di Pier Franco Quaglieni
Con la scomparsa a novant’anni di Enzo Bettiza, il giornalismo italiano perde una delle sue firme più autorevoli e “La Stampa” il suo ultimo editorialista importante che nell’ultimo decennio e’ comparso pochissimo sulle pagine del quotidiano di via Lugaro. Bettiza era un uomo autorevole e l’autorevolezza non gli venne con l’età ma era in lui qualcosa di innato. Autorevole e quindi indipendente e non disposto a scrivere a comando. Ebbe il coraggio di scontrarsi con il direttore – tiranno, suocero di Scalfari,Giulio De Benedetti che cerco’ inutilmente di umiliarlo.
Io conobbi un De Benedetti vecchio e “buono” che si beveva una bottiglia di whisky in un pomeriggio , rimanendo quasi lucido nel suo buen ritiro di Rosta. Conobbi un ex direttore de “La Stampa” che portava ad un giovane appena laureato un suo articoletto nel primo covo del centro “Pannunzio ” di piazza Castello ,chiedendo con squisita ironia di leggerlo e di dirgli se andava bene. Ma tutti gli amici giornalisti che ho conosciuto ,salvo forse Ferruccio Borio e Carlo Casalegno ,mi parlavano con rabbia di “gdb “, com’era soprannominato e come amava firmare i suoi fondi che sembra fossero scritti da altri,alcuni dicono da Casalegno. L‘unico che seppe tenergli testa fu Bettiza che se ne andò dalla “Stampa” e passo ‘ al “Corriere della Sera “. Ma anche al quotidiano di via Solferino ,quando il direttore Piero Ottone volle ,in ossequio alle bizzarrie della proprietaria – zarina sovietica del giornale ,fare del quotidiano che aveva incarnato la borghesia italiana ,l’organo del cedimento al compromesso storico ,Enzo seppe andarsene dal “Corriere” che veniva cogestito dal comitato di redazione(con diritto di veto) e dal direttore allineato al nuovo corso. Con Montanelli fondò “Il Giornale”, ispirandosi al “Mondo” di Pannunzio ,come mi disse una volta . E scrisse che gli era parso di aver condotto una battaglia di retroguardia e di testimonianza contro il clima creato dalle “masse facinorose e urlanti ” ,dai “terroristi che sparavano a Montanelli e sprangavano i nostri lettori” e dalla ” stampa conformista che ci calunniava “. In effetti non fu così, aggiunse, “perché nel 1989, con il crollo del Muro, capimmo di aver condotto una battaglia di avanguardia perigliosa perché solitaria ed elitaria : una battaglia cioè
tipicamente , lucidamente, liberalissimamente pannunziana “. Bettiza che per brevissimo periodo fu comunista prima dei vent’anni, esule da Spalato conquistata dai titini, e’ stato un testimone dell’anticomunismo liberale che seppe opporsi a tutti gli autoritarismi e i totalitarismi del Novecento che egli considerò non un secolo breve, ma un secolo semmai troppo lungo a causa del comunismo che tenne banco dal 1917 in poi. Rispetto a quelli che Giovanni Giovannini chiamava con disprezzo direttorini e giornalistini ,egli seppe tenere la schiena diritta sempre. Una grande lezione anche deontologica ai tanti che nei giornali chinano non solo la schiena, ma anche la testa. Pure con l’amico Montanelli, quando ritenne di dissentire, lo fece liberamente, andandosene dal giornale di cui era condirettore. Soprattutto per tanti di noi, in primis per chi scrive, nel 1976 fu di esempio perché invece di “turarsi il