COPPA DEL MONDO DI SCI
La squadra italiana di sci alpino, impegnata oggi nella prova di Coppa del Mondo di Sestriere, è scesa in pista a sostegno della ricerca contro il cancro. Tutte le azzurre, con in testa le campionesse mondiali Federica Brignone e Sofia Goggia, hanno autografato un Toh, l’iconica statuetta che si ispira ai toret, le storiche fontanelle torinesi, e che è diventata un “testimonial” della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro.
Lo speciale Toh, dedicato al Comune di Sestriere, sarà messo all’asta e il ricavato andrà a sostenere l’Istituto di Candiolo – IRCCS.
La cerimonia si è svolta nell’hotel di Sestriere che ospita la nazionale azzurra di sci, alla presenza, del sindaco di Sestriere, Giovanni Cesare Poncet, del presidente del Comitato Organizzatore della Coppa del Mondo di sci di Sestriere, Gualtiero Brasso, dell’artista che ha ideato Toh, Nicola Russo, del responsabile Fundraising e Comunicazione della Fondazione, Andrea Bettarelli, del presidente del Consorzio Turismo Sestriere e coordinatore generale del Comitato Organizzatore della Coppa del Mondo, Massimo Bonetti, del direttore marketing della Sestriere Spa, Andrea Rondina, e dal direttore di gara, Elena Gaja.
“Grazie a FISI, al Comune di Sestriere, a Vialattea e al Consorzio Turistico di Sestriere. Il mondo dello sport è da sempre vicino alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro e con questo speciale TOH verranno raccolti importanti fondi per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo-IRCCS”, ha dichiarato Andrea Bettarelli.






Nel riallestire, il divertimento rimane, innegabile e contagioso, ma tutto pare – inevitabilmente – un po’ lontano, sbiadito, legato a un’epoca che è stata, morta e sepolta, anch’essa con le sue grandi gioie e i piccoli dolori, con i sorrisi, con l’estate (magari eguale a mille altre, pensate a Maurizio Arena e Renato Salvatori a inseguire Marisa Allasio pochi anni prima!) che sta finendo e con i Righeira che su quelle stesse spiagge imperversavano: nonostante sul buon Johnson – come sui Duran Duran un ventennio appresso, e allora ti sei chiesto per un attimo sere fa se il fascinoso Simon Le Bon l’abbiano lasciato a casa, a salvaguardarsi con impacchi di naftalina – il pubblico sanremese abbia fatto scrosciare applausi su applausi, in mezzo ai mille “cuoricini”, e quindi qualcosa ancora circoli con buona pace dei troppo troppo boomer, fai fatica a ritrovare quei caratteri, freschi giovanili ma incisivi, capaci di disegnare un’epoca, di stabilire ancora una volta la loro esatta importanza, non giocattoli tante volte inespressivi come la Barbie di Greta Gerwig. Nascono episodi, piccoli piccoli, che a volte s’ingolfano e si sgonfiano, s’intrecciano personaggi che sudano le sette camice (tralasciamo le voci, affaticate alcune oltre il dovuto, disinvolte sì ma falsate, bruttarelle come le tante ascoltate al Festivalone: ma non si può essere tutti Giorgia) ma quei caratteri è difficile ritrovarli e riscaldarli nuovamente. Sapete quel che fa gioia ritrovare? quei costumi con trucco e parrucco firmati da Diego Dalla Palma, le scenografie di Clara Abruzzese fatte di godibili siparietti (c’è anche posto laggiù in fondo per la band tutta da apprezzare) e le coreografie sbarazzine di Rita Pivano, soprattutto quel bignami della musica leggera dell’epoca che ti accompagna per tre ore, quei cinquanta brani cinquanta che ti riempiono ancora il cuore: tanto Morandi (corse ai cento all’ora e piogge che scendono e ritorni all’amata in ginocchio) e Pavone (cuori che soffrono, e geghegé, balli sulla stessa mattonella e martelli da dare in testa alla smorfiosa di turno che tenta di fregartelo), Edoardo Vianello a spandere come Mina e Pino Donaggio, il Modugno immancabile e l’Endrigo di “Io che amo solo te”, la bambola della Patty e una spruzzata di Bobby Solo e di Rocky Roberts, il giusto contributo di Caselli e di Celentano, di Paoli per cui esistono un cielo in una stanza e quel sapore di sale stampato sulle labbra della Sandrelli, il mondo di Fontana e anche quei giorni che hanno fatto la felicità di tal Santino Rocchetti. Un mondo da guardare col cannocchiale, dalla poltrona rossa, tutt’intorno la leggerezza degli autori: dice Vanzina che la leggerezza non è una sciocchezza, “è la profondità della gioia quando è vera”. E in questo, dopo anni, ha ancora ragione lui.
