“L’altra metà degli angeli” hanno intitolato Giuliana Cusino e Luigi Castagna l’ultima mostra (fino a domenica 29 ottobre) ambientata tra le pareti della loro galleria, “Arte per voi”, spazio intimamente concepito, fatto per ammirare, tra un bicchiere ed una fetta di torta che immediatamente va replicata, con sbocco sulla piazza dell’alta Avigliana, in cime ad un reticolo di strade acciottolate, all’ombra di ricordi, immerse nella storia e negli angoli più suggestivi, al riparo della Sacra. L’hanno ideata in una atmosfera di amicizia, gettando l’invito ad una ragguardevole compagine di artiste che, con le loro tecniche miste, gli acquerelli, gli oli o le ceramiche, hanno squadernato sguardi diversi su esseri imprecisi, idealizzati, fantasiosi, sacri, lontani e presenti, immaginati e in qualche modo realissimi nella ritualità di ciascuna. Un invito certo ma anche una scommessa, lasciando che ognuna delle artiste usasse dei mezzi propri, dei propri materiali, delle visioni che da sempre insegue, delle luci e delle ombre, degli approcci e delle concretezze, celestiando e umanizzando. È una sequenza di ali quella che si ammira, inevitabilmente ma non soltanto, poiché ogni mano, e certamente ogni cuore, in modo artisticamente distante, è andato al centro dell’argomento, ha dato spazio ad un allaccio con una suggestione come ad un mito, ha interpretato come ha giocato, ha messo con precisione il proprio marchio sopra un nome. 
Silvana Alasia si riallaccia ad una religiosità pregiottesca fatta di colori vivaci e di forme che si insinuano lievemente mentre accarezzano gli strumenti musicali che ogni angelo regge, tra flauti liuti e tamburelli, mentre le creature di Ines Daniela Bertolino sono allo stesso tempo accennate, incorporee o si stagliano, con la bravura che sempre riconosciamo all’artista, sugli sfondi azzurri dei cieli torinesi. Di sprazzi bluastri vivono gli angeli di Nadia Brunori, votate all’ironia sono le ceramiche di Enrica Campi, entrando nel pieno del favolistico con i giochi di cartapesta, in compagnia delle fanciulle di Giuliana Cusino, anime della sua ceramica raku, ritagliate dentro angoli lontani, coloratissime regine di mondi sommersi. Una sola opera per Raffaella Brusaglino, tutta da guardare, con attenzione, “nascite” frammentate, scorci di personaggi, un viso perso sulla
iuta, la biacca che si perde e immediatamente riprende forma, biancastra, concreta, tangibile.
Altrettanto convince l’”Angelo caduto” di Renata Ferrari, le ali bianche sul lato basso del quadro, dinanzi ad una luce ormai lontana, due ferite rossastre sul dorso, nella sempre suggestiva perfezione delle forme che ad ogni mostra segna la bravura di quest’artista. Se Sonia Girotto attualizza e crea interesse con feltro e perle in grès per l’appendice
piumata, la celeste “tenerezza” incorniciata da Gabriella Grasso guarda a leggi assai ben più classiche, mentre Lia Laterza gioca con le trasparenze del suo angelo e con le luci e le ombre che scendono sulla pietra circolare messa a chiudere la tomba di Cristo, come dentro un’architettura bellissima storicizza il suo san Michele nel chiuso della Sacra. Dentro un acquerello suddivide Elena Monaco l’uomo e l’ala grandiosa, in una eccezionale perfezione di tratti, in una anatomia che ingigantisce il particolare, come i pastelli a olio usati per “Il gioco dell’angelo custode” o la grafite di “Spiccare il volo” rendono appieno l’eccezionalità dell’artista. I vetri, i colori e gli smalti di Marina Monzeglio (colpisce soprattutto l’armonia di “Light”) sembrano ritagliarle un posto a parte e gli acquerelli di Anna Maria Palumbo svelano una dolcissima leggerezza.
Elio Rabbione
Nelle immagini:
Raffaella Brusaglino, “Nascite”, tecnica mista su iuta
Marina Monzeglio, “Light”, vetro legatura a stagno e smalti
Renata Ferrari, “Angelo caduto”, acrilico su tela
Giuliana Cusino, “…dell’acqua…”, ceramica raku su tavola

Le organizzazioni sindacali FP CGIL, CISL, UILTRASPORTI e FIADEL hanno indetto, per i giorni 17, 18, 20 e 23 ottobre p.v., delle assemblee dei lavoratori Amiat, articolate in turni di lavoro e sedi operative differenti, aventi come ordine del giorno le elezioni RSU/RLSSA
Si spense la sera del 14 gennaio 1938 Giacomo Grosso, acclamatissimo cantore della buona borghesia torinese, e non soltanto, il ritrattista per antonomasia delle signore bene, degli industriali come Vittorio Tedeschi, degli scultori come Calandra e dei pittori come Delleani e dei grandi musicisti come Verdi, delle nudità femminili che negli anni addietro avevano fatto scandalo.