naso” e votare Dc o firmare manifesti per annunciare il voto al Pci come fece la maggioranza dei giornalisti e degli intellettuali italiani, fu tra i promotori, con Alberto Ronchey e Cesare Zappulli, di un’iniziativa di minoranza che non fu premiata dagli elettori e invece ebbe grande importanza morale perché significò per noi il non arrendersi all’ondata clerico-marxista che rischiava di travolgere la democrazia italiana : la lista liberale, repubblicana, socialista democratica proposta in alcune regioni italiane . Bettiza e Zappulli vennero eletti ,Ronchey no. Ma va ricordato che quella lista riaffermava il senso storico-politico di un’alleanza dopo che nel PLI era prevalso Zanone ,nel PRI circolavano i vaneggiamenti senili di La Malfa a favore del
compromesso storico e i socialdemocratici ,dopo le amministrative del 1975, erano passati, armi e bagagli, a sostenere le giunte rosse, tradendo il voto degli elettori. E’ naturale quindi che Bettiza abbia visto con favore Bettino Craxi e il suo tentativo di affrancare il socialismo italiano che fu di Rosselli e di Matteotti ,ma anche di Saragat e di Nenni,dall’abbraccio mortale del Pci e del compromesso storico con una Dc di sinistra che aveva rinnegato del tutto lo spirito degasperiano. Ci siamo sentiti spesso e abbiamo collaborato sovente. E ‘stato naturale che gli fosse conferito il Premio “Pannunzio”.Un premio azzeccato come quello a Spadolini,a Montanelli,a Ronchey che ha avuto anche premiati immeritevoli soprattutto per quello che fecero dopo il conferimento come Furio Colombo ,Vittorio Feltri e l’incredibile
Barbara ,figlia di Altiero Spinelli, che, dopo aver parlato del comunismo come di “un’utopia assassina”, si riposizionò nell’estremismo nostalgico del comunismo ed occupò un posto al Parlamento europeo, malgrado avesse dichiarato che, se eletta, avrebbe rinunciato al seggio. Una volta Bettiza, quando nel 2003 venne nominato da Ciampi cavaliere di Gran Croce mi telefono ‘ e mi disse ,scherzando, che finalmente anche lui era stato nominato ,sia pure quattro anni dopo di me. Era rimasto colpito dalla rosetta che mi vide all’occhiello. Inutile dire che Bettiza, che fu senatore e deputato, non amava titoli e nastrini di nessun tipo. Il suo essere stato esule non fu per lui, come per tanti italiani che dovettero lasciare la propria terra dopo il Trattato di pace del 1947 ,un elemento di particolare
distinzione che non volle mai rivendicare. Bettiza ,come racconto ‘ nel suo straordinario romanzo “Esilio” cercò subito di mettersi al lavoro, inserendosi attivamente in Italia, cosa che non era così facile per i circa 350 mila istriano-giuliano- dalmati dell’esodo-di cui Enzo non si sentì parte-accolti malamente in patria e considerati dei fascisti. All’inizio accettò qualsiasi lavoro e solo in tempi successivi incominciò a fare il giornalista nel 1953 ad “Epoca”, per poi passare alla “Stampa” nel 1957. La sua è una storia totalmente diversa ,ad esempio, da quella di Ottavio Missoni ,nato a Ragusa da padre di origine giuliana ,che invece fu con orgoglio sindaco della “Libera città di Zara” in esilio e fu insieme al patriota Lucio Toth, uno dei difensori delle ragioni di chi patì l’esodo ed ebbe lutti famigliari a causa degli infoibamenti.
