Ogni età ha i suoi problemi. Torino negli anni 50/60 dello scorso secolo era più vivibile. Quella che definiamo Provincia Granda, almeno in Piemonte, era però grande solo per la povertà. Il Veneto era un serbatoio di voti democristiani e mercato di braccia da lavoro, esattamente come il meridione.
C’era la Fiat che impiegava 150.000 persone su 3/4 turni (e tutto il suo indotto) che richiedeva una moltitudine di ‘omini blu’.
La popolazione di Torino arrivò a contare nel 1971 ben 1.168.000 di abitanti.
In corso Tazzoli, via Settembrini, corso Agnelli, negli orari di cambio turno, per la calca era meglio non passare. Davanti agli ingressi si sentivano le articolazioni dialettali delle varie province piemontesi, gli infiniti dialetti del sud, il veneto dei “terroni del nord”.
La città, dopo l’ingresso dell’ultimo turno degli operai, era morta, le facciate degli stabili erano spesso scrostate e agli ingressi degli stabili c’erano cartelli con scritto “Non si affitta ai meridionali”. Successivamente, quando tutti i piemontesi avevano soddisfatto le loro esigenze abitative e non fu più possibile non affittare ai “terroni”, si passò a un meno regionalizzabile: “Non si affitta a famiglie con figli”.
I più fortunati potevano permettersi un film: l’ultimo spettacolo era alle 22.30 e se non abitavi in centro ci si doveva affrettare perché l’ultimo autobus era prima dell’inizio del nuovo giorno. Alle 04.30 iniziava il servizio dell’ATM e i mezzi a quell’ora erano già pieni dei tanti operai del primo turno che dovevano attraversare la città.
I locali da ballo aprivano solo il fine settimana e chiudevano inderogabilmente alle 02.00 … se si era senza auto o amici disponibili, si arrivava a piedi fino a casa.
La domenica i torinesi (al tempo, detti “Polentoni”) dopo la messa passavano in pasticceria per il cabaret di pastarelle, i “terroni” si svegliavano al “pippiare” del sugo che bolliva da ore, i “terroni del nord” colmavano invece la nostalgia di casa con il Tocaj o con il vino Zignago.
Proprio altri tempi ….
Il pomeriggio alle 14.00 iniziavano le partite e tutti, proprio tutti gli esponenti del genere maschile senza il biglietto dello stadio “Comunale” si attaccavano all’orecchio la radiolina a transistor per seguire “Tutto il calcio minuto per minuto” con le loro Signore sottobraccio a passeggio per il Valentino. Più tardi, tornando a casa – sempre con le Signore sottobraccio e qualche pargolo tra i piedi – iniziava “90mo minuto”. La cena era al massimo alle 18.30 perché il giorno dopo iniziava prima del sorgere del sole.
Il biglietto del tram costava 30 lire come il cono gelato e l’abbonamento a corse multiple veniva perforato di volta in volta da un severo bigliettaio al fondo di ogni mezzo. Quando il biglietto aumentò a 50 lire quasi in contemporanea con il gelato, per la cosiddetta Classe Operaia del periodo fu una mezza tragedia.
La Fiat 500 costava 360.000 lire, alternativa economica della più solida 600; per chi era più facoltoso c’erano la 1100 e un potente 1300.
L’inflazione, dal 2% del 1960 è andata via via aumentando fino all’8% del 1963, superando nel 1980 il 20%. I tassi d’interesse (il costo del denaro) furono stabili al 3,5% fino al 1967 (!!!) ma poi sempre in salita fino a quasi il 22% del 1982.
Tra gli anni ‘60 e 70 prendevano spazio tra i giovani gli allucinogeni e in particolare l’LSD, che nella seconda metà degli anni ‘70 furono purtroppo soppiantati dalla letale eroina.
Pressoché in contemporanea aprivano le prime birrerie, locali per tiratardi, categoria a cui tanti di noi hanno fatto parte. In quel periodo i giovani avevano tante opportunità lavorative, sia definitive che stagionali o comunque complementari alle attività scolastiche. Tanti dei lavori che oggi sono prerogativa di persone che con quell’attività vivono – e magari ci mantengono la famiglia – a quei tempi erano semplicemente un’opportunità per tanti studenti in vacanza.
