Sabato 22 inaugurazione di tre mostre a Palazzo Callori
PER LA CHIUSURA DELLA TERZA EDIZIONE IL 23 LUGLIO

Si conclude la terza edizione del Vignale Monferrato Festival con Un Gran Ballo d’Estate, festa conclusiva aperta a tutti domenica 23 luglio. Protagonisti i balli e le musiche dei Tre Martelli, con un concerto gratuito in piazza del Popolo a partire dalle ore 21.30. Dal 1977 il gruppo è impegnato nella riproposta della musica della tradizione popolare piemontese. Ha all’attivo undici incisioni, varie partecipazioni ad altre produzioni discografiche ed un migliaio di concerti in tutta Europa. A seguire ai Giardini Bassi di Palazzo Callori, la festa continua con i Pitularita Trio, espressione musicale spontanea di una coppia di fratelli e un amico, musicisti valdostani cresciuti tra le sonorità della terra d’origine. Il trio vanta un repertorio ricco: brani di propria composizione e melodie cantate e suonate per la danza, estratte dal bacino della musica tradizionale europea e alpina, aprono l’esibizione serale a chiusura del festival. I concerti sono preceduti nel pomeriggio dallo stage “Danze rare del Piemonte”, dalla Burea delle Langhe alla Curenta dei Butei e altre danze ancora. Il workshop verterà sull’apprendimento di alcune danze tradizionali piemontesi meno conosciute nell’ambito dell’attuale folk-revival; un momento di coinvolgimento diretto che vede il corpo nuovamente protagonista, anche della tradizione popolare del luogo. Il weekend si apre sabato 22 con l’inaugurazione alle ore 18.30 a Palazzo Callori di tre mostre dedicate ai paesaggi del Monferrato, promosse dal Comune in collaborazione con il Club per l’Unesco di Vignale. Le mostre restano aperte fino al 30 settembre, tutti i sabati e le domeniche.
Conosco Marco Travaglini da una vita e ne apprezzo la scrittura. Marco è nato a Baveno, sulla sponda occidentale del lago Maggiore. Forse ciò che più è conosciuto di questo borgo lacustre è il granito rosa, non sicuramente le ormai esauste fonti che avevano sollevato dalla gotta e dalla renella generazioni di illustri che, nel secolo passato, come era il detto, “passavano le acque”.
New York, così come ai muretti a secco che portano ai circoli operai o ai piccoli cimiteri delle frazioni bavenesi , o al gioco del “filetto” degli scalpellini. In quel granito troviamo il feldspato, che “colora” di rosa il cielo dei tramonti sulle isole Borromee, il quarzo – gelido come il fiato di un inverno al Mottarone – e poi epidoto, zircone, olivina: pietre usate in gemmologia, soprattutto lo zircone che per la sua durezza è considerato il diamante “povero”. In quel granito c’è un pot- pourri di elementi come lo sono i racconti contenuti nel suo bel libro intitolato “Il tempo dei maggiolini”. I maggiolini hanno un
odore del tutto particolare. Ritorno all’infanzia e ricordo che ne raccoglievamo a maggio delle intere scatole di latta, scrollando gli alberi. Si diceva, ed era una delle prime favole metropolitane, che la “forestale” pagasse per ogni scatola consegnata. Una balla colossale che ci ha fatto sperare in guadagni astronomici, ma poi le scatole finivano sui falò con un crepitio ed un profumo di gamberetti alla griglia (l’elitra di questi insetti coleotteri è composta da chitina, la stessa del carapace dei gamberi). Per noi che manco sapevamo cosa fossero i gamberetti alla griglia (negli anni ‘60 e nelle famiglie che abitavano le case popolari non entravano gamberetti..) quel profumo è ritornato in seguito, in occasione di qualche grigliata tra amici. Come tutto, come sempre, prima o poi, ritorna. Il “melolontha melolontha”, secondo la classificazione linneana, è un coleottero (ho anche un diploma di perito agrario..) e lo avevo studiato illo tempore sul testo di entomologia agraria come
