CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 32

La Cina che non c’era: donne e immaginario nel Settecento europeo

Il nuovo libro di Serena Vinci

C’è una Cina che non coincide con mappe né con cronache di viaggio, ma che prende forma tra palcoscenici, libretti d’opera e pagine letterarie. Una Cina immaginata, costruita, a tratti idealizzata. È questa la protagonista del volume di Serena Vinci“La Cina (è donna) nel Settecento. Sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana, che sarà presentato sabato 9 maggio alle ore 18.30 presso la Libreria Chat Noir (Via Oddino Morgari, 17- Torino). L’incontro torinese si inserisce nel solco di una riflessione sempre più attuale: quella sul modo in cui l’Occidente ha storicamente costruito l’immagine dell’“altro”, intrecciandola con stereotipi culturali e rappresentazioni di genere. Abbiamo dialogato con l’autrice per addentrarci meglio nelle trame del suo libro e nella presentazione di sabato.

Da subito, già al primo capitolo del volume, Serena Vinci ricostruisce con precisione il processo di formazione del mito della Cina nell’immaginario europeo, mostrando come esso sia il risultato di una stratificazione culturale iniziata ben prima del Settecento. Ci racconta come già a partire dalla diffusione de Il Milione di Marco Polo, la letteratura italiana accoglie una rappresentazione fortemente idealizzata dell’Oriente. A questa si affiancano, nei secoli successivi, le cronache dei missionari gesuiti, che contribuiscono ad alimentare curiosità e immaginario, e soprattutto la moda delle chinoiserie francesi, che nel Settecento offrono un vero e proprio repertorio estetico e simbolico pronto per essere rielaborato. Nel secolo dei Lumi, la Cina diventa così una superficie riflettente: più che un luogo reale, uno specchio delle esigenze europee.

Vinci racconta come questo possa apparire, di volta in volta, come modello virtuoso – una società governata da letterati e intellettuali selezionati per merito – oppure come esempio negativo, soprattutto in relazione ai costumi e all’educazione femminile, giudicati eccessivi, oscillanti tra libertà e oppressione. Questa fascinazione si traduce in una vera e propria “cineseria diffusa”: dagli abiti agli arredi, dalla progettazione dei giardini agli affreschi murali a tema orientale, particolarmente presenti anche nei palazzi aristocratici torinesi. Un gusto estetico che non resta confinato alla decorazione, ma diventa scenografia ideale per il teatro, per il melodramma e per la narrativa, contribuendo a consolidare un immaginario condiviso e potente.

Particolarmente significativa è l’analisi dedicata a La cinese in Europa di Pietro Chiari, dove Vinci propone una lettura che supera le categorie tradizionali, arrivando a suggerire un’apertura verso interpretazioni più fluide delle identità di genere. Un passaggio che, pur radicato nel contesto settecentesco, dialoga con sensibilità contemporanee e invita a rileggere il teatro dell’epoca come spazio di sperimentazione, non solo estetica ma anche culturale. La scrittrice mette in luce come anche se il Settecento possa apparire distante, le dinamiche messe in luce dal volume risultano sorprendentemente attuali. La costruzione dell’altro, l’esotizzazione, l’uso della differenza culturale come specchio delle proprie tensioni: sono processi che attraversano i secoli e arrivano fino a noi. In particolare, Serena racconta l’ esempio della sovrana come Caterina di Russia che, affascinata dalla cultura illuminista e dalla filosofia, cercò di cambiare il modo di governare e di percepire le categorie ritenute inferiori.

La presentazione torinese rappresenta dunque un’occasione preziosa non solo per conoscere il lavoro di Serena Vinci, ma anche per interrogarsi su come continuiamo, ancora oggi, a raccontare ciò che percepiamo come “altro”. Un appuntamento per chi ama la cultura, il teatro e la storia delle idee, ma anche per chi è curioso di capire quanto il passato continui a riscrivere il nostro sguardo sul mondo.