Nato nella provincia di Napoli nel 1958, non so se mi piacerebbe tornare indietro nel tempo; in quegli anni le nostre responsabilità erano limitate ma non era lo stesso per i nostri genitori che cominciavano ad avere a che fare con stipendi che, malgrado un calmierato paniere dei prezzi, perdevano sempre più potere d’acquisto e con tempi alla catena di montaggio sempre più corti. Erano anni di scioperi, scontri con la polizia, manganellate, difficoltà a mandare i figli a scuola, arrivare a fine mese con tutte le bollette pagate.
Una non era però da tutti: quella del telefono.
Anche chi aveva un telefono di bachelite sul tavolino dell’ingresso o appeso al muro (chi si ricorda del Duplex?), in caso di chiamate interurbane – o peggio, internazionali – a causa del caro bolletta SIP preferiva raggiungere una cabina telefonica con una certa quantità di gettoni telefonici in lega di rame, più pesante in caso di lunghe telefonate.
A proposito! Vi ricordate il servizio militare di leva?
In libera uscita era obbligatorio portare un gettone telefonico, un fazzoletto e non ricordo più quanti strappi di carta igienica.
Mah, penso che anche se la nostra contemporaneità sembra oscurata e senza più la forza di volersi migliorare, se ci volgiamo indietro ci rendiamo conto che da quando la storia ha avuto inizio, la società umana si è poi sempre evoluta.
Felicio De Martino
Il Filatoio di Caraglio e la Castiglia di Saluzzo, esemplari unici del patrimonio architettonico piemontese, ospiteranno nell’autunno 2025 due mostre monografiche su due protagonisti indiscussi della fotografia del Novecento, Helmut Newton (1920-2004) e Ferdinando Scianna (1943).
Al Filatoio di Caraglio, nel Cuneese, antico setificio seicentesco tra i più importanti d’Europa, oggi polo culturale e sede del Museo del Setificio Piemontese, dal 23 ottobre prossimo al 1 marzo 2026 sarà allestita l’esposizione intitolata “Helmut Newton. Intrecci”.
La mostra riunisce oltre cento fotografie, tra cui diversi scatti inediti, frutto delle prestigiose collaborazioni con brand di fama internazionale come Yves Saint Laurent, Ca’ del Bosco, Blumarine, Absolute Vodka e Lavazza.
La rassegna è curata da Matthias Harder, direttore della Helmut Newton Foundation di Berlino, ed è introdotta da una serie di fotografie che hanno consacrato Newton come uno dei più celebri fotografi di moda del mondo, e restituisce lo sguardo audace di un autore capace di creare scenari onirici, ambigui e provocatori. La complicità con modelle come Monica Bellucci, Nadia Auermann, Kate Moss, Carla Bruni e Eva Herzigova, unita alla fiducia da parte degli stilisti, delle riviste e dei brand internazionali, gli ha permesso di ridefinire canoni della fotografia, facendone un linguaggio teatrale e evocativo. Nel corso degli anni Newton si è avvicinato alle grandi committenze della moda, sviluppando anche progetti per marchi prestigiosi del mondo produttivo, come la Lavazza, esplorando aspetti nuovi del suo stile, sempre iconico e radicale.
“Helmut Newton. Intrecci”, appositamente concepita per il Filatoio di Caraglio dalla Fondazione Artea, realizzata in collaborazione con il Comune di Caraglio, offre un percorso originale, approfondendo alcuni aspetti inediti della carriera del grande fotografo.
Analogamente ad un’altra esposizione, sempre promossa dalla Fondazione Artea e dedicata a Ferdinando Scianna, ospitata alla Castiglia di Saluzzo, nel Cuneese, antica fortezza e residenza marchionale, oggi spazio museale e luogo del contemporaneo, che negli ultimi due anni ha accolto progetti dedicati ai grandi maestri della Magnum Photos.