Infatti nel “Giorno del ricordo delle foibe e dell ‘esodo” che venne celebrato il 10 febbraio in tutta Italia a partire dal 2004 non fu possibile coinvolgerlo. Io cercai di farlo, ma fu irremovibile. Gli offrii l’opportunità di parlare a palazzo Carignano di Torino, ma mi disse che dovevo farlo io come storico e non lui come esule. Fu irremovibile. Enzo si sentiva certo italiano, ma non solo italiano era anche un po’ nostalgico dell’impero austro-ungarico e del mondo in cui era nato e vissuto a Spalato in cui convivevano slavi e italiani ed in cui egli aveva appreso il bilinguismo come un qualcosa di ovvio e naturale. La Dalmazia era certamente una terra italiana, veneziana e romana per storia e cultura, ma aveva anche un’identità slava che non poteva essere negata e che Enzo sentiva come sua. Qualcuno lo ha definito mitteleuropeo, anche se la Dalmazia è geograficamente nei Balcani e proprio dall’Europa orientale Bettiza ha tratto stimolo per affermare costantemente i valori della libertà come valori irrinunciabili. Penso che Bettiza sia stato soprattutto un sincero europeo che aveva visto e denunciato la tragedia dell’Europa orientale oppressa dal comunismo. Europeo ,non necessariamente europeista alla maniera di Spinelli e di Rossi. E’ stato uno dei migliori deputati al Parlamento europeo. Forse in lui era presente “l’idea d’Europa” di cui parlava Chabod. Se l’Europa avesse avuto rappresentanti come lui a Strasburgo, non sarebbe finita arenata sugli scogli e non si sarebbe confusa con gli interessi finanziari di alcuni potenti. Bettiza fu soprattutto un rarissimo esempio di giornalista libero e di scrittore raffinato. I giornalisti tentano di fare spesso anche gli scrittori, diceva Mario Soldati, e spesso gli scrittori tentano di fare anche i giornalisti. Quasi mai ci riescono pienamente. Il giornalismo è mestiere, la scrittura letteraria è arte. Solo pochissimi riescono ad essere chiari come dei giornalisti, scrivendo in modo non banale pagine che durino oltre lo spazio di un mattino. Gli articoli e i libri di Bettiza sono destinati a restare. Davvero è stato un giornalista principe.
quaglieni@gmail.com
Io conobbi un De Benedetti vecchio e “buono” che si beveva una bottiglia di whisky in un pomeriggio , rimanendo quasi lucido nel suo buen ritiro di Rosta. Conobbi un ex direttore de “La Stampa” che portava ad un giovane appena laureato un suo articoletto nel primo covo del centro “Pannunzio ” di piazza Castello ,chiedendo con squisita ironia di leggerlo e di dirgli se andava bene. Ma tutti gli amici giornalisti che ho conosciuto ,salvo forse Ferruccio Borio e Carlo Casalegno ,mi parlavano con rabbia di “gdb “, com’era soprannominato e come amava firmare i suoi fondi che sembra fossero scritti da altri,alcuni dicono da Casalegno.
tipicamente , lucidamente, liberalissimamente pannunziana “. Bettiza che per brevissimo periodo fu comunista prima dei vent’anni, esule da Spalato conquistata dai titini, e’ stato un testimone dell’anticomunismo liberale che seppe opporsi a tutti gli autoritarismi e i totalitarismi del Novecento che egli considerò non un secolo breve, ma un secolo semmai troppo lungo a causa del comunismo che tenne banco dal 1917 in poi. Rispetto a quelli che Giovanni Giovannini chiamava con disprezzo direttorini e giornalistini ,egli seppe tenere la schiena diritta sempre. Una grande lezione anche deontologica ai tanti che nei giornali chinano non solo la schiena, ma anche la testa. Pure con l’amico Montanelli, quando ritenne di dissentire, lo fece liberamente, andandosene dal giornale di cui era condirettore. Soprattutto per tanti di noi, in primis per chi scrive, nel 1976 fu di esempio perché invece di “turarsi il naso” e votare Dc o firmare manifesti per annunciare il voto al Pci come fece la maggioranza dei giornalisti e degli intellettuali italiani, fu tra i promotori, con Alberto Ronchey e Cesare Zappulli, di un’iniziativa di minoranza che non fu premiata dagli elettori e invece ebbe grande importanza morale perché significò per noi il non arrendersi all’ondata clerico-marxista che rischiava di travolgere la democrazia italiana : la lista liberale, repubblicana, socialista democratica proposta in alcune regioni italiane . Bettiza e Zappulli vennero eletti ,Ronchey no. Ma va ricordato che quella lista riaffermava il senso storico-politico di un’alleanza dopo che nel PLI era prevalso Zanone ,nel PRI circolavano i vaneggiamenti senili di La Malfa a favore del
