sempre bene abituarsi a non dimenticare nulla di ciò che potrebbe, in altri casi, essere utile”), scontando una serie di insuccessi, riuscirono alla fin fine a trarre il vecchio Lupo da quella imbarazzante situazione. Così,ripresa la marcia in silenzio, Lungagnoni– rosso in volto come un peperone maturo – non gradì affatto la vocina che , in fondo al branco, quasi sussurrò “eh, sì. Regola numero uno:guardare bene dove si mettono i piedi”. Nonostante ciò stette zitto, rimuginando tra se e se: “Vacca boia, che sfiga. Mi viene quasi voglia di mandarmi a quel paese da solo, altro che regola numero uno”.

Marco Travaglini

La collina di Torino e le sue meraviglie

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Scopri – To   Alla scoperta di Torino

Alle porte di Torino sono numerosi i luoghi di interesse non solo dei turisti ma anche per i cittadini sabaudi. Tra di essi il Monte dei Cappuccini a due passi dal centro di Torino, dove si erge la Chiesa di Santa Maria Al Monte in stile tardo rinascimentale con interni barocchi tipica del sedicesimo secolo, all’interno della Chiesa vi è raffigurata una leggenda che narra di un’enorme lingua di fuoco che uscì dal tabernacolo per far fuggire gli invasori francesi. Il Monte dei cappuccini ospita anche un grande convento adiacente alla Chiesa di Santa Maria, nel quale una parte è adibita al Museo Nazionale della Montagna dal 1874.
Quest’ultimo ha al suo interno molte documentazioni, filmati, installazioni dedicate alla montagna e all’alpinismo estremo con sezioni espositive sempre nuove e aggiornate nel tempo. Al termine del museo una terrazza panoramica che affaccia su Piazza Vittorio la più grande piazza Piemontese.
L’ARTE CULINARIA DELLA COLLINA TORINESE
A pochi passi dal convento, il ristorante “Al monte dei cappuccini” aperto dal martedì al sabato, la sua terrazza panoramica e i suoi interni di gran classe fanno del ristorante uno dei posti più particolari della collina torinese. La cucina rispetta e valorizza le origini del territorio, tra i piatti più ambiti l’albese con limone, parmigiano e bagna cauda, il carpaccio di tonno e l’insalata di carciofi. Tra i primi troviamo i malfatti di salsiccia di Bra, i tagliolini alle verdure croccanti e i ravioli della Val Varita, tra i secondi la tagliata di ginepro e rosmarino, il filet mignon alle due cotture con prugne e la scottata al parmigiano. Per i più golosi hanno anche una vasta selezione di dolci tra cui il classico bonet della tradizione piemontese cotto al forno, il tortino di sfoglia con pere e cioccolato e molti altri.
VILLA REGINA E VILLA GENERO
Tra le meraviglie della collina torinese vi è anche Villa della Regina, una dimora lussureggiante del seicento costruita per volere Maurizio di Savoia, figlio del Duca Carlo Emanuele I e Caterina D’Asburgo, proprio per questo la villa in origine si chiamava Villa del Principe. Negli anni divenne la dimora estiva di Anna Maria D’Orleans e prese il nome attuale.
Davanti alla villa un enorme giardino ad anfiteatro con dodici statue e al centro una fontana raffigurante il dio Nettuno. All’interno della residenza numerosi arazzi seicenteschi, affreschi e raffinate sale con decorate e dipinte dai grandi maestri di quell’epoca, come i quadri di Giovanni Battista Crosato.
A due passi da Villa Regina, vi è Villa Genero, meno conosciuta, ma altrettanto maestosa. Villa Genero venne edificata nel milleottocento per volere del banchiere torinese Felice Genero e passata negli anni nelle mani di benestanti famiglie piemontesi, ancora oggi la villa è privata. La particolarità di questa dimora è sicuramente il suo parco con alberi secolari, sentieri, scale ornamentali, statue e fontane e in cima una meravigliosa terrazza dove si può osservare la città dall’alto. Il parco è invece accessibile a tutti per poter fare jogging, passeggiare e godersi la natura a pochi passi dalla città.
 BASILICA DI SUPERGA
Tanti turisti ogni fine settimana prediligono invece la Basilica Di Superga, fatta costruire a partire dal 1715 dal re Vittorio Amedeo II come ringraziamento alla vergine Maria dopo la battaglia contro i francesi. La Basilica fu commissionata all’architetto Filippo Juvarra, principale esponente del Barocco, l’opera fu molto difficoltosa perché il terreno non permetteva la costruzione della basilica, dovette quindi abbassare la cima del colle per riuscire ad ottenere un terreno piano che ne permettesse l’edificazione.
Nel 1731 venne inaugurata e da allora è possibile vederla da quasi tutta Torino. La basilica con pianta circolare ha una grande cupola barocca all’estremità, si dice ispirata al Pantheon di Roma. All’interno troviamo la cripta Reale con le spoglie della famiglia Savoia.

