La Ricetta della Cuoca Insolita
Chi è La Cuoca Insolita
La Cuoca Insolita (Elsa Panini) è nata e vive a Torino. E’ biologa, esperta in Igiene e Sicurezza Alimentare per la ristorazione, in cucina da sempre per passione. Qualche anno fa ha scoperto di avere il diabete insulino-dipendente e ha dovuto cambiare il suo modo di mangiare. Sentendo il desiderio di aiutare chi, come lei, vuole modificare qualche abitudine a tavola, ha creato un blog (www.lacuocainsolita.it) e organizza corsi di cucina. Il punto fermo è sempre questo: regalare la gioia di mangiare con gusto, anche quando si cerca qualcosa di più sano, si vuole perdere peso, tenere a bada glicemia e colesterolo alto o in caso di intolleranze o allergie alimentari. Tante ricette sono pensate anche per i bambini (perché non sono buone solo le merende succulente delle pubblicità). Restando lontano dalle mode del momento e dagli estremismi, sceglie prodotti di stagione e ingredienti poco lavorati (a volte un po’ “insoliti”) che abbiano meno controindicazioni rispetto a quelli impiegati nella cucina tradizionale. Usa solo attrezzature normalmente a disposizione in tutte le case, per essere alla portata di tutti.
Calendario corsi di cucina ed eventi con La Cuoca Insolita alla pagina https://www.lacuocainsolita.it/consigli/corsi/

Alberi di Natale al cioccolato, caffè e cardamomo
Sfatiamo la credenza che le ricette più sane sono deprimenti. Questa tortina è così profumata e soffice che potrete presentarla anche a tavola a Natale, tre le altre divine ricette. Andranno a ruba e… quando direte che è dietetica, avrete già fatto il primo regalo di Natale a tutti!
Tempi: Preparazione (30 min); Cottura (25 min);
Attrezzatura necessaria: colino per aquafaba, sbattitore elettrico, estrattore (non essenziale), mixer tritatutto o a immersione, 2 contenitori a bordi alti, 1 cucchiaio di legno.
Ingredienti per circa 600 g di impasto cotto. Per l’impasto degli alberi di Natale:
⦁ Liquido di cottura dei ceci (aquafaba) – 120 g
⦁ Latte di soia – 180 g
⦁ Fibra di mele/frutta da estrattore – 90 g (serviranno circa 2 mele grosse)
⦁ Olio di oliva – 4 cucchiai
⦁ Farina di farro – 150 g
⦁ Caffè – 1 tazzina piena
⦁ Cacao amaro – 2 cucchiai colmi
⦁ Lievito vanigliato – 3/4 bustina
⦁ Eritritolo – 2 cucchiai colmi
⦁ Zucchero – 1 cucchiaio
⦁ Stevia (foglie tritate) – 1 cucchiaino colmo
⦁ Semi di cardamono in polvere – 1/3 cucchiaino
⦁ Vanillina – 1 punta
⦁ Sale fino integrale – 1 pizzico
Per la crema dolce di cachi:
⦁ Cachi – n. 1
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Approfondimenti e i consigli per l’acquisto degli “ingredienti insoliti” a questo link: https://www.lacuocainsolita.it/ingredienti/. Difficoltà (da 1 a 3): 2 Costo totale: 4,20 €
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Perché vi consiglio questa ricetta?
⦁ Questa ricetta è adatta anche a chi non può mangiare uova e latticini
⦁ Molto ipocalorico (-40% calorie) eppure buonissimo!
⦁ Grazie alla stevia e all’eritritolo, possiamo usare solo 20 g di zucchero in tutta la ricetta al posto di circa 180 g! Calorie risparmiate! Infatti eritritolo e stevia sono due dolcificanti a zero calorie (e in più non hanno le controindicazioni di altri dolcificanti simili, che potrebbero essere responsabili di problemi intestinali).
⦁ Grassi: -65% rispetto ad un prodotto preparato con burro, uova e latte.
⦁ Gli alberi di Natale al cioccolato sono ricchissimi di fibre, perché nell’impasto ci sono tutte le fibre contenute in due mele.
⦁ I cachi sono molto ricchi di zuccheri e non bisogna abusarne. Qui però ne usiamo meno di 10 g a persona.