animalaccio dannosissimo alle colture. Ora l’ho ritrovato nel libro di Marco Travaglini che riporta in copertina l’albero dei maggiolini, regalandoci spaccati di vite fiorite o trascinate sui contrafforti o sulle rive di questa terra di laghi e di montagne dove entrambi siamo nati. Sedici storie raccolte in centodieci pagine da bere tutte d’un fiato, come si potrebbe sorseggiare un calice di buon bianco fresco nella calura di quest’anomala estate. Leggendo mi sono ritrovato in quella “comédie humaine” a me particolarmente cara, in quella “dimensione” del “buon tempo che fu” che mi ha ricondotto alla “luciferina”, da lux fero, portatrice di luce, come la stella del mattino, che si trova in quelle lucciole che mettevo sotto al bicchiere nella mia stanza e che, spenta la luce dell’abat–jour, mi accompagnavano nei miei sogni di bambino. Queste storie mi riportano alle erbe di prato raccolte sotto la guida di mia madre – Marco, nel raccontare, ha però dimenticato le verzole
Omegna, al circolo della Madonna del Popolo o all’enoteca del “Ferro”, sempre alticcio : gli offrivo un bicchiere, bevevamo insieme e gli ho dedicato un quadro che lo ritrae con la sua fisa. E poi i “Bruno’s’”: onnipresenti alle feste de L’Unità, ma anche a quelle “di fede e devozione” con un repertorio che andava da “Bandiera Rossa” a compiacenti o casti valzerini. “Fuochi fatui” propone un’avventura cimiteriale, un noir nostrano e grottesco, con un protagonista burlone che provocava un bel po’ di “strizza”. Mi ha rammentato una “leggenda metropolitana” dei miei tempi, leggenda che ci aveva impauriti e che ci aveva dato l’immagine del cimitero del romanticismo di Hoffmann e non certamente di quella dimensione di pace eterna o di luogo di passaggio ad altre dimensioni. Il “tipo” in questione per dimostrare di non aver paura dei morti aveva scommesso che si sarebbe recato nottetempo al cimitero e che avrebbe girato tra le tombe, ma impigliatasi la giacca in una di quelle basse inferiate che spesso erano poste intorno alle tombe, sentendosi “tirar per la marsina”, potete immaginare a cosa potesse aver pensato. Lo trovarono stecchito e ormai “freddo”, appeso alla sua marsina. Ne “Il mio Gianni”, Marco ci parla forse dell’omegnese più illustre e più conosciuto, proponendo una bella
storia che richiama alla memoria anche i giocattoli di latta prodotti a Omegna negli anni venti. I ricordi sono molti. Gianni Rodari nasce nel 1920, come mio padre; muore nel 1980, come mio padre; era maestro di scuola,come mio padre. Anch’io ho giocato con la motonave di latta della Cardini: si chiamava “Saturnia”. “La pentola d’oro delle Quarne” è un bel racconto da cui emergono ancestrali odi che mi hanno riportato alle Novelle della Pescara di D’Annunzio, alle rivalità – finite poi nel sangue – tra gli abitanti di Miglianico, piccolo paese di terra d’Abruzzo, tra i sostenitori di San Gonselvo e quelli di San Pantaleone. Non è accaduto così tra i “quarnelli” di Sotto e di Sopra, ma residuati di queste rivalità sopravvivono. Nel racconto però