compromesso storico e i socialdemocratici ,dopo le amministrative del 1975, erano passati, armi e bagagli, a sostenere le giunte rosse, tradendo il voto degli elettori. E’ naturale quindi che Bettiza abbia visto con favore Bettino Craxi e il suo tentativo di affrancare il socialismo italiano che fu di Rosselli e di Matteotti ,ma anche di Saragat e di Nenni,dall’abbraccio mortale del Pci e del compromesso storico con una Dc di sinistra che aveva rinnegato del tutto lo spirito degasperiano. Ci siamo sentiti spesso e abbiamo collaborato sovente. E ‘stato naturale che gli fosse conferito il Premio “Pannunzio”.Un premio azzeccato come quello a Spadolini,a Montanelli,a Ronchey che ha avuto anche premiati immeritevoli soprattutto per quello che fecero dopo il conferimento come Furio Colombo ,Vittorio Feltri e l’incredibile
Barbara ,figlia di Altiero Spinelli, che, dopo aver parlato del comunismo come di “un’utopia assassina”, si riposizionò nell’estremismo nostalgico del comunismo ed occupò un posto al Parlamento europeo, malgrado avesse dichiarato che, se eletta, avrebbe rinunciato al seggio. Una volta Bettiza, quando nel 2003 venne nominato da Ciampi cavaliere di Gran Croce mi telefono ‘ e mi disse ,scherzando, che finalmente anche lui era stato nominato ,sia pure quattro anni dopo di me. Era rimasto colpito dalla rosetta che mi vide all’occhiello. Inutile dire che Bettiza, che fu senatore e deputato, non amava titoli e nastrini di nessun tipo. Il suo essere stato esule non fu per lui, come per tanti italiani che dovettero lasciare la propria terra dopo il Trattato di pace del 1947 ,un elemento di particolare
distinzione che non volle mai rivendicare. Bettiza ,come racconto ‘ nel suo straordinario romanzo “Esilio” cercò subito di mettersi al lavoro, inserendosi attivamente in Italia, cosa che non era così facile per i circa 350 mila istriano-giuliano- dalmati dell’esodo-di cui Enzo non si sentì parte-accolti malamente in patria e considerati dei fascisti. All’inizio accettò qualsiasi lavoro e solo in tempi successivi incominciò a fare il giornalista nel 1953 ad “Epoca”, per poi passare alla “Stampa” nel 1957. La sua è una storia totalmente diversa ,ad esempio, da quella di Ottavio Missoni ,nato a Ragusa da padre di origine giuliana ,che invece fu con orgoglio sindaco della “Libera città di Zara” in esilio e fu insieme al patriota Lucio Toth, uno dei difensori delle ragioni di chi patì l’esodo ed ebbe lutti famigliari a causa degli infoibamenti.
Infatti nel “Giorno del ricordo delle foibe e dell ‘esodo” che venne celebrato il 10 febbraio in tutta Italia a partire dal 2004 non fu possibile coinvolgerlo. Io cercai di farlo, ma fu irremovibile. Gli offrii l’opportunità di parlare a palazzo Carignano di Torino, ma mi disse che dovevo farlo io come storico e non lui come esule. Fu irremovibile. Enzo si sentiva certo italiano, ma non solo italiano era anche un po’ nostalgico dell’impero austro-ungarico e del mondo in cui era nato e vissuto a Spalato in cui convivevano slavi e italiani ed in cui egli aveva appreso il bilinguismo come un qualcosa di ovvio e naturale. La Dalmazia era certamente una terra italiana, veneziana e romana per storia e cultura, ma aveva anche un’identità slava che non poteva essere negata e che Enzo sentiva come sua. Qualcuno lo ha definito mitteleuropeo, anche se la Dalmazia è geograficamente nei Balcani e proprio dall’Europa orientale Bettiza ha tratto stimolo per affermare costantemente i valori della libertà come valori irrinunciabili. 