Dal 24 ottobre 2025 al primo marzo 2026 verrà ospitata, infatti, alla Castiglia di Saluzzo, la personale di Ferdinando Scianna, originario di Bagheria nel 1943, primo fotografo italiano ad essere annoverato tra i membri della prestigiosa agenzia internazionale.
La mostra reca il titolo “La moda, la vita” ed è curata dal direttore artistico de ‘Le Stanze della Fotografia’ a Venezia, Denis Curti, realizzata in collaborazione con il Comune di Saluzzo, e indaga uno dei capitoli meno noti della carriera di Scianna, la moda. Si tratta di un tema che l’artista affronta utilizzando il linguaggio da fotogiornalista e scardinando ogni estetica patinata a favore di una narrazione più umana. Esemplificativa, in questo percorso, la campagna promossa per Dolce &Gabbana, con la modella Marpessa, ambientata in diverse località della Sicilia.
Il percorso espositivo presenta oltre novanta fotografie, che costituiscono la produzione di Scianna realizzata tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, per alcune delle più importanti riviste al mondo come Stern, Vogue e Vanity Fair. Negli scatti di Scianna si fondono memoria e intuizione, fotografia e letteratura, etica e stile, in un approccio che ha consentito all’artista di capovolgere i modelli in genere consacrati al fascino delle passerelle, rendendo la fotografia di moda un racconto visivo capace di mantenere intatto il legame tra verità, cultura e immagine.
Mara Martellotta
LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo
No, non è uno slogan. E neanche solo un’arma di propaganda poltica. Anzi, la possiamo quasi definire una costante. Poltica, culturale e soprattutto etica. Parliamo di q u e l l a c h e comunemente viene definita come “la via giudiziaria al potere”. Una prassi che appartiene ideologicamente ed ontologicamente alla sinistra italiana. Nella sua versione comunista prima e in quella populista e giustizialista poi. È appena il caso di ricordare, per chi l’avesse dimenticato o avesse poca memoria storica, il sistematico attacco “moralistico” e “giudiziario” del Pci contro il “malgoverno e la corruzione della Democrazia Cristiana”. Per non parlare, com’è altrettanto noto, l’attacco frontale del Pci – politico e anche e sempre di natura moralistica e giudiziaria – ai suoi principali leader e statisti: da Donat-Cattin – il più bersagliato – ad Andreotti, dallo stesso Moro a Cossiga e via elencando. Una tecnica che si è perfezionata con l’avvento della seconda repubblica e dopo l’irruzione del populismo giustizialista dei grillini che è poi diventato la cifra ideologica quasi esclusiva dell’attuale sinistra italiana contro il nemico giurato da delegittimare, appunto, prima sotto il profilo morale e poi da distruggere sul versante politico e giudiziario.
Ma, se vogliamo essere intellettualmente onesti, non possiamo non evidenziare che la “via giudiziaria al potente” appartiene di diritto al pantheon della sinistra italiana ma con discreti e convinti compagni di viaggio. È a tutti noto, del resto, che larghi settori della destra italiana, per non parlare della Lega originaria di Bossi, individuavano proprio nella “via giudiziaria al potere” la strada principe par abbattere l’avversario politico. È anche inutile, al riguardo, ricordare che la stragrande maggioranza della carta stampata del nostro paese – che appartiene prevalentemente alla sinistra nelle sue multiformi espressioni – ha sempre accarezzato e condiviso la deriva della “via giudiziaria al potere”. Una deriva, è bene non dimenticarlo, che era e resta profondamente antidemocratica e, soprattutto, anti costituzionale al di là del quotidiano ed ipocrita giuramento ai valori e ai principi costituzionali.
