CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 31

“Il Papà di Dio”, le geometrie imprevedibili della famiglia

Giovedì 12 marzo, alle ore 21, e venerdì 13 marzo, alle ore 20, andrà in scena al Cineteatro Baretti, per la stagione Aurea Familia, la pièce teatrale “Il Papà di Dio”, per la scrittura scenica e la regia di Andrea Fazzini. Gli interpreti saranno Mary Bracalente, Andrea Filipponi, Sergio Licatalosi e Fernando Micucci.

In una stagione che esplora le geometrie imprevedibili della famiglia, “il Papà di Dio” del Teatro Rebis, liberamente tratto dalla graphic novel di maicol&mirco, è una tappa necessaria. L’indagine della nuova stagione del Baretti si intreccia con tematiche care agli autori: la solitudine, la morte, la relazione con l’altro e con il divino e l’esistenza, attraversate e deprivate da un approccio minimale e diretto. Tra ironia e lirismo, la compagnia marchigiana offre allo spettatore una riflessione pungente e poetica sul rapporto tra genitori e figli, sul fallimento e sulla responsabilità.
“Il Papà di Dio” ha un diavolo per capello, suo figlio è irrecuperabile, ha voluto creare il suo universo senza prima studiare. Il risultato è quello del nostro Universo. Un Universo dove si soffre, ci si ammala e si muore. Un Universo dove si lavora e si suda, un Universo tutto sbagliato, molto diverso da quello del Papà di Dio, che è meraviglioso, dove non esiste morte, dolore o fame, dove non si deve lavorare o faticare, dove non esistono i soldi. Dio però non ha voluto ascoltarlo. Riuscirà Dio a farsi accettare da suo Papà? E suo Papà riuscirà a comprendere il suo povero Dio?

Info e biglietteria: anyticket.it – alla cassa disponibili il giorno dello spettacolo

Cineteatro Baretti – via Baretti 4, Torino

Mara Martellotta

“Il raggio bianco”, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti

Di Sergio Perattini, per la regia di Arturo Cirillo

Debutta al teatro Gobetti martedì 17 marzo prossimo , alle ore 19.30, la pièce teatrale dal titolo “Il raggio bianco” di Sergio Pierattini, per la direzione e la regia di Arturo Cirillo. In scena Milvia Marigliano, Linda Gennari, Raffaele Barca. Sono di Dario Gessati le scene, i costumi di Gianluca Falaschi e Anna Missaglia, le musiche di Paolo Coletta e le luci di Aldo Mantovani.

Arturo Cirillo dirige ‘Il raggio bianco’, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti. Al centro della scena una madre e una figlia , due solitudini che si graffiano, si sfiorano, si sopportano. L’appartamento milanese che le ospita è un teatro di sospetti, silenzi e segreti. Il testo di Sergio Pierattini, vincitore del Premio Flaiano, scritto per Milvia Marigliano, è una commedia noir, cruda e ironica, specchio della nostra epoca. Accanto a lei Linda Gennari nel ruolo della figlia, in un’atmosfera fumosa, in cui si declina la dialettica non sempre serena tra le due donne.
Malaffare, ricordi, affetti, tutto potrebbe far sembrare di essere all’interno di un romanzo di Simenon, per quel suo gioco di relazioni familiari che si rivelano particolarmente originali, fino all’inattesa conclusione.

“Perché “il raggio bianco”? Cos’è? Un segno, una speranza, un’utopia? In un mondo, quello che Pierattini tratteggia con lucido e sapiente cinismo, fatto di mediocrità di sentimenti ed aspirazioni – spiega il regista Arturo Cirillo –  l’aspetto trascendentale  mi appare come un contro canto necessario rispetto allo stillicidio dei giorni che lui descrive. Nella città simbolo dell’economia e del lavoro, Milano, una madre e una figlia vivono dentro un mondo fatto di piccole e miserevoli azioni, ma in loro sembrerebbe esserci qualcos’altro, una devianza, qualcosa che non torna. Sono due ladre, ma non come i ladri maledetti di Jean Genet, sono due ladri in fondo comuni, come certi personaggi scialbi, provinciali e ossessivi di Simenon. Rubano per necessità, le meschine necessità del vivere di tutti i giorni. Rubano perché la madre Anna, per le sue frustrazioni e lasua ignoranza, non sa fare altro, ma è  soprattutto una donna irrealizzata, con una storia matrimoniale senza soddisfazione e un rapporto con la figlia anaffettivo oltre che malsano o forse malsano perché anaffettivo.
Questo piccolo universo di medietà viene visitato da un anelito quasi metafisico  che non per forza bisogna comprendere. Sia Anna sia la figlia Giulia parlano di qualcosa di luminoso che potrebbe rendere la vita meno avara di sogni e aspettative. Il raggio bianco è  anche quella luce che inonda le due donne all’arrivo del terzo personaggio, Matteo. La sua apparizione è  l’incidente, la novità che fa crollare il fragilissimo ma fortemente abitudinario equilibrio. Matteo, che da subito si è inserito nella loro casa e nella loro vita, esce dalla casa e dalla storia come un  perdente, un povero ragazzo senza talenti o aspirazioni , che si approfitta della fragilità altrui.
Viene da pensare a certe tristi e desolate storie di Giovanni Testori. Solo che qui c’è il teatro che, grazie alla bravura degli attori e alla felice scrittura drammaturgica, fa vivere questa vicenda tra squallore e sogno, infelicità e ridicolo, dramma e beffa”.