Valeria Rombolà

Chieri, concerto per le tele del Moncalvo

Sabato 9 maggio, alle ore 20.30, la Chiesa di San Domenico ospiterà  “L’arte per l’arte”, un concerto benefico finalizzato a sostenere gli interventi di restauro di due tele seicentesche di Guglielmo Caccia, detto il Moncalvo. L’iniziativa propone una serata musicale di alto profilo, con la partecipazione di Anna Maria Cigoli di Schierano d’Asti, al pianoforte, Teresa Andreacchi (mezzo soprano) e Cesare Papasodaro (baritono), accompagnati dall’Orchestra Giovanile e dal Coro del Sermig (l’Arsenale della Pace di Torino) diretti da Mauro Tabasso. Il programma musicale comprende composizioni del repertorio classico e sacro con capolavori di Bach, Handel, Haydn e Bizet. L’ingresso è gratuito con offerta libera. “La Resurrezione di Lazzaro” e la “Moltiplicazione dei pani e dei pesci” sono i due capolavori del Moncalvo (1568-1625) custoditi nella chiesa di San Domenico a Chieri che rappresentano un patrimonio artistico e spirituale di gran valore per l’intera comunità. Oggi sono a rischio perché colpiti da muffa e funghi che hanno compromesso parte delle superfici pittoriche. Si sta facendo il possibile per salvare le due tele con un delicato intervento di restauro assai costoso.   Fr
nelle fotografie   la Chiesa di San Domenico a Chieri e le due tele del Moncalvo

Gabriele Montanaro presidente dell’Associazione Orchestra Filarmonica di Torino

L’Orchestra Filarmonica di Torino ha aperto una nuova fase della sua storia puntando su una leadership cresciuta tra le proprie fila. L’assemblea, riunitasi il 29 aprile scorso, ha nominato Gabriele Montanaro presidente dell’Associazione Orchestra Filarmonica di Torino, succedendo a Michele Mo, che prosegue il proprio impegno all’interno dell’Ente come direttore artistico.

Classe 1981, torinese, Montanaro è da oltre 15 anni una figura chiave dell’OFT, dove ha ricoperto il ruolo di segretario generale, rivolgendo una particolare attenzione ai temi centrali per le istituzioni culturali, quali lo sviluppo e il rinnovamento del pubblico, innovazione e dei modelli d’offerta e partecipazione. Divulgatore e giornalista pubblicista, ha sviluppato il proprio percorso anche a livello nazionale tra incarichi nella governante culturale e attività accademica, insegnando marketing culturale al Conservatorio di Modena.

“Assumo questo incarico con entusiasmo e con l’intento di proseguire e rafforzare il percorso di crescita di OFT – ha dichiarato Gabriele Montanaro – ci attendono passaggi decisivi quali l’evoluzione del pubblico, il rinnovamento generazionale, la ridefinizione dei modelli di proposta culturale, la diversificazione delle attività e l’individuazione di una sede che consenta all’Ente di esprimere al massimo il proprio potenziale. Sono sfide da cogliere con coraggio e ambizione. Affrontare questo percorso sarà possibile grazie a una visione condivisa e a una squadra di alto livello, da Michele Mo, che ha tracciato la strada nei decenni passati e che continuerà a rappresentare una presenza fondamentale come direttore artistico, ai membri del Consiglio Direttivo, gli associati, i musicisti, i sostenitori e tutto lo staff, oltre al pubblico, a cui verrà sempre proposto il meglio della nostra musica”.

Mara Martellotta

“Borderlife. La nostra vita dall’altra parte”: narrazione e musica a teatro

Questa sera, martedì 5 maggio alle ore 21, il Teatro Gioiello ospita lo spettacolo “Borderlife. La nostra vita dall’altra parte”, con protagonista Francesca Merloni. La pièce, ispirata al romanzo della scrittrice israeliana Dorit Rabinyan, si presenta come un concerto teatrale capace di intrecciare narrazione e musica, raccontando una storia d’amore intensa e complessa.