Ultimo concerto prima della pausa estiva, il 30 luglio a Moncalieri, poi Voci e Volti ritorna da metà settembre con gli appuntamenti conclusivi della rassegna
Il prestigioso Edinburgh International Festival propone il meglio del panorama musicale e teatrale non solo europeo e, per celebrare i 70 anni di attività, ha scelto il Regio quale Resident Company
Il Consiglio regionale sale a bordo di uno storico transatlantico e ne ripercorre la drammatica vicenda. Un viaggio ideale, reso possibile dal libro Clandestino sull’oceano. Andrea Doria, otto giorni di navigazione prima del disastro, dello scrittore Claudio Cantore, presentato giovedì 27 luglio presso la sala Udp di Palazzo Lascaris, a Torino.
Dalle 18,30 con visita guidata al capolavoro. Ingresso al prezzo speciale di 3 Euro
L’alpe di Camasca è sempre stato uno dei luoghi più sfruttati dagli abitanti di Quarna per il pascolo del bestiame, dalla primavera all’autunno. Considerato da secoli per estensione e bellezza, oltre che per l’invidiabile esposizione al sole, il più importante alpeggio di Quarna Sotto, ospitò nelle sue baite – nel settembre 1943 – i primi partigiani, guidati dal capitano Filippo Maria Beltrami
nazifascisti. L’11 novembre del ‘43 una squadra, al comando del tenente Bruno Rutto, attaccò il presidio di Gravellona Toce, mentre una sessantina di uomini, al diretto comando del “Capitano”, si spostarono verso Ornavasso in appoggio all’insurrezione di Vilaldossola . Tra le formazioni operanti nelle zone tra la Valsesia e il Verbano-Cusio-Ossola si stipularono intese e alleanze operative. Il 30
novembre ‘43 , proprio il gruppo “Quarna” guidato da Filippo Maria Beltrami, insieme alle formazioni garibaldine valsesiane del comandante Eraldo Gastone (“Ciro”) e del commissario politico Vincenzo Moscatelli (“Cino”), occupò Omegna . La prima “calata al piano” impegnò una sessantina di uomini, con uno scopo chiaramente dimostrativo. L’azione si svolse, infatti, nel giro di poche ore tra la folla festante e senza necessità di scontri armati.Il “Capitano”” e ” Cino” , in piedi sul cassone di un autocarro, rivolsero due brevi discorsi alla popolazione, per ringraziarla e incoraggiarla a resistere e ad aver fiducia nei partigiani intenzionati a battersi fino alla vittoria finale. Ma nel pomeriggio, quando ormai i partigiani se n’erano già andati da un pezzo, la milizia fascista locale rientrò in città sparando a casaccio e colpendo a morte un bambino di cinque anni, Luciano Masciadri. Al funerale del piccolo, il 3 dicembre, parteciparono più di cinquemila persone (tra le quali numerosi resistenti) mentre i fascisti, impauriti, si rifugiarono in caserma. Tra le corone una portava un grande nastro tricolore con la scritta “I Patrioti non ti
dimenticheranno”. Fino all’antivigilia di Natale del ‘43 gli uomini di Beltrami, partendo dagli alpeggi di Camasca, insidiarono il controllo del Cusio alle forze della Repubblica di Salò. Poi, il 23 dicembre, il gruppo “Quarna” fu obbligato a trasferirsi dall’alpe a Campello Monti, in Valle Strona, in seguito alla minaccia dei tedeschi di bombardare per rappresaglia l’abitato di Quarna. Dopo la tragica battaglia di Megolo , in bassa Val d’Ossola, dove Beltrami e altri dodici uomini persero la vita il 13 febbraio del ’44 dopo quattro ore di aspro combattimento, l’intera zona fu rioccupata dai partigiani guidati da
Bruno Rutto. Ma la rappresaglia non tardò e il 14 aprile 1944, approfittando dell’assenza della Divisione Alpina d’Assalto “Filippo Maria Beltrami” , milizie nazifasciste, nel corso di un rastrellamento, raggiunsero l’alpeggio, appiccando il fuoco a tutte le cascine e alle baite. Da Quarna videro levarsi in cielo dense colonne di fumo e il vento portò lontano l’acre odore dell’incendio. In poche ore le fiamme mandarono in fumo il lavoro e la fatica di intere generazioni, cancellando parte della storia di quella comunità di montanari. Bruciarono trentadue tra case, cascine e baite, in quella tristissima giornata di metà aprile. Ma la Resistenza non si fiaccò, crescendo fino ai giorni della liberazione, nell’aprile del 1945.
