Il basket visto a distanza.
Sono tra i primi ad avere scritto quanto tra poco ripeterò: la Reale Mutua Basket Torino è la squadra più forte del campionato di A2, e ieri lo ha ampiamente dimostrato. La partita non ha mai avuto altro senso che non quello di Torino dedita “al massacro” della malcapitata squadra di Trapani. Fin dall’inizio la supremazia è stata indiscussa e sembrava che Torino giocasse in “souplesse” e, senza forzare, si è partiti con un 12 – 0 che è poi solo stato piano piano dilatato salvo un breve periodo con un margine di meno di 10 punti di vantaggio.
Paradossalmente, solo Basket Torino può essere l’avversario da battere di Basket Torino. Nella mente dei giocatori, se vengono lasciati giocare sereni, appare solo un canestro molto facile da segnare. Il punteggio realizzato indica una ottima capacità realizzativa, ben distribuita tra i vari giocatori con in più una ripresa di qualità a buon livello di A2 da parte di Toscano e Campani.
I soliti Clark e Diop hanno contribuito al meglio per infliggere il divario iniziale che ha deciso la partita e il contributo di Pinkins, Cappelletti e Alibegovic ha chiuso il cerchio.
Con una vittoria come quella di ieri non è il caso di infierire su nessuno, anche se si potrebbe… , anche perché nel lungo “garbage Time” del terzo e quarto quarto non è possibile realmente giudicare ogni azione in positivo o in negativo, ma questo è un merito di Torino non un demerito degli avversari.
Il commento della partita è in sintesi quello del titolo. Torino del basket ha tutto per andare avanti per conquistare un posto nella serie A che conta. Ogni partita potrebbe andare in questo modo, e bisogna partire convinti di questo, rispettando ogni avversario ma cercando di asfaltarlo nel modo più rapido, per poi poter giocare con serenità il resto della partita.
Il pubblico al palazzetto non c’è e quindi i finali sono senza emozioni dirette e divertimento per persone e giocatori. Ma è bene sperare che il prossimo anno ci sia di nuovo il tifo e tutti i suoi componenti e lavorare per un incremento di qualità e spettacolo sarà doveroso. Torino gioca bene (per il campionato di A2), vince, convince ma lo spettacolo (nonostante i cronisti entusiasti di chi riesce anche solo a palleggiare … ) è molto lontano. I giocatori sono stati assemblati per vincere e così stanno facendo. Di che lamentarsi quindi?
Finirei con un’assurda metafora: se uno ha fame mangia anche la pasta in bianco, ma se arriva un piatto di lasagne il sorriso si allarga e il cuore si rallegra. In attesa delle lasagne, questa pasta è buona.
Paolo Michieletto

Rubrica settimanale a cura di Lura Goria
In 174 pagine la Allende concentra le tappe fondamentali della sua notevole esistenza: le sue rivendicazioni femministe fin dai tempi dell’asilo, i suoi amori e la convivenza con il terzo marito. Mentre le donne più importanti sono state la madre e la figlia Paula, morta a 29 anni per una malattia rara (tragedia che ha raccontato nel libro “Paula” del 1994).
Lui è Arnold Condorex, spregiudicato uomo politico, schiavo di un matrimonio di convenienza e irresistibilmente attratto da Harriet.
Questo è il secondo romanzo della scrittrice messinese in cui protagonista non è più l’anatomopatologa Alice Allevi (che tanto abbiamo amato anche nella fiction tv interpretata da Alessandra Mastronardi), bensì una nuova accattivante eroina che abbiamo conosciuto nel precedente romanzo “Questione di Costanza”.
Oggi a cinque anni di distanza mi sento più libero e soprattutto dopo aver letto le agiografie pubblicate in questi giorni mi sento in dovere di bilanciare il discorso con una critica più severa. Eco è stato sicuramente un grande personaggio e uno scrittore di successo , anche se la sua opera è quasi scomparsa dalle librerie, se escludiamo quello che viene considerato il capolavoro : Il nome della rosa. Quel romanzo ebbe un grande successo perché un film lo “volgarizzo’“ presso un pubblico ampio forse non in grado di capire almeno una parte del libro.
