redazione il torinese

INGEGNERIA MECCANICA E AUTOVEICOLO: ACCORDO TRA POLITECNICO E MICHIGAN UNIVERSITY

Creare nuove opportunità di formazione e ricerca congiunte nei settori dell’ingegneria meccanica e dell’autoveicolo: è questo l’obiettivo del memorandum of understandig che è stato siglato questo pomeriggio tra Politecnico di Torino e Michigan State University

Si consolidano, quindi, i rapporti tra l’Ateneo torinese e gli istituti universitari che dall’altra parte dell’Oceano si occupano di questi ambiti di ricerca e formazione. Sono già attivi alcuni progetti di tesi svolti da laureandi magistrali del Politecnico in Michigan e la collaborazione anche su progetti più trasversali, che riguardano ad esempio le ICT, ma il nuovo accordo mira a estendere le attività formative comuni, anche a livello di dottorato di ricerca con tesi in cotutela e altre possibilità di scambio nei due sensi, permettendo anche a studenti americani di svolgere periodi di formazione a Torino; l’accordo mira inoltre a estendere le aree di collaborazione.

 

Proprio per rafforzare la cooperazione e migliorare la conoscenza reciproca, nei prossimi giorni il rappresentante della Michigan State University John VerboncoeurAssociate Dean per la ricerca, incontrerà docenti del Politecnico per stabilire nuove opportunità di ricerche congiunte ampliando i settori coinvolti: saranno presentate le attività nei settori dell’energia, della manifattura avanzata e additiva, della mobilità e dei materiali compositi, ma anche dell’elettromagnetismo, della robotica, del calcolo e della catena di distribuzione del mercato del cibo.

 

Croce Verde operativa a Cavagnolo

E’ operativa da alcune settimane una delegazione della Croce Verde a Cavagnolo, quale emanazione della Croce Verde di Murisengo e Val Cerrina. Il gruppo promotore confluito nel Direttivo cavagnolese è formato dal dottor Tristano Orlando, che ne è il delegato , Stefano Cagliero, Graziano Bronzin ( ex- responsabile della Croce Rossa di Lauriano, da lui fondata nel lontano 1988 e guidata con passione fino a due anni fa ), Renzo Vigè e Salvatore Marras. La delegazione già conta 25 volontari ed è già dotata di quattro mezzi , tra cui un’ambulanza attrezzata per il soccorso avanzato.Sta intanto per concludersi il primo corso di formazione, iniziato a giugno, che è stato tenuto dai responsabili della formazione, Stefano Prati e Giovanni Belly , nei locali messi a disposizione dalle Associazioni Pro loco ed Aido, che oltre a dare la formazione per il soccorso extra-ospedaliero, ha preparato i volontari per l’uso del defibrillatore automatico esterno (DAE). Tra i volontari ci sono buon numero di giovanissimi e anche un gruppetto di profughi di Monteu e Cavagnolo. Per ora sono già garantiti alcuni servizi, come il trasporto degli infermi e l’assistenza, a breve sarà operativo il 118. Inoltre come ha detto il delegato, dottor Orlando, il direttivo sta lavorando ad alcuni progetti con l’Amministrazione comunale , come la consegna dei farmaci a domicilio per gli anziani ed altri ancora. La sede della delegazione è in via XXIV Maggio 27 ( angolo via Stazione,”fronte ambulatorio ASL TO4”,) è aperta tutti i giorni dai volontari che si alternano per essere a disposizione dei cittadini che vorranno richiedere servizi, presentandosi direttamente o telefonando. Per informazioni, tel 011 9151420   / 348 5873652 ( email: croceverde.cavagnolo@gmail.com )

 

Massimo Iaretti

Il “suk” sospeso 15 giorni. Appendino: “Ci sono di mezzo sicurezza, povertà e immigrazione”