interviene l’intelligenza dei bambini ed allora è un’altra storia. Didattica pura! Ne “L’ombrello di Sissi” s’incontra la storia degli ombrellai del Vergante, soprattutto quella dei bambini affidati ogni anno al “lusciàt”, all’ombrellaio che li portava in giro per l’Europa. Non avevano fortune, dormivano nei fienili, mangiavano quando capitava, sopportando ogni cosa. Se capitate a Gignese, visitate il museo dell’Ombrello e avrete un’immagine degli strumenti del “lusciàt” e delle vere e proprie opere d’arte che essi creavano. Non mi sono stupito quindi del bel racconto sull’ombrellino della principessa Sissi che, come ci dice la storia, fu fatta passare a miglior
vita dall’ anarchico Luigi Luccheni. Triste fine anche la sua, “suicidato” in carcere nel 1910. La sua testa recisa fu conservata in un contenitore sotto formalina all’Hotel Mètropole, mostrata agli illustri ospiti come Lenin, Molotov Malenkov e poi regalata nel 1998, nel centenario del regicidio, dal governo svizzero all’istituto di patologia di Vienna. “Una spina nel cuore” e “Villa Morlini” ci rammentano che sia il lago d’Orta che il Maggiore sono stati anche set cinematografici come ci racconta Marco Travaglini in queste due saporite storie che mi hanno riportato al tempi in cui venne girato ad Omegna “La banca di Monate” o ai racconti di Piero Chiara ambientati dei “casini” o “bordelli” che dir si voglia. Infine,senza nulla voler togliere agli altri racconti, “Vincent che disegnava le stelle”. La sua lettura mi ha fortemente emozionato. E’ il racconto che più mi ha colpito , forse per la vicinanza ideale a Vincent, per le affinità elettive, perché amo le stelle e guardo il cielo, perché anch’io dipingo stelle. Buona lettura, allora. E’ un libro che non vi deluderà.
Il Salone del Libro di Torino dello scorso maggio – quello n.30, il Salone della sfida con Milano – ha promosso la rete dell’intero mondo del libro
bibliotecari e le associazioni di librai hanno contribuito a scrivere il programma del Salone del Libro 2017, cosa che si verificherà anche nelle prossime edizioni. La Piazza dei Lettori, promossa dai librai di Colti – Consorzio Librerie Indipendenti Torinesi, promotori di Portici di Carta in autunno è stata un’altra prova di successo. Avanti così.
Le poesie di Alessia Savoini
La stagione è quella estiva ma gli eventi sono in programma da novembre 2017 sino al maggio del prossimo anno. Si tratta di Scena Ovest, cartellone di 12 appuntamenti ta prosa, musica, danza e circo contemporaneo per arrivare ad un Teatro multidisciplinare diffuso
Il 21 grande cabaret con Max Cavallari, la voce storica dei Matia Bazar
cui la virtuosa artista celebra in sette lingue le più grandi voci della musica italiana e internazionale degli ultimi cent’anni, riservando un posto speciale al periodo di successi condivisi con i Matia Bazar. Presentano Gino Latino di Radio GRP (media partner dell’evento) e Carlotta Iossetti.Il 21 luglio, invece, alle ore 20.30, presentato dal noto attore comico torinese Gianpiero Perone, per il cabaret è atteso invece Max Cavallari dei Fichi D’India, uno tra i migliori fuoriclasse italiani in assoluto nel campo della risata d’autore, che intratterrà il pubblico con la sua impareggiabile verve e un repertorio collaudato e amatissimo. Gran finale per la musica, il 30 luglio, con la grinta e la strepitosa voce di Alexia, e per il cabaret con l’ottimo Marco ‘Baz’ Bazzoni.