Teatro Gobetti via Rossini 8
“Il raggio bianco” dal 17 al 22 marzo 2026
Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale

Biglietteria Teatro Carignano piazza Carignano 6
Orari da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19. Lunedì riposo

biglietteria@teatrostabiletorino.it
Acquisti online su www.teatrostabiletorino.it
Tel 0115169555

Mara Martellotta

Alla giovane cantautrice Chiaré il “Premio Gianmaria Testa”

Si è conclusa lunedì 9 marzo, alle “Fonderie Teatrali Limone”,  la VI edizione del “Premio” dedicato alla memoria dell’indimenticato cantautore cuneese

La scelta della Giuria fra cinque finalisti

Moncalieri (Torino)

Lo scorso lunedì 9 marzoGianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016), l’indimenticato “poeta in musica” e “il più francese dei nostri cantautori”, avrebbe compiuto 68 anni. E a dieci anni esatti dalla sua scomparsa si è inteso  omaggiarne il ricordo con la finalissima, tenuta alle “Fonderie Teatrali Limone” di Moncalieri, della sesta edizione del “suo” Premio “Gianmaria Testa – Parole e Musica”, rivolto a cantautori “under 38”, promosso dal “Comitato Moncalieri Cultura” con “Produzioni Fuorivia”, il contributo della “Regione Piemonte”, della “Città di Moncalieri” e di “Banca d’Alba”, nell’ambito del Festival “Moncalieri Legge”. La serata, particolarmente intensa, ha visto fronteggiarsi cinque finalisti e ha pienamente confermato la vitalità e la profondità della nuova canzone d’autore italiana.

Ad aggiudicarsi il podio del “Premio Gianmaria Testa” (1.500 euro), la talentuosa Chiarè – nome d’arte di Chiara Ianniciello, cantautrice e contrabbassista classe 1999, nata nell’agro nocerino-sarnese e oggi residente a Roma. Sul palco delle “Fonderie Limone”, Chiarè ha portato il brano “Ago e filo”, tratto dal suo secondo album “SEI”, dove italiano e napoletano si intrecciano su un tappeto sonoro che fonde jazz, musica elettronica e tradizione popolare. La giovane cantautrice salernitana è stata inoltre selezionata dalla direzione artistica di “Reset Festival”, per esibirsi nella prossima edizione del Festival torinese.

Un gradino più in basso, il “Premio per la Migliore Esibizione Live” (800 euro), è andato invece a Martina Primavera, origini pugliesi, che ha conquistato la Giuria e il pubblico con la potenza e l’originalità della sua performance, interpretando “Genetica”, brano inedito che al “Premio” ha saputo portare tutta la forza di una scrittura intensa e personale.

Sottolinea Paola Farinetti, presidente della Giuria e moglie di Gianmaria Testa:  “Chiarè ha portato sul palco una visione artistica compiuta, una voce che sa dove andare. Ma devo dire che questa è stata una delle edizioni più difficili da giudicare: tutti e cinque i finalisti ci hanno messo in difficoltà, nel senso più bello del termine. La canzone d’autore in Italia ha radici profonde e un futuro luminoso: questa serata lo ha dimostrato ancora una volta”.

La serata si era aperta con gli interventi sonori di Joe Barbieri, che ha accompagnato l’ingresso del pubblico creando l’atmosfera giusta per la serata, e di Domenico Imperato, vincitore del “Premio” nell’edizione 2023, tornato sul palco delle “Fonderie Limone” in una sorta di ideale passaggio di testimone. Nella seconda parte della serata, mentre la Giuria si riuniva per deliberare, il palco è stato tutto di Raphael Gualazzi, ospite speciale che ha incantato la sala con un concerto “piano e voce” di rara intensità, attraversando jazz, pop, tradizione afroamericana e grande canzone italiana con quella libertà creativa che lo ha reso oggi uno degli artisti più originali della scena musicale italiana ed internazionale.

 “Il ‘Premio Gianmaria Testa’ – dichiarano il sindaco e l’assessora alla Cultura di Moncalieri, Paolo Montagna e Antonella Parigi – è ormai un appuntamento irrinunciabile per la nostra Città. Ogni anno ci ricorda quanto sia importante investire nei giovani talenti e nella cultura come strumento vivo di comunità. Siamo orgogliosi di sostenere un progetto che onora la memoria di Gianmaria portando avanti, con rigore e passione, la sua stessa missione: dare voce a chi ha qualcosa di autentico da dire”.