Sarà sospeso per due settimane il mercato del libero scambio di via Carcano, dopo l’accoltellamento mortale di ieri. E’ stato deciso  dal Comitato provinciale per l’ordine pubblico e la sicurezza convocato dal prefetto Renato Saccone. Il tema del cosiddetto Suk ( o mercato del libero scambio) secondo la sindaca Appendino  “non può essere affrontato dimenticando che è legato a sicurezza, povertà e immigrazione E’ impensabile che un sindaco da solo possa risolvere il problema”. Ha proseguito la prima cittadina nel suo intervento in Consiglio comunale: “per rendere davvero un servizio alla città bisogna distinguere tra gestione, su cui sono già iniziati accertamenti, e  temi legati al mercato del libero scambio, che è un problema europeo. La Giunta si assume la responsabilità di trovare una soluzione: ci siamo provando ma ad oggi, e molte città italiane ed europee lo hanno dimostrato, un modello vincente non esiste. Ma chiedere la chiusura di ‘Barattolo’ senza proporre un modello alternativo vincente è solo strumentale”.  La famiglia di Maurizio Gugliotta, l’uomo ucciso ieri lancia intanto  un appello riportato dall’Ansa: “Il nostro dolore non sia strumento per crearne altro. Non vogliamo che diventi la bandiera di qualcuno per andare sui giornali a predicare odio e razzismo”.

 

Giansone, sculture da indossare

FINO AL 29 GENNAIO 2018

Si dice fosse uomo e artista “schivo e indipendente”. Lontano anni luce dai codificati parametri delle mode (“le vere opere d’arte – scriveva – restano sempre contemporanee”) e dei linguaggi stilistici più in voga del tempo, Mario Giansone (Torino 1915 – 1997) fu pittore e scultore di singolarissima personalità

Sordo ai richiami e alle lusinghe delle “sirene” che non fossero carne della sua carne e voce del suo istinto, rifiutò perfino di prendere parte alla Biennale di Venezia del ’66 e disse “no” (si racconta) all’invito di Peggy Guggenheim – invito che avrebbe fatto fare tripli salti mortali ad altri suoi colleghi – che gli chiedeva un’opera per la sua collezione lagunare. Certamente fu uno dei più grandi scultori italiani del ‘900. Molto apprezzato in vita – fu anche docente all’Accademia Libera di Belle Arti e all’Istituto Statale d’Arte di Torino, oggi Liceo artistico “Aldo Passoni” – ebbe pure una significativa fortuna collezionistica in particolare nella Torino degli Anni ’60: alcune sue opere fanno oggi parte delle collezioni della GAM (la subalpina Galleria Civica d’Arte Moderna), della sede Rai di Torino (sua la scultura di “Santa Cecilia” realizzata per l’Auditorium) e di alcune prestigiose collezioni private torinesi. Eppure, dopo la morte, inspiegabilmente il filo della notorietà che in vita lo aveva legato ben stretto agli ambienti artistici della sua città sembrò quasi spezzarsi. O quanto meno allentarsi. E anche in questo senso fu artista di stampo assolutamente singolare, Giansone. Celebre in vita, quasi dimenticato dopo la scomparsa. La bellissima mostra che in Sala Atelier, Palazzo Madama dedica oggi ai suoi gioielli in oro è dunque un tributo doveroso e intelligente alla memoria di un artista che, in tutta la sua vita, ha scolpito, disegnato e dipinto seguendo emozioni e percorsi spirituali tradotti in forme sospese fra “sintetica figuratività” e “astrazione pura”. Curata da Marco Basso e dall’amico-collezionista Giuseppe Floridia, la rassegna – inserita nell’ambito di “Torino Design of the City”– mette insieme una quarantina di opere (in gran parte di proprietà dell’“Associazione Archivio Storico Mario Giansone”, più alcuni pezzi prestati da collezioni private) datate fra il 1935 e il 1997 in cui spiccano i suoi “gioielli”, veri e propri “gioielli da indossare”: microsculture fuse in oro che, accanto a disegni e sculture in metallo e pietra, mettono spesso in evidenza un altro grande amore di Giansone, quello per il jazz. Che fu tema ispirativo di opere imponenti (mirabili nel rapporto fra “vuoti” e “pieni” e nella definizione di effetti luminosi di magica suggestione), come l’ “Orchestra jazz” in porfido del ’67 o l’incantevole bronzo su pietre di fiume “Ideogramma del jazz” del ’58, stesso anno della tempera su cartone “Pianista e orchestra jazz”. Motivi che troviamo anche incisi o riportati in rilievo in molti dei suoi preziosi monili (collane, anelli, girocolli, bracciali), in cui l’artista si sforza sempre di porre in risalto la componente plastica, più che vezzi e cifre stilistiche dell’arte orafa del tempo. A dirlo sono anche i contenitori lignei degli stessi gioielli – “scatole” intagliate in legni durissimi come il mogano, il palissandro, la radica e soprattutto l’ebano – che diventano a loro volta piccole sculture e capolavori artistici. A tentare Giansone e a metterlo a faticosa prova, armato di scalpello e sgorbia, è infatti soprattutto la “materia dura”, il marmo o la pietra o il ferro o i legni più tenaci, in cui scavare e sottrarre per arrivare a quella che lui definiva “scultura diretta”, capace di “dare forma e vita alle sue emozioni, alla sua visione dell’umanità, dell’universo e dell’ultraterreno”. E perfino alla sonorità e alle improvvisazioni tipiche della musica jazz. Sensazioni. Emozioni forti che sarà possibile sperimentare, in misura ancor più intensa, visitando lo studio di Mario Giansone ( in via Messina 38 a Torino), che, in occasione della mostra a Palazzo Madama, resterà eccezionalmente aperto per visite guidate a prenotazione obbligatoria fino al 20 gennaio del prossimo anno, tutti venerdì e sabato alle 17,30 e alle 18,30 (ad esclusione dei giorni 8, 9, 22, 23, 29 e 30 dicembre); inoltre, in occasione di “Artissima”, lo studio sarà visitabile dal 3 al 5 novembre con orario prolungato, dalle 10 alle 19,30. Info e prenotazione obbligatoria: tel. 011/4436999 oppure didattica@fondazionetorinomusei. It.

