Ieri mattina, durante le operazioni di assegnazione dei posteggi di vendita sull’area mercatale Casale-Borromini, gli agenti del Comando Territoriale VII – Aurora, Vanchiglia, Madonna del Pilone – della Polizia Municipale sono stati aggrediti verbalmente e in modo oltraggioso da un venditore ambulante al quale avevano richiesto l’esibizione del green pass.
L’operatore mercatale si è immediatamente alterato e si è rifiutato di esibire la certificazione verde e qualsiasi altro documento atto ad identificare la persona, rivolgendosi agli agenti con toni minacciosi.
Per evitare che la situazione degenerasse e per consentire il proseguimento delle attività commerciali in sicurezza, i due agenti hanno deciso di non insistere nella richiesta dei documenti e, allontanatisi dal banco dell’ambulante, hanno effettuato alcuni accertamenti sulla persona.
Trascorso qualche minuto e ritornata la calma, i ‘civich’, supportati dal personale del Reparto Operativo Speciale, sono tornati dall’uomo e lo hanno informato che lo avrebbero denunciato all’Autorità Giudiziaria per i reati di minacce (art. 336 C.P.), oltraggio (art. 341 C.P.) e rifiuto di generalità (art 651 C.P.).
Inoltre, allo stesso indagato, un uomo di nazionalità italiana di 61 anni, sono state comminate due contravvenzioni, per aver turbato il regolare svolgimento del mercato e per non essere provvisto del necessario green pass. Il totale delle sanzioni ammonta a 560 euro.
Cinque enormi pannelli (18,50 x 3,20 m.), in cui c’è tutto il “dolore antico” e il “coraggio di esistere” del “suo” Sud. Il “Telero Lucania ‘61”, è stato giustamente scritto, è il suo epico “Cristo si è fermato a Eboli” (1945) trasferito su tela, un intenso appassionato viaggio all’interno della “Questione Meridionale”. Scrittore, pittore, intellettuale torinese, di certo fra i più autorevoli meridionalisti del Novecento, Carlo Levi (Torino 1902 – Roma, 1975), dipinse il “Telero”– dedicato alla memoria di Rocco Scotellaro, il sindaco poeta di Tricarico cui Levi si legò di fraterna amicizia durante l’esilio lucano impostogli dal regime fascista – su invito di Mario Soldati per rappresentare la Basilicata alla grande mostra organizzata a Torino per il primo Centenario dell’Unità d’Italia. L’opera è oggi esposta nel “Museo Nazionale d’Arte Medievale e Moderna della Basilicata” sito a Matera in Palazzo Lafranchi”, mentre una mirabile riproduzione fotografica in formato reale possiamo ammirarla a Torino nelle sale espositive della “Fondazione Giorgio Amendola” di via Tollegno. Fondazione che, fino al prossimo 28 febbraio e in concerto con l’“Associazione Lucana Carlo Levi”, ospita anche – in occasione dei 120 anni dalla nascita di Levi e dei 60 dall’esecuzione del “Telero” – una mostra dedicata a “I volti del ‘900 nei ritratti di Carlo Levi”. Un percorso per immagini (sono una quarantina i dipinti esposti) che raccontano un mondo legato a Levi da forti vincoli ideologici e di comune pensiero ed empatia umana, realizzato con tratti pittorici di assoluta essenzialità, accompagnata a un’intensa e tattile vigorosità espressiva. Un modo per celebrare – dicono alla Fondazione – l’“anno leviano” . Che vede anche la pubblicazione di un ampio e documentato catalogo a cura di Pino Mantovani e Cesare Pianciola con un testo poco noto di Norberto Bobbio – e con scritti di Filippo Benfante, Stefano Levi Della Torre e Luca Motto – e un ciclo di incontri organizzati in collaborazione con il “Centro Studi Piero Gobetti” in agenda fino a tutto il prossimo febbraio. Il primo degli appuntamenti, realizzato per la presentazione del catalogo e coordinato dalla professoressa Giorgina Bertolino, si è tenuto lo scorso 9 dicembre; il prossimo, incentrato proprio su “Il Telero e la situazione italiana intorno al 1961”, è in programma per giovedì 13 gennaio, ore 17,30, con l’intervento dello storico Marco Revelli e del critico d’arte Pino Mantovani. “Il professor Revelli – sottolinea Domenico Cerabona, direttore della Fondazione – si soffermerà sulla situazione sociale italiana degli anni Sessanta, in cui si inseriscono le celebrazioni per il Centenario dell’Unità d’Italia, mentre Pino Mantovani approfondirà il significato storico-artistico del ‘Telero’ di Levi, di questo straordinario ‘torinese del Sud’, ‘intellettuale contadino’, pittore, scrittore e politico attraverso le cui opere, ancor oggi, è possibile dialogare sul difficile rapporto Nord-Sud e sul complesso fenomeno dell’emigrazione”.
