LIFESTYLE- Pagina 3

Fiorenzo, l’operaio che faceva “i baffi alle mosche”

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Quando ho conosciuto Fiorenzo – detto anche “stravacà-rundell” – era ormai in pensione ma il mio collega Rinaldo, più giovane di me, l’aveva avuto come “maestro” in fabbrica

Finita la scuola dell’obbligo, nonostante i buoni voti, Rinaldo aveva scelto – contro il parere dei genitori – di andare a lavorare in fabbrica. “Per studiare c’è sempre tempo“, si era detto. Un errore bello e buono che lui stesso, con il tempo, aveva ammesso. Sì, perché, come spesso accade, “ogni lasciata è persa“, e ciò che non si fa all’età giusta è ben difficile che si possa recuperare più avanti. Per sua fortuna Rinaldo aveva, come dire, “recuperato” ai tempi supplementari, da privatista, studiando di sera e lavorando di giorno. Era approdato alla Banca quando stava per festeggiare il suo venticinquesimo compleanno. Il signor Bruno, che aveva una fabbrichetta proprio sotto casa mia, lo diceva sempre anche a me: “Studia. Fat mia mangià i libar da la vaca“. Farsi mangiare i libri dalla vacca equivaleva, un tempo, a smettere di studiare per fare il contadino, imbracciando vanga, rastrello e falce al posto di penna, libro e quaderno. Quando non ce n’era necessità assoluta, era un peccato non “andare avanti” a scuola. Comunque, tornando a Rinaldo, non si mise certo a piangere sul latte versato. La fabbrica, un’azienda meccanica con una trentina di dipendenti, era poco distante da casa sua e venne assegnato come “bocia“, come apprendista,  alle “cure” di Fiorenzo. 

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“ Dovevi conoscerlo a quel tempo, amico mio. Era un operaio provetto, in grado di fare “i baffi alle mosche”. Tirava di fino con la lima, maneggiava con abilità il truschino per tracciare e il calibro per le misurazioni. Era un ottimo attrezzista, in grado di preparare uno stampo per la pressa ma s’intendeva bene anche di macchine come le fresatrici e i torni. Per non parlare poi della rettifica”. Con quella macchina utensile, si lavora sui millesimi, togliendoli dal pezzo in lavorazione con precisione chirurgica, grazie alla mola a grana fine e durissima che garantisce un alto grado di finitura. “ Sotto la sua guida ho imparato, in quegli anni, a lavorare sulle rettificatrici in tondo, senza centro e su quella tangenziale, per le superfici piane. A volte bisognava mettersi la mascherina, soprattutto quando si lavoravano i pezzi cromati: quelle nuvole di acqua e olio emulsionabile che abbattevano le polveri  e raffreddavano il “pezzo”, non erano per niente salubri”.  Nell’officina, a lavorare con Riccardo e Fiorenzo, erano in diversi. C’era un capo operaio che veniva dalla provincia di Varese, soprannominato “lampadina“, con la sua crapa pelata e la palandrana blu dalle tasche sfondate a forza s’infilarci gli attrezzi; Antonio, tornitore dall’aria austera che al solo guardarlo metteva in soggezione; Luìsin, una specie di factotum che s’occupava principalmente del magazzino; Silverio, abile e scaltro saldatore che si esprimeva per metafore mutuate dalle pubblicità di “Carosello“; Ansaldi, addetto ai trapani, compreso quello radiale che sembrava davvero un mostro con il suo pesante mandrino che stringeva ragguardevoli punte adatte a forare le lastre più grandi.