Gianni Milani

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“Giansone. Sculture da indossare”

Palazzo Madama – Sala Atelier, piazza Castello, Torino, tel. 011/4433501; www.palazzomadamatorino.it Fino al 29 gennaio 2018

Orari: lun. – dom. 10/18; chiuso il martedì

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Nelle immagini

– Mario Giansone: “Orchestra jazz, 5 tempi di sviluppo”, porfido, 1967 

– Mario Giansone: “Bracciale, placca fissa con ideogramma del jazz”, oro, fusione a cera persa, contenitore in ebano intagliato

– Mario Giansone: “Pianista e orchestra jazz”, tempera su carbone, 1958

– Mario Giansone: “Ideogramma del jazz”, bronzo su pietra di fiume, fusione a cera persa, 1958

– Mario Giansone:”Bracciale con ideogramma del jazz”, oro, fusione a cera

 

 

 

 

Anche l’omicidio del “Suk” ci allontana dal MiTo

Domenica mattina, intorno alle 7.30, ad un cittadino italiano hanno reciso la gola. Dove? A Torino, al mercato del libero scambio, il cosiddetto Suk,un mercato dove legalmente” è possibile non rispettare le regole che i commercianti, invece, rispettano. E’ logico che scoppino le polemiche , anche perché il Sindaco Appendino aveva deciso di insediare il Suk in via Carcano, nonostante le rimostranze della popolazione che invocava ,tra laltro, problemi di sicurezza. Certo, la polemica del giorno dopo è una pratica antipatica e non bisogna correre il rischio di apparire degli sciacalli. Il fatto è che nella Torino del niente si parla ormai esclusivamente di degrado , di Suk, di campi nomadi. Fatti come quello di ieri non si manifestano come isolati, ma in qualche modo identificano  una situazione di disagio. Occorrerebbe smetterla con le storielline Torino di qua, Torino di là, buon modello su, buon modello giù”. Negli anni si è formata una specie di compagnia di giro, quasi un gruppo di amici ,che va in giro a suonare questa musica. Con lappoggio di certi giornali e addentellati in tutti i centri di potere. Il risultato lo si può toccare con mano: basta confrontarsi con lo sviluppo avuto dalla vicina Milano. Eppure, le opportunità non mancherebbero e si potrebbe costruire una delle più moderne aree metropolitane del mondo, la MI-TO o TO-MI. Ma a Torino si occupano di Suk, le scelte politiche ruotano attorno a questo.S celte, peraltro, sbagliate come ha dimostrato la tragedia di ieri.