Preparazione
FASE 1: LA PREPARAZIONE DELL’ACQUAFABA
Scolate il liquido dei ceci (aquafaba) in un contenitore rotondo a bordi alti e mettetelo in freezer per 5 minuti a raffreddarsi. Con lo sbattitore elettrico montate a neve l’aquafaba a massima velocità: in meno di 3 minuti avrete ottenuto l’equivalente del bianco d’uovo montato a neve! Tenete in frigorifero fino al momento dell’uso (se per caso perde un po’ di volume, potete usare di nuovo lo sbattitore elettrico).
FASE 2: LA MISCELA DEGLI INGREDIENTI
Sbucciate le mele (se non sono biologiche) e passatele nell’estrattore. Pesate lo scarto della frutta (fibra di mele), secondo la quantità necessaria in ricetta. Nel bicchiere del mixer a immersione frullate la fibra delle mele con l’olio di oliva e il latte di soia e il caffè. Unite a questo composto liquido tutti gli ingredienti secchi e mescolate in modo da ottenere un composto omogeneo.
Unite ora l’aquafaba montata a neve, mescolando delicatamente dal basso verso l’alto con un cucchiaio di legno.
FASE 3: LA COTTURA DEGLI ALBERELLI
Accendete il forno in modalità statica a 160° C. Versate l’impasto degli alberelli in uno stampo leggermente unto d’olio di circa 20 cm x 20 cm (scegliete la dimensione in modo che lo spessore dell’impasto versato sia alto un dito circa). Cuocete per 25 minuti. Sfornate e lasciate raffreddare completamente.
FASE 4: LA CREMA DOLCE DI CACHI
Aprite i cachi e asportate la polpa con un cucchiaio, che frullerete con il mixer. Trasferite questa crema in una sac-à-poche. Vi consiglio di decorare i vostri alberelli con la crema di cachi solo immediatamente prima di servire. Spolverate quindi il dolce con dello zucchero a velo (se avete un tritatutto potente, potete anche farlo voi usando l’eritritolo).
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A chi è adatta questa ricetta?

Valori nutrizionali
Confrontiamo la ricetta della Cuoca Insolita con quella di una torta al cioccolato che si può trovare in commercio, preparata con ingredienti tradizionali.

Su tutto il pianeta dunque il Natale sarà celebrato con meravigliose prelibatezze, i dolci soprattutto. Saranno preparate in ogni latitudine dove si attenderà sentitamente la nascita più famosa. In Italia mangeremo i 