I cinque finalisti, alaskaMartina PrimaveraChiarèFabio Schember e Achille Campanile, selezionati tra quasi 170 candidature pervenute da tutta Italia, si sono esibiti ciascuno con il proprio brano in concorso e con una canzone di Gianmaria Testa“costruendo quel dialogo tra memoria e contemporaneità che è il cuore del Premio”.

G.m.

Nelle foto: Chiarè e Martina Primavera

Interplay, 26esima edizione del festival di danza contemporanea

Dal 26 maggio a Torino  diretto da Natalia Casorati

Il festival Interplay è giunto alla sua 26esima edizione e torna a Torino come uno degli osservatori più lucidi sulla danza contemporanea in Italia. Sotto la direzione artistica di Natalia Casorati e curata dall’associazione culturale Mosaico Danza, la rassegna vedrà protagonisti dal 26 maggio al 27 giugno 2026, con due appuntamenti speciali il 3 luglio e il 16 settembre, tre teatri, cinque spazi multidisciplinari e numerosi contesti outdoor, dai quartieri centrali alle periferie, in un dialogo costante tra arte e città.

Il cartellone conta 28 spettacoli e 9 prime nazionali: 14 creazioni italiane, 12 proposte internazionali da 7 Paesi europei e 3 extraeuropei, per un confronto dinamico che intreccia visioni poetiche, astratte, coreografiche e eterogenee. Tra le voci internazionali figura la compagnia belga WOOSHING MACHINE, che apre il festival con “Ma l’amor mio non muore/Epilogue”: Carlotta Sagna, Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella pongono con graffiante autoironia una domanda bruciante sul destino dei nostri corpi. Lëila KA presenta “Maldonne”, creazione corale per cinque danzatrici, nominata per l’International Dance Prize 2025 al Sadler’s Wells di Londra: fragilità, ribellione e identità plurali del femminile in una partitura che va da Shostakovich a Lara Fabian.

Il collettivo (LA)HORDE, direttori del Balletto Nazionale di Marsiglia, coreografi del Celebration Tour di Madonna, propone “People Used to Die” per i 15 danzatori di Equilibrio Dinamico, trasformando i codici del club underground in una riflessione potente su massa e memoria del corpo. Completano il panorama GN/NC, Gui Nader e Maria Campos, con “Natural order of things”, la compagnia spagnola ERTZA con il duo mozambicano UN’WE, sulle diseguaglianze del mondo globalizzato, e il coreografo libanese Bassam Abou Diab, con una creazione partecipativa nata in residenza al Living Lab di Mosaico Danza.

Il programma nazionale restituisce con forza la vitalità della danza contemporanea italiana: la compagnia Zebra, di Chiara Frigo e Silvia Gribaudi, propone “Pas de cheval”, ironico duetto di Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini, che smonta con ironia le dinamiche di potere nello spettacolo dal vivo. La pluripremiata Lost Movement  porta nel quartiere di Barriera di Milano “dancehALL”, creazione techno-urban in cui quattro stili di ballo diventano un rito collettivo pulsante. Il focus nazionale si infittisce con la prima nazionale di “Studi per M.” di Stefania Tansini, Premio UBU 2022, ispirata a Marcel Proust e alla memoria sensoriale del corpo, e con il ritorno di Daniele Ninarello, che trasforma la trasmissione del movimento in gesto politico e poetico. A chiudere la sezione Francesco Marilungo, Premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza, con “Cani lunari”: ritualità, trance e immaginari del femminile arcaico sono sospesi tra terrestre e divino con il paesaggio sonoro di Vera di Lecce, tra elettronica ibrida e tradizione salentina. Il focus nazionale si concluderà il 3 luglio con Claudio Massari, che proporrà “STRANO”, un universo interiore caotico e poetico, dove il corpo diventa campo di tensione tra desiderio, costrizione e immaginazione.

Interplay è da sempre un festival che intercetta il talento nascente: Adriano Bolognino, reduce dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, propone un duetto sulla fragilità dei legami umani; Francesca Santamaria, selezionata da Aerowaves, propone la sua satira sulla performatività digitale; Parini Secondo, con il musicista Bienoise, trasforma il salto della corda in partitura sonora. Vittorio Pagani indaga i meccanismi di produzione della danza; Pablo Ezequiel Rizzo mette in dialogo iconografie antiche e contemporanee con il premiato “Sex.exe”; a chiudere sarà il collettivo Lattea con “Moraine Capitolo I”, anteprima attenta alla sostenibilità con costumi della Fondazione Pistoletto, perché anche il modo in cui si crea la danza è già un atto politico e poetico.

