ilTorinese

Vinitaly e Langhe, AVS: “Si dimentica lo sfruttamento”

“Ivan e i Cani”, un bagliore tra gli interstizi del tempo e della memoria

Lunedì 13 aprile, presso il Cubo Teatro OFF TOPIC di via Pallavicino 35, è andato in scena il primo dei due appuntamenti torinesi dello spettacolo “Ivan e i Cani”, inserito nella stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro.

Sul palco Federica Rosellini, artista che soltanto con la sua presenza riesce a emanare quella rarissima aura capace di coinvolgere, all’interno della sua bolla, anche chi lo spettacolo lo osserva in quanto presenza “altra” rispetto alla rappresentazione, finendo per sentirsi parte di un evento che accade inevitabilmente, dal quale sembra impossibile qualsiasi tentativo di fuga.

Proprio l’impossibilità di fuggire caratterizza uno dei temi principali nella poetica di Federica Rosellini: quello della memoria. Già fondamentale nella precedente tournée di “iGIRL”, in una dimensione totalizzante in cui il gesto teatrale prende forma attraverso la voce e l’immagine, in “Ivan e i Cani” la memoria assume il significato stesso del suono. Un suono che nasce anche dall’importante ricerca di strumentazione e sonorità appartenenti alla Russia degli anni Novanta, contesto storico in cui è inserita la vicenda, e che Federica Rosellini compone in scena utilizzando una batteria elettronica, un synth, la tastiera MIDI e il kazoo elettrico. Musica che è misura di ogni cosa, che scandisce il tempo al di là del cuore che pulsa, che è ricordo, fragilità, desiderio, necessità, una preghiera che metamorfizza in un amore che tenta con dolcezza di lenire la ferita. Una memoria che commuove e consola anche per il valore affettivo che rappresenta per l’artista, proveniente da una famiglia di musicisti. Un legame che porta sul palco attraverso la voce registrata in russo di sua madre, Laura Pasut Rosellini.

Ivan e i Cani” è un riadattamento dell’omonimo libro della drammaturga Hattie Naylor, tradotto in italiano da Monica Capuani, che racconta a ritroso (il personaggio è ormai adolescente) la storia vera di Ivan, un bambino di quattro anni cresciuto da una muta di cani randagi dopo essere scappato di casa per sfuggire a un patrigno violento che brutalizzava sia lui che la madre. A far da sfondo a questa narrazione tra fiaba e realtà, in cui il distacco prematuro dalla figura materna diventa la forza catalizzatrice di ogni evento della storia, vi è la Russia di Boris Eltsin, eletto nel 1991 e artefice dello smantellamento dell’URSS, con il conseguente indebolimento internazionale del Paese e una situazione di povertà e crisi sociale estrema.

Federica Rosellini interpreta magistralmente il senso di vuoto che opprime Ivan, la necessità vitale di riempirlo attraverso un sentimento forte quanto quello perduto, un desiderio trasformativo che rende il nuovo, particolarissimo legame “madre-figlio” con Belka, la cagna bianca leader della muta, non in un surrogato ma nel dono stesso della vita, nel significato di un’esistenza che teneva in serbo per loro un incontro taumaturgico. In scena domina il colore bianco, una sorta di isola innevata che concettualmente richiama la strada dissestata presentata in “iGIRL”. Il bianco rappresenta un colore simbolo nel mito perché è associato ai fantasmi, alla spettralità del passato, la paura ancestrale dell’ignoto. Chi ama Moby Dick, il libro sacro di Herman Melville, l’unico libro sacro scritto in Occidente dopo La Divina Commedia, non potrà fare a meno di notare quanto nell’interpretazione di Federica Rosellini vi sia anche un po’ di Ismaele, il poeta che narra le gesta di Achab e che identifica nella bianchezza di Moby Dick la somma di tutti i colori e, allo stesso tempo, la loro assenza, suggerendo un pericolo di vuoto universale che deve essere colmato dalla purezza e dalle esigenze del cuore. La memoria, in “Ivan e i Cani”, non rappresenta solo una delle tante facce della persecuzione cui l’essere umano è chiamato a rendere conto di fronte a ciò che è stato, ma anche lo strumento di indagine che innesca la consapevolezza profonda che ogni dinamica, biologica o universale che sia, necessita di legami per perpetuarsi, bagliore inaspettato tra gli interstizi del tempo e della solitudine in cui Ivan suona la sua musica, piccolo fiore di campo, selvaggio, senza urgenza di morire.