Gran finale, dopo due mesi di successo di pubblico e critica per il calendario della rassegna nazionale di spettacolo ‘#Parco Dora Live’
sarà di scena Marco ‘Baz Bazzoni’, attore amatissimo dal pubblico, messosi anche recentemente in luce all’Edizione 2017 di ‘Made in Sud’, su Raidue. Domenica 30 luglio, invece, presentata da Gino Latino di Radio GRP (media partner dell’evento) e Carlotta Iossetti, sarà la volta del concerto di Alexia, regina della cosidetta italodance, cantautrice pop dalla grande grinta ed energia, che a settembre pubblicherà il nuovo album di inediti, che vede la produzione del fidato Mario Lavezzi. Tutti gli spettacoli sono gratuiti e iniziano alle 20.30. Per informazioni,
referendum del 2 giugno di quell’anno. I comunisti ,anche supportati dal convertito al PCI Massimo Mila che godeva fama di critico musicale, anche se non riuscì mai a vincere una cattedra universitaria, volevano l’Inno di Garibaldi. Dopo l’ 8 settembre la Marcia Reale era stata paradossalmente sostituita con la “Leggenda del Piave” che ricorda l’unica gloria militare Italiana culminata nelle vittoria del 4 novembre 1918.Ma forse fu anche un atto di orgoglio nazionale richiamarsi al Piave nel momento del disfacimento dello Stato e di quella che ,forse a torto, venne considerata la fuga di Pescara. Era lo stesso re che nel 1917 salvo’ l’Italia a Peschiera con la resistenza sul Piave quello che nel 1943 trasferì il governo a Brindisi ,in territorio non occupato, sapendo che con quel gesto impopolare comprometteva il futuro della dinastia sabauda, ma salvava la continuità dello Stato.
Adesso , dopo mille rinvii e ripensamenti, l’Inno di Mameli forse diventerà inno ufficiale, anche se c’è il solito sciocchino incolto e fazioso che gli oppone la pur famosa canzone “Sole mio” ,forse per meglio rappresentare ciò che è diventata l’Italia di oggi senza spina dorsale patriottica :un paese di furbi disincantati , di mandolinisti, di pizzaioli, di disoccupati, di astenuti schifati e qualunquisti alle elezioni, di debosciati, di drogati, di mafiosi, di perseguitati da una giustizia troppo spesso politicizzata , di evasori e di tartassati fiscali… Un’idea che neppure la Napoli di ” Sole mio” rispecchia perché la canzone esprime la gioia di vivere dei napoletani, espressa nel Sole con la s maiuscola , già amato da Foscolo e Carducci come simbolo di vita. Certo quella di oggi e’ un ‘Italia molto lontana da quella di Mameli che mori’ per i suoi ideali risorgimentali. Anche chi canta “Siam pronti alla morte ” oggi lo fa con fortissima riserva mentale e ,in cuor suo ,fa anche le corna .I tempi del popolo di eroi e’ finito, irrimediabilmente finito da tanto tempo con il disastro della guerra perduta. Ci ha tentato Ciampi a farci sentire orgogliosi di essere italiani, ma è durata poco .