Interplay non è soltanto un festival che vuole mostrare, ma anche pensare: il 26 maggio il talk “Le forme della danza” apre una riflessione sull’eredità artistica di Anna Sagna, pioniera torinese della danza moderna, con il professor Alessandro Pontremoli dell’ateneo torinese e il collettivo Vie. Il 4 giugno “PANIC ROOM. Giovani corpi, urgenze del presente” trasforma il palco in laboratorio: artisti come Bolognino, Porcelli e (LA)HORDE dialogheranno con il direttore della Fondazione TRG Emiliano Bronzino e l’associazione Tiarè su identità, immaginazione e costruzione di sé nelle nuove generazioni.

Info: per il programma completo e le modalità d’accesso agli spettacoli visitare il sito www.mosaicodanza.it

Mara Martellotta

Il museo delle torture e dei serial killer, per capire cosa non dovrebbe mai succedere

In tempi di guerra un museo che insegna la pace

 

Anche a Torino, come a Praga, Amsterdam, Chicago e’ arriva lo scorso dicembre il Museo delle Torture e dei Serial Killer alla Promotrice delle Belle Arti, in via Diego Balsamo Crivelli, 11 nel parco del Valentino. In un momento storico segnato da conflitti e tensioni internazionali, femminicidi, aggressività e violenza diffuse questa esposizione è uno strumento fondamentale per mostrare ciò che non dovrebbe mai più accadere. Millecinquecento metri quadrati di testimonianze vive, oggetti, documenti e narrazioni del tempo dell’Inquisizione segnati dal terribile violenza del frate domenicano spagnolo Tomás de Torquemada, noto per essere stato il primo e più famoso Grande Inquisitore della Spagna, ruolo che ha ricoperto dal 1483 al 1498. Famoso per aver perseguitato e bruciato migliaia di persone, il frate spagnolo ha autorizzato l’uso di terribili strumenti di tortura. Nel Museo ne sono esposti un centinaio fra cui la Ghigliottina, la Sedia Inquisitoria su cui l’imputato sedeva nudo mentre le cinghie lo stringevano lentamente e gli aculei gli penetravano nella carne, il Banco di Stiramento un tavolo su cui la vittima con i piedi e le mani legati agli argani viene appunto stirata fino alla dislocazione di spalle, gomiti, ginocchia.

 

Questi reperti provengono dal Museo del Martirio e della Tortura di Milano (che ha tanto interessato gli abitanti del capoluogo lombardo e continua a interessarli e dal Museo di Criminologia di San Giminiano (Siena). C’è poi la sezione gratuita dedicata ai più famosi Serial Killer della storia recente fra cui Ed Gein noto come il “Macellaio di Plainfield (Wisconsis) o Donato Bilancia condannato a 13 ergastoli per i suoi omicidi. il Museo è un’occasione per imparare che la storia non è un insieme di date, ma un patrimonio di esperienze che può guidare le scelte del presente. Dal punto di vista didattico, il museo rappresenta una risorsa unica per scuole e università: favorisce l’educazione civica, stimolando nei giovani un senso critico rispetto a temi come la pace, la giustizia e i diritti umani; Questo museo, dunque, non celebra la violenza, ma la denuncia perché solo comprendendo il passato possiamo costruire un futuro diverso.

 

Aperto fino a metà giugno

Promotrice delle Belle Arti

Via Diego Balsamo Crivelli 11

Torino

Info – Museo delle Torture dei Serial Killer, cell. 337300086

Stefano Massini in Mein Kampf

Teatro Concordia

Mercoledì 11 marzo, ore 21

 

 

 

Poco più di cento anni ci separano dal 1924, anno di pubblicazione di Mein Kampf. E nove anni sono invece trascorsi dal 2016, quando la Germania ha deciso di consentirne nuovamente la pubblicazione, ritenendo che soltanto la conoscenza possa evitare il ripetersi della catastrofe. Stefano Massini, dopo anni di lavoro incrociando i testi di tutti i comizi del Führer con la prima stesura del libro-manifesto dettato dal giovane Hitler nella cella di Landsberg, consegna al palcoscenico questo spettacolo in cui Mein Kampf emerge in tutta la sua sconcertante portata.  In scena prende forma l’intera impalcatura del nazional-socialismo, offerto senza filtri da Massini attraverso un millimetrico studio teatrale dei ritmi, dei toni e degli affondi verbali del dittatore tedesco.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Mercoledì 11 marzo 2026, ore 21

Mein Kampf

Di e con Stefano Massini

Da Adolf Hitler

Scene Paolo Di Benedetto

Luci Manuel Frenda

Costumi Micol Joanka Medda

Ambienti sonori Andrea Baggio

Produzione: Teatro Stabile di Bolzano, Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

In collaborazione con Fondazione Teatro della Toscana

In collaborazione con Fondazione Piemonte Dal Vivo

Biglietti: intero 22 euro, ridotto 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