Il vento della contestazione era entrato a pieno titolo nelle stanze della chiesa e degli oratori. Soprattutto giovani che , oltre che pregare intervenivano nel sociale. Erano anni in cui Giorgio Gaber cantava : libertà è stare sopra un albero , la libertà è partecipazione. In questa suddivisione, qualcuno ne fece le spese, diciamo così, di identità. Come via Bra o via Cuneo, immortalata da Gipo Farassino. Lui che da quelle parti di Barriera ci è nato. Anche mia madre è nata in via Cuneo. Case di ringhiera. Era una sartina . Classe ’29 e finita la quinta elementare a lavorare. Gruppo Tessile Biellese poi diventato Marus e poi diventato Facis. Il padre era morto nei primi tre mesi in guerra, pleurite fulminante. La nonna abitava ancora da quelle parti. Maria Borletti (mia madre), per lei non aver potuto studiare fu un dramma. Con le 150 ore, studio e lavoro prese la licenza media. Leggeva, leggeva tanto. Magari in modo caotico, ma leggeva. Era orgogliosa d’ aver fatto la scuola di partito a Fagetto Lairo. Una villa del Partito, sul lago di Como, adibita a scuola. Mensa, sala riunioni e piccole stanze dove si studiava. I dirigenti nazionali insegnavano. C’era anche una piccola stamperia per le dispense. Poi esame con relativi voti. Suo zio Pietro Moschelli , scappato dall’ Italia e dal fascismo, fu rifugiato politico a Mosca. Maresciallo dell’Armata Rossa e direttore di fabbrica. Si portò dietro la famiglia. Moglie e due figli. L’ uomo si laureò in ingegneria e la donna in medicina. In Italia non poterono esercitare perché la laurea presa in Urss non era riconosciuta. Soprattutto con la cugina mi facevano raccontare la sua esperienza scolastica. Mamma mia quanto studiavano. La cosa, però, che la terrorizzava maggiormente erano gli esami per potersi iscrivere alla Gioventù Comunista Russa. In particolare le modalità d’ accesso. L’ estrema selezione. Ora, può sembrare, al limite dell’assurdo. Allora no. Era pura e semplice promozione sociale. Partivano dalle case di ringhiera, con i servizi in comune e poi si laureavano. Confesso, anche per il sottoscritto mi sembrava decisamente esagerato. Ora , vicerversa , l’ ignoranza imperante è, decisamente eccessiva. La nonna materna arrivava da Linguaglossa in Provincia di Catania. Ai piedi dell’Etna. Metà strada tra Catania e Bronte, famosa per i pistacchi e il massacro del garibaldino Nino Bixio. A 20 anni sono andato alla ricerca di antenati. Al cimitero, tra vecchie lapidi. Terra nera e porosa del vulcano. Classiche case basse fatte, ancora di tufo Anche lì c’era qualcosa delle case di ringhiera di Barriera. Una Barriera che non si sarebbe sviluppata così se non ci fossero stati gli emigranti dal Sud. Molti arrivavano, come prima tappa a Porta Palazzo. Si sa, prima il capofamiglia. Dopo le famiglie. Sicuramente grandi lacerazioni, sradicamenti, ma anche grandi speranze. Forti identità paesane. Lucani con lucani, calabresi con calabresi, siciliani con siciliani. I pugliesi ” invasero ” piazza Foroni. Cambiò persino la toponomastica. Divenne piazza Cerignola. Ancora oggi si possono comprare i più buoni taralli di Torino. Il più delle volte le comunità si facevano associazioni. Riferimento culturale e politico. Queste associazioni sono entrate a pieno titolo nelle dinamiche, sociali e politiche della città. Un esempio per tutti e l’associazione lucana Carlo Levi, fondata ed attualmente diretta dalla Famiglia Cerabona. Prospero Cerabona , consigliere comunale Pci negli anni 80 sbattè la porta in polemica con Diego Novelli. Lucano , emigrato dalla Lucania. Orgoglioso delle sue origini contadine. Dalle parti di via Ternengo c’ è una delle più belle biblioteche.