Insomma, parliamo di una deriva che, anche se blandamente respinta a livello verbale, viene sistematicamente praticata a livello politico. E prima o poi riemerge prepotentemente all’attenzione. È come un fiume carsico che corre nel sottosuolo ma basta un fischio, come si suol dire, e torna centrale nella strategia dei partiti che la cavalcano. Una scorciatoia pericolosa e al tempo stesso inquietante per chi coltiva l’obiettivo di rafforzare la qualità della nostra democrazia da un lato e la credibilità delle istituzioni democratiche dall’altro. Altrochè la democrazia dell’alternanza, il rispetto dell’avversario che non è mai un nemico, la negazione dell’odio nella vita politica e la centralità dei programmi. Qui non siamo, com’è sufficientemente chiaro a tutti coloro che non vivono di pregiudiziali politiche ed ideologiche, solo al “tanto peggio tanto meglio”. Ma, semmai, ci troviamo di fronte alla tenace e pervicace volontà di distruggere il nemico politico non attraverso il mero gioco democratico – cioè con il voto – ma di ricorrere a tutti i mezzi leciti e non pur di abbattere l’odiato nemico. Ed è proprio lungo questo percorso che si inserisce e si incrocia la “via giudiziaria al potere”. Una prassi ben nota e conosciuta nella politica italiana proprio perchè parte da lontano.
Per queste ragioni, semplici ma oggettive, è compito delle forze autenticamente e costituzionalmente democratiche unirsi affinchè questa deriva non abbia di nuovo e definitivamente il sopravvento. Anche perchè, se ciò dovesse consolidarsi per davvero, sarebbe il nostro impianto democratico e costituzionale ad andare irreversibilmente in crisi aprendo le porte ad una democrazia autoritaria da un lato e senza quelle garanzie, dall’altro, che hanno permesso al nostro paese di vivere, almeno sino ad oggi, in un contesto democratico e liberale. E non in quella che comunemente viene definita come “repubblica giudiziaria”.
Due auto distrutte nell’incidente stradale
Nel tardo pomeriggio si è verificato un incidente lungo la strada provinciale 589, che ha interessato almeno due automobili. Il sinistro è avvenuto nel tratto compreso tra San Chiaffredo e Roata Rossi, a Cuneo. Una delle vetture, dopo l’impatto, è finita fuori dalla carreggiata ribaltandosi in un campo adiacente, mentre un’altra ha terminato la corsa contro il guard rail, probabilmente a seguito di una collisione semifrontale. La dinamica resta ancora da accertare.Sul luogo dell’incidente sono intervenuti il personale del 118, due squadre dei vigili del fuoco e la polizia locale, impegnata sia nei rilievi sia nella regolazione del traffico.
La Vuelta, terza tappa
Lunedì 25 agosto – 3ª tappa
SAN MAURIZIO CANAVESE (partenza ore 14.20 – CERES
(arrivo ore 17.30) 139 KM
Info di servizio:
San Maurizio Canavese
– apertura hospitality partenza 12.20
– partenza neutralizzata 14.20
Ceres
– apertura hospitality arrivo 15.30
– arrivo (velocità media): 17.30
La salita sarà chiusa al traffico dalle 13.00.
Sala Stampa: Via Nino Costa,
45 comuni piemontesi attraversati
La terza tappa della Vuelta a España 2025 si snoda per 139 chilometri tra San Maurizio Canavese e Ceres, attraversando un paesaggio straordinariamente variegato che incarna lo spirito più autentico del Piemonte settentrionale. Un itinerario che unisce pianure e colline, boschi e montagne, piccoli borghi e centri agricoli, rivelando la ricchezza nascosta del Canavese e delle Valli di Lanzo.
La partenza avviene da San Maurizio Canavese, cittadina adagiata tra la pianura torinese e i primi rilievi prealpini, dove la vicinanza con Torino si fonde con la quiete di un territorio che conserva tracce storiche importanti, come il Castello dei Conti Valperga e la chiesa romanica di San Maurizio Martire. Circondata da campi e strade rurali, questa zona è anche molto frequentata da escursionisti e cicloturisti.
Il percorso si sviluppa poi attraverso numerosi comuni del Canavese centrale, a partire da Cirié, antica città ducale con un centro storico animato e la suggestiva Certosa di Santa Maria. Seguono San Carlo Canavese, Vauda Canavese, Front, Favria, Salassa, Oglianico e Agliè è famosa per il suo magnifico Castello Ducale, residenza sabauda che fa parte del sito UNESCO “Residenze della Casa Reale di Savoia”, circondata da giardini all’italiana e paesaggi collinari.