Anche quest’anno il Museo Nazionale del Cinema di Torino è partner della rassegna organizzata da Distretto Cinema e partecipa direttamente alla presentazioni di due serate evento:
TUTTE LE TRAME DEI FILM NELLE SALE DI TORINO
Aspettando il re – Commedia drammatica. Regia di Tom Tykwer, con Tom Hanks e Tom Skerritt. Periodo non felice per Alan Clay (ha appena divorziato dalla moglie, è senza casa e non ha il becco di un quattrino per pagare la retta della scuola della figlia, rischia persino il lavoro se non porterà a casa in grosso contratto) è inviato dalla sua società di informatica in Arabia Saudita per ottenere l’appalto dei servizi telematici nella città che si sta costruendo nel deserto. La burocrazia temporaggia e il sovrano imprenditore si fa attendere. Alan avrà così tutto il tempo per fare un bilancio della propria esistenza. Durata 98 minuti. (Greenwich sala 2)
Paul è uno scrittore in profonda crisi per l’abbandono della moglie, per l’abuso di alcol che lo perseguita, per un’ispirazione che non arriva. Si è ritirato in solitudine in una piccola casa alla periferia di Denver, dove sopraggiunge un misterioso quanto strano vagabondo per imporgli un personalissimo programma di recupero. Il protagonista dovrà ben presto accorgersi che non si tratta di un autentico aiuto. Durata 93 minuti. (Ideal, The Space, Uci)
Cane mangia cane – Azione. Regia di Paul Schrader, con Nicolas Cage, Willem Dafoe e Christopher Cook. Diesel, Troy e Mad Dog sono tre ex galeotti, cercano di reinserirsi nella vita civile in maniera piuttosto convinta senza trovare mai l’occasione adatta. La quale si presenta con l’offerta di un potente boss a compiere un nuovo, ultimo crimine… grazie al quale trovare finalmente la tanto sospirata sistemazione. Che cosa li potrebbe spingere a non accettare? Durata 93 minuti. (F.lli Marx sala Groucho)
come “I padroni della notte” e “Two lovers” si affida oggi ad un diverso genere cinematografico, quello dell’avventura, ma anche qui quell’”avventura” che mina allo stesso tempo il corpo e la mente. La storia di Percival Fawcett, ufficiale di carriera britannico, che all’inizio del Novecento ha l’incarico dalla Società Geografica Reale di recarsi al confine tra Brasile e Bolivia per effettuale importanti rilievi cartografici. La società, la famiglia, le difficoltà, la malattia, l’ossessione della ricerca di una città perduta, tutto contribuisce a rendere un ritratto e un film forse d’altri tempi ma comunque autentico, avvincente, degno della storia di un regista che amiamo. Durata 141 minuti. (Ambrosio sala 2, Eliseo Blu, Uci)
Lady Macbeth – Drammatico. Regia di William Oldroyd, con Florence Pugh, Christopher Fairbank e Cosmo Jarvis. Una delle opere più belle e convincenti viste all’ultimo Torino Film Festival, che fortunatamente la distribuzione di Teodora ha portato nelle sale. Ricavandone la vicenda dal romanzo “Lady Macbeth nel distretto di Mtsensk” scritto dal russo Nikolaj Leskov e portato poi nel mondo lirico da Shostakovich, qui trasportata da quei panorami alle brughiere dell’Inghilterra del 1865, la diciassettenne Katherine è costretta dalla volontà del padre a un matrimonio senza amore con un uomo più anziano di lei, che non la desidera e apertamente la trascura. Soffocata dalle rigide norme sociali dell’epoca, all’allontanamento del marito per questioni di lavoro, inizierà una relazione clandestina con un giovane stalliere alle dipendenze del marito, ma l’ossessione amorosa la spingerà in una spirale di violenza dalle conseguenze sconvolgenti, nell’eliminazione di chiunque voglia cancellare quella passione. L’autore è un giovane, trentasettenne, drammaturgo che ambienta la sua storia nel chiuso opprimente nelle stanze del grande palazzo, con pochissime concessioni all’esterno, scavando appieno ed egregiamente nei tanti caratteri, in specialmente in quello della sua protagonista, anti-eroina perfettamente lucida e sanguinaria. Durata 89 minuti. (Nazionale sala 1)