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Dal racconto di Riccardo pare proprio che si respirasse un clima di grande umanità in quei capannoni. Anche gli scherzi che toccavano alle “matricole“, non erano mai troppo pesanti. Se mandavano a prendere la “punta scarpina del 43“, il calcio nel sedere veniva quasi appoggiato alle chiappe, senza foga. Un “ricalchin“, niente di più. Chiedere al fresatore di poter ottenere un po’ “d’acqua d’os“, comportava una annaffiatura appena accennata con lo spruzzino a mano. In caso di necessità, richiesto con i dovuti modi, non mancava mai l’aiuto dei più esperti, segno di una disponibilità al giorno d’oggi quanto mai rara. “Un giorno Fiorenzo, soddisfacendo la mia  curiosità – racconta Riccardo   mi spiegò l’origine di quel soprannome  che s’era “guadagnato” da giovane, lavorando in una fabbrica un po’ più grande. Portando una cassa di rondelle di ferro verso il magazzino non aveva visto in tempo un buco nel pavimento ed il carrellino si era ribaltato, rovesciando sul pavimento l’intero contenuto”. Aveva impiegato una mezza giornata a scovarle, quelle maledette rondelle. Erano finite dappertutto: sotto le macchine e i banchi, nei cumuli di trucioli di ferro e tra la segatura che avevano buttato per terra sotto l’alesatrice per asciugare l’acqua che colava giù. “Da quel momento sono diventato lo “stravacà-rundell”. Poco importa se quella è stata l’unica volta che mi è capitato”, ammetteva, sorridendo, Fiorenzo. Personalmente l’ho conosciuto al circolo, una dozzina d’anni fa. Da quando gli era morta l’Adalgisa, sua moglie, veniva più spesso a fare quattro chiacchiere e una partita a carte insieme a noi. Raccontando degli episodi della fabbrica – che trovavano conferma nelle parole di Riccardo – emergevano altre figure, alcune esilaranti come nel caso di Igino e di Fedele. Entrambi avevano l’abitudine del bere che consideravano tale, rifiutando categoricamente che fosse “un vizio“. Igino lo conosco e me ho avuto prova quando,  insieme, siamo andati, una mattina di primavera, a pescare nel Selvaspessa, il torrente che dal Mottarone scende giù fino al lago Maggiore. Prima di raggiungermi sul greto del torrente, aveva fatto colazione “alla montanara“: pane, formaggio e una grossa tazza di caffè e grappa, dove la grappa prevaleva e di molto sul caffè. Dopo un’ora che si pescava, chiamandolo e non ricevendo risposta, lo trovai sdraiato su di un sasso, con i pantaloni arrotolati sopra il ginocchio e i piedi nudi nell’acqua corrente del fiume.

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L’acqua era gelata ma lui, sbadigliando sonoramente dopo le mie scrollate, mi disse che “aveva caldo ai piedi e un po’ di sonno“, e così ne aveva approfittato. Roba da matti, penserete ma vi assicuro che per Igino era la normalità. Aveva un fisico bestiale. Quando la domenica, indossata la maglia azzurra del Baveno, giocava a pallone, correva sulla fascia come una locomotiva per l’intera durata della partita, mostrando una riserva inesauribile di fiato. E a caccia di camosci era capace di stare delle ore immobile, nella neve, per mimetizzarsi. Fedele, invece, era più indolente e si muoveva sempre e solo sulla sua “Teresina”, una Vespa 125 del 1953, che teneva lustra e curata nemmeno fosse la sua morosa. Fiorenzo e Riccardo ricordavano il giorno in cui l’autista dell’azienda, con la sua “Bianchina“, stava tornando da una commissione. Lo videro in fondo al viale alberato, con la freccia pulsante a sinistra. Alle sue spalle c’era Fedele, sulla sua Vespa. L’auto procedeva a passo d’uomo ma non svoltò a sinistra al primo incrocio. Fedele gli stava dietro, tradendo una certa impazienza. La “Bianchina“, nonostante la freccia sempre inserita, non svoltò nemmeno in procinto delle altre due strade che gli avrebbero consentito la deviazione annunciata dall’indicatore luminoso . Ormai persuaso che la freccia era rimasta inserita per una dimenticanza dell’autista, Fedele accelerò per il sorpasso. Fu in quel momento che, giunta in prossimità del cancello della fabbrica, l’auto svoltò repentinamente e Fedele, con una sterzata disperata, evitò di un soffio la collisione , infilandosi nel bel mezzo di una siepe di rovi. “ Non ti dico in che stato era quando riuscì a liberarsi dalla morsa dei rami spinosi”, confessò Riccardo.