 

Più di mille iscritti al  Premio InediTO – Colline di Torino

 

La designazione dei finalisti alla Scuola Holden di Torino

È stato chiuso il 31 gennaio il bando della 25esima edizione del Premio InediTO – Colline di Torino che svela i dati dei suoi iscritti, che ammontano a 1169 partecipanti e 1233 le opere in gara nelle otto sezioni rivolte a tutte le forme di scrittura: poesia, narrativa, saggistica, teatro, cinema e musica. Il risultato è uno dei migliori del concorso letterario dedicato alle opere inedite in lingua italiana e a tema libero, dopo il boom di iscrizioni raggiunte nel 2021, con 1249 iscritti e 1382 opere nella parentesi pandemica.

Sono state 281 le opere di poesia pervenute, 430 quelle di narrativa-romanzo, 226 di narrativa-racconto, 28 di graphic novel, 35 di saggistica, 117 i testi teatrali, 54 i testi cinematografici e 61 i testi canzoni. Le sezioni narrativa romanzo e testo cinematografico hanno quasi raddoppiato gli iscritti rispetto alla precedente edizione. Sono stati 671 gli uomini partecipanti e 498 le donne, 20 i minorenni, tra i quali Angiolina Vergata, la più giovane con 15 anni di età, che potranno ricevere il premio InediTO Young, e che non hanno pagato la quota di iscrizione insieme a due non vedenti e a 36 diversamente abili.

Negli altri premi speciali sono 52 le opere che concorrono a InediTOPIC, dedicato all’input grafico della 25esima edizione “Questo nostro mondo umano che ai poveri toglie il pane e ai poeti la pace”, tratto dalla poesia “Il Principe”, in occasione del cinquantenario della morte di Pier Paolo Pasolini, e illustrato da Francesca Rossetti, 9 i partecipanti a “InediTO IA”, realizzate tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. La maggior parte degli autori hanno un’età compresa tra i 40 e i 50 anni: la più anziana è Franca Garesio, classe 1938, di Cigliano, nell’Astigiano, mentre tra i non vedenti Giovanni Oldano, nato a Rocca d’Arazzo, sempre nell’Astigiano, nel 1924. 556 sono i partecipanti nati al Nord, 272 al Centro e 313 al Sud. 125 autori sono nati a Torino e in provincia di Torino, 147 risiedono a Torino e in provincia. 24 sono gli iscritti nati all’estero.

La designazione dei finalisti si terrà presso la Scuola Holden di Torino martedì 31 marzo alle 18.30, a ingresso libero, trasmessa anche con una diretta streaming sulla pagina Facebook del Premio. Presidente di Giuria è la scrittrice Margherita Oggero, i giurati torinesi sono Stefania Bertola e Gigi Roccati, Valerio Vigliaturo, direttore del Premio e membro del comitato di lettura, composto dal Presidente Riccardo Levi, Rosanna Frattaruolo, Clara Calavita, David Bertelé, Paolo Ferrara, Francesco Halupca e Benedetta Marchiori, impegnati da mesi nella selezione dei testi ricevuti, secondo i criteri di valutazione del Premio.

Il Premio ha ottenuto in passato l’alto patrocinio del MIBACT, nella scorsa edizione il contributo di Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte, il sostegno della Fondazione CRT, Camera di Commercio di Torino, IREN e Aurora Penne. Tra gli altri, riceve il patrocinio e il contributo dalla Città di Torino, Città di Chieri, Città di Moncalieri, Città di Chivasso, Città Metropolitana di Torino, ANCI Piemonte e Salone del Libro.

