Dall Italia e dal Mondo- Pagina 4

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi 

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

 

MARA MARTELLOTTA

Perù: il cammino diventa soglia

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Foto Silvia Bessone

C’è un momento, nel viaggio come nella vita, in cui non si va più “verso qualcosa”, ma si attraversa. Il Perù è quel punto. Non una meta da raggiungere, ma una soglia da varcare.

Arrivare in Perù significa accettare che il confine non è mai solo geografico. È un confine interiore, sottile, silenzioso. Tra ciò che eravamo prima e ciò che siamo pronti a integrare. Qui, sulle Ande, la terra non è mai solo terra: è madre, è memoria, è presenza sacra. La Pachamama non è un concetto folkloristico, ma una relazione viva, quotidiana, fatta di rispetto, di gesti lenti, di offerte semplici. Camminare in Perù non è un’attività: è un linguaggio. Ogni passo ha un peso simbolico. I sentieri che portano a Machu Picchu, le strade di Cusco, i villaggi dell’Altiplano non chiedono velocità, chiedono ascolto. Il cammino qui è sacro perché è consapevole: insegna che non si attraversa un luogo senza lasciarsi attraversare.

La spiritualità andina non separa l’umano dal divino. Li intreccia. Non c’è un altare che non abbia radici nella terra, non c’è rito che non passi dal corpo. Tutto è integrazione: cielo e montagna, passato e presente, individuo e comunità. È una visione del mondo che non grida, non conquista, non esibisce. Accoglie.

Ed è forse questo che rende il Perù un luogo profondamente umano. Qui l’incontro non è mediato dalla performance, ma dalla relazione. I volti portano storie antiche, le mani lavorano ancora come facevano i nonni, i mercati sono luoghi di scambio reale, non scenografie. Viaggiare in Perù richiede rispetto: non si fotografa senza chiedere, non si consuma senza comprendere, non si attraversa senza gratitudine.

In un’epoca che corre, il Perù invita a fermarsi sul limite. A sostare. A riconoscere che ogni viaggio autentico è fatto di soglie, non di checklist. Qui si impara che l’integrazione non è cancellare ciò che siamo stati, ma includerlo in una visione più ampia.

E forse non è un caso che questo viaggio arrivi ora, a chiusura di un percorso narrativo che ha attraversato il mondo come si attraversa un’esistenza.

Il Bhutan ci ha insegnato l’ascolto.
Il Marocco la relazione.
L’India l’abbandono alla trasformazione.
L’Islanda il rispetto del silenzio.
Il Vietnam la lentezza che cura.

Il Perù raccoglie tutto questo e lo tiene insieme.

È il luogo dove il viaggio smette di essere movimento e diventa integrazione. Dove il confine non divide, ma unisce. Dove il cammino non porta altrove, ma più vicino.

E quando si riparte, non si torna a casa uguali. Si torna con un passo diverso.
Più consapevole.
Più umano.
Più intero.

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Federico Montesano: “Frammenti sospesi” alla galleria Malinpensa by La Telaccia 

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La galleria Malinpensa by La Telaccia ospita, fino al 7 febbraio prossimo, la mostra dal titolo “Frammenti sospesi” dell’artista Federico Montesano.

 