Al centro della scena c’è l’incontro tra Liat, ex militare israeliana trasferitasi a New York dove lavora come traduttrice, e Hilmi, artista palestinese. I due, entrambi lontani dalle proprie radici, si incontrano in una città segnata dal trauma dell’11 settembre, dando vita a un legame profondo e inaspettato che supera confini culturali e politici.

Come una versione contemporanea di Romeo e Giulietta, i protagonisti si trovano a vivere un amore che si scontra con le tensioni del mondo esterno, mettendo in luce il conflitto israelo-palestinese attraverso una dimensione intima e umana. In scena, accanto a Francesca Merloni, anche Yasser Mohamed.

Elemento centrale dello spettacolo è la componente musicale affidata ai Radicando, formazione pugliese che fonde sonorità folk e cantautorali in una colonna sonora originale capace di amplificare l’intensità emotiva della narrazione. Il gruppo è composto da Maria Giaquinto alla voce, Giuseppe De Trizio alla chitarra classica, Adolfo La Volpe alla chitarra elettrica, Paolo Pace tra voce, sassofono e flauto e Francesco De Palma al cajón.

La regia dello spettacolo è firmata da Nicoletta Robello.

MARA MARTELLOTTA

I Savoia, una storia cominciata a Susa

Fino al 24 maggio
Tutto iniziò da un matrimonio, quello tra Adelaide, contessa di Torino e signora di Susa, e Oddone di Savoia. Un’unione che aprì ai Savoia le porte d’Europa e segnò per sempre la storia di questo territorio. Da quel momento, nell’XI secolo, il castello di Susa, che porta il nome di Adelaide, diventò il punto di partenza per raccontare una dinastia che avrebbe governato le Alpi per mille anni. Al secondo piano dell’antico palazzo due bifore appartengono all’edificio dell’XI secolo in cui Adelaide soggiornò e la sua presenza a Susa è attestata con precisione da due documenti di primaria importanza, datati 1073 e 1078. Fermarsi davanti a queste bifore significa sostare nello stesso spazio in cui, quasi mille anni fa, una delle donne più potenti del Medioevo italiano si affacciava per guardare il giardino, ammirare le montagne, attendere l’arrivo degli ospiti e soprattutto per esercitare la propria autorità durante la sua permanenza in Val Susa.
Qui visse Adelaide, figura centrale del secolo XI perché le sue nozze con Oddone segnarono l’ingresso della dinastia sabauda nella scena europea. Il matrimonio avvenne nel 1045 ma sul luogo delle nozze non esiste una testimonianza diretta, forse fu celebrato a Torino o nella stessa Susa oppure nell’Abbazia di Novalesa. Il matrimonio non fu una storia d’amore ma un’alleanza strategica di enorme importanza. Adelaide controllava i valichi alpini cruciali, il Moncenisio e il Monginevro, fondamentali per i collegamenti tra Italia e Francia. Oddone, figlio del conte Umberto I Biancamano, fondatore dei Savoia, rappresentava una dinastia emergente oltre le Alpi. L’unione consolidò il legame tra la futura Casa Savoia e i territori italiani, aprendo alla dinastia la strada verso il Piemonte e, alla morte di Adelaide nel 1091, i suoi territori passarono ai discendenti sabaudi. Dalle mura di questo castello parte la lunga storia dei Savoia a cui è dedicata la mostra “I Savoia, mille anni di storia e potere”, fino al 24 maggio al castello di Susa, uno dei luoghi in cui la storia dei Savoia è incominciata.
La rassegna, visitata tra gli altri da Aimone di Savoia, duca d’Aosta, presenta la collezione di Savoie.live, l’associazione francese che conserva un patrimonio di grande importanza storica legato alla dinastia sabauda che si integra in queste sale con la collezione permanente del Museo Civico di Susa, Nell’esposizione, curata da Stefano Paschero, direttore del Museo civico di Susa, e Claude Duffur, si possono vedere decine di documenti e oggetti originali che comprendono otto secoli di storia europea. Ci sono sigilli medioevali in bronzo, sciabole, libri d’ore miniati, antichi volumetti in pelle con la storia dei Savoia, codici giuridici, ritratti di sovrani, croci alpine in oro e argento, monete e carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento. Non solo una mostra ma il racconto di un’amicizia tra due terre che parlano la stessa lingua attraverso l’arte e la storia, oggi come ieri. Orari di apertura della mostra: venerdì, sabato e domenica dalla ore 14,00 alle ore 18,00.           Filippo Re
nelle foto,  le bifore esterne e interne al castello di Susa, oggetti esposti nella mostra