Dal vecchio portone di casa alla vicicinissima bottega del Droghiere. Dieci minuti, andata e ritorno e compere in borsa. Botteghe, le drogherie, dove allora si trovava un po’ di tutto, dallo zucchero alla carta igienica agli alimentari alle stringhe per le scarpe. Botteghe ormai scomparse. O rarissime. Oggi reinventate in stile vintage che va tanto di moda e molto molto cult. Avrò avuto sette anni, da poco arrivato a Torino. Io con la mamma per ricongiungerci al papà. Immigrati piacentini. Ricordati bene – mi aveva straraccomandato mamma Giulia, che sarebbe stata in ansia da ricovero fino al mio ritorno – devi chiedere ‘per favore due etti di fontina e due di prosciutto cotto’! Capito? Certo che sì. E la richiesta me l’ero memorizzata alla parfezione in testa per tutto il “lungo” tragitto. Ragazzino sveglio fin d’allora! Due etti di fontina… No, prima, per favore. Per favore, due etti di fontina e due di prosciutto cotto; per favore, due etti di fontina e due di prosciutto cotto; per favore,due etti di…Ero arrivato ed entrato trafelato, gridando a squarciagola …fontina e due di prosciutto cotto. Il gelo. Silenzio assoluto. Sguardo minaccioso dell’omaccione (a me tale sembrava) che stava dietro al bancone e di stizzito e indispettito rimprovero dalla madamin tutta in ghingheri che l’omaccione stava servendo. Avevo decisamente sbagliato i tempi. Calma gàgno, t’las nèn vist che servu madamin? Bofonchiò il gigante droghiere. Che vergogna! Le guance di fuoco. Mi sentivo piccolo picolo. E tale ero. E maldestro e maleducato. Servita la madamin arriva finalmente il mio turno. Du..du..no, (prima) per favore, due etti di fontina e due di prosciutto cotto. Il gigante mi guarda ancora un po’ stizzito. Ed è allora che dalla sua bocca esce quella (per me) terribile, imprevista parola. Vaire? Sudori. Mi guardo intorno in cerca di aiuto. Co..co..come? “Oh gàgno – replica terribile il droghierone – mi l’hai nén temp da pèrde, l’hai ciamate ‘vaire’. Che tonto (io)! Avrei potuto arrivarci da solo. Vaire come dire quanto. Ma ero da poco arrivato a Torino e parlavo solo (e male) l’italiano, mentre in casa (benissimo) quel dialetto della bassa piacentina che ancora oggi con orgoglio mi ostino a parlare con quanti dei miei famigliari hanno resistito all’onda lunga del tempo. Vaire – mi venne in aiuto una deliziosa nonnina o fatina – in piemontese vuol dire ‘quanto?’. Ah, quanto! Le sorrisi, con gratitudine. E mi co’ l’hai dite?, s’innervosì ancora di più quell’omaccione-omicciatolo del droghiere. Finalmente arrivarono i due etti di fontina e di prosciutto cotto. Ero impaurito, ma anche arrabbiato e indispettito. A quell’omaccione (che non m’avrebbe visto mai più) avrei ficcato volentieri due dita negli occhi. Tanto più che uscendo, dopo aver ringraziato la nonnina, lo sentii brontolare ‘Sti Napuli! Eh già, per la sabauda torinesità di allora tutti quelli che arrivavano da appena un po’ al di sotto di Asti erano tutti “terroni” o meglio “Napuli”. Corsi a casa, con una rabbia in corpo da far preoccupare la mamma. Quel maledetto vaire me lo porto dietro da oltre sessant’anni. E mai lo scorderò. Proprio oggi me l’ha fatto tornare in mente un maleducatissimo e un tantino razzista (la parola ci sta) signore in là con gli anni e dall’italiano fortemente sicilianizzato che ho colto a sgridare un ragazzo di colore, davanti ad un noto supermercato cittadino, semplicemente perché aveva “osato” salutarlo. Ciao papà, l’aveva apostrofato come il giovane è solito rivolgersi a tutte le persone di una certa età, il sottoscritto compreso. Un ragazzo bravo, gentilissimo, negli occhi la tristezza e il ricordo di un villaggio lontano. E di chissà quale viaggio infernale! Minchia, quante volte devo dirti di non salutarmi! Lo aveva rimbrottato l’anziano malamente piemontesizzato. Io alla tua età andavo a spalare la neve e al mattino presto a scaricare i camion ai mercati generali! Cazzolina. La frase mi bastò per farmi tornare alla mente quel dannato vaire! I “Napuli” (nel senso lato di “migranti”) ci sono ancora. E sono tanti tanti Come tanti sono anche purtroppo i “Napuli” (quelli nostrani – e sempre nel senso di “migranti”- settentrionali e meridionali di prima, seconda, terza…generazione) che danno tristemente segno d’aver perso la dolorosa memoria del loro passato. Le sole differenze fra gli uni e gli altri: la lingua e il colore della pelle.