Per la stagione dello Stabile, sino al 19 aprile, il testo di Annie Baker
“Vi prego di rispettare le pause e i silenzi di questa pièce. Sono di estrema importanza – hanno lo stesso valore del dialogo… Senza i suoi silenzi, questa pièce è una satira, mentre con i suoi silenzi si spera che diventi una piccola meditazione naturalistica sul teatro, la vita, la morte e il passaggio del tempo.” Così spinge a fare Annie Baker – drammaturga statunitense, bostoniana, sui quarantacinque, premio Pulitzer nel ’14 per la drammaturgia, deve circolare in casa sua una bell’aria frizzante che cavalca teatro e cinema se, avendo sposato Nico Baumbach, ha per cognati Noah Baumbach e Greta Gerwig – gli attori e il metteur en scène che vorranno proporre il suo testo (è datato 2009, debuttò a New York, s’aggiudicò l’Obie Award, il premio consegnato dal “The Village Voice” a premiare le più apprezzate produzioni Off-Broadway; ripresa nel West End, tra gli interpreti Imelda Staunton e Toby Jones). Sappiamo da qualche sera quanto Valerio Binasco (anche in veste di regista) e gli altri quattro magnifici attori, proponendo sul palcoscenico del Carignano “Circle Mirror Transformation”, nella traduzione di Monica Capuani e Cristina Spina, coproduzione Teatro Stabile di Torino e Teatro di Roma in prima europea (repliche sino al 19 aprile), abbiano seguito quel consiglio caldo e indicatore, fascinosamente e con entusiasmante intelligenza. Da qualche sera abbiamo appreso quanto della nostra vita, della vita di chiunque, facciano parte intima i silenzi, gli sguardi accennati, le leggerezze e le immediate precipitazioni, il vedere la propria anima “scoperchiata”, i gesti trattenuti, le rivelazioni che ci aspetteremmo, l’importanza del non detto che la vince sicuramente su di una frase lunghissima: come la costruzione di un testo teatrale sulla scena, che riverbera quella della vita stessa, immessa tra le mura anonime di una anonima cittadina del Vermont – Shirley, immaginaria, il panorama abituale delle commedie (o delle tragedie, superate con i mezzi del teatro, di un corso di recitazione) della Baker, “del tutto insignificante” -, l’unione provvisoria di cinque persone per sei settimane, a intrecciare relazioni e a dividersi, a recitare numeri – ricordate Valentina Cortese nella “Nuit Americaine” di Truffaut? – e a dondolarsi nell’hula hoop, a subire i propri scatti d’ira, i loro diversi passati, il desiderio di “recitare”, ovvero il punto d’arrivo per ogni attrice o attore, ben oltre quegli esercizi (stupidi e indifferenti?) che impone sin dal primo giorno Marty, è sui sessantacinque, un po’ hippy, magari ormai vecchio stile, origini chiaramente teutoniche, ama il mare, il sud del paese, e spera di potercisi trasferire un giorno.
In quella sala (le scene sono di Guido Fiorato, i costumi di Alessio Rosati), un’entrata sul fondo con una saracinesca azionata all’occorrenza, s’accomodano l’uno dopo l’altro, Schultz, un quasi cinquantenne falegname da poco separato dalla moglie, Theresa, ex attrice estremamente esuberante che ha lasciato la Grande Mela quando s’è frantumata la relazione con il suo lui, Lauren, non ancora ventenne ma oltremodo fredda e scontrosa, in attesa della sua grande prova d’interprete e alla ricerca dell’amore di un padre, e James, il marito di Marty, che siede più lontano dagli altri, che raramente esce allo scoperto, che insegue il legame chissà quanto interrotto con la moglie. Li tiene insieme “l’imperfezione di una lingua”, dice Capuani a proposito del suo lavoro di traduttrice, rendendoci la vitalità del linguaggio della Baker, fatto “di esitazioni, pensieri interrotti, lapsus verbali, divagazioni lunari”: e, uno per tutti, è un piacere annotare come quei lapsus, di Marty in primo luogo, si mettano in agguato all’interno dei dialoghi. Li tengono insieme “gli esercizi” che Marty impone, una sequenza di numeri che nell’impreparazione portano con sé accavallamenti ed errori, uno due tre quattro quattro, riprendiamo da capo, il comando a correre nelle direzioni più diverse, su e giù destra e sinistra, scansarsi, veloci lenti, sino a rallentare per accorgersi di chi si ha vicino, a chi stringere la mano, chi imparare a conoscere.