Re-Play 2026 promuove la mostra “La terra fabbricata”

Organizzata da Urca cooperativa sociale in occasione dei vent’anni di attività dell’Archivio Nazionale del Cinema d’impresa di Ivrea

Inaugura il 7 maggio prossimo, dalle 19 alle 21, accompagnata da una performance drammaturgica delle opere, alle 19.30, la mostra “Re-Play 2026. La terra fabbricata”, sul tema del paesaggio, dell’energia e del lavoro, presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’impresa di Ivrea.

“Re-Play è un format curatoriale in cui i curatori sono persone esterne al mondo dell’arte, non professionisti, ma semplici cittadini e cittadine, che ogni anno affrontano lo studio di una collezione museale o di un archivio e, a partire da questo, realizzano una mostra curata collettivamente – ha dichiarato la curatrice Lorena Tadorni – quindi, ogni anno, nasce una nuova mostra che origina dal nostro patrimonio culturale. Quest’anno abbiamo realizzato la mostra dal titolo ‘La terra fabbricata’ presso l’Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa di Ivrea”.

I partecipanti al progetto curatoriale sono Gianmaria Baro, Annamaria Bellotto, Marta Carocci, Barbara Garabello, Rossana Leporati, Patrizia Mani, Simonetta Pozza, Ezio Sartori. La drammaturgia delle opere è a cura di Maria Grazia Agricola.

Dall’incontro tra Re-Play 2026 e l’Archivio Cinema d’Impresa di Ivrea è nata la mostra “La terra fabbricata”. Nel 2026, l’Archivio ha celebrato i suoi primi vent’anni di attività, e questa ricorrenza viene valorizzata proprio da Re-Play prendendo in esame il primo fondo depositato: il Fondo Edison. Un patrimonio audiovisivo di straordinario valore che documenta la trasformazione sociale e paesaggistica dell’Italia nel corso del Novecento attraverso filmati per raccontare il mondo dell’energia, del lavoro e del territorio.

La costruzione delle infrastrutture energetiche, lo sviluppo idroelettrico, le immagini di dighe, centrali e grandi cantieri, che hanno ridefinito interi paesaggi naturali, fanno parte dei materiali raccolti in questo fondo, che restituiscono anche una panoramica rinnovata sulle trasformazioni del lavoro e della società: dalle pratiche agricole modernizzate grazie all’elettrificazione ai processi industriali, fino alla presentazione delle comunità e delle persone coinvolte in questi cambiamenti. Di particolare rilevanza è la presenza di registi come Ermanno Olmi che, all’interno della produzione Edison, ha sviluppato una parte significativa del suo linguaggio cinematografico, contribuendo a fare del film industriale una forma espressiva capace di coniugare documentazione e ricerca poetica. Tra i lavori esposti ricordiamo i suoi film quali “La diga del ghiacciaio”, del 1955, e “La mia valle”, insieme a “Il racconto della Stura”, risalenti al medesimo anno.

La mostra “La terra fabbricata” nasce dallo studio collettivo di questi materiali, da un percorso visivo e narrativo che esplora il rapporto tra l’uomo e la terra, il suo intervento per trasformarla, renderla produttiva e abitarla. Dighe, cantieri e paesaggi modificati, oltre a territori coltivati emergono come segni tangibili di un’azione che attraversa immagini e memoria industriale, restituendo uno spaccato estremamente emblematico nella storia del nostro Paese e la complessità di un territorio costruito attraverso la trasformazione della propria terra.