Nei suoi paesaggi metafisici si respira il linguaggio dell’infinito che oscilla tra reale e onirico. La sua pittura rivela una tecnica raffinata e una profonda interiorità, e si apre come una narrazione dell’anima in cui la libertà e il sentimento generano un percorso altamente espressivo. Ogni tela è un canto silenzioso, un frammento di luce che tramuta la realtà in sogno, la materia in emozione e la forma in poesia. Si tratta di un iter sensibile e vibrante, dove la riflessione sull’esistenza si trasforma in gesto pittorico, e la natura, fonte primaria di ispirazione, si rinnova come spazio dell’anima; in essa l’artista trova la voce della terra e del cielo. La pittura di Federico Montesano si fa visione lirica, sospesa tra una dimensione figurale intrisa di lirismo, le pulsazioni della vita e i silenzi dell’essere. L’esposizione, intitolata “Frammenti sospesi”, nasce da uno stato d’animo puro e si compone come una sinfonia di colori, materia e segni. L’acrilico su tela, steso con armoniosa precisione, vibra di ritmi interni, di respiri cromatici che si accendono e si dissolvono, creando un universo visivo di intensa profondità. Le luci si muovono come pensieri, i chiaroscuri abbracciano la forma e la terra incontra il cielo in una meditazione continua sul tempo e sull’essere. Nelle sue opere, Federico Montesano dipinge l’emozione, la luce che pulsa e la vita che arde nei silenzi. Ogni pennellata si fa simbolo e ogni contrasto rivela un’emozione che supera la materia. Colori gialli che si accendono al sole, verdi che respirano di speranza, rossi che ardono di passione, arancioni che custodiscono la memoria dialogano con il blu del cielo, creando armonie di straordinaria intensità poetica. La natura, maestosa e spirituale, diventa spazio dell’anima che fa riflettere sull’essenzialità e l’importanza del colore, in cui la vibrazione della materia si unisce al pensiero concettuale dell’immagine in maniera unica e personale. Anche nell’installazione di plexiglass e nei libri d’artista si avverte la medesima intensità poetica. Si tratta di una ricerca di equilibrio tra pensiero e sentimento, tra forma e respiro. Nel suo universo visivo si distende un silenzio cosmico in cui la luce, plasmata con intelligenza e sensibilità, accende un dinamismo interiore di rara suggestione. È qui che l’arte di Federico Montesano trova il suo compimento in un dialogo continuo tra terra e cielo, tra ciò che appare e ciò che vibra nel profondo, vale a dire un canto visivo che parla al cuore e che trasforma ogni frammento sospeso in emozione viva. Montesano affronta la pittura come un processo di conoscenza e rivelazione; ogni segno e ogni velatura sono testimonianze di un pensiero che si fa immagine. Si riconosce una ricerca costante di equilibrio tra intuizione e costruzione, visione e struttura, che culminano in una resa estetica di grande coerenza. Il suo iter, tra natura e concetto, si traduce in un silenzio universale, dove la luce diventa parola e la materia diventa respiro.

Federico Montesano, nativo di Monza nel 1990, si è diplomato e specializzato in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ha frequentato il corso di Scenografia dell’Accedemia del Teatro alla Scala. Opera nel campo delle arti visive, e le sue specialità sono varie, dalla pittura al disegno, all’installazione e alla scenografia. Ha già esposto alla galleria Malinpensa by La Telaccia nel 2023 con la mostra “Stanze introspettive”, nel 2024 ha inaugurato la personale “Transito metafisico”, con la quale ha partecipato anche alla XIX edizione Bergamo Arte Fiera e ha esposto le sue opere nella collettiva “Il mare in vetrina”, sempre presso la galleria Malinpensa di Torino.

Galleria Malinpensa by La Telaccia  – corso Inghilterra 51, Torino

Mara Martellotta

Via Cibrario, un arresto per la rapina in banca

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La Polizia di Stato, nell’ambito di un’indagine coordinata dalla locale Procura della Repubblica, ha dato esecuzione ad un’ordinanza dispositiva della custodia cautelare in carcere, emessa dal Tribunale di Torino a carico di un cittadino italiano, gravemente indiziato della rapina aggravata commessa il 28 novembre scorso, in danno della filiale della “Cassa di Risparmio di Asti”, sita a Torino in via Cibrario 6.

L’uomo era entrato nei locali dell’agenzia a volto scoperto, con i guanti calzati ed armato di coltello: avvicinatosi alla cassa, sotto minaccia dell’arma, si era fatto consegnare la somma di 5.000 euro in contanti, per poi darsi alla fuga.

La successiva attività svolta dagli investigatori della Squadra Mobile, consistente nell’analisi dei filmati dei sistemi di video sorveglianza presenti all’interno e nei pressi dell’agenzia bancaria, nell’escussione dei testimoni presenti ai fatti e nel riconoscimento fotografico da parte di quest’ultimi, ha permesso di identificare il rapinatore.

Il provvedimento è stato notificato all’uomo presso la casa circondariale di Siena, ove si trova ristretto, per altra causa, dal 17 dicembre 2025.

Undicenne scappa da casa per un litigio, ritrovato dalla polizia

Per un litigio dovuto al mancato acquisto di un cellulare un ragazzino di 11 anni si è allontanato in treno da casa ad Asti. Il fratello maggiore si è presentato in questura per segnalare che l’undicenne si era allontanato da diverse ore. La madre nel frattempo aveva ricevuto una chiamata dal figlio da un numero sconosciuto, senza però capire dove fosse. Un agente ha quindi richiamato il numero e ha parlato direttamente con il ragazzino che ha detto di essersi smarrito, dicendo di trovarsi in una stazione ferroviaria fuori provincia. La famiglia lo ha così raggiunto in giornata e la vicenda si è conclusa bene.