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Era uno strazio, con i vestiti strappati e il corpo coperto di graffi. Anche la sua  “125” era un graffio unico e soltanto la velocità, inaspettata quanto provvidenziale, del vecchio autista nel mettersi al riparo dalla sua furia – barricandosi nel gabinetto alla turca – impedì al motociclista di strozzarlo”. Quegli anni, certamente duri e non facili, venivano raccontati sia dall’anziano Fiorenzo che dal più giovane Riccardo come una specie di “formazione alla vita”.  “ Mi hanno aiutato a farmi la “scorza”, a capire come girano le cose e ad avere grande rispetto per il lavoro e per quelli che – quando hanno un impegno – non si tirano indietro, senza dimenticare che non costa nulla dare una mano a chi è in difficoltà e fatica a tenere il passo“, diceva Riccardo. Confidava di essere in debito con i suoi compagni di allora per tutte le cose che aveva appreso, “anche per quelle meno belle che- comunque – servono a volte più di quelle piacevoli”. Li aveva conosciuto Marcello, che voleva andare dal ginecologo perché “ghò mal ad un ginocc’.. ” e  De Maria, che conosceva a memoria la Divina Commedia; aveva lavorato gomito a gomito con Carmelo, una “testa fina” in grado di leggere i disegni tecnici più sofisticati che nemmeno un ingegnere avrebbe potuto “bagnargli il naso” e Morlacchini che, un giorno, si costruì una padella per le caldarroste talmente pesante che bisognava essere in due per far “ballare” le castagne sul fuoco. Tutti erano un po’ speciali e molto, molto umani. Forse – ne sono convinto anch’io che pure ho percorso una strada diversa – si dovrebbe andar tutti, anche per poco, a lavorare in fabbrica, in cava o in ambienti simili. Si capirebbero tante cose e si direbbero tante stupidaggini in meno.

 

Marco Travaglini

 

Trancio di salmone con puré di broccoli e ceci

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Un tris di sapori per una ricetta d’effetto, un piatto completo, nutriente e sano. La delicatezza e morbidezza del salmone abbinate ad un colorato pure’ vellutato sorprendera’ i vostri ospiti.

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Ingredienti

2 Tranci di salmone fresco

250gr. di ceci lessati

2 piccole teste di broccolo

½ spicchio di aglio

1 piccolo peperoncino

Olio evo, sale, 1/2 limone, prezzemolo q.b.

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Cuocere i tranci di salmone a vapore irrorati con il succo del limone. Cuocere, sempre a vapore, i broccoli precedentemente lavati, quindi frullarli con l’aglio, il peperoncino, i ceci scolati e risciacquati. Allungare il pure’ con un mestolino di acqua di cottura dei broccoli per renderlo piu’ cremoso, aggiustare di sale, aggiungere l’olio evo ed il prezzemolo tritato. Servire tiepido.

 

Paperita Patty

Parla Con Me: “Vivere e lavorare con gli animali”

 

Simona Riccio dialoga con Rocco Voto su benessere animale, cultura cinofila, formazione e nuove professioni del settore pet

È online la nuova puntata di Parla Con Me®, la trasmissione digitale ideata e condotta da Simona Riccio, Agrifood Communication Strategist, LinkedIn Top Voice Italy e Founder del progetto.

La puntata, dal titolo “Vivere e lavorare con gli animali”, affronta il rapporto tra persone e animali, il valore della formazione e delle competenze necessarie per costruire relazioni consapevoli e responsabili.

Ospite è Rocco Voto, Editore di Dogsportal.it®, consulente di marketing cinofilo e formatore.

Il confronto mette al centro un settore in continua evoluzione, nel quale gli animali sono sempre più presenti nelle famiglie e rappresentano anche una realtà professionale importante. Ma vivere e lavorare con loro significa andare oltre l’affetto: richiede conoscenza, rispetto e preparazione.

Durante la puntata si parla di cultura cinofila, informazione nel mondo pet, benessere animale e nuove professioni legate agli animali.

«Il benessere animale dipende anche dalla qualità delle competenze umane», sottolinea Simona Riccio. «Per questo è necessario promuovere una cultura fondata su informazione, formazione e responsabilità».

Con questa puntata, Simona Riccio e Parla Con Me® ampliano il percorso editoriale dedicato ai temi che coinvolgono persone, imprese e comunità, valorizzando esperienze e professionalità del settore pet.

La puntata è disponibile online sul canale YouTube di Parla Con Me®.

Guarda la puntata: youtube.com/watch?v=VY2LfPU-_pw&feature=youtu.be

Per seguire tutte le puntate:
www.parlaconmeofficial.it

Per proporre ospiti, temi, attività o candidature:
redazione.pcm@gmail.com

Successo per la sfilata che racconta storia, moda e identità della Valle Stura

È quanto accaduto a Demonte lo scorso 26 luglio, dove il suggestivo Parco Borelli ha fatto da cornice all’attesa sfilata di abiti da sposa e d’epoca, uno degli appuntamenti più rappresentativi dell’estate in Valle Stura.