 

Ivan e i Cani” – testo di Hattie Naylor – traduzione di Monica Capuani – voce registrata in russo di Laura Pasut Rosellini – light design di Simona Gallo – scenografia di Paola Villani – costumi di Simona D’Amico – aiuto regia di Elvira Berarducci – regia, sound design e interpretazione di Federica Rosellini

Spettacolo consigliatissimo e in scena a Torino fino a martedì 14 aprile presso il Cubo Teatro.

 

Gian Giacomo Della Porta

 

Approvata in Consiglio comunale la mozione sugli “umarell”

Il Consiglio comunale invita la giunta a promuovere un progetto che preveda il coinvolgimento degli ‘umarell’ – in forma organizzata e riconosciuta, -per monitorare l’andamento dei cantieri in città.

La mozione – sottoscritta da Simone Fissolo (Moderati) – ricorda l’elevato numero di cantieri in città come la complessità di verificarne l’andamento; altre amministrazioni hanno sviluppato progetti coinvolgenti pensionati con competenze tecniche nel monitoraggio civico di cantieri pubblici e di aree urbane per migliorare la sorveglianza e la qualità dei servizi offerti. La mozione invita a verificare entro sei mesi dall’avvio del progetto l’utilità e l’efficacia dell’iniziativa.

“Il Consiglio comunale di Torino ha approvato la mozione sugli Osservatori del territorio. Questi rappresentano una tradizione dei Moderati di partecipazione civica a Torino dal 2010. Proprio nel capoluogo piemontese la partecipazione civica è una pratica consolidata, costruita nel tempo grazie a esperienze concrete e diffuse – ha dichiarato Simone Fissolo, Capogruppo dei Moderati in Consiglio comunale – Già dal 2010 il movimento dei Moderati promuove la figura degli Osservatori del territorio, cittadini attivi che, con attenzione e senso civico, segnalano criticità, contribuiscono alla cura degli spazi pubblici e mantengono un dialogo con le istituzioni. La mozione approvata ieri dal Consiglio comunale si inserisce in questo percorso e ne rappresenta un’evoluzione: valorizzare in forma organizzata il contributo dei cittadini, anche nel monitoraggio dei cantieri, in una fase in cui la Città è interessata da numerosi interventi infrastrutturali di manutenzione. Torino può contare su un patrimonio importante di volontariato civico: dai Senior Civici ai progetti di Torino Spazio Pubblico, fino alle esperienze di cittadinanza attiva promosse con GxT, iniziative diverse tra loro ma accomunate da un’idea semplice, cioè che la qualità della città cresce quando le persone sono coinvolte. In questo quadro, il rafforzamento degli strumenti di partecipazione non sostituisce le responsabilità dell’amministrazione, ma le affianca, rendendo più efficace il rapporto tra istituzioni e comunità, e più tempestiva la capacità di intercettare bisogni e criticità. È così che si costruisce una città più attenta, più condivisa, più capace di prendersi cura di sé”.

Mara Martellotta

Dalla pancia dell’urban al virtuosismo: l’Hiroshima alza il volume

A Torino c’è un luogo dove la musica non si limita a suonare: prende corpo, suda, vibra. È Hiroshima Mon Amour, tempio laico delle notti elettriche, crocevia di generazioni e suoni che non chiedono permesso. Questa settimana, il palco di via Bossoli si trasforma in una mappa sonora che attraversa urban, virtuosismo e rap underground, con tre serate che promettono di lasciare il segno.

Mercoledì 15 aprile – Ketama126: il battito viscerale della città

Ketama126 arriva all’Hiroshima con il suo “33 Tour Club 2026” in versione full band, e già questo basta a cambiare la temperatura della stanza. Non è solo un concerto, ma un’immersione in un universo sonoro fatto di bassi profondi e parole che sembrano scritte con il nervo scoperto. “33”, l’ultimo album, è un omaggio alla sua Roma, ma sul palco torinese diventa qualcosa di più: una dichiarazione d’identità, tra trap e grunge, tra malinconia e rabbia urbana. Ketama non interpreta, espone.