Il decomporsi dell’Italia che non ha più neppure l’acqua in misura sufficiente ai suoi bisogni quotidiani e brucia in incendi spesso dolosi, non consente più alla maggioranza di amarla .E ‘ un’Italia invasa di centinaia migliaia di immigrati economici camuffati da profughi che ci porteranno al collasso. Amare questa Italia non è possibile. Specie se ci si prepara alle vacanze e i pensieri sono rivolti a tutt’altro. Io vorrei invece provare, anche se sono stonato, a cantare o canticchiare sotto voce l’Inno di Mameli e anche la leggenda del Piave. Malgrado tutto, non sono un antiitaliano alla Bocca, alla Prezzolini e alla Montanelli e non sono neppure un seguace delle vacanze smodate alla Briatore che anzi mi ripugnano .Io continuo ad amare disperatamente l ‘Italia , come diceva Francesco Carnelutti, grande avvocato, ma anche grande italiano. E quando l’Italia va male, ci soffro. Come sarebbe bello pensare
Tra gli appuntamenti il convegno con il coordinamento di Valerio Corino, di taglio storico-artistico, e con lo sguardo rivolto alla tutela e alla conservazione dello straordinario monumento torinese. Un altro storico, col coordinamento di Giovanni Seia e interventi di Franco Cravarezza, Ugo d’Atri, Giancarlo Melano, Piergiuseppe Menietti e Gustavo Mola di Nomaglio. Si sono inoltre tenute le visite ai sepolcri sabaudi, la presentazione della medaglia commemorativa (certamente destinata a divenire oggetto di collezionismo) e la deposizione di una corona d’alloro al monumento di Re Umberto I.
TUTTE LE TRAME DEI FILM NELLE SALE DI TORINO
Paul è uno scrittore in profonda crisi per l’abbandono della moglie, per l’abuso di alcol che lo perseguita, per un’ispirazione che non arriva. Si è ritirato in solitudine in una piccola casa alla periferia di Denver, dove sopraggiunge un misterioso quanto strano vagabondo per imporgli un personalissimo programma di recupero. Il protagonista dovrà ben presto accorgersi che non si tratta di un autentico aiuto. Durata 93 minuti. (Ideal, The Space, Uci)
Chips – Azione. Regia di Dax Shepard, con Dax Shepard, Michael Pena, Vincent d’Onofrio e Kristen Bell. Jon riesce ad essere accettato nel corpo di polizia motorizzata della California. Non soltanto un lavoro ma anche l’occasione per riconquistare una moglie che lo ha appena piantato in asso. Viene assegnato come partner a Frank Poncherello, in realtà un agente dell’FBI che sta indagando in incognito su certe rapine miliardarie che potrebbero portare al coinvolgimento di qualche pezzo grosso del Corpo. Durata 100 minuti. (Massaua, Uci)
e Annabelle Wallis. Nell’antichità, una principessa egizia in odore di divenire faraone fino al giorno in cui il padre ebbe generato il figlio maschio: grande ecatombe e vendetta della suddetta ma anche vendetta dei dignitari di corte che la seppelliscono viva e la trasportano in una sontuosa tomba al centro del lontano territorio persiano. Nei tempi nostri, la sempre suddetta principessa Ahmanet si risveglia tra gli sconquassi delle guerre orientali e porta distruzione sino a Londra, tra pugnali e pietre preziose e riti che coinvolgono l’appassito e rintontito ex eroe Tom Cruise che per stare a galla dello star system è costretto ancora una volta a ingarbugliarsi nelle sue solite mission impossible, in una lotta tra bene e male che cerca di nobilitarne il personaggio di soldato fanfarone e truffaldino. Il bello (si fa per dire) della storia affidata per il 99% alle dinamiche dei computer e per il restante all’espressività degli attori è di prendere la decisione sul finale di tener aperta la porta di un sequel che se ancora interesserà il pubblico potrà riempire un’altra volta le tasche di divo e divette. Durata 107 minuti. (The Space, Uci)