L’edizione 2026 ha accompagnato il pubblico in un viaggio lungo oltre un secolo di eleganza femminile. Dall’omaggio iniziale ai maestri dell’alta moda italiana, Valentino e Giorgio Armani, fino agli splendidi abiti dell’Ottocento e del Novecento, ogni uscita in passerella ha raccontato una diversa sfumatura dell’universo femminile: la grazia, la forza, l’emancipazione e la capacità della donna di attraversare la storia trasformandosi insieme alla società.

Le coreografie delle modelle e delle giovani ragazze, intervalli danzanti che hanno scandito lo scorrere del tempo, unite alle musiche di ogni epoca, hanno reso il racconto ancora più coinvolgente. Ha concluso la sfilata una carrellata di costumi di varie nazioni, simbolo di pace, inclusione e dialogo tra i popoli.

E come diceva Jimi Hendrix: “Quando il potere dell’amore supererà l’amore del potere si avrà la pace”. Nemmeno la pioggia e un’improvvisa interruzione della corrente hanno fermato la manifestazione. Al contrario, hanno fatto emergere lo spirito più autentico dell’evento: la collaborazione, l’amicizia e l’entusiasmo costruiti nei mesi di preparazione hanno permesso di trasformare ogni imprevisto in un momento di condivisione, premiato dai lunghi applausi del pubblico.

Un ringraziamento speciale al nostro fotografo ufficiale, Nazzareno, e a tutti i volontari, le sarte, le modelle, gli organizzatori e i parrucchieri che da anni si prodigano per la riuscita dell’evento. Per noi è più di una semplice sfilata, è il racconto della nostra Valle attraverso la bellezza; rafforzando il legame tra tradizione, turismo e comunità, trasformando la moda in un linguaggio universale capace di unire generazioni e culture.

L’amaro gusto dell’acqua

Era sempre la stessa storia. Ogni volta che un gerarca veniva sul lago, in visita alle isole Borromee,  a Stresa o in un’altra località nelle vicinanze, Gino e Lucio finivano ammanettati nella rimessa delle barche, proprio  sotto la passeggiata del  lungolago di Baveno.

Le disposizioni, del resto, erano chiare: tutti coloro sui quali si nutriva anche solo il sospetto d’essere dei  sovversivi andavano controllati e, se necessario, messi a tacere. I due, pur avendo schivato il confino non potevano evitare quella restrizione della loro libertà. E quindi, giù sotto, in riva al lago, al riparo da sguardi indiscreti. Incatenati ai grandi anelli di ferro dove venivano assicurate le cime da ormeggio delle imbarcazioni, non erano in condizione di nuocere. “Anche se si lamentassero, là sotto, nessuno potrà udirli”, sentenziò il maresciallo Rustici. Fascista antemarcia, il graduato dei carabinieri evadeva così la spinosa “pratica” di “quelle due teste calde”. “Oh, Carmelo – disse, rivolgendosi al carabiniere scelto Esposito -; ma ti pare che dovevano proprio capitare tra i piedi a noi questi rompiballe?”. Carmelo, buono come un pezzo di pane, annuì per far piacere al suo superiore ma in cuor suo non li avrebbe costretti a star lì, quasi a mollo nel lago, in quell’antro umido e inospitale. Già l’ultima volta, per un  soffio, non c’era scappato il morto. I due –  ai quali era stato aggregato anche Olimpo Bronzelli – erano finiti ammanettati agli anelli d’ormeggio perché era stata annunciata la visita di un pezzo grosso all’hotel Beau Rivage. L’Hotel era proprio lì, dall’altra parte della strada che attraversava il paese. Olimpo, scalpellino nella cava di granito rosa, era finito ai ferri perché reo di aver canticchiato in un’osteria un motivetto che il Podestà aveva giudicato offensivo nei confronti del regime e del Regno. In realtà, il povero tagliapietre – un po’ brillo – aveva improvvisato un’innocua e vecchia tiritera che più o meno suonava così: “Viva il Re, viva la regina e viva la capra della Bettina”, animale reso famoso dall’eccellente e copiosa produzione di latte. Uno scioglilingua che però era stato mal interpretato e così, ai soliti due reprobi si aggiunse pure il terzo. Il problema derivò dal maltempo. Una forte perturbazione stava imperversando tra il lago e le alture del Mottarone e, in poco tempo, le onde s’ingrossarono trasformandosi in schiumosi cavalloni che s’infrangevano sulla massicciata ricavata dalla passeggiata del lungolago. Immaginarsi che inferno anche là sotto, per i tre prigionieri. A tratti le onde li sommergevano per poi ritirarsi, lasciandoli infreddoliti e in balia di altri, gelidi, schiaffi d’acqua. Tutti e tre furono costretti, loro malgrado, a bere quell’acqua dal cattivo sapore. Soprattutto Lucio che, una volta liberato, giurò di non toccar più una goccia di quel liquido tremendo, limitandosi – pur nelle restrizioni dell’epoca – a sorseggiare soltanto vino, compreso quello aspro e ruvido, che legava in bocca, spillato dalla botte dell’osteria della Miniera, su in  Tranquilla.

