Oltre i social, dentro le persone: Greg Goya racconta la sua arte collettiva

Tra gli incontri del Salone Internazionale del Libro di Torino di domenica, “Oltre i social: profili legali, fiscali e previdenziali del content creator” ha avuto il merito di spostare il dibattito sul mondo digitale oltre la superficie dell’intrattenimento. In una sala gremita, il pubblico ha seguito con particolare attenzione l’intervento di Greg Goya, artista capace negli anni di trasformare il linguaggio dei social in una forma di narrazione collettiva, emotiva e profondamente generazionale.

Accanto agli approfondimenti giuridici dell’avvocato Roberto Bausardo, dell’avvocato Nicola Berardi, del commercialista Melchior Gromis di Trana e della presidente AGCDL Roberta Cavouri, Greg Goya ha offerto qualcosa di diverso: un racconto intimo sul rapporto tra arte, identità e bisogno umano di raccontarsi.
Al termine dell’incontro abbiamo dialogato direttamente con lui.
Greg, oggi il creator viene spesso percepito come qualcuno che “posta contenuti”, mentre dietro esiste ormai una vera impresa personale. Quando hai compreso che la tua creatività stava diventando un lavoro a tutti gli effetti?
«Nel momento in cui è stato possibile portare avanti progetti artistici che, da un punto di vista economico, si appoggiassero su grandi sponsor. Però devo ammettere che dal giorno zero, da quando abbiamo portato la fast art sui social e da quando Greg Goya è approdato online, ho trattato tutto questo come un’ossessione e con una totalità assoluta. L’ho preso da subito come un lavoro».
Nelle sue parole emerge immediatamente una concezione totalizzante dell’arte: non un passatempo digitale, ma un processo continuo, quasi assoluto, che invade lo sguardo e il quotidiano.
Sentivi già allora che stava diventando qualcosa di più profondo di una semplice presenza online?
«Sì, perché non nasci artista, ma lo diventi e devi continuare a ripetertelo. Poi, pian piano, fai tua la capacità di guardare le cose con arte e di fare arte a tua volta».
C’è, in questa risposta, un’idea dell’arte come esercizio dello sguardo e della sensibilità. Non una vocazione improvvisa, ma una lenta educazione emotiva alla realtà.
 
C’è un’opera che senti più vicina di altre, quasi una soglia personale oltre la quale il tuo lavoro è cambiato?

«Per forza l’ultima, che si chiama “Le cose che non ti ho detto”, e nasce da un’esperienza di carattere biografico. In particolare dalla digestione di un lutto amoroso, dopo la fine di una relazione importante. Da quel momento ho iniziato ad elaborare quella perdita. Ho cominciato a chiedere alle persone intorno a me di raccontarmi tutte le cose che non avevano mai detto. Mi sono reso conto di quante lettere le persone non abbiano mai scritto o raccontato, e le ho raccolte nel magazine “

Le cose che non ti ho mai detto – Untold Magazine”. Nasce da un’esperienza personale e, per un artista, rappresenta uno step ulteriore, ma allo stesso tempo è anche un’esperienza collettiva».

È forse qui che il lavoro di Greg Goya rivela la sua natura più autentica: trasformare una ferita privata in uno spazio collettivo di riconoscimento. Le confessioni anonime raccolte nel progetto diventano un archivio emotivo contemporaneo, quasi una geografia sentimentale condivisa.
La tua è un’arte profondamente collettiva, in cui le persone affidano frammenti intimi della propria vita. Nel mondo percepisci più amore o più dolore?
«Sono due esperienze che si equivalgono, non tanto in termini quantitativi quanto qualitativi. Sento il bisogno delle persone di parlare, di essere ascoltate e di raccontarsi in modo intimo. Se ci pensi, è assurdo che le persone raccontino in maniera così profonda aspetti della propria vita. Ed è proprio da lì che nasce quel bisogno di raccontarsi».
In questa riflessione c’è probabilmente il nucleo più potente dell’incontro: la consapevolezza che dietro l’esposizione continua dei social esista, prima di tutto, una domanda di ascolto.
La tua arte si fonda su una forte autenticità. Pensi che oggi il pubblico riesca ancora a distinguere ciò che è spontaneo da ciò che è costruito?
«Sicuramente nasce dall’autenticità. È un’arte non costruita, che prende forma dai racconti personali, e spero che questo messaggio arrivi concretamente».
Nel clima del Salone del Libro, tra editoria, cultura e nuovi linguaggi digitali, Greg Goya ha restituito un’immagine dei social molto distante dalla superficialità con cui spesso vengono raccontati. Non soltanto piattaforme, algoritmi o contenuti virali, ma luoghi in cui le persone cercano ancora, ostinatamente, qualcuno disposto ad ascoltarle.
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Valeria Rombolá
Foto: Greg goya
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