Tra Feletto, Lusigliè, Ciconio, San Giorgio Canavese e Cuceglio, la corsa attraversa un mosaico di piccoli centri immersi in un paesaggio agricolo ordinato e vivo, dove le tradizioni contadine sono ancora fortemente radicate, e si producono eccellenze locali come vini, miele e prodotti da forno.
Si giunge poi a Bairo, borgo immerso nell’antica cerchia morenica del Canavese, e si entra gradualmente nell’ambiente più selvaggio della Valchiusella, una valle appartata e autentica. Baldissero Canavese, Torre Canavese, Vidracco, Vistrorio e Issiglio sono piccoli paesi incastonati tra boschi, prati e corsi d’acqua cristallini, dove il paesaggio inizia a farsi montano e la natura domina la scena.
Dopo il primo tratto in salita, la carovana torna a scendere per attraversare la Valle Sacra, zona storica e spirituale, testimone di una cultura alpina profonda. A Castellamonte, città della ceramica, si affianca l’eleganza di antiche dimore nobiliari. Seguono Castelnuovo Nigra, Cintano e Colleretto Castelnuovo, dove il tempo sembra essersi fermato, tra mulattiere in pietra, tetti in lose e scorci panoramici che abbracciano tutta la valle.
Con i passaggi per Borgiallo, Chiesanuova, Cuorgnè (uno dei centri più attivi del Canavese), San Colombano Belmonte, Prascorsano e Pratiglione, si entra nel territorio delle Valli di Lanzo, culla di una cultura montana fiera e genuina.
Da qui il tracciato si addentra in una natura sempre più marcata: Forno Canavese, Rivara, Levone, Rocca Canavese, Corio, Grosso e Villanova Canavese sono piccoli comuni immersi nel verde, con sentieri che si snodano tra boschi di castagni e querce, cascate, antichi opifici e cappelle votive.
La corsa tocca quindi Mathi, Balangero e Lanzo Torinese, importante nodo delle Valli di Lanzo e centro storico dominato dai portici e dal celebre Ponte del Diavolo. Da Lanzo, lo scenario diventa sempre più montano: Germagnano e Traves si trovano ormai nella fascia alpina, tra boschi di conifere e pareti rocciose.
Infine, dopo una lunga giornata di saliscendi, si giunge a Ceres, piccolo comune montano situato a oltre 700 metri di altitudine, alle porte della Valle di Ala e del Parco Naturale delle Valli di Lanzo. Con i suoi panorami incontaminati, i tetti in pietra e le antiche tradizioni, Ceres rappresenta un traguardo suggestivo e simbolico: un Piemonte meno turistico, ma profondamente autentico, dove la cultura delle valli e il legame con la natura sono ancora forti e visibili.
Liberty misterioso: Villa Scott
Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato
È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.
Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”.
Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)
Torino Liberty
Articolo 4. Liberty misterioso: Villa Scott
Talvolta il cinema va in cerca di luoghi suggestivi e unici, per rendere la pellicola ancora più indimenticabile. Uno di questi ambienti da cellulosa si trova nella collina torinese, una villa silenziosa. Nascosta in un elegante “vedo non vedo” tra il verde degli alberi, l’abitazione si affaccia indifferente sul panorama torinese che si prostra poco più in là delle sue fondamenta. È Villa Scott, situata in Corso Giovanni Lanza 57, uno dei più fulgidi esempi dello stile floreale a livello nazionale. Il committente, Alfonso Scott, consigliere delegato della Società Torinese Automobili Rapid, nel 1901 acquista un appezzamento di terreno precollinare affidando l’incarico di costruire una villa per la propria famiglia all’ingegnere Fenoglio, che allora aveva 36 anni.