Marco Travaglini

Gusta Pragelato, estate golosa

Ad agosto a Pragelato ci sarà Gusta Pragelato presentato ed organizzato dalla Fondazione Guiot Bourg, un’iniziativa per raccontare ed informare su alcuni dei prodotti che sono nati e nascono da questa terre alpine e vanno a caratterizzarlo.

Due gli incontri illustrativi ed informativi ad ingresso libero, in programma: venerdì 7 e domenica 9 agosto presso Casa Pragelato a partire dalle 17.30. Nel primo appuntamento interverranno i produttori di formaggio e di miele. I formaggi d’alpeggio e di piccole lavorazioni e la tradizione dell’apicoltura e il suo oro. Nel secondo verranno trattati i gofri, la “cialda” croccante farcita, di dolce o salato, una preparazione tipica della valle e le alchimie alpine, tra tradizione e novità di amari e digestivi.

Alla conduzione degli incontri è stata invitata Alessandra Maritano del Consorzio Vittone e Centro Arti e Tradizioni Popolari di Pinerolo, appassionata promotrice culturale e continuatrice della grande eredità di Ezio Giaj, già artefice di numerose iniziative e progetti di valorizzazione per Pragelato e la valle. Gusta Pragelato è dedicata a lui.

«Con Gusta Pragelato la Fondazione Guiot Bourg, ente culturale promotore dell’iniziativa intende trasformare i prodotti del territorio in un’ autentica esperienza di scoperta, incontro e valorizzazione. L’evento nasce per dare visibilità ai produttori locali, autentici ambasciatori delle nostre montagne, offrendo loro l’opportunità di raccontare direttamente al pubblico la qualità, la tradizione e la passione che contraddistinguono ogni eccellenza. Crediamo che promuovere le filiere locali significhi custodire l’identità del territorio e contribuire concretamente al suo sviluppo turistico, culturale ed economico. – dicono dal direttivo della Fondazione -. La presenza dei produttori già aderenti rappresenta il valore aggiunto di questa edizione, che si propone come un’importante vetrina per le eccellenze alpine e come un’occasione di autentico incontro tra chi produce e chi sceglie di vivere e conoscere la montagna attraverso i suoi sapori.

Nella locandina che pubblicizza l’iniziativa a cura di Remo Caffaro è stato inserito il dipinto di Michele Baretta della ragazza in costume di Pragelato per concessione della famiglia Giacomo Tillino, Albergian.

Collaborano il Comune di Pragelato, il Consorzio Vittone e il Centro Arti e Tradizioni Popolari con il patrocinio della Città Metropolitana di Torino e la promozione di Turismo Torino e Provincia.

 