La mostra presenta una selezione di video e immagini d’archivio organizzati per nuclei tematici: dighe e trasformazioni del paesaggio ( tra cui i lavori di Ermanno Olmi), sfruttamento e produttività della terra, in cui sono contenuti film come “L’energia elettrica nell’agricoltura”, del 1955, e “La terra ha fame”, del 1961, di Giovanni Cecchinato, che raccontano l’introduzione delle tecnologie, dei fertilizzanti e dei mezzi meccanici che hanno trasformato radicalmente il lavoro agricolo e il rapporto con il suolo. Uno sguardo particolare è rivolto al ruolo delle donne e ai processi produttivi con materiali come “L’industria degli esplosivi”, “Valloia (Avigliana 1923-1925)”, che documenta il lavoro femminile all’interno degli stabilimenti e i filmati sullo stabilimento Châtillon di Vercelli e Ivrea. Emerge inoltre un forte legame tra industria e territorio nei documentari dedicati alla produzione tessile sintetica, tra cui “La lavorazione del filato sintetico Helion nello stabilimento Chatillon di Ivrea” e “Chatillon 68”, che racconta la diffusione degli stabilimenti nella regione e il loro impatto sul tessuto sociale e paesaggistico.

La mostra si sviluppa sia negli spazi esterni dell’Archivio, attivando un dialogo tra le immagini e il contesto architettonico olivettiano, sia in quelli interni, in una sala dedicata alla proiezione continua che approfondisce alcuni temi della mostra attraverso una selezione di film del Fondo Edison. Tra i titoli presentati, “Buon lavoro, Sud”, del 1969, racconto delle trasformazioni economiche e sociali del Mezzogiorno, legate ai processi di industrializzazione, e “Il grande paese d’acciaio”, del 1960, dedicato alla costruzione dell’Italia Industriale attraverso la produzione siderurgica e le grandi infrastrutture.

Nel percorso espositivo le informazioni storiche sulle immagini si affiancano all’interpretazione personale dei partecipanti al progetto. Si tratta di narrazioni che restituiscono memoria immaginifica alle opere e contribuiscono a dar loro un senso rinnovato. Il giorno dell’inaugurazione, questi racconti diventeranno intensi momenti performativi.

Archivio Nazionale del Cinema d’Impresa – viale della Liberazione 4, Ivrea -8 maggio/31 luglio 2026- orari: da lunedì a venerdì dalle ore 10 alle ore 16 – inaugurazione giovedì 7 maggio dalle ore 19 alle ore 21 – performance drammaturgica delle opere alle 19.30.