Poi è tutto un raccontare, mentre si dà una nuova posizione agli specchi che (ti) rimandano le immagini, alle luci che illuminano e che lasciano più in ombra, a una pedana fatta a gradini che può raccogliere tutti senza distinzioni, circolare come quell’hula hoop che Theresa e James maneggiano. Nasce la storia dell’ebreo incrociato in metro, esce fuori dalle giornate di Theresa come può uscir fuori, con impercettibili cambiamenti, da quelle di Lauren. Riprende forma la camera di Schultz ragazzo, il letto il mobile il serpente imbalsamato dono della madre prima di morire, ognuno a impersonarne un pezzo e un angolo, Marty a “interpretare” spire e lingua del rettile. Poi l’uno interpreta l’altro, la finzione certo ma poi la realtà di ognuno, uno scambio e un girotondo, oppure s’inventano giochi diversi, non è più dare la mano ma, in un percorso dove contiamo prologo e tappe che sono i giorni e le settimane e gli intervalli, vedersi psicanaliticamente trasferito nella mente dell’altro; oppure s’allargano i panorami e Lauren chiederà a due compagni “volete essere adesso i miei genitori?”. Se la ragazza si lamenta ancora con Marty, la donna le risponderà ”ma stiamo recitando”. Cambiamo d’abito, il viso e la voce, ci mettiamo una maschera e siamo pronti ad atteggiarci come gli altri vogliono. Il vecchio Pirandello dietro l’angolo.
Il teatro e il cinema ci hanno regalato esempi di persone – di personaggi – insoddisfatte della loro esistenza, stravolte in mille maniere. Non so se il teatro sia stato in passato un passaggio obbligatorio per rimettere ordine nelle proprie esistenze, “Circle Mirror Transformation” – ogni termine caricato del proprio peso, della propria importanza – lo è. “Non succede nulla”, è parso scusarsi Binasco come se il suo lavoro di regista abbia l’occasione di mettersi da parte: invece frantuma e centellina – come quel signore che è abituato ad assaggiare vini di qualità e a separarne i sapori e le doti e i profumi ogni giorno – anche gli angoli più nascosti di ognuno, i ricordi, le pieghe che vorrebbero restarsene nascoste. Guardate come lui e Pamela Villoresi sanno in ultimo far affiorare il dramma di Marty e avrete la prova dello scavo intimo fatto da entrambi. Minimalismo, certo, in punta di piedi ma con un’attenzione invidiabile e una resa che è esclusivamente sinonimo di un grande successo. Successo che non potrebbe essere tale se non ci fosse immedesimazione e una perfetta amalgama tra gli interpreti – tutti, Villoresi e Binasco, Maria Trenta, Andrea Di Casa e Alessia Giuliani – dando chi scrive queste note, secondo la vecchia legge dei giudizi numerici in pagella, a questi ultimi due attori un mezzo punto in più, naturali e dolorosi e autentici come più non potresti aspettare. Divertimento e tristezza coabitano nel testo e ognuno dà loro le giuste costruzioni, restituendone appieno “l’atmosfera dolce-amara, un tragico che si tinge continuamente di comico, o viceversa.” Ancora Capuani, che nel libretto di sala scrive un termine ormai in pieno disuso: è “caritas”, quella che “commovente” circola tra le parole, tra i personaggi e negli attori, “un amore tenerissimo” che ti fa amare un testo, le interpretazioni e la messa in scena, incondizionatamente.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Virginia Brown alcune immagini dello spettacolo.
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