Il verde che purifica

Non solo belle e decorative, ma anche utili e protettive. Le piante sono una risorsa magnifica per la salvaguardia della nostra salute, sono in grado di catturare infatti alcune sostanze dannose per il nostro organismo, eliminare cattivi odori, come quello delle sigarette, mantenendo l’aria di casa salubre. La loro funzione ornamentale, come le notevoli proprietà balsamiche   che aromatizzano i nostri ambienti, fanno di questi organismi vegetali dei fedeli compagni che ricambiano cure e attenzioni con apprezzabili cortesie che favoriscono la salute. Anche la Nasa si è interessata a questo tema confermando la capacità di alcune piante di eliminare fino al 73% delle sostanze tossiche presenti nell’aria. Ogni pianta svolge un compito specifico nella sua azione depurativa per esempio l’Azalea, pianta dai meravigliosi colori originaria del Giappone e della Cina, filtra la formaldeide. L’Edera, il vivace rampicante verde, assorbe l’odore lasciato da pitture e inchiostri, ma anche il benzene contenuto nei detersivi. Inoltre è una pianta che arreda moltissimo soprattutto se si ha spazio per farla crescere ed espandere sulle pareti. L’Anthurium, dalle foglie a forma di cuore e fiori colorati e bianchi, può rimuovere una importante dose di ammoniaca ma anche di toluene (impiegato per il trattamento di vernici e colle) e xilene (solvente per gomme e cuoio). Il Ficus Benjamin, molto utilizzato negli appartamenti ma anche negli uffici oltre che per la sua piacevolezza anche per la sua facilità nella cura, è tra i migliori agenti nella rimozione degli allergeni provocati dalla presenza di mobili e tappeti. L’Aloe Vera, pianta africana facilissima da coltivare: poca acqua e tanta luce, è in grado di eliminare ben il 60% del benzene contenuto in vari prodotti in uso quotidianamente come i detergenti chimici. Non dimentichiamo inoltre le sue proprietà medicinali, è infatti un antinfiammatorio, un cicatrizzante, un idratante ma anche un antibatterico e gastro protettivo. Il Falangio, molto resistente e indicato per chi non ha propriamente il pollice verde, filtra anche l’ossido di carbonio oltre al benzene e alla formaldeide. La Palma di Bamboo, piccola e graziosa pianta che produce piccoli fiori e frutti, è molto utile per combattere le esalazioni di trielina, un pericoloso agente cancerogeno spesso usato nei prodotti sintetici per il lavaggio a secco e nei solventi. Infine la Dracaena, conosciuta come il Tronchetto della Felicità, oltre a filtrare l’aria dalle sostanze nocive già citate, è abile a ridurre l’ansia, la tristezza e lo stress. E’ molto utile anche contro il mal di testa e il bruciore agli occhi e grazie alla sua capacità di assorbire anidride carbonica mentre emette ossigeno ha effetti positivi sulla concentrazione e sulla produttività.

Maria La Barbera

 

Phubbing, stare al cellulare può essere antisocial

Di recente creazione, il termine inglese phubbing è la fusione tra phone (cellulare) e snubbing (snobbare).

Nella sostanza, invece, questo neologismo corrisponde alla poco gradevole attività, e in alcuni casi anche nociva, che molti compiono stando ininterrottamente al cellulare, ignorando gli altri in loro compagnia e sminuendo di fatto il valore delle relazioni concrete e tangibili.

Non si tratta di guardare ogni tanto il telefono o di rispondere alle chiamate di lavoro, ma di una attenzione permanente nei confronti dello strumento più usato del secolo che promette una vita social in costante aggiornamento, ma che spesso ci fa trascurare le persone vicine che con noi condividono spazi e tempo; con questa condotta si attua una vera e propria mancanza di considerazione nei confronti di coloro che ci vorrebbero vivere, ascoltare e parlare ed è molto probabile che si perda il contatto col mondo reale.

Al bar con un amico, a casa con i figli o anche durante un incontro di lavoro a chi non è capitato di stare con persone che dovrebbero rivolgerci l’attenzione ma che invece fissano ipnotizzati il cellulare, consultano i vari profili social, controllano ossessivamente le email o fanno shopping online? E’ molto frustrante essere in competizione con un mini aggeggio che ha il potere di annullare una conversazione, lo scambio tra individui e persino una sana discussione, ma purtroppo questa abitudine disfunzionale è sempre più frequente. Io per conto mio se capisco che la situazione sta prendendo una piega non tollerabile comincio con l’emettere piccoli sospiri, proseguo con manifestare facce seccate e, infine, con una scusa mi congedo sperando che il messaggio “ci sono anche io” arrivi diretto.

Questo non saper fare a meno di attenzionare il cellulare di continuo è a tutti gli effetti una dipendenza causata dall’ansia di essere tagliati fuori dalle notizie, dagli aggiornamenti e in generale dal circuito di internet e dei social network; si tratta di una vera e propria paura, la Fomo, in inglese “fear of missing out”. Ci sono anche altre cause per cui si ignora il mondo circostante dedicandosi quasi esclusivamente allo smartphone, per esempio la noia e, in alcuni casi più gravi, alcuni tratti della personalità che rimandano al neuroticismo che provoca instabilità emotiva e disadattamento.