Vietnam. I segreti del tempo lento

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In Vietnam il tempo non si misura. Si ascolta.

Non corre, non scatta, non insegue. Scivola. Respira. Si deposita come la foschia del mattino sulle risaie del Nord, quando il giorno non è ancora giorno e la notte non è più notte. È in quel confine che il Vietnam inizia a parlarti, ma lo fa sottovoce, come chi ha imparato che alzare il tono non rende più vere le parole.

Qui, la fretta è una forma di cecità.

Le risaie terrazzate sembrano pagine aperte di un libro antico, scritto senza inchiostro ma con fatica, stagioni e pazienza. Ogni gradino è una generazione, ogni solco una scelta ripetuta nel tempo: seminare anche quando non c’è certezza del raccolto. Camminando tra i campi di Sapa o tra i paesaggi sospesi di Ninh Bình, si comprende che il silenzio non è assenza di suono, ma presenza di memoria.

La memoria qui è ovunque. È nei volti segnati, nelle mani che si muovono lente, nei templi che resistono al tempo come le persone hanno resistito alla storia. Il Vietnam ha conosciuto la guerra, l’occupazione, la perdita. Eppure non vive nel rancore. Vive nella continuità. Insegna che ricordare non significa rimanere prigionieri del passato, ma scegliere consapevolmente cosa portare con sé.

Hanoi, all’alba, è una lezione di misura.
Il lago Hoàn Kiếm si anima lentamente: anziani che praticano tai chi, donne che camminano in silenzio, venditori che preparano il phở con gesti antichi, precisi, quasi rituali. Nessuno sembra avere urgenza di arrivare. Perché essere presenti è già una forma di arrivo.

Osservando, senza intervenire, senza giudicare, si impara qualcosa che il viaggio moderno ha quasi dimenticato: il diritto di restare in ascolto. Di non dover subito capire. Di non dover subito raccontare. Il Vietnam ti chiede di guardare prima di interpretare, di sentire prima di spiegare.

E poi c’è Hội An.
Quando il sole cala e le lanterne si accendono, la luce non serve a illuminare le strade: serve a tenere viva la memoria. Le lanterne galleggiano sul fiume come pensieri affidati all’acqua, desideri lasciati andare senza rumore. Non è spettacolo, è rito. Un gesto quotidiano che ricorda che ogni giorno merita attenzione, anche se uguale al precedente.

Qui il tempo lento diventa un atto di resistenza gentile.
Una scelta.
Una forma di educazione emotiva.

Il Vietnam non chiede attenzione. Non la reclama. Non la pretende.
La merita.

La gentilezza che incontri non è mai esibita. È una gentilezza che disarma, perché non cerca approvazione. Nasce da una profonda conoscenza della fragilità umana. Da chi ha imparato che la vita può spezzarsi, ma anche ricomporsi. Da chi sa che l’ascolto è una forma di rispetto più potente di qualsiasi parola.

Viaggiando da nord a sud, tra città, villaggi e fiumi, accade qualcosa di sottile ma irreversibile: inizi a rallentare anche dentro. Le domande si fanno più essenziali. Le certezze meno rumorose. Le opinioni più leggere. Capisci che parlare meno significa comprendere di più.

Il Vietnam ti insegna che ascoltare viene prima di parlare.
Che vivere viene prima di giudicare.
Che la lentezza non è mancanza di ambizione, ma profondità di sguardo.

Quando riparti, il Vietnam non ti segue nei souvenir o nelle fotografie.
Ti segue nel ritmo del respiro.
Nella capacità di fermarti.
Nel rispetto nuovo che porti verso ciò che non comprendi subito.

E forse è questo il segreto più grande del tempo lento:
non cambia il mondo intorno a te.
Cambia il modo in cui lo attraversi.

Un invito a fermarsi. Ad ascoltare. A viaggiare con il cuore.