Mara Martellotta

Crescere troppo in fretta: le “Anime scalze” di Fabio Geda

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono storie che parlano dell’adolescenza con una delicatezza capace di colpire nel profondo. Anime scalze di Fabio Geda, pubblicato da Einaudi nella collana Einaudi Stile Libero, è una di queste: un romanzo che racconta la fragilità, la fatica e insieme la sorprendente forza di chi si trova a diventare grande troppo presto.
La storia è ambientata a Torino, in particolare a Borgo Dora, e ha come protagonista Ercole, un ragazzo di quindici anni sensibile e impulsivo, come molti della sua età, attraversato dalle emozioni del primo amore per Viola. Ma Ercole non può concedersi davvero il tempo dei sogni adolescenziali. A casa, infatti, lui e la sorella Asia devono fare la parte degli adulti. La madre è scomparsa da tempo senza più dare notizie, mentre il padre è un uomo fragile e disorientato, incapace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Così i due ragazzi cercano di arrangiarsi come possono, nascondendo la loro situazione anche ai servizi sociali, che potrebbero separarli. È soprattutto Asia a caricarsi sulle spalle il peso della sopravvivenza quotidiana, lavorando per mantenere la famiglia, ma anche Ercole prova a fare la sua parte: va a scuola, si impegna, cerca di restare un bravo ragazzo nonostante tutto. Forse non è un caso che il protagonista porti il nome di un eroe: per crescere da soli, a quindici anni, senza la protezione degli adulti, bisogna davvero avere qualcosa di eroico.
Quando Ercole scopre che la madre vive non lontano da lui, decide di cercarla. L’incontro con lei lo porta a conoscere anche Luca, un fratellino di cui ignorava l’esistenza. È proprio questo bambino a far nascere in lui un nuovo e ancora più forte senso di responsabilità, quasi a spingerlo definitivamente fuori dall’adolescenza. Una maturità precoce che, però, finirà per sfociare in risvolti drammatici.
La vicenda prende avvio da una scena intensa: Ercole è barricato sul tetto di un capannone, armato e circondato dalla polizia; accanto a lui c’è Luca, che ha solo sei anni. Come siano arrivati fin lì è ciò che il romanzo racconta, passo dopo passo, attraverso una storia fatta di affetti fragili, segreti e scelte difficili.
Il libro mette in luce una dinamica purtroppo sempre più presente nella società contemporanea: quella di adulti che faticano a comportarsi come tali e di ragazzi costretti a crescere troppo in fretta. Da una parte troviamo genitori che sembrano rimanere intrappolati in un’adolescenza prolungata, incapaci di assumersi pienamente il loro ruolo; dall’altra bambini e ragazzi che si ritrovano a dover gestire responsabilità troppo grandi per la loro età.
Nonostante la durezza della storia raccontata, la scrittura di Geda rimane limpida, scorrevole, quasi leggera. È una delle qualità che rendono i suoi libri così coinvolgenti: la capacità di affrontare temi profondi con uno stile semplice e diretto, senza mai perdere delicatezza. Leggendo Anime scalze si finisce per restare incollati alle pagine, accompagnando Ercole nel suo percorso e ritrovando, tra le righe, quella miscela di fragilità e forza che appartiene a ogni adolescente.
Fabio Geda, nato a Torino nel 1972, è uno degli autori italiani più apprezzati quando si tratta di raccontare il mondo dei ragazzi e delle fragilità contemporanee. Per anni ha lavorato come educatore con minori in difficoltà, un’esperienza che ha profondamente segnato il suo sguardo narrativo. Tra i suoi libri più noti figurano Nel mare ci sono i coccodrilli, straordinaria storia vera tradotta in numerosi Paesi, e diversi romanzi dedicati proprio all’età della crescita e della ricerca di sé.
Con Anime scalze, Geda torna ancora una volta a raccontare chi si affaccia alla vita con passo incerto ma determinato. Ragazzi che, pur camminando scalzi tra le difficoltà, imparano a lasciare il segno del proprio passaggio nel mondo.
MARZIA ESTINI

La natura e la memoria nelle opere di Vanni

Abita in Umbria, a una trentina di chilometri da Perugia in direzione Todi, un casale antico immerso tra il verde delle colline, le sensazioni e le immagini che ti calano negli occhi, i colori soprattutto, tutti da assorbire. Si chiama Giovanni Rosa, in arte Vanni, ha compiuto studi a Roma, per accrescere il proprio percorso artistico – fatto proprio delle loro esplosioni e di quei colori immersi nella luce che li domina, sempre in bella alternanza, delle raffinatezze, delle scomposizioni cromatiche e di sperimentazioni: nelle poche chiacchiere con la persona che pensi di conoscere da tempo, hai la confessione, non certo dell’abbandono, di uno sguardo nuovo che si sta allargando ad altri mezzi su cui lavorare, non soltanto tela e tavola quindi ma altresì vecchi tessuti, supporti grezzi – ecco il viaggio che l’avrebbe fermato per una decina d’anni a Parigi, la frequentazione degli “Etudes des Beaux-Arts de Paris” che gli fanno conoscere quegli ateliers che praticano l’espressionismo contemporaneo e lo indirizzano a guardare meglio a quanto gli cresce intorno. E sono personali e collettive, che lo porteranno anche in Belgio e Ungheria, in Grecia e Lussemburgo, chiaramente in Italia, sempre a raccogliere quelle luci del Mediterraneo che felicemente riempiono le sue opere. Negli anni più recenti, per cinque occasioni, è salito a Torino, ospite di Monia Malinpensa, che sempre ha la curatela delle sue mostre, nella propria galleria “Malinpensa by Telaccia” (corso Inghilterra 51), ormai ammirato e applaudito, presentando egli stesso questa volta la mostra Natura assoluta – tutta “primaverile”, sino a sabato 21 marzo, il pubblico di appassionati non se la lasci scappare – in modo chiaro e spontaneo, simpaticamente coinvolgente.