La Basilica di Superga, Villa Regina, Villa Genero e il Monte dei Cappuccini rappresentano solo una parte delle meraviglie della collina torinese, spesso ancora poco conosciuta nel profondo.

Noemi Gariano

Una insolita crostata alla crema di mele

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Le torte di mele, declinate in numerosissime varianti, non deludono proprio mai…Provate questa insolita e squisita crostata, il suo cremoso ripieno vi conquisterà!

Ingredienti

Frolla: 180gr. di farina, 100gr. di burro, 60gr. di zucchero, 2 tuorli, un pizzico di sale.

Farcia: 4 grosse mele Renette, 1/2 bicchiere di vino bianco secco, 2 cucchiai di zucchero, 100gr. di cioccolato amaro 70%, un pizzico di cannella

Preparare la frolla impastando velocemente tutti gli ingredienti, avvolgere in pellicola e far riposare in frigo per 30 minuti.
Pelare e tagliare 3 mele a tocchetti, cuocere con il vino, lo zucchero e la cannella sino a quando si saranno spappolate. Lasciar intiepidire e aggiungere mescolando il cioccolato.

Stendere la frolla in una teglia rotonda foderata con carta forno, bucherellare il fondo e riempire con la crema di mele. Affettare la mela rimasta, spruzzarla con il succo del limone e posarla sulla crema, cospargere con un poco di zucchero. Cuocere in forno statico a 220 gradi per 45 minuti.

Paperita Patty

Vino e gusto a Bavinum 2026

Sabato 23 maggio, a partire dalle ore 18:30, torna uno degli appuntamenti più attesi della primavera sul Lago Maggiore: la VII edizione di Bavinum, una serata dedicata alla scoperta del vino e delle eccellenze gastronomiche del territorio.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/non-solo-vino-le-eccellenze-del-territorio-bavinum-2026

“C’è fermento” a Saluzzo fra tradizione e nuove proposte

Dalle birre artigianali ai fermentati

A un mese dall’apertura della 16esima edizione di “C’è fermento”, prevista dal 18 al 21 giugno presso il Quartiere, a Saluzzo, gli organizzatori di Fondazione Bertoni, in collaborazione con la Città di Saluzzo, svelano le carte e ne raccontano le grandi novità. La prima rappresenta l’evoluzione della kermesse che, per la prima volta, accoglierà la grande famiglia dei fermentati, alimenti e bevande prodotti dalla trasformazione controllata di microrganismi, come batteri e lieviti, che verranno illustrati da esperti e proposti negli stand per abbinarsi alle immancabili birre artigianali. Inoltre, oltre agli stand dei tradizionali birrifici nazionali, saranno presenti due etichette internazionali per offrire agli avventori nuove proposte oltre confine, arricchite dalla presenza di una rappresentanza del Consorzio Birra Artigianale Italiana e del Consorzio Birre Origine Piemonte. Non mancheranno street food e food track nazionali e internazionali, oltre alla tradizionale birra “Terres Monviso”, che quest’anno sarà deformata dal birrificio Granda di Lagnasco. Infine, un’altra novità di quest’anno sarà quella che vedrà varcare “C’è fermento” i confini de il Quartiere e in orario preserale e la domenica mattina proporre approfondimenti con ospiti d’eccezione, nella nuova area speech, sotto l’ala di ferro di piazza Cavour, per poi tornare all’ex caserma Musso con altri talk e l’avvio allo scorrere delle birre alla spina.