Operazione Chromite – Bellico. Regia di John H. Lee, con Liam Neeson e Jung-Jae Lee. L’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord, con l’aiuto di Cina e Russia, nel giugno del ’50: in risposta a quell’attacco, che ha visto Seul cadere in tre giorni, il generale MacArthur, comandante delle forze ONU, prepara uno sbarco nella città portuale di Incheon. Nonostante le pochissime probabilità di successo, è l’unico modi per capovolgere le sorti del conflitto. Durata 111 minuti. (Due Giardini sala Nirvana)
Sandberg, con Johnny Depp, Javier Bardem, Orlando Bloom e Geoffrey Rush. Cambio di regia e quinto episodio per Jack Sparrow e le sue avventure attraverso i mari, questa volta alle prese con la ricerca di un tridente magico che ha il potere, per chi ne viene in possesso, di assicurargli il comando dell’oceano e di fare piazza puliti di precedenti incantesimi. Se la dovrà vedere contro una squadraccia di letali marinai fantasma fuggiti dal Triangolo del Diavolo e guidati dall’orripilante Capitano Salazar e dovrà chiedere l’aiuto di un’affascinante astronoma e e di un ardimentoso quanto giovane marinaio. Durata 129 minuti. (Uci)
Spider-Man: Homecoming – Fantasy. Regia di Jon Watts, con Tom Holland, Michael Keaton, Marisa Tomei e Robert Downwy jr. Ancora un’avventura per il giovane Peter Parker, che questa volta ha il volto del ventunenne Tom Holland – anche sugli schermo come spirito intraprendente e avventuriero e figlio del viaggiatore Fawcett in “Civiltà perduta” -, dopo quelli di Tobey Maguire e Andrew Garfield. Ancora la ricerca di un perfetto equilibrio nella vita quotidiana, con l’aiuto del miliardario Iron Man, sempre a mezza strada tra lo studente liceale in mezzo alle strade di New York e la maschera rossoblù del supereroe, una ricerca continua fino a che si profila all’orizzonte la figura del nuovo nemico da sconfiggere: l’avvoltoio. Durata 130 minuti. (Massaua, Grenwich sala 1, Ideal, Lux sala 1, The Space, Uci anche in 3D e V.O.)
Tutto quello che vuoi – Commedia. Regia di Francesco Bruni, con Giuliano Montaldo, Donatella Finocchiaro e Andrea Carpenzano. Tratto liberamente dal romanzo “Poco più di niente” di Cosimo Calamini, è la storia del giovane Alessandro, romano di Trastevere, che vive le proprie giornate tra il bar, lo spaccio e l’amante che è la madre di un suo amico. Sarà l’incontro con un “non più giovane” poeta dimenticato a fargli riassaporare socialmente e culturalmente il gusto per la vita, in un bel rapporto che si va a poco a poco costruendo, senza lasciarsi alle spalle tutta la rabbia e quella speranza che i due si portano inevitabilmente appresso. Durata 106 minuti. (Greenwich sala 2)
USS Indianapolis – Drammatico. Regia di Mario van Peebles, con Nicolas Cage, Thomas Jane e Tom Sizemore. La tragedia dell’incrociatore pesante che, con una missione segreta a tutti, consegnò nell’isola di Tinian la cassa di uranio arricchito e gli altri componenti che avrebbero dato vita a Little Boy, la bomba atomica che il 6 agosto sarebbe stata sganciata si Hiroshima. Era partito da San Francisco, privato di una scorta, soltanto tre giorni dopo, il 30 luglio 1945, venne affondato nel mar delle Filippine da un sottomarino nipponico. Alla partenza, erano stati imbarcati 1197 marinai, poco più di trecento riuscirono a salvarsi, risparmiati dalla fame, dalla disidratazione e dagli squali che infestavano la zona. I soccorsi arrivarono tardi e fortuiti e le alte gerarchie, pur con le testimonianze a suo favore, finire con l’addossare la completa colpa della tragedia al capitano Charles McVay, che dovette subire un processo con l’accusa di non aver reso al meglio i propri compiti. Durata 128 minuti. (Massaua, Ideal, The Space, Uci)