Sotto la legge da troppi oggi accantonata del “forma tecnica colore”, è la natura – il trionfo della natura, una natura a volte scovata, analizzata, fatta decisamente propria, usata con invidiabile manualità – a invadere i suoi quadri, tradotta dall’artista in un linguaggio che si fa espressione accattivante, piacevole, del tutto convincente. Una lettura che ti viene incontro nell’originalità e negli ampi paesaggi – quasi a formare piccole scenografie – che lambiscono dune poste a fronte di distese d’acqua (“Luce tra le dune”, 2024) o quelle “Macchie” (2020) di mare che alternano arbusti e scogli brulli, anonimi e rifuggiti ma pur capaci di riprendersi una vita vera, divenendo anch’essi sensibili e accoglienti, taluni protettivi o quei terreni scoscesi, a nascondere lunghissime radici, che folti sulla cima danno vita al giallo prepotente della “Forsizia” (2022). Capace e interessato ancora l’artista a osservare in campi più ristretti, a rientrare al di qua di quelle cinte grigiastre o brune che racchiudono, che delimitano: nascono “All’ingresso della villa” (una tecnica mista del 2022), una discesa di blu e violaceo lungo le ombre – che maggiormente lo lasciano risaltare – di un muro, poco più in là (“Il gelsomino verde”, 2023), qualche passo oltre e lo spettatore si ritrova davanti ad “Un volo di primavera” (2025) affidato alla stesura del rosa. Sono forse ricordi di passeggiate, di impressioni colte al volo come di sguardi più o meno distratti e rielaborati in studio: sempre in una luminosità che la fa da padrone, che si porta appresso quel bagaglio di poesia che riempie l’attività di Vanni, la semplicità che riporta alla mente una certa letteratura di cui in tempi più o meno lontani ci siamo fatti carico e il rispetto per quanto lo circonda, il piacere di guardare e di assorbire, di creare dialoghi, di trasmettere ad altri ambienti, emozioni, libertà. Tutto questo è deposto sulla tela (o sulla tavola) con la delicatezza della pennellata, in un ambito che s’avvicina all’astrattismo, a tratti con la materialità del mezzo (certe sovrapposizioni materiche, certi grumi biancastri che si notano in principal modo in opere al piano sottostante della galleria), ma anche con quel nervoso pointillisme del nuovo millennio, nel suo pieno rigore, che riempie di piccoli tratti e di gocce di colore ognuno di questi angoli. Una realtà “naturale” che s’allarga nel sogno, nell’impalpabile, nell’avventura di un pennello nell’atto di posarsi sulla superficie.

Una resa formale eccellente. Ancor più – negli occhi di chi stende queste note – affascina il ricavo della memoria e la trasposizione di certi oggetti, la naturalezza e il loro passato, il loro essere passato di mano in mano, il loro “essere serviti” all’interno di una quotidianità. C’è una recherche nel pittore, una madeleine che profuma, le cose di un affascinante gusto che tornano. “Il tratto deciso, la gamma cromatica – sottolinea ancora Monia Malinpensa nella sua presentazione -, le modulazioni luministiche e la resa formale costruiscono opere uniche fondate su una perizia evidente a prima vista. La sua pittura genera atmosfere intime e irripetibili offrendo, a chi osserva, sensazioni avvolgenti e rare.” Proprio l’intimità di quelle atmosfere le ritroviamo negli interni, sopra quei tavoli ricoperti di tovaglie chiare o blu mosse da un vento leggero, in quegli oggetti – siano essi un recipiente verde riempito di quattro limoni o un vaso di vetro nella cui acqua è bagnata un abbondante mimosa, in quei pot che fanno tornare alla mente certe scodelle casoratiane sui loro tavoli o le composizioni – una coppia di minuscoli vasi, un ramo di cinque fiori bianchi: una timida poesia – quasi astratte che ritornano felicemente a un panorama morandiano. È tra queste mura d’ambienti che tutti prima o poi abbiamo attraversato che maggiormente sentiamo il silenzio e l’armonia e il tempo antico di cui Vanni ha saputo rivestire, con garbo e con una poetica davvero autentica e alta, le sue opere.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere del pittore Vanni: “Chinoiseries”, tecnica mista su tela, 2023; “Controluce”, tecnica mista su tela, 2024; “Forsizia”, tecnica mista su tela, 2022.

“Arte e naturalia” nel Castello di Elisa di Rivombrosa

Per la bellezza di sette mesi, il “Castello Ducale” di Aglié si apre a visite naturalistiche guidate alla scoperta di arte, storia e scienze naturali

Da marzo al 26 settembre

Agliè (Torino)

Il tutto in un “pacchetto unico”. Dall’attuale mese di marzo al prossimo settembre (sabato 26 settembre), per sette mesi torna “Arte e naturalia al Castello di Agliè”, la seconda edizione del ciclo di visite tematiche che propone una “lettura innovativa” della “Residenza Sabauda” (dalla Casa Reale acquisita nel 1764 e passata allo Stato nel 1936 ma già risalente nel suo primo nucleo centrale al XII secolo, per conto della Famiglia comitale dei San Martino, originari del Canavese) attraverso le tracce della “flora” e della “fauna”, presenti non solo nel paesaggio del Parco con i suoi “Giardini all’inglese”, ma anche nelle opere e negli apparati decorativi del Castello, dal 1997 parte del sito “UNESCO – Residenze Reali Sabaude”.