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Imam, Ravello (FdI): “Normalizzare l’odio è una ferita alla democrazia”

“Basta ambiguità: antisemitismo va condannato senza se e senza ma”

“La decisione di non confermare il trattenimento in CPR dell’imam che aveva giustificato il 7 ottobre e il massacro di Hamas rappresenta un passo pericoloso verso la normalizzazione dell’odio e dell’intolleranza, proprio mentre nel mondo assistiamo a episodi inquietanti di antisemitismo. Una scelta che va completamente nella direzione sbagliata, lanciando un messaggio sociale molto pericoloso”. Ad affermarlo Roberto Ravello, vice Capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione Piemonte.
“L’antisemitismo non è un’opinione, è un crimine d’odio che mina i valori fondamentali della nostra democrazia. Consentire interpretazioni ambigue e trattamenti giudiziari o politici che tendono alla giustificazione di frasi o comportamenti che negano violenze o incitano all’odio è un errore storico e morale. Occorre – continua Ravello – una condanna netta, chiara e senza ambiguità di qualsiasi forma di antisemitismo o giustificazione di atti violenti”.
“Le Istituzioni – conclude Ravello – devono ribadire con fermezza che le parole hanno conseguenze, e che coloro che giustificano la violenza, la discriminazione o la negazione di diritti non possono trovare spazio nella comunità civica. Non possiamo permettere che la sottovalutazione dell’odio si insinui nelle nostre città. La libertà di espressione non copre la negazione della dignità altrui. Ogni altra ambiguità o indecisione sarebbe un cedimento inaccettabile di fronte a un’emergenza civica e umana”.

Chirurgia dell’anima, oltre la forma verso l’essenza

Chirurgia plastica dell’anima… colei che unisce medicina, ascolto autentico e rinascita personale. C’è una bellezza che non ha nulla a che vedere con la perfezione, che non vive sulle copertine patinate di riviste del settore, nè si agita spropositatamente sui video dei social media ma nell’incontro fragile e straordinario tra ciò che siamo dentro e ciò che mostriamo al mondo.

 

E’ questa la bellezza a cui il Dr. Luca Spaziante, chirurgo plastico di grande esperienza dedica il suo nuovo libro “Chirurgia dell’Anima”. Si parla di un viaggio verso una guarigione profonda, che comincia molto prima della pelle e molto più in profondità delle cicatrici visibili. Questo suo è un libro che nasce dall’ascolto delle ferite invisibili. Il libro rivela una filosofia che attraversa tutta la sua vita professionale e persino quella privata, perché è proprio da li che lui comincia a fortificare i dettami della sua etica. La sua missione non è cambiare i volti delle persone fino a renderli irriconoscibili, non è inseguire modelli estetici irrealistici, omologati e senz’anima; il suo compito è un altro: “correggere senza stravolgere, rivelare e non trasformare”.

Ci sono libri che arrivano come un passo leggero sul pavimento della memoria, come un profumo che non si vede ma resta. Libri che non insegnano soltanto, ma che accompagnano, osservano, accarezzano; libri che nascono da una necessità più profonda della semplice volontà di raccontare. Sono libri che scaturiscono da anni di ascolto, di mani tese, di silenzi condivisi tra un medico e i suoi pazienti. Il libro del Dr. Spaziante appartiene esattamente a questa rara famiglia di opere: quelle che non si limitano a essere sfogliate, ma che vanno vissute. Sin dalla prima pagina si comprende che questo libro non è stato scritto per raccontare un’esperienza, ma per donare un’esperienza, affinché chi legge possa trovare uno specchio, un appoggio, o semplicemente una presenza discreta pronta ad aiutare e a condividere. Questo è un libro che respira – e nel suo respiro c’è quello di ogni persona che il Dr. Spaziante ha accolto, ascoltato e operato, perché la sua idea di cura si piega verso la persona. Viviamo in un’epoca in cui la medicina corre veloce, fatta di dati, protocolli, macchinari che parlano un linguaggio perfetto e preciso. Eppure, in questo ritmo calzante, si rischia di dimenticare una dimensione fragile e necessaria, ossia la persona che abita la malattia. Il Dr. Luca Spaziante, con la sua profonda sensibilità e con un sapere affinato negli anni, riporta al centro ciò che spesso viene messo in disparte: la dignità del paziente. Nel suo libro lui non si limita a spiegare, ma si china con delicatezza su quella zona di vita in cui paura, speranza e vulnerabilità si sfiorano. Ogni sua pagina è un invito a rallentare, a guardare negli occhi la persona prima del sintomo, la storia prima del referto.