Giovedì 16 aprile – Matteo Mancuso: la chitarra che sfida la gravità

C’è chi suona la chitarra e chi la reinventa. Matteo Mancuso appartiene decisamente alla seconda specie. Con il tour “Route 96”, porta a Torino un live che è insieme tecnica purissima e visione. Reduce da un viaggio internazionale che lo ha consacrato tra i grandi della scena contemporanea, Mancuso trasforma ogni esecuzione in un racconto, dove la chitarra diventa lingua madre e laboratorio futuristico. Il nuovo album, pubblicato anche in formato fisico, è un gesto controcorrente: un invito a toccare la musica, non solo ad ascoltarla. All’Hiroshima, il suo habitat naturale, questa esperienza diventa totale: dita che corrono, silenzi che pesano, applausi che esplodono.



Venerdì 17 aprile – Kaos & DJ Craim + Egreen: l’underground che respira

Quando il rap torna alle origini, succedono cose interessanti. Kaos, affiancato da DJ Craim e con la presenza di Egreen, riporta sul palco quell’energia ruvida che non teme il tempo. “Scheletri”, nato dal ritrovamento di vecchie tracce su un hard disk dimenticato, è più di un album: è un’operazione archeologica dell’anima hip hop. Suoni grezzi, barre affilate, autenticità senza filtri. All’Hiroshima, questo non è revival. È presente puro, che pulsa e resiste.

 L’Hiroshima Mon Amour si conferma ancora una volta molto più di un club: è un organismo vivo che cambia pelle ogni sera, restando fedele alla sua natura più profonda: la musica non fa da sottofondo, qui la musica accade.

 Bartoli (Lista Cirio): “Approvato OdG per agenti feriti durante il corteo per Askatasuna”

“L’assenza di parte delle opposizioni è un segnale che pesa”

Il Consiglio regionale ha approvato l’Ordine del Giorno, presentato dal Consigliere Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente PML), Presidente della V Commissione Consiliare Ambiente, per l’attribuzione di un riconoscimento da parte della Regione Piemonte ai due agenti di polizia feriti durante gli scontri del 31 gennaio scorso, a seguito del corteo contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna.

«Il riconoscimento agli agenti Alessandro Calista e Lorenzo Virgulti è doveroso, in rappresentanza dei 108 tra agenti di Polizia e militari feriti durante gli scontri – commenta Sergio Bartoli –: le Forze dell’Ordine sono costituite da uomini e donne che ogni giorno mettono a rischio la propria incolumità per i cittadini. Il minimo che le istituzioni possano fare è riconoscerne il valore e la dedizione in modo tangibile, segnalando al contempo che non c’è spazio per la violenza nel dibattito pubblico. È una scelta che hanno già compiuto altre istituzioni in tutta Italia, a partire dal Comune di Torino, dove il Sindaco Stefano Lo Russo ha annunciato la concessione della benemerenza, fino al Consiglio regionale dell’Abruzzo».

«Spiace – conclude Bartoli – che AVS e Movimento 5 Stelle abbiano scelto di non partecipare al voto. Una posizione che, nei fatti, equivale a non esprimere vicinanza alle Forze dell’Ordine. In momenti come questi, l’assenza non è neutralità: è un segnale politico chiaro. Quando si tratta di difendere chi ogni giorno garantisce la sicurezza dei cittadini, servirebbe unità e responsabilità, non ambiguità».

Da “Nutella®” il “Buongiorno” targato Torino

Torino è tra le protagoniste della nuova edizione di “Nutella® Buongiorno”, la limited edition 2026 realizzata da Nutella® in collaborazione con ENIT S.p.A., dedicata a 10 città d’arte italiane. Un progetto che si inserisce in un percorso pluriennale giunto alla sua quarta edizione e costruito progressivamente attorno alla valorizzazione del territorio italiano.

 

Partner istituzionale dell’operazione è ENIT, che ha contribuito in modo determinante allo sviluppo dello storytelling e alla definizione delle città protagoniste, individuandole secondo criteri chiari e oggettivi: la selezione delle principali città d’arte per presenze turistiche complessive al 1° gennaio 2024, con un bacino superiore ai 100.000 abitanti, una rappresentazione delle tre macro-aree del Paese da Nord a Sud e l’identificazione di elementi iconici capaci di garantire l’immediata riconoscibilità di ciascuna destinazione, prevedendo almeno un monumento o simbolo distintivo per città.