Info: www.cefermento.it

Mara Martellotta

Vorrei, ma non posso

Parlando con alcuni imprenditori e, per par condicio, con alcuni giovani, magari figli di amici è emerso, ma non è una novità, che da parte dei giovani vi sia una disaffezione nei confronti del lavoro tradizionale, quello che ti occupa 8 ore al giorno in ufficio (o in auto se sei rappresentante) con motivazioni quanto mai variegate.

Il bisogno di libertà, di non sentirsi incatenati in ufficio è forse al primo posto, seguito dagli stipendi troppo bassi rispetto alle esigenze personali, seguito a sua volta dal sentirsi sfruttati perché, a fonte dei 1200 euro di stipendio elargiti, l’azienda fattura miliardi.

Tutti temi rispettabili, salvo il fatto che questi ragionamenti nascono spesso dall’ignoranza dei fatti, da un’analisi scarsa di tutte le componenti e, non di rado, nascondono la voglia di non fare nulla, preferendo essere serviti e riveriti a casa.

Personalmente, anche sono passati più di 40 anni dal primo giorno di lavoro, a suo tempo preferii iniziare come semplice impiegato, con 850 mila lire al mese; anzi, il primo mese fui assunto come borsista, a stipendio quasi uguale ma senza contributi (e, alla soglia della pensione ho dovuto lavorare un mese in più). Poi guardando continuamente a eventuali bandi o concorsi, partecipai ad una selezione nella più grande azienda culturale del Belpaese venendone assunto dopo 3 anni. E’ vero, i tempi sono cambiati, ma il meccanismo è sempre lo stesso.

Nel Comune dove sono Sindaco periodicamente hanno luogo bandi di assunzione per diversi profili professionali; in quello in corso attualmente, per un semplice geometra, non sono ancora giunte domande: stipendio non interessante? Orario scomodo? Lavoro pesante? Non credo, considerando che negli Enti pubblici l’orario è di 36 ore settimanali contro le 39-40 delle aziende private, almeno nel mio Comune non si lavora il sabato e, di norma, non mandiamo nessuno in miniera a picconare le rocce.

In ogni caso, perché non provare ed eventualmente, se non piace o se si trova altro, si cambia occupazione o datore di lavoro?

C’è poi chi, come il figlio di miei amici, sta aspettando il lavoro giusto, da 2 anni, e ne ha oltre 30 di età; quando gli ho spiegato che la sua pensione sarà irrisoria perché, all’età pensionabile, avrà accantonato pochissimi contributi, 35-39 anni al massimo, è caduto dal pero non sapendo che vi sia un’età massima per il ritiro dal lavoro. Da notare che trascorre le giornate in internet alla ricerca di non si sa quali notizie.

Forse la colpa può essere attribuita ai genitori che hanno allevato come mamme chiocce i propri pargoletti, forse è dei ragazzi che non sono sufficientemente stimolati a iniziare a mettersi alla prova, a provare ad ottenere e riuscirvi.

Fogazzaro diceva “chi vuol vedere l’aurora lasci le molli piume”: certo è che se ognuno rinuncia a fare del proprio meglio (genitori e figli) ma anche Stato e imprenditori un risultato è garantito: nel giro di pochi anni la previdenza sociale si affosserà come in un enorme buco nero, dove di fronte al mancato ingresso di versamenti faranno fronte uscite spaventose (tutti i pensionati attuali e futuri e l’assistenza, che in Italia è garantita anche a chi non ha reddito e non ha mai versato contributi.

Ma possiamo stare tranquilli almeno su un punto: non vi sarà, in tal caso, nessuna guerra civile perché gli anziani saranno demotivati ed i giovani non sapranno distinguere i buoni dai cattivi perché preferiranno starsene in casa a poltrire.

Sergio Motta