Per accedere all’evento, sarà necessario essere in possesso del “green pass”, fino ad esaurimento posti. L’incontro sarà trasmesso anche sulla pagina facebook della Fondazione. Altri due appuntamenti sono in programma per il 24 febbraio (ore 17,30) e fra febbraio e marzo con data ancora da definire. Il primo verterà sulla “formazione politica” di Carlo Levi nella Torino di Gobetti e Gramsci (con Cesare Pianciola e Giovanni De Luna), il secondo prevede, invece, un dibattito sul film del 2019 “Lucus a lucendo. A proposito di Carlo Levi”, di Enrico Masi e Alessandra Lancelotti.
“In questo numero abbiamo scelto di guardare alla realtà della provincia intesa come fonte di fermento, stimoli, contraddizioni e ricchezze”, descrive Franco Esposito, poeta e direttore della rivista. “Gli intellettuali di cui si raccontano le testimonianze sono tre, con percorsi differenti, ma accomunabili: l’accademico e critico letterario Gianfranco Contini, nato a Domodossola nel 1912 e legato alla provincia fino al momento della sua morte, avvenuta nel 1990; il poeta Giovanni Ramella Bagneri, nato a San Paolo Cervo, provincia di Biella, nel 1929 e morto nel 2008 nella vigezzina Druogno, autore di numerosi e variopinti poemi che furono quadri e rappresentazioni, ancora intatte, di paesaggi e allusioni; il narratore Benito Mazzi, nato a Re nel 1938, vincitore e finalista di importanti premi letterari (Selezione Premio Strega, Biella Letteratura, Coni, Bancarella Sport, Cesare Pavese, Mazzotti e Itas per la montagna), tuttora giornalista e scrittore poliedrico di saggi, romanzi e racconti”. A saldare il legame tra Contini, filologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, il troppo poco valorizzato poeta contemporaneo Ramella Bagneri e il narratore Benito Mazzi, giornalista e studioso delle tradizioni alpine, sono le radici con i luoghi dove hanno vissuto o vivono: terre di frontiera incastonate tra le montagne, dispensatrici di rapporti e legami con tradizioni antiche senza rinunciare a vivere il confine come punto d’incontro e di contaminazione culturale. Le 146 pagine edite dalla novarese Interlinea ospitano gli interventi di numerosi scrittori, poeti, critici. Eccoli, in rigoroso ordine alfabetico: Annamaria Azzarone, Giorgio Bàrberi Squarotti, Roberto Cicala, Nicola D’Amico, Franco Esposito, Raffaele Fattalini, Bruno Gambarotta, Mario Miccinesi, Gianni Mussini, Walter Nesti, Ercole Pelizzone, Giuseppe Possa, Andrea Raimondi, Tiziano Salari, Marco Travaglini, Marcello Venturi, Maria Villano. Il primo numero di Microprovincia nacque, nella sua semplice veste grafica di quattro fogli, nel settembre-ottobre 1979, con sede in via Al Castello 3 a Stresa, la perla del lago Maggiore. Questa la data del suo numero 1 e questa la sua carta d’identità: “Bimestrale – Rivista di Informazione Culturale – Fondata e diretta da Franco Esposito”. Il formato era di cm 17×25, un fascicolo di quattro pagine, otto facciate, costava 500 lire e l’abbonamento annuale 5000, era stampato da La Tipografica di Stresa. Nel gennaio 1980 diventava trimestrale per la difficoltà di conciliare stampa, spedizione e recapito agli abbonati. Nel 1980, sempre con uscita trimestrale, con il numero di ottobre-dicembre, il formato aumentava a cm 24×34 fino al 1984. Nel 1985, dopo sei anni di formato a fogli tabloid, si trasformava in rivista, precisamente con il numero 23, con lo slogan: “La Provincia culturale non ha confini”. Il gruppo di Microprovincia, fin dai suoi primi numeri, è costituito dagli amici di Esposito, che danno un contributo in diversa misura caratterizzante il programma della rivista. Dal 1985, quando si trasforma nell’attuale formato libro con uscita annuale, inizia anche la sua ascesa, che affianca la maturazione del suo direttore, che al momento della fondazione aveva appena trentatré anni e stava entrando nel pieno della sua stagione poetica; infatti del 1981 è il suo primo libro, Un sogno di carta. Nei trent’anni che vanno da quel libro a oggi è cambiata l’Italia e Microprovincia è diventata una delle più longeve riviste letterarie, lontana dalle accademie, mai attenta alle mode ma sempre alle voci vere che testimoniano l’impegno della cultura.