 

Torino, insieme a Milano, Venezia, Bologna, Firenze, Perugia, Roma, Bari, Napoli e Palermo, è quindi protagonista di una serie di vasetti illustrati sviluppati con il contributo creativo dell’illustratore Antonio Colomboni, che segna un’evoluzione rispetto alle precedenti edizioni, introducendo un linguaggio visivo basato sull’illustrazione.

 

Nel caso del capoluogo piemontese, “Nutella® Buongiorno” restituisce un racconto che intreccia storia, identità e cultura, trasformando la colazione in un momento di connessione con la città. Il vasetto dedicato a Torino interpreta alcuni dei suoi elementi più riconoscibili – dalla Mole Antonelliana al profilo delle Alpi, fino al Po e ai Toret – evocando un equilibrio unico tra paesaggio urbano, memoria e tradizione. Sul retro del vasetto è inoltre presente una tipicità gastronomica locale, i baci di dama, che aggiungono un ulteriore livello di racconto legato al gusto e alla tradizione torinese, completando l’omaggio alla città.

 

Bekhbaatar Enkhtur in dialogo con le opere della sezione himalayana del MAO

Una nuova opera site specific entra a far parte delle collezioni del museo

Da martedì 14 aprile 2026

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico, 11 – Torino

Bekhbaatar Enkhtur, Untitled, 2026 – ph Giorgio Perottino

A partire da martedì 14 aprile 2026, nella galleria dell’Asia centro-meridionale e Regione Himalayana del MAO, sarà visibile un’opera site specific dell’artista mongolo Bekhbaatar Enkhtur (Ulaanbaatar, Mongolia, 1994), concepita per essere posta in dialogo con le opere della collezione permanente.

Ispirata alle raffigurazioni dei leoni guardiani, figure simboliche di protezione tradizionalmente collocate all’ingresso dei templi e codificate durante le dinastie Ming e Qing – diffuse nell’Asia interna inclusa la Mongolia sotto il dominio Quing – la scultura di Bekhbaatar Enkhtur propone una reinterpretazione contemporanea dell’idea di offerta religiosa.

In Untitled (2026), realizzata in cera d’api modellata a mano, l’elemento organico – instabile e fragile – ha valore altamente simbolico: mettendo in discussione la natura della scultura come “rappresentazione della materia”, l’opera richiama concetti come l’impermanenza, l’imperfezione, la transitorietà e la perpetua mutazione della vita stessa in tutte le sue forme ed evoluzioni, profondamente radicati nella filosofia e religione buddhista.

Concepito appositamente per il MAO, l’intervento scultoreo prende avvio dal sistema iconografico tradizionale per rielaborarlo e offrirne una nuova interpretazione.

Se nella tradizione il leone maschio incarna la sovranità e il controllo del regno materiale, mentre la leonessa con il cucciolo rappresenta la continuità e la trasmissione della discendenza – in un sistema simbolico che si intreccia anche con la figura del Leone delle Nevi tibetano, emblema di forza intrepida e del cosiddetto “ruggito del leone”, metafora della proclamazione autorevole dell’insegnamento buddhista – nell’opera di Bekhbaatar Enkhtur il cucciolo viene isolato e privato del leone adulto. In questo modo la struttura di autorità e protezione rimane sospesalasciando emergere il segno fragile e vulnerabile della continuità.

L’opera entrerà a far parte delle collezioni del MAO.

La scultura è visibile acquistando il biglietto delle collezioni permanenti e della mostra Chiharu Shiota. The Soul Trembles.

Fragilità e malattia, Torino città compassionevole: un modello di salute pubblica

Costruire una comunità capace di prendersi cura delle fragilità, dalla malattia al lutto, coinvolgendo cittadini, istituzioni e reti sociali: è questo l’obiettivo del progetto Torino Compassionate City, che vedrà una prima tappa di avanzamento giovedì 16 aprile al Circolo dei lettori e delle lettrici in occasione dell’evento Costruire una Compassionate City. La roadmap del progetto a Torino.