Roberto Cota

“Io, trafficante di virus” al Pannunzio

Mercoledì 18 ottobre alle ore 17,30, nell’Aula Magna del Rettorato dell’Università di Torino (via Verdi, 8), il Centro “Pannunzio” organizza la presentazione che Mattia Feltri, giornalista de “La Stampa”, farà in dialogo con l’autrice, del libro di Ilaria CAPUA, Direttore del “One Health Center of Excellence for Research and Training” dell’Università della Florida, “Io, trafficante di virus. Una storia di scienza e di amara giustizia”, Rizzoli Editore. Ilaria Capua, virologa italiana di fama mondiale pluripremiata e riconosciuta da tutta la comunità scientifica, viene indagata in Italia per un presunto traffico di virus e vaccini. Un’accusa vergognosa accompagnata da una campagna stampa infamante, che cade dopo anni con un proscioglimento. La vicenda, lunga e dolorosa, l’ha costretta a lasciare l’Italia per gli Stati Uniti per continuare a fare con serenità il suo lavoro. Così l’Italia ha perso uno dei suoi cervelli migliori.

Una collettiva tutta al femminile per dare un’anima ad un’immagine chiamata angelo

“L’altra metà degli angeli” hanno intitolato Giuliana Cusino e Luigi Castagna l’ultima mostra (fino a domenica 29 ottobre) ambientata tra le pareti della loro galleria, “Arte per voi”, spazio intimamente concepito, fatto per ammirare, tra un bicchiere ed una fetta di torta che immediatamente va replicata, con sbocco sulla piazza dell’alta Avigliana, in cime ad un reticolo di strade acciottolate, all’ombra di ricordi, immerse nella storia e negli angoli più suggestivi, al riparo della Sacra. L’hanno ideata in una atmosfera di amicizia, gettando l’invito ad una ragguardevole compagine di artiste che, con le loro tecniche miste, gli acquerelli, gli oli o le ceramiche, hanno squadernato sguardi diversi su esseri imprecisi, idealizzati, fantasiosi, sacri, lontani e presenti, immaginati e in qualche modo realissimi nella ritualità di ciascuna. Un invito certo ma anche una scommessa, lasciando che ognuna delle artiste usasse dei mezzi propri, dei propri materiali, delle visioni che da sempre insegue, delle luci e delle ombre, degli approcci e delle concretezze, celestiando e umanizzando. È una sequenza di ali quella che si ammira, inevitabilmente ma non soltanto, poiché ogni mano, e certamente ogni cuore, in modo artisticamente distante, è andato al centro dell’argomento, ha dato spazio ad un allaccio con una suggestione come ad un mito, ha interpretato come ha giocato, ha messo con precisione il proprio marchio sopra un nome.

Silvana Alasia si riallaccia ad una religiosità pregiottesca fatta di colori vivaci e di forme che si insinuano lievemente mentre accarezzano gli strumenti musicali che ogni angelo regge, tra flauti liuti e tamburelli, mentre le creature di Ines Daniela Bertolino sono allo stesso tempo accennate, incorporee o si stagliano, con la bravura che sempre riconosciamo all’artista, sugli sfondi azzurri dei cieli torinesi. Di sprazzi bluastri vivono gli angeli di Nadia Brunori, votate all’ironia sono le ceramiche di Enrica Campi, entrando nel pieno del favolistico con i giochi di cartapesta, in compagnia delle fanciulle di Giuliana Cusino, anime della sua ceramica raku, ritagliate dentro angoli lontani, coloratissime regine di mondi sommersi. Una sola opera per Raffaella Brusaglino, tutta da guardare, con attenzione, “nascite” frammentate, scorci di personaggi, un viso perso sulla iuta, la biacca che si perde e immediatamente riprende forma, biancastra, concreta, tangibile.

Altrettanto convince l’”Angelo caduto” di Renata Ferrari, le ali bianche sul lato basso del quadro, dinanzi ad una luce ormai lontana, due ferite rossastre sul dorso, nella sempre suggestiva perfezione delle forme che ad ogni mostra segna la bravura di quest’artista. Se Sonia Girotto attualizza e crea interesse con feltro e perle in grès per l’appendice piumata, la celeste “tenerezza” incorniciata da Gabriella Grasso guarda a leggi assai ben più classiche, mentre Lia Laterza gioca con le trasparenze del suo angelo e con le luci e le ombre che scendono sulla pietra circolare messa a chiudere la tomba di Cristo, come dentro un’architettura bellissima storicizza il suo san Michele nel chiuso della Sacra. Dentro un acquerello suddivide Elena Monaco l’uomo e l’ala grandiosa, in una eccezionale perfezione di tratti, in una anatomia che ingigantisce il particolare, come i pastelli a olio usati per “Il gioco dell’angelo custode” o la grafite di “Spiccare il volo” rendono appieno l’eccezionalità dell’artista. I vetri, i colori e gli smalti di Marina Monzeglio (colpisce soprattutto l’armonia di “Light”) sembrano ritagliarle un posto a parte e gli acquerelli di Anna Maria Palumbo svelano una dolcissima leggerezza.