“La buona notizia è che l’intelligenza sociale si può imparare, attraverso l’esperienza, l’ascolto attivo o una riflessione sugli errori compiuti o osservati negli altri”. E’ importante, facendo un passo per volta, riabilitare quella fondamentale capacità che ci rimette in sintonia con gli altri, quella attitudine sociale che ci fa connettere realmente con gli altri ponendoci in modalità di ascolto e di empatia. Un telefono per quanto smart sia non può sostituire le persone, la rete con tutti i suoi ammalianti contenuti è un luogo fittizio e limitante. Senza voler togliere i meriti a sistemi che hanno rivoluzionato la nostra vita in maniera decisamente positiva facilitando molte delle nostre attività, nulla può prendere il posto delle conversazioni in presenza, niente può sostituire lo stare insieme condividendo sensazioni, emozioni ma anche

gli scenari e l’ ambiente circostante. Qualsiasi macchina per quanto potente non può sostituire l’essere umano.

MARIA LA BARBERA

 

Fonte: Focus

Massimo Boidi: la leadership che nasce dalla passione, per divenire appartenenza

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Ci sono passioni che uniscono. E poi ci sono passioni che diventano una cultura, uno stile di vita, un modo di guardare il mondo. È questo lo spirito che anima il Porsche Club Piemonte e Liguria, una realtà che oggi riunisce circa 122 soci, accomunati non soltanto dall’amore per uno dei marchi automobilistici più prestigiosi al mondo, ma soprattutto dal desiderio di condividere esperienze, amicizie e valori.

ll Porsche Club Piemonte e Liguria, fondato nel 2001 con la denominazione Porsche Club Piemonte e Valle d’Aosta, si è da tempo affermato come una delle realtà più attive e partecipate del panorama nazionale.

Nel corso degli anni ha saputo consolidare la propria identità, proponendo un ricco calendario di iniziative pensate per coinvolgere tutti gli appassionati del marchio, indipendentemente dal modello Porsche posseduto. Le attività spaziano dai tour turistici ed enogastronomici alle esperienze di guida, sempre all’insegna della sicurezza, della convivialità e del piacere di condividere una passione comune. Per gli amanti della guida sportiva, il Club organizza, in collaborazione con Track4Fun, giornate dedicate alla pista nei principali autodromi italiani e internazionali. Si tratta di eventi non competitivi, privi di classifiche, durante i quali ogni partecipante può approfondire le potenzialità della propria vettura in un contesto sicuro e controllato, con la possibilità di essere affiancato, su richiesta, da istruttori qualificati.

La sede ufficiale del Porsche Club Piemonte e Liguria è ospitata presso il Centro Porsche Torino, punto di riferimento per i soci e fulcro delle attività associative.

Grazie alla qualità delle iniziative proposte, all’elevata partecipazione e al forte spirito di appartenenza che contraddistingue i suoi iscritti, il Club si è affermato come una delle realtà Porsche più dinamiche e apprezzate d’Italia.

 

Alla presidenza del Club c’è Massimo Boidi, dottore commercialista e professore di Diritto Commerciale alla Facoltà di Economia e Management dell’Università di Torino. Tre percorsi apparentemente diversi, ma accomunati da un’unica parola: passione.

Durante gli incontri con i soci emerge subito ciò che, secondo Boidi, rappresenta il vero segreto della crescita del Club: «fare squadra!»

Una frase semplice, ma capace di raccontare un’intera filosofia.

Massimo Boidi dice: «Nessuno è superiore a nessuno, nessuno è inferiore a nessuno. Si lavora e si organizza, purché si partecipi tutti insieme.»

È questo il principio che guida ogni iniziativa del Porsche Club Piemonte e Liguria. Una comunità nella quale ogni socio viene coinvolto e valorizzato, perché il successo di un’associazione nasce dalla partecipazione di tutti e non dal protagonismo di pochi.

Per Massimo Boidi la leadership non coincide con l’autorità. È qualcosa di molto più profondo. «La leadership non basta esercitarla: bisogna avere la passione per esercitarla.»

Una visione che racconta perfettamente il suo modo di vivere questo incarico: guidare significa mettere la propria esperienza e parte del proprio tempo al servizio degli altri, creare entusiasmo, costruire relazioni e far sentire ogni socio parte integrante di una grande famiglia.

Ed è forse proprio questo il motivo per cui il Porsche Club Piemonte e Liguria continua a crescere anno dopo anno.