Dal novembre 2025 Torino ha ottenuto il riconoscimento ufficiale di Compassionate City da parte del Public Health Palliative Care International (PHPCI), e ha dato l’avvio a un percorso innovativo per la città, che mira ad applicare un modello di salute pubblica basato sulla partecipazione attiva della comunità nella cura delle persone, in particolare nei momenti più delicati della vita come la malattia grave, il fine vita e il lutto.

Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, enti promotori insieme alla Città di Torino, in questa prima giornata di studio metteranno a confronto i maggiori esperti di cure palliative in Italia, rappresentati dalle Associazioni italiane e internazionali, gli amministratori pubblici delle città italiane che hanno già iniziato a costruire il progetto, enti locali e operatori sociali per definire insieme una roadmap condivisa che porti alla creazione di reti di solidarietà attive e preparate, in cui ciascuno è parte integrante di un tessuto di comunità che supporta, accoglie e valorizza ogni individuo.

IL PROGRAMMA

Dopo l’apertura dei lavori da parte di Luigi Stella, Direttore generale Fondazione FARO, Gianmarco Sala, Direttore generale Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, Carlo Picco, membro del Comitato di Gestione della Fondazione Compagnia di San Paolo e il saluto istituzionale del Sindaco di Torino Stefano Lo Russo, la giornata di studio si avvierà con l’intervento di Allan Kellehear, professore di End-of-Life Care alla Northumbria University di Newcastle, che – in collegamento – presenterà le esperienze internazionali di città compassionevoli nei contesti anglosassoni.

I Presidenti della Società Italiana Cure Palliative, Gianpaolo Fortini e Federazione Cure Palliative Tania Piccione, insieme al Responsabile Ricerca Fondazione FARO e vicepresidente dell’EACP Simone Veronese interverranno per illustrare come i paradigmi propri delle cure palliative possono ampliare il concetto di cura dalla dimensione sanitaria a quella sociale e culturale, riconoscendo il ruolo fondamentale delle relazioni e delle reti territoriali.

La giornata proseguirà con una ricca carrellata di testimonianze di progetti già attivi in Italia: come In-Vita a Reggio Emilia raccontata da Silvia Tanzi, il percorso di costruzione di una caring community a Lodi nelle parole di Danila Zuffetti, e quelle di Simone Piazza per Novara e di Carlo Gobitti per Pordenone.

Infine Marina Sozzi descriverà il processo partecipativo in atto a Torino evidenziando le tappe e le modalità di coinvolgimento degli stakeholder cittadini.

Si entrerà poi nel vivo del confronto e dello scambio di best practice con la tavola rotonda “Essere coinvolti nel progetto di una Caring Community” moderata da Monica Seminara, Ufficio Culturale Fondazione FARO, dedicata al ruolo degli attori locali nella costruzione di una comunità solidale.

Silvia Bertolotti, Coordinatrice del progetto In-Vita (Reggio Emilia), Giuseppe Culicchia, Direttore della Fondazione Circolo dei lettori, Guido Bolatto, Segretario generale della Camera di commercio di Torino, Iolanda Romano, Founder di Avventura Urbana, Simonetta Pozzoli, Assessora al Welfare, Politiche familiari, di conciliazione e coesione sociale del Comune di Lodi e Jacopo Rosatelli, Assessore al Welfare, Diritti e Pari Opportunità Comune di Torino avranno modo di esporre i vari passi operativi del percorso e gli obiettivi a cui si tende nel corso del piano di attuazione.

Le conclusioni affidate a Oscar Bertetto, vicepresidente Fondazione FARO, faranno il punto sulle prossime fasi di attuazione della roadmap che porteranno Torino a essere una città compassionevole, un modello nel quale la salute pubblica non è solo affare degli ospedali, ma responsabilità condivisa che coinvolge attivamente la comunità, creando un ciclo virtuoso di aiuto e attenzione.

La giornata è realizzata in collaborazione con Fondazione Compagnia di San Paolo, con il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e il sostegno della Fondazione Circolo dei lettori. Il programma dettagliato è disponibile sul sito.