Mara Martellotta

La bellezza di ciò che non suona perfetto, nel nuovo libro di Alessandro Baricco

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che parlano di musica, e poi ci sono libri che, mentre raccontano la musica, finiscono per raccontare noi.
Con Breve storia eretica della musica classica, Alessandro Baricco torna a fare ciò che gli riesce meglio: prendere ciò che crediamo di conoscere e spostarlo leggermente, quel tanto che basta per farci vedere tutto da un’altra prospettiva.
Torinese, autore tradotto in tutto il mondo, Baricco è noto per la sua capacità di muoversi tra narrativa e saggistica con uno stile riconoscibile e profondamente evocativo. Fondatore della Scuola Holden, ha sempre raccontato storie che interrogano il presente, mantenendo uno sguardo libero e mai convenzionale.
Breve storia eretica della musica classica non è un saggio nel senso tradizionale del termine. Non è una linea ordinata di date, correnti e compositori. È, piuttosto, un attraversamento. Un viaggio che parte da un tempo in cui il suono era ancora mistero – eco del divino, vibrazione primordiale – e arriva fino a noi, alle nostre playlist, ai nostri modi di ascoltare distratti e veloci.
Baricco racconta la musica come un tentativo umano, antico e ostinato, di dare forma al caos. Di costruire ordine là dove esiste solo rumore. Ma proprio qui introduce la sua “eresia”: quell’ordine, così necessario, porta con sé una perdita. Perché nel momento in cui il suono si organizza, qualcosa del suo disordine originario – e quindi della sua vitalità – si dissolve.
E allora il punto non è più solo la musica.
È l’essere umano.
Tra i passaggi più intensi, quello dedicato all’Opera segna una svolta emotiva. È lì che la musica, secondo Baricco, decide di uscire da sé stessa per incontrare il corpo, la voce, la collettività. Non più solo forma, ma carne. Non più solo perfezione, ma tremore. Il teatro d’opera diventa il luogo in cui la distanza tra chi crea e chi ascolta si accorcia, fino quasi a scomparire.
In questo percorso, i grandi nomi della storia musicale – da Bach a Beethoven, fino a Mahler – non sono trattati come icone lontane, ma come protagonisti di una narrazione viva, quasi epica. Non mancano sguardi spiazzanti: alcuni compositori diventano “agricoltori di suoni”, altri stilisti raffinati, altri ancora rivoluzionari capaci di liberare e, allo stesso tempo, imporre nuove regole.
È una storia che non segue una linea retta.
È una mappa.
Una mappa fatta di tappe evocative: dalla musica sacra e monodica, alla complessità della polifonia, fino al “Big Bang” delle forme classiche e alla frammentazione contemporanea, dove tutto si mescola, si contamina, si trasforma. Una diaspora sonora che somiglia molto al nostro tempo.
Il termine “eretica”, allora, non è provocazione fine a sé stessa. È una dichiarazione di libertà. È la scelta di stare ai margini, di non accettare una narrazione unica, di ascoltare anche ciò che solitamente viene escluso. E in questo gesto c’è qualcosa che va ben oltre la musica: c’è una riflessione profonda sulla nostra necessità di uscire dagli schemi, anche mentali.
Leggendo, viene naturale pensare alla mente come a un’orchestra: capace di armonia, sì, ma fatta di strumenti diversi, tempi diversi, spesso in contrasto tra loro. E se la cultura tende a cercare la perfezione, l’accordo, la forma impeccabile, Baricco ci ricorda che anche la dissonanza ha un suo valore. Anzi, forse è proprio lì che nasce la possibilità di evolvere.
In un presente che ci chiede continuamente ordine, velocità, chiarezza, questo libro si muove in direzione opposta. Difende il diritto al disordine. E in questo c’è qualcosa di sorprendentemente liberatorio. Quasi terapeutico.
Non è, però, un libro per tutti. La scrittura, affascinante ma a tratti ellittica, richiede disponibilità ad abbandonarsi, più che a capire. Non è un manuale, né vuole esserlo. È un testo per chi accetta di perdersi, per poi – forse – ritrovarsi in un ascolto diverso.
Perché, in fondo, la domanda che resta non è “che cos’è la musica?”, ma:
perché continuiamo ad averne bisogno?
E forse la risposta sta proprio lì, in quelle imperfezioni che cerchiamo di correggere ogni giorno. In quelle stonature che vorremmo eliminare. Baricco sembra suggerirci di fare il contrario: ascoltarle. Accoglierle. Riconoscerle come parte viva di ciò che siamo.
Perché senza dissonanza, non esiste davvero armonia.
E senza un po’ di disordine, forse, non esiste nemmeno la vita.
MARZIA ESTINI

Paolo Pininfarina, gli amici lo ricordano con un concerto

Il  7 maggio, alle ore 21, presso Le Roi, a Torino. Una serata benefica in favore dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS

A Torino il concerto in ricordo di Paolo Pininfarina da parte degli amici che suonavano insieme a lui, sarà improntato su musica, memoria e salute mentale. L’incasso sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS. Per il secondo anno consecutivo, gli amici dei gruppi musicali in cui Paolo Pininfarina suonava la batteria, “Paolo Pininfarina Music Ensemble”, lo ricordano giovedì 7 maggio prossimo, dalle ore 21, con un concerto nell’iconica sala di Le Roi, a Torino. L’introito sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS, i pensata in progetti di ricerca e sensibilizzazione in salute mentale per diffondere una cultura contro lo stigma. Si tratta di un evento che unisce memoria, musica e impegno concreto, riportando al centro la salute mentale attraverso un linguaggio accessibile e condiviso. È un ritorno che segue il successo dell’evento organizzato in città due anni fa, e che oggi si rafforza con una rete più ampia e nuovi progetti. Vi è la volontà di portare la salute mentale al di fuori dei contesti chiusi e dentro la comunità come esperienza collettiva, e non solo individuale, in linea con il percorso che l’associazione sta costruendo sulla base della ricerca e dell’inclusione.

“Eventi come questo nascono da un bisogno preciso: creare occasioni in cui le persone possano incontrarsi senza barriere e avvicinarsi al tema della salute mentale in modo naturale. La Cultura, la musica e la condivisione – afferma Giovanna Crespi, psichiatra e presidente dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS – diventano strumenti potenti per parlare di fragilità senza etichette e per costruire comunità che sappiano accogliere”.

Protagonista della serata sarà la Paolo Pininfarina Music Ensemble, che porterà sul palco del Le Roi un concerto capace di unire capacità musicale e partecipazione emotiva nel ricorso del loro batterista Paolo, prematuramente scomparso. Si tratta di un appuntamento pensato non solo come ricordo, ma come occasione per sostenere i progetti dell’associazione.

Dietro l’evento del 7 maggio vi è un lavoro corale che coinvolge partner e volontari e una collaborazione con il Rotaract distretto 2031, che rafforza il legame con il territorio e amplia la comunità attorno ai progetti dell’associazione. Questo è un segnale di come i tema della salute mentale possa uscire dall’isolamento per diventare un terreno condiviso, capace di unire competenze, generazioni e sensibilità diverse. L’appuntamento è per mercoledì 7 maggio alle ore 21, presso Le Roi, in via Stradella 8, a Torino.

Info: ritatosi@ritatosi.it

Mara Martellotta

“iGIRL/Ecuba”, Marina Carr e la potenza della voce femminile

Le traduttrici Monica Capuani e Valentina Rapetti ci consegnano un’edizione Einaudi di rara bellezza.

“Che cos’è la felicità?

Non mi hanno ancora tagliato la lingua

Non mi hanno ancora decapitato

Questa mattina non mi fustigheranno

Si spera”.

Con queste parole inizia “iGIRL”, testo drammatico, impregnato di un intimismo magico che sfocia in orazione, in un rito coltivato nella memoria di piccoli gesti che attraverso una voce, seppur immaginifica, silenziosa e talvolta disperata come quella della letteratura, tiene insieme il passato alla visione del futuro, oltrepassando la reale brevità della vita umana ed entrando nell’insieme di ciò che è destinato a sopravvivere all’esistenza stessa, uno spazio che abitualmente definiamo come “infinito” a cui Marina Carr, drammaturga irlandese tra le più importanti del nostro tempo, ha donato parole che il mito trasforma in ponti su cui si rincorrono la ciclicità della Storia e le dinamiche universali dell’essere umano.

“iGIRL”, poema che può essere considerato tra i rarissimi e più importanti della contemporaneità, nato nel periodo della pandemia e pubblicato da Einaudi nel 2026 in un’edizione che contiene anche la meno recente “Ecuba”, drammaturgia della stessa Marina Carr incentrata su una radicale riscrittura del mito euripideo, evidenzia l’intensità e l’intenzione poetica della Carr, non più mattatrice, come per lo più accade nella contemporanea poesia intimista, ma interprete che si annulla nella propria voce e nella propria storia, come il poeta della famosa lettera di John Keats, l’essere più impoetico del creato perché versato nel dare voce a tutte le voci dell’universo.