Entrare nel Porsche Club, infatti, significa molto più che iscriversi a un’associazione di appassionati di un brand.

Significa entrare a far parte di una comunità unita da una passione autentica, da un gusto raffinato per la qualità e da uno stile di vita distintivo.

Essere soci del Porsche Club Piemonte e Liguria consente di contribuire attivamente alla vita associativa del Club, essere continuamente aggiornati su eventi e manifestazioni, partecipare alle iniziative organizzate annualmente dal Club, prendere parte alle manifestazioni promosse dai Porsche Club anche a livello internazionale.

Il Porsche Club Piemonte e Liguria è ufficialmente riconosciuto da Porsche AG, la Casa Madre, ed è parte di una delle più prestigiose reti automobilistiche del mondo: oltre 700 Porsche Club ufficiali, circa 240.000 soci distribuiti in più di 70 Paesi, una comunità internazionale che condivide gli stessi valori di qualità, eleganza, rispetto e passione.

Scegliere quindi di associarsi al Porsche Club è molto più di una decisione. È un modo di essere.

Ed è proprio questa scelta a creare connessioni, amicizie e rapporti destinati a durare nel tempo, vivendo oltretutto un calendario ricchissimo di iniziative.

Giornate in circuito per conoscere fino in fondo le straordinarie qualità delle vetture Porsche, tour lungo alcuni degli itinerari più suggestivi d’Italia e d’Europa, incontri culturali, momenti conviviali e manifestazioni organizzate durante tutto l’anno.

Un valore aggiunto particolarmente apprezzato è rappresentato dalla possibilità, per ogni socio del Porsche Club Piemonte e Liguria, di partecipare anche agli eventi organizzati dagli altri Porsche Club italiani. Dal Piemonte alla Liguria, fino alle numerose sezioni presenti sul territorio nazionale, andando così a creare una rete di relazioni che amplia continuamente le occasioni di incontro e di condivisione.

La passione, però, non racconta soltanto il Club. Racconta anche il suo presidente.

Massimo Boidi è un professionista affermato che potrebbe dedicarsi esclusivamente alla propria attività di commercialista. Eppure, continua a investire tempo ed energie in due grandi passioni che rappresentano una vera scelta di vita, più che un’opportunità professionale: l’insegnamento universitario e la gestione a 360° del  Porsche Club Piemonte e Liguria. Due mondi nei quali mette a disposizione competenze, entusiasmo e una straordinaria capacità organizzativa. A tutto questo si affianca una cultura ampia e trasversale, maturata in anni di esperienza professionale e accademica, oltre a una solida rete di relazioni istituzionali e professionali che gli consente di creare occasioni di particolare prestigio per il Club.

Grazie a questa autorevolezza, i soci hanno spesso l’opportunità di accedere a eventi, incontri, luoghi ed esperienze esclusive, difficilmente raggiungibili attraverso i tradizionali circuiti, arricchendo così il valore dell’appartenenza al Porsche Club Piemonte e Liguria

Come docente all’Università di Torino forma ogni anno nuove generazioni di studenti, trasmettendo competenze, metodo e cultura del lavoro.

Come presidente del Porsche Club Piemonte e Liguria mette invece a disposizione tutta la sua esperienza e qualità per far crescere una realtà che considera, prima di tutto, una comunità di persone.

Ed è forse proprio questa la vera forza del Club, perché le Porsche, come i protagonisti appartenenti allo stesso fanno sognare! 

Dietro ogni raduno, ogni viaggio, ogni giornata in pista e ogni momento di condivisione non ci sono soltanto automobili straordinarie, ma relazioni autentiche costruite nel tempo, amicizie nate chilometro dopo chilometro e una filosofia che mette sempre l’essere umano al centro.

In un’epoca in cui spesso prevalgono individualismo e competizione, Massimo Boidi dimostra che la leadership più autentica è quella che unisce, coinvolge e fa crescere gli altri. Ci sono poi passioni come questa che non si possono spiegare a chi guarda soltanto la carrozzeria. Una Porsche, per chi la ama davvero, non è un trofeo da esibire, ma un’emozione da vivere. E’ il rumore della libertà , la forza di scegliere la propria strada, la determinazione di non smettere mai di inseguire l’orizzonte. 

Perché  la vera velocità non è quella che misura il tachimetro ma quella con cui un sogno riesce a superare i limiti della paura e a raggiungere l’anima.

 

Monica Di Maria di Alleri Chiusano