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“Circle Mirror Transformation”, quando la “caritas” circola tra testo e personaggi

Per la stagione dello Stabile, sino al 19 aprile, il testo di Annie Baker

Vi prego di rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. Sono di estrema importanza – hanno lo stesso valore del dialogo… Senza i suoi silenzi, questa pièce è una satira, mentre con i suoi silenzi si spera che diventi una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo.” Così spinge a fare Annie Baker – drammaturga statunitense, bostoniana, sui quarantacinque, premio Pulitzer nel ’14 per la drammaturgia, deve circolare in casa sua una bell’aria frizzante che cavalca teatro e cinema se, avendo sposato Nico Baumbach, ha per cognati Noah Baumbach e Greta Gerwig – gli attori e il metteur en scène che vorranno proporre il suo testo (è datato 2009, debuttò a New York, s’aggiudicò l’Obie Award, il premio consegnato dal “The Village Voice” a premiare le più apprezzate produzioni Off-Broadway; ripresa nel West End, tra gli interpreti Imelda Staunton e Toby Jones). Sappiamo da qualche sera quanto Valerio Binasco (anche in veste di regista) e gli altri quattro magnifici attori, proponendo sul palcoscenico del Carignano “Circle Mirror Transformation”, nella traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina, coproduzione Teatro Stabile di Torino e Teatro di Roma in prima europea (repliche sino al 19 aprile), abbiano seguito quel consiglio caldo e indicatore, fascinosamente e con entusiasmante intelligenza. Da qualche sera abbiamo appreso quanto della nostra vita, della vita di chiunque, facciano parte intima i silenzi, gli sguardi accennati, le leggerezze e le immediate precipitazioni, il vedere la propria anima “scoperchiata”, i gesti trattenuti, le rivelazioni che ci aspetteremmo, l’importanza del non detto che la vince sicuramente su di una frase lunghissima: come la costruzione di un testo teatrale sulla scena, che riverbera quella della vita stessa, immessa tra le mura anonime di una anonima cittadina del Vermont – Shirley, immaginaria, il panorama abituale delle commedie (o delle tragedie, superate con i mezzi del teatro, di un corso di recitazione) della Baker, “del tutto insignificante” -, l’unione provvisoria di cinque persone per sei settimane, a intrecciare relazioni e a dividersi, a recitare numeri – ricordate Valentina Cortese nella “Nuit Americaine” di Truffaut? – e a dondolarsi nell’hula hoop, a subire i propri scatti d’ira, i loro diversi passati, il desiderio di “recitare”, ovvero il punto d’arrivo per ogni attrice o attore, ben oltre quegli esercizi (stupidi e indifferenti?) che impone sin dal primo giorno Marty, è sui sessantacinque, un po’ hippy, magari ormai vecchio stile, origini chiaramente teutoniche, ama il mare, il sud del paese, e spera di potercisi trasferire un giorno.

In quella sala (le scene sono di Guido Fiorato, i costumi di Alessio Rosati), un’entrata sul fondo con una saracinesca azionata all’occorrenza, s’accomodano l’uno dopo l’altro, Schultz, un quasi cinquantenne falegname da poco separato dalla moglie, Theresa, ex attrice estremamente esuberante che ha lasciato la Grande Mela quando s’è frantumata la relazione con il suo lui, Lauren, non ancora ventenne ma oltremodo fredda e scontrosa, in attesa della sua grande prova d’interprete e alla ricerca dell’amore di un padre, e James, il marito di Marty, che siede più lontano dagli altri, che raramente esce allo scoperto, che insegue il legame chissà quanto interrotto con la moglie. Li tiene insieme “l’imperfezione di una lingua”, dice Capuani a proposito del suo lavoro di traduttrice, rendendoci la vitalità del linguaggio della Baker, fatto “di esitazioni, pensieri interrotti, lapsus verbali, divagazioni lunari”: e, uno per tutti, è un piacere annotare come quei lapsus, di Marty in primo luogo, si mettano in agguato all’interno dei dialoghi. Li tengono insieme “gli esercizi” che Marty impone, una sequenza di numeri che nell’impreparazione portano con sé accavallamenti ed errori, uno due tre quattro quattro, riprendiamo da capo, il comando a correre nelle direzioni più diverse, su e giù destra e sinistra, scansarsi, veloci lenti, sino a rallentare per accorgersi di chi si ha vicino, a chi stringere la mano, chi imparare a conoscere.