In “iGIRL” la parola è centrale, è memoria che chiede una voce per definirsi nella sua interezza, un’esigenza istintiva nata in epoche lontane, legata alla celebrazione dei miti e alla ricerca di armonia tra il significato del ritmo e un linguaggio che, attraverso la poesia, diventa l’imitazione di una sonorità in forma scritta. Tra la poesia, la musica e il teatro è presente un legame viscerale che, ancora oggi, nonostante le ampie e specifiche alfabetizzazioni, genera una forte tensione verso la rappresentazione scenica della parola in cui la voce, il canto e i gesti del corpo contribuiscono all’umana necessità di delineare con precisione forme fino a quel momento astratte. “iGIRL” è una voce del mito e della storia, parola ai margini del tempo che prende vita nell’oblio, nella violenza e nella fame di dominio che da sempre caratterizzano la presenza dell’uomo sulla Terra, ma anche nel potere taumaturgico del canto, dell’amore e della memoria collettiva. Il teatro diventa quindi il luogo finale dove tutto accade, la dimensione di un linguaggio che si fa ricordo e narrazione transgenerazionale, entità reale in mezzo alle allucinazioni del silenzio.

“iGIRL”, rappresentato per la prima volta all’Abbey Theatre di Dublino nel 2021, è andato in scena per la prima volta in Italia al Romaeuropa Festival, nell’ottobre dello scorso anno, grazie a Federica Rosellini, regista e intensa performer dello spettacolo, a Monica Capuani e Valentina Rapetti, traduttrici del testo di Marina Carr per Einaudi, e a un team di cui fanno parte Daniela Pes, che ha prodotto la musica originale, Rä di Martino, artista visiva che ha curato la parte video, Simona D’Amico, responsabile dei costumi e creatrice dei tatuaggi che l’artista in scena indossa come cicatrici sfuggite alla dimenticanza, simboli che legano il passato al presente, e ancora la scenografa Paola Villani, la light designer Simona Gallo, il sound designer GUP Alcaro, l’aiuto regista Elvira Berarducci e l’assistente alla regia Barbara Mazzi.

La seconda parte dell’edizione Einaudi, come accennato nei precedenti paragrafi, è incentrata su una riscrittura di “Ecuba”, regina di Troia, seconda moglie di Priamo e schiava di Odisseo a seguito della caduta di Troia, trasformata in una cagna nera dagli occhi infuocati a causa del dolore per la perdita dei figli Polidoro e Polissena, il primo ucciso dall’alleato re di Tracia Polimestore (oggetto dell’accecante vendetta di Ecuba), la seconda sacrificata sulla tomba di Achille per placare la sua ira, divenendo simbolo di coraggio, accettazione e purezza. Se nella tragedia Euripidea le conseguenze della caduta della patria e del lutto assumono forme statuarie poiché finalizzate a una cessazione dell’esistenza, Marina Carr ci consegna un testo volto al perdono, in cui la morte violenta e la vendetta appaiono come spiriti di un’antica malattia dalla quale i protagonisti cercano di districarsi attraverso una voce comune, cercando salvezza dall’inevitabile tragedia insita nell’animo umano, presente da sempre nella società degli uomini.

Pur mantenendo intatta la forza del mito, Marina Carr sembra contrapporre al fuoco della furia emotiva una brutalità dialogica tra i personaggi che innesca un istinto verso la sopravvivenza e la vita (molto simile a quel sentimento poetico e appassionato di attaccamento alla vita che Robert Louis Stevenson concede al suo Signor Hyde nel momento che precede il suicidio del dottor Jekyll), evidenziando quanto la potenza della voce femminile echeggi infinita nelle grotte della maternità, della nascita, al di là di ogni orrore.

“Ecuba” di Marina Carr fu rappresentato per la prima volta in Italia al Teatro Olimpico di Vicenza nell’ottobre del 2019, con Alberto Chiodi alla regia ed Elisabetta Pozzi nella parte di Ecuba.

“iGIRL/Ecuba” (Einaudi – Collezione di teatro 472, 2026 – 178 pagine) – testi di Marina Carr – traduzioni di Monica Capuani e Valentina Rapetti con una postfazione di Federica Rosellini

Gian Giacomo Della Porta