assoluta povertà, di “disperante miseria” – come anche ricordava De Amici in una breve biografia del 1906: “Il genio del celebre pittore piemontese germinò e fiorì nella miseria… campavano di stenti e pativano spesso la fame” -, che è accettato in differenti seminari, con tanto di punizioni e di sottrazione di una scatola di colori che gli era utile per i primi esercizi, che entra, grazie all’intercessione di Andrea Gastaldi, nelle sale dell’Accademia Albertina, a sostenerlo la somma di trecentosessanta lire annue che sotto il titolo di pensione gli fa pervenire il sindaco di Cambiano, Michele Rocco, che arrotonda ripassando con il colore ingrandimenti fotografici dovuti a Giuseppe Vanetti, che ha lo studio in piazza Vittorio, compenso cinque lire ciascuno. Poi i primi premi, il primo mecenate che lo ospita addirittura a Roma con tanto di atelier nel palazzo del Quirinale, i primi viaggi all’estero, l’insegnamento (mantenne la cattedra di Pittura per 46 anni) e lo studio presso l’Albertina, Grand’Ufficiale della Corona d’Italia, senatore del Regno, a due anni dalla scomparsa una personale presso il salone de “La Stampa” che in quindici giorni raccoglie oltre 120.000 visitatori.
attività posti nella sala del Consiglio del Palazzo Comunale di Cambiano, dove s’ammira l’impressionistico Favorito, sguardo ravvicinato tra una elegante ragazza e il suo azzurrognolo pavone o gli autoritratti giovanili, la vivacità di quella vetrina realissima di peperoni carnosi nei loro colori rosso e giallo e d’uva piena di riflessi o quel Pater Noster che pecca già oltre misura di finzione, subito riscattato dai ritratti della madre e del padre, umanamente immediato dentro la semplicità dell’abito e della poltrona che lo accoglie, le dite intrecciate di quelle mani che per l’intera vita hanno lavorato il legno, omaggio autentico di un figlio. Nelle sale dell’Albertina, inserendosi quasi a fatica tra le abituali collezioni, inquadrando per se stesse spazi color crema nell’azzurrino che siamo soliti visitare, ritroviamo la concretezza di certi ritratti di amici pittori, certi angoli romani o di Venezia, le nature morte che allineano ciliegie o un tripudio di ostriche e anguille e un grosso pesce ammirato e “fotografato” su un banco di qualche antico mercato. O quei funghi che sono un fornitissimo pantone di tinte marrone, raccolti soltanto ieri in val di Susa. O la naturalezza di una verza, polposissima, gigantesca. O la tranquillità della Sera che avanza in quel borgo che sale su per la montagna, dove dentro stanno tanti nomi di colleghi piemontesi. O quel capolavoro che da solo meriterebbe la visita, quella Figura di monaca, di verghiana memoria o forse manzoniana, senza ricciolo in bella mostra ma con quegli occhi che lasciano intravedere un’ombra di sottile perfidia e di complicità. Ritroviamo – con un bell’avamposto fotografico che sono le immagini delle modelle nella loro completa nudità ad opera di Ferdinando Fino, una vetrina di fotografie autocrome stereoscopiche, ovvero il 3D odierno, che ci riportano all’interno dello studio dell’artista, stanza preziosa curata da Fabio Amerio – La nuda, esempio perfetto di procace bellezza muliebre, immersa a guardare lo spettatore nel bianco immenso di una pelliccia d’orso, capace già di scandalizzare e di scombussolare gli ingessati signori del tempo (mai quanto Il supremo convegno alla Biennale veneziana del 1895, momento altamente funebre ed erotico di cinque donne attorno alla bara dell’antico amante, occasione degli strali di Papa Sarto, vendicato di quel peccato da un incendio che a New York, con la sua stima di 150.000 dollari, lo ridusse in cenere.

vestirà la maglia azzurra la più esperta Irene Franchini, classe 1981, atleta emiliana tesserata per le Fiamme Azzurre e per la società piemontese degli Arcieri delle Alpi.Le campionesse del mondo junior Lucilla Boari, Tatiana Andreoli e Vanessa Landi, l’altra azzurrina del compound Sara Ret, il Presidente FITARCO Mario Scarzella e il CT Wietse Van Alten si sono trasferiti nei giorni scorsi da Rosario a Città del Messico. Qui sono stati raggiunti dal resto della spedizione azzurra, composto da David Pasqualucci, Mauro Nespoli e Marco Galiazzo (arco olimpico), Sergio Pagni, Federico Pagnoni, Alberto Simonelli e Marcella Tonioli (compound). Come detto i Mondiali si apriranno domani con le frecce di qualifica del compound e con quelle dell’arco olimpico maschile. Martedì mattina sono in programma le qualifiche dell’arco olimpico femminile, cui seguiranno tutti i match a squadre dell’arco olimpico fino alle semifinali. Mercoledì spazio ai primi due turni degli scontri individuali; i tabelloni proseguiranno giovedì mattina con i match fino alle semifinali. Giovedì pomeriggio si assegneranno le prime medaglie, quelle delle squadre compound. Venerdì si tirerà solamente al mattino, con tutti gli scontri del mixed team. Sabato e domenica si decideranno tutti i restanti titoli.
IL COMMENTO 
Il ministro della Sanità Beatrice Lorenzin in un messaggio al convegno organizzato dagli industriali di Torino ha annunciato che il Ministero è pronto a giungere quanto prima alla sottoscrizione a Roma dell’accordo di programma
Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta.
più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono loro di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si offriva in tutta la sua bellezza da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno il coltivar illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato un pezzo del suo cuore.
Sono quaranta i clochard torinesi protagonisti del docu-film ”Al di qua” di Corrado Franco.