Fenoglio si impegna nella costruzione, dando al progetto caratteristiche architettoniche di alto pregio, con una chiara apertura al Liberty, e con prospetti caratterizzati da decorazioni floreali in litocemento e in ferro battuto. Alla morte di Alfonso Scott, la villa passa alle Suore della Redenzione, che la utilizzano per ospitare un collegio femminile, noto con il nome di Villa Fatima. Fenoglio, che lavora al progetto di Villa Scott in collaborazione con il collega Gottardo Gussoni, risolve le difficoltà di realizzazione – dato che vi è un dislivello di ben 24 metri tra la villa e il cancello d’ingresso – con una scalinata e con l’inserimento di diversi corpi di fabbrica, accanto al complesso principale lievemente curvilineo della villa. Il volume della costruzione è arricchito da un apparato decorativo che trae vita anche dalla scala esterna. L’edificio viene completato nel 1902, anno in cui Fenoglio si dedica anche alla palazzina Fenoglio-La Fleur di corso Francia angolo via Principi d’Acaja. Nel contesto dell’ampio spazio verde in cui è ubicata Villa Scott, si stagliano netti i due corpi laterali a torretta, uno su quattro livelli, un altro sutre, ma con un bovindo quadrato, collegati da una veranda vetrata sormontata da una terrazza. La pianta di Villa Scott è amabilmente articolata in un gioco di logge, bovindi, vetrate; gli elementi litocementizi di finitura muraria, ripieni e turgidi con misura, quasi rinviano all’ultimo barocco, con radiosi richiami eclettici. La fantasmagoria floreale, la fitta lavorazione del terrazzino, gli ariosi loggia-ti laterali, la decorazione a stucchi e boiseries di color crema e oro, il tutto perfettamente in armoniacon l’arredo interno, un mobilio apertamente ispirato a un fioritoLuigi XVI, ne fanno una dimora elegante e raffinata, e piuttosto suggestiva, tanto che il regista Dario Argento vi ha ambientato uno dei più celebri gialli italiani, Profondo rosso, del 1975.
Villa Scott viene infatti scelta per essere la villa del bambino urlante e gioca un ruolo essenziale per lo svolgimento della trama: è tra queste mura che si trova la soluzione del mistero. Tra gli appassionati, alcuni indentificano la sfarzosa e terribile residenza del film giallo-horror con l’altrettanto celebre Villa Capriglio, anch’essa situata in collina e nascosta tra la vegetazione, sede inquietante di vicende
orrorifiche, purtroppo più veritiere rispetto a quelle altrettanto spaventose ma irreali di Villa Scott.
Occorre ricordare che all’epoca delle riprese la villa era utilizzata come collegio femminile e abitata da suore e fanciulle che ovviamente non potevano rimanere lì mentre veniva girato il film. La produzione dovette allora trovare un escamotage, poiché non si poteva abbandonare quella location così perfettamente suggestiva! Si decise dunque di offrire un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze del collegio, le quali non opposero alcuna obiezione e con la loro vacanza inaspettata contribuirono alla realizzazione di una delle pellicole horror più conosciute. Dopo un breve periodo di abbandono, la villa è stata restaurata e adibita a residenza privata.
Sono terminati nelle sedi, infatti, i lavori di ristrutturazione e ammodernamento finalizzati ad accogliere, anche tutti i principali servizi della Pubblica Amministrazione grazie al progetto “Polis – Casa dei Servizi Digitali”, l’iniziativa ideata da Poste Italiane per promuovere la coesione economica, sociale e territoriale nei 7 mila comuni con meno di 15mila abitanti contribuendo al loro rilancio.
Tra gli interventi effettuati il rinnovo della pavimentazione, lavori di tinteggiatura, nuovi arredi e postazioni ergonomiche. Oltre ai servizi postali, finanziari, di assicurazione ed energia presso gli uffici postali sono disponibili anche i servizi INPS (il cedolino della pensione, la certificazione unica e il modello “OBIS M” che riassume i dati informativi relativi all’assegno pensionistico).
Gli uffici postali di Roure e Exilles sono a disposizione dei cittadini con il consueto orario: Roure il martedì dalle ore 8.20 alle ore 13.45 e il sabato sino alle 12.45 ed Exilles martedì, mercoledì e venerdì dalle 8.20 alle 13.45.
Poste Italiane conferma, ancora una volta, non solo la missione al servizio del sistema Paese ma anche il valore della capillarità, elemento fondante del proprio fare impresa, in netta controtendenza con il progressivo abbandono dei territori.