Poi è tutto un raccontare, mentre si dà una nuova posizione agli specchi che (ti) rimandano le immagini, alle luci che illuminano e che lasciano più in ombra, a una pedana fatta a gradini che può raccogliere tutti senza distinzioni, circolare come quell’hula hoop che Theresa e James maneggiano. Nasce la storia dell’ebreo incrociato in metro, esce fuori dalle giornate di Theresa come può uscir fuori, con impercettibili cambiamenti, da quelle di Lauren. Riprende forma la camera di Schultz ragazzo, il letto il mobile il serpente imbalsamato dono della madre prima di morire, ognuno a impersonarne un pezzo e un angolo, Marty a “interpretare” spire e lingua del rettile. Poi l’uno interpreta l’altro, la finzione certo ma poi la realtà di ognuno, uno scambio e un girotondo, oppure s’inventano giochi diversi, non è più dare la mano ma, in un percorso dove contiamo prologo e tappe che sono i giorni e le settimane e gli intervalli, vedersi psicanaliticamente trasferito nella mente dell’altro; oppure s’allargano i panorami e Lauren chiederà a due compagni “volete essere adesso i miei genitori?”. Se la ragazza si lamenta ancora con Marty, la donna le risponderà ”ma stiamo recitando”. Cambiamo d’abito, il viso e la voce, ci mettiamo una maschera e siamo pronti ad atteggiarci come gli altri vogliono. Il vecchio Pirandello dietro l’angolo.

Il teatro e il cinema ci hanno regalato esempi di persone – di personaggi – insoddisfatte della loro esistenza, stravolte in mille maniere. Non so se il teatro sia stato in passato un passaggio obbligatorio per rimettere ordine nelle proprie esistenze, “Circle Mirror Transformation” – ogni termine caricato del proprio peso, della propria importanza – lo è. “Non succede nulla”, è parso scusarsi Binasco come se il suo lavoro di regista abbia l’occasione di mettersi da parte: invece frantuma e centellina – come quel signore che è abituato ad assaggiare vini di qualità e a separarne i sapori e le doti e i profumi ogni giorno – anche gli angoli più nascosti di ognuno, i ricordi, le pieghe che vorrebbero restarsene nascoste. Guardate come lui e Pamela Villoresi sanno in ultimo far affiorare il dramma di Marty e avrete la prova dello scavo intimo fatto da entrambi. Minimalismo, certo, in punta di piedi ma con un’attenzione invidiabile e una resa che è esclusivamente sinonimo di un grande successo. Successo che non potrebbe essere tale se non ci fosse immedesimazione e una perfetta amalgama tra gli interpreti – tutti, Villoresi e Binasco, Maria Trenta, Andrea Di Casa e Alessia Giuliani – dando chi scrive queste note, secondo la vecchia legge dei giudizi numerici in pagella, a questi ultimi due attori un mezzo punto in più, naturali e dolorosi e autentici come più non potresti aspettare. Divertimento e tristezza coabitano nel testo e ognuno dà loro le giuste costruzioni, restituendone appieno “l’atmosfera dolce-amara, un tragico che si tinge continuamente di comico, o viceversa.” Ancora Capuani, che nel libretto di sala scrive un termine ormai in pieno disuso: è “caritas”, quella che “commovente” circola tra le parole, tra i personaggi e negli attori, “un amore tenerissimo” che ti fa amare un testo, le interpretazioni e la messa in scena, incondizionatamente.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Virginia Brown alcune immagini dello spettacolo.

San Salvario: apre la mensa del Sacro Cuore

Dopo aver inaugurato nei giorni scorsi a Rivoli l’Emporio solidale, sabato 18 aprile il cardinale Arcivescovo di Torino Roberto Repole aprirà e benedirà la rinnovata storica Mensa della parrocchia Sacro Cuore di Gesù a San Salvario in via Brugnone 3, dietro via Nizza. Il nuovo complesso di quasi 400 metri quadri, che un tempo ospitava l’Oratorio, è stato completamente ristrutturato. Accoglierà la mensa per i poveri con 120 posti a sedere (erano 40), una sala di aspetto, le cucine, i magazzini, la lavanderia e gli spogliatoi per i volontari. “Finalmente inauguriamo una nuova fase della nostra storica mensa in cui tutto è stato pensato per mettere al centro le relazioni, commenta il parroco don Riccardo Baracco, che costituiscono la povertà più grande oltre quella materiale”. I pasti saranno serviti a tavola come in un ristorante chiamando per nome ciascun ospite. Per informazioni e per sostenere la Mensa: www.fondazionesacrocuore.it
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