Dodici appuntamenti tra sale, giardini e ambienti di servizio, come le cucine, costruiranno “un percorso – dicono gli organizzatori – che intreccia ‘storia culturale’ e ‘osservazione naturalistica’, dove le conoscenze scientifiche su flora, fauna e ambiente incontrano vicende storiche, aneddoti e leggende, con l’aggiunta di esperienze percettive giocate sui sensi dell’udito e dell’olfatto”.

Semplice l’idea di partenza: nel patrimonio storico non compaiono solo figure umane o episodi della storia, ma anche animali, piante, paesaggi e pratiche quotidiane che raccontano il rapporto tra esseri umani e ambiente, fra “Arte e naturalia”, come dice il titolo del Progetto, che prende proprio queste tracce come “guida alla visita” e le utilizza per collegare ambiti diversi: dall’arte alla storiadall’antropologia alla botanicafino ai saperi legati all’enologia e alla viticoltura.

Quattro sono i “percorsi” proposti.

Si inizia con “Giardini e naturalia” (la prima visita si è già tenuta domenica 8 marzo scorso) attraversando il “Giardino all’italiana” e il “Parco all’inglese” per leggere e conoscere le “scelte botaniche e paesaggistiche” che hanno modellato gli spazi verdi della Residenza. La seconda tappa, con Sinfonie e naturalia”, prevede un percorso che collega “natura e musica” lungo i sentieri del Parco, mettendo in relazione “biodiversità e antichi spartiti”. La passeggiata è condotta da Alice Fumero, musicologa dell’Associazione “LeMus”Dipinti e animalia” porta poi all’interno, nelle sale del Castello, alla ricerca degli “animali nascosti” tra affreschi, stucchi e decorazioni: un’“esperienza totalmente immersiva” arricchita da giochi percettivi basati sull’“udito” e sull’“olfatto”. Sapori e naturalia”, infine, si svolge nelle “cucine storiche”, tra le antiche dispense, “alla scoperta dello stretto legame tra l’arte gastronomica e le storiche tradizioni legate all’agricoltura, all’allevamento e alla caccia”. Il calendario comprende inoltre due appuntamenti speciali collegati alla mostra “Vitae”, prevista nella primavera 2026.

Il programma è promosso dalle “Residenze reali sabaude” in collaborazione con “Vivere i Parchi” e “Morena Ovest”, l’accordo di “promozione territoriale” tra i comuni di Agliè (capofila), Bairo, Castellamonte, Cuceglio, San Martino Canavese, San Giorgio Canavese, Torre Canavese e Vialfrè.

Le visite, della durata di un’ora circa (su prenotazione obbligatoria), saranno condotte dalle Guide di “Vivere i Parchi”, con il supporto di “docenti universitari” che collaborano alle attività di “Morena Ovest”, la cui “Academy” ha maturato in questi anni esperienza sul territorio grazie a seminari, passeggiate a tema, escursioni e laboratori didattici per promuovere la ricchezza del Canavese.

Finalità che rientrano pienamente nelle “strategie di valorizzazione” del sistema delle “Residenze sabaude”, “incentivando iniziative – ancora gli organizzatori – atte a restituire il patrimonio culturale alle comunità non solo nei tratti di rilievo storico-artistico, ma pure in termini di conoscenza intorno a tematiche che spaziano dall’ambiente, al clima e alla biodiversità”“Una prospettiva – concludono – che pone al centro anche la riflessione sul benessere e sul modo di trascorrere il tempo libero, mostrando l’importanza delle esperienze che possono essere sviluppate intorno alle realtà museali, come fattore attrattivo per un turismo lento, consapevole e sempre più sostenibile”.

L’ultimo appuntamento al “Castello Ducale” di Aglié (piazza Castello, 1) – televisivamente noto come ambientazione per le fiction “Maria Jos锓La bella e la bestia” e soprattutto per la prima serie di “Elisa di Rivombrosa” (si pensi che un sentiero fra i Giardini del Castello viene chiamato dagli stessi Alladiesi, “Riva Ombrosa”) – si terrà sabato 26 settembrealle 14,30, e sarà dedicato a “Sapori e naturalia nelle cucine del Castello”.

“Per info sul programma e per prenotazione: tel. 345/7796413 o vivereiparchi@gmail.com

G.m.

Nelle foto (Credits Dario Fusaro): Castello di Aglié “Giardini”; “Biblioteca”; “Cucine”