Dopo l’autorizzazione della Commissione Europea a fine ottobre 2022 i lavori di ristrutturazione sono stati avviati in oltre 4.870 uffici postali in tutta Italia ed entro la fine del 2026 saranno complessivamente 7000 i nuovi uffici Polis.
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
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Aveva 83 anni ed era stato un brillante giornalista in Rai, figlio di quel Riccardo Morbelli che creò con Angelo Nizza la trasmissione radiofonica di grande successo “I quattro moschettieri”.Era un liberale autentico, colto e fermo nelle sue idee, ma capace di porsi sempre in discussione come è nello stile dei liberali. Agli inizi del nostro rapporto mi considerava uno dei soliti “liberali litigiosi” , poi si accorse, nei nostri ulteriori incontri, che tra di noi poteva nascere solo una utile collaborazione e una buona amicizia, come poi è stato. Morbelli, esponente di rango del partito liberale a Roma, era stato l’animatore della Fondazione Einaudi della capitale, creata da Malagodi e Badini Confalonieri e fu anche candidato sindaco di Roma. Al di là della crisi del Pli e della dolorosa dismissione della storica sede di via Frattina dove Enrico era di casa, fu capace di guardare lontano, creando le scuole di liberalismo in tutta Italia dove chi scrive è stato docente. Morbelli ha creato a livello intellettuale una nuova classe dirigente liberale di cui Nicola Porro resta l’allievo diventato maestro. Lo scorso anno fu il promotore delle celebrazioni nazionali di Luigi Einaudi per cui si spese senza risparmio di sé, girando in tutta Italia. Ma Morbelli era anche un bon vivant, amante della cucina e della convivialità. Lui mi invitava a Roma e io lo invitavo a Torino, sempre negli stessi locali storici.

Avevamo nei mesi scorsi prenotato in autunno una fonduta con tartufi. Nostro amabile e raffinato commensale era spesso il giornalista Michele Canonica, pronipote del grande scultore e attuale Presidente della “Dante Alighieri“ di Roma. La Famija piemonteisa si è ripresa sotto la sua illuminata e capace presidenza, dopo la crisi non affrontata da Zanone presidente che cedette la storica sede della Famija fondata nel 1944 dal ministro liberale Marcello Soleri. E’ stato Morbelli a chiarire che presunte presidenze oltre a Soleri non corrispondevano al vero . L’aver avuto come Segretario generale un uomo capace ed autorevole come l’avv. Francesco Ugolini è stato un aiuto molto importante che Morbelli più volte ha riconosciuto. E la Famija andrà avanti anche perché Ugolini è uno straordinario organizzatore che ha già pianificato le future attività.
Il 23 ottobre sarò sicuramente a Roma per ricordare alla Famija Marcello Soleri a 80 anni dalla sua morte. Ci sarà con me la pronipote Olimpia Soleri e mi peserà molto l’assenza di Enrico che volle tenacemente programmare quell’incontro . Pur essendo un piemontese quasi sempre vissuto a Roma (d’estate tornava nella casa avita in provincia di Alessandria come i Carandini tornavano a Collereto), aveva salde le sue radici nel Piemonte liberale e risorgimental . Quando Piero Ostellino venne al “Cambio“ per ricevere il premio “Pannunzio”, fu felice di avere Morbelli al suo fianco.
Per la scuola di liberalismo gli indicai come direttore il compianto Massimo Edoardo Fiammotto che gli fu utile e fedele collaboratore in quello spirito di lealtà che è proprio dei liberali piemontesi che si sentono eredi di Cavour e di Sella e vedono la piccola politica come cosa estranea. Morbelli fu anche al mio fianco nel centenario della nascita di Pannunzio nel 2010, quando alcuni pensarono di creare all’ultima ora una associazioncina per scalzare dal Comitato Nazionale il Centro “Pannunzio”, nato nel 1968. Morbelli fu fermissimo nel condannare un’operazione di potere indecente. Da quell’anno nacque tra noi anche una forte amicizia personale che mi impedisce di trattenere le lacrime alla notizia della sua morte improvvisa.