cui il padre ebbe generato il figlio maschio: grande ecatombe e vendetta della suddetta ma anche vendetta dei dignitari di corte che la seppelliscono viva e la trasportano in una sontuosa tomba al centro del lontano territorio persiano. Nei tempi nostri, la sempre suddetta principessa Ahmanet si risveglia tra gli sconquassi delle guerre orientali e porta distruzione sino a Londra, tra pugnali e pietre preziose e riti che coinvolgono l’appassito e rintontito ex eroe Tom Cruise che per stare a galla dello star system è costretto ancora una volta a ingarbugliarsi nelle sue solite mission impossible, in una lotta tra bene e male che cerca di nobilitarne il personaggio di soldato fanfarone e truffaldino. Il bello (si fa per dire) della storia affidata per il 99% alle dinamiche dei computer e per il restante all’espressività degli attori è di prendere la decisione sul finale di tener aperta la porta di un sequel che se ancora interesserà il pubblico potrà riempire un’altra volta le tasche di divo e divette. Durata 107 minuti. (Massaua, The Space, Uci)
Parliamo delle mie donne – Commedia drammatica. Regia di Claude Lelouch, con Johnny Hallyday e Sandrine Bonnaire. Il regista francese (com’è lontano il ’66 quando apparve sulla ribalta internazionale del successo con “Un uomo, una donna”) viaggia da decenni con le sue stelle comete della vita e dell’amore, dell’amicizia, dei piccoli e grandi tradimenti, con gli amori che si ritrovano, della famiglia, tra immagini sontuose e sceneggiature che gironzolano qua e là disseminando sentenze. Prendere o lasciare: ma “Les una et les autres” – “Bolero” da noi” – non si dimentica. Lelouch continua la sua filosofia di vita in questo secolo ormai più che avviato, questa volta radunando, grazie all’amico medico Frédéric, attorno alla tavola del fotoreporter Jacques Kaminsky – un rispolverato Hallyday -, eclissatosi tra i bellissimi panorami delle Alpi, le quattro figlie avuto parecchio distrattamente da altrettante diverse unioni. Il film è del 2014, arriva oggi qui da noi, un’occasione anche per chi ha (persino) dimenticato il nome di Lelouch o chi non lo ha mai scoperto. Durata 124 minuti. (Ambrosio sala 3, F.lli Marx sala Harpo)
Marisa Tomei e Robert Downwy jr. Ancora un’avventura per il giovane Peter Parker, che questa volta ha il volto del ventunenne Tom Holland – anche sugli schermo come spirito intraprendente e avventuriero e figlio del viaggiatore Fawcett in “Civiltà perduta” -, dopo quelli di Tobey Maguire e Andrew Garfield. Ancora la ricerca di un perfetto equilibrio nella vita quotidiana, con l’aiuto del miliardario Iron Man, sempre a mezza strada tra lo studente liceale in mezzo alle strade di New York e la maschera rossoblù del supereroe, una ricerca continua fino a che si profila all’orizzonte la figura del nuovo nemico da sconfiggere: l’avvoltoio. Durata 130 minuti. (Massaua, Centrale V.O., Grenwich sala 1, Ideal, Lux sala 1, The Space, Uci anche in 3D)
Greer, Amiah Miller e Andy Serkis. Dallo stesso regista del precedente “Apes Revolution”, un nuovo capitolo della lotta tra l’Uomo e la Scimmia, una guerra voluta da quelle frange estremiste che stanno dall’una e dall’altra parte. Da un lato le truppe del feroce colonnello Woody Harrelson, armate fino ai denti, dall’altro, con tutti i suoi compagni, Cesare, la scimmia evoluta, che nella ricerca di vendetta del nemico, incontra una giovanissima orfana, dal significativo nome di Nova, cui insegna le parole della semplicità e della fratellanza. Durata 142 minuti. (Ambrosio sala 1, Massara, Ideal, Lux sala 2, The Space anche in 3D, Uci anche in 3D e in V.O.)
Finocchiaro e Andrea Carpenzano. Tratto liberamente dal romanzo “Poco più di niente” di Cosimo Calamini, è la storia del giovane Alessandro, romano di Trastevere, che vive le proprie giornate tra il bar, lo spaccio e l’amante che è la madre di un suo amico. Sarà l’incontro con un “non più giovane” poeta dimenticato a fargli riassaporare socialmente e culturalmente il gusto per la vita, in un bel rapporto che si va a poco a poco costruendo, senza lasciarsi alle spalle tutta la rabbia e quella speranza che i due si portano inevitabilmente appresso. Durata 106 minuti. (Eliseo Rosso, Greenwich sala 2)