E’ come se dicesse: “la malattia è un capitolo, non la definizione di un’esistenza”. Le sue sono storie che illuminano anche quando fanno male. Tra le righe il lettore incontra storie vere trasformate in immagini delicate e poetiche. Non ci sono mai dettagli violenti o toni freddi; ciò che emerge è il lato umano, quello che tocca davvero. Il chirurgo racconta quel tipo di sofferenza che non si vede certo nella lettura dei referti…la paura quindi di non farcela, la fatica di non essere compresi, il tremore nascosto nelle mani di chi chiede: “guarirò?” Ma racconta anche l’altra parte – quella luminosa – fatta di progressi inaspettati, di sorrisi che ritornano senza preavviso, di pazienti che trovano il coraggio di confidare ciò che non avevano mai detto a nessuno. La cura, come ci ricorda l’autore, non è solo farmaco, tecnica, intervento. E’ anche un gesto minimo, invisibile, che produce un effetto quasi sacro: il sentirsi accolti. Leggendo il libro poi si percepisce che la sofferenza non appartiene solo a chi la vive. Esiste un’eco che raggiunge chi osserva, chi accompagna, chi deve dare risposte quando le stesse non arrivano nell’immediato. Una delle bellezze più grandi di questo testo è il modo in cui riesce a intrecciare discipline diverse: la medicina, la psicologia, la narrativa, persino la filosofia. Il Dr. Luca Spaziante non pretende di dare verità assolute ma si limita a proporre una visione, un modo di stare dentro il proprio mestiere e dentro la relazione con l’altro. Forse la forza più grande di quest’opera sta nel fatto che il lettore può trovare in essa due cose preziosissime : un porto dove fermarsi e una mappa per orientarsi. Persino lo stile che accompagna questa guida è limpido, morbido, a tratti quasi musicale.

La sua scrittura non urla, ma sussurra con eleganza, lasciando che siano le immagini dell’anima a parlare. Ogni capitolo sembra costruito come un piccolo quadro: c’è luce, c’è ombra, c’è movimento. Non è una lettura che corre, ma una lettura che si sente. E mentre le pagine scorrono, succede qualcosa di magico: il lettore si accorge che il libro non sta parlando solo di medicina o di malattia, ma sta parlando di lui. Delle sue paure, della sua voglia di essere visto, della sua battaglia quotidiana per sentirsi forte anche quando non lo è. Alla fine, ciò che rimane di questo libro è un senso di gratitudine. Gratitudine verso un medico che non teme le fragilità, che non si nasconde dietro formalismi, che riconosce il valore dell’essere umano, anche quando è stanco, ferito o confuso. Il Dr. Spaziante ci ricorda che la cura migliore non è mai solo medica. E’ una cura fatta di parole dette nel momento giusto, di silenzi che rispettano, di mani che non giudicano, di sguardi che contengono. Il suo libro è una vera propria dichiarazione d’amore verso la vita, anche quando la vita si presenta nella sua forma più difficile. Un’opera la sua che non si limita ad essere letta: resta. Resta nei pensieri, nei gesti, nella memoria di chi lo ha attraversato. Resta quindi come una promessa : quella di una chirurgia capace di guardare negli occhi, di toccare con gentilezza, di comprendere senza invadere. E’ un testo che conforta, che ispira, che illumina. Un compagno prezioso nei momenti in cui tutto sembra confondersi. E’ un promemoria sottile ma potente: siamo esseri fragili, si, ma siamo anche esseri straordinariamente capaci di speranza.

Ed è proprio qui che questo libro rivela la sua forza più grande: non è soltanto un viaggio nella chirurgia plastica vista con sguardo serio, etico e profondamente professionale, ma è anche o soprattutto un messaggio rivolto al futuro. Tra le sue pagine si avverte un appello silenzioso ma potente, ossia l’invito a insegnare, fin dalle scuole, ai ragazzi che crescono tra specchi impietosi e modelli irraggiungibili e assolutamente non autentici, che il corpo non è un nemico da correggere, né un terreno da stravolgere, ma una casa preziosa da conoscere, rispettare e abitare con amore. Per la sua profondità, la delicatezza con cui intreccia scienza ed etica e la sincerità del suo messaggio, il libro del Dr. Luca Spaziante potrebbe diventare un prezioso tributo educativo da portare nelle scuole e nelle università, al fine di poter invitare i giovani a conoscere e a rispettare meglio il proprio corpo prima di desiderare di cambiarlo, a custodire quindi la propria autenticità e a non inseguire trasformazioni o mode di massa che tradiscono di gran lunga ciò che sono nella loro verità fisica e interiore. In ogni sua pagina si percepisce la voce sincera di un medico che fa davvero della sua professione un atto di amore. Un medico che non cura solo il corpo ma che considera addirittura un privilegio poter toccare le anime dei suoi pazienti.

Monica Chiusano