 

Elio Rabbione

 

 

Nelle immagini:

 

Raffaella Brusaglino, “Nascite”, tecnica mista su iuta

Marina Monzeglio, “Light”, vetro legatura a stagno e smalti

Renata Ferrari, “Angelo caduto”, acrilico su tela

Giuliana Cusino, “…dell’acqua…”, ceramica raku su tavola

 

CENA CON DELITTO AD HALLOWEEN

Varisella è un ameno comune del torinese di poco più di 800 abitanti ma nella notte di Halloween, 31 ottobre 2017, si trasformerà in un luogo in cui il crimine sembra che all’apparenza potrà farla da padrone…
In apparenza, appunto… perché un simpatico Ispettore di lingua francofona si metterà di mezzo tra un assassino e il suo tentativo di commettere il delitto perfetto. Il Circolo Artistico e Letterario Hogwords di Pinerolo allieterà i commensali a Il Polpo Ristorante di Varisella in Via Roma 22 (prenotazione obbligatoria allo 011 9252721) dalle ore 20 circa. Oltre alla cena si riceverà un libro edito quale simpatico cadeau.

Raccolta rifiuti, possibili disagi per assemblee lavoratori Amiat

Le organizzazioni sindacali FP CGIL, CISL, UILTRASPORTI e FIADEL hanno indetto, per i giorni 17, 18, 20 e 23 ottobre p.v., delle assemblee dei lavoratori Amiat, articolate in turni di lavoro e sedi operative differenti, aventi come ordine del giorno le elezioni RSU/RLSSA.

Possibili disagi potranno dunque verificarsi nei servizi raccolta rifiuti (stradale e domiciliare), negli orari di apertura dei centri di raccolta e nell’igiene del suolo. In particolare nella fascia oraria 10.15 15.30 non sarà garantita la regolare apertura dei centri di raccolta di:

- via Arbe 12 e via Gorini 20/A, nella giornata di mercoledì 18 ottobre;

– via Germagnano 48/A, via Salgari 21/A e via Ravina 19/A, nella giornata di venerdì 20 ottobre;

- via Zini 139 e corso Moncalieri 420/A, nella giornata di lunedì 23 ottobre.

 

(foto: il Torinese)

 

Il pittore della borghesia e delle bellezze femminili (con un pizzico di scandalo)

Si spense la sera del 14 gennaio 1938 Giacomo Grosso, acclamatissimo cantore della buona borghesia torinese, e non soltanto, il ritrattista per antonomasia delle signore bene, degli industriali come Vittorio Tedeschi, degli scultori come Calandra e dei pittori come Delleani e dei grandi musicisti come Verdi, delle nudità femminili che negli anni addietro avevano fatto scandalo. Aveva lasciato sul cavalletto un nuovo ritratto del generale Badoglio, a cavallo, il bozzetto di una delle eminenze italiane, lui che avrebbe pittoricamente tramandato i visi seri e di circostanza dell’assassinato Umberto, multimedagliato, del regnante e giovanile Vittorio Emanuele e della regina Elena, incoronata, un po’ troppo impettiti, un po’ freddi, seppur scenograficamente perfetti, seppur, lei, invidiabile in quel tripudio di specchi e consolle nella pelliccia e nel suo raso azzurro, vaporizzato a riempire la base della tela. Era nato a Cambiano, nel torinese, quasi settantotto anni prima, in una famiglia di undici figli, da un padre, Guglielmo, falegname e da una madre, Gioanna Vidotti, “setaiola, che però non lavora dovendo badare a una famiglia numerosa”, come ci informa Gian Giorgio Massara nel suo intervento all’interno del bel volume edito da Silvana Editoriale e da Albertina Press che accompagna nel cuore della mostra Giacomo Grosso, una stagione tra pittura e Accademia, curata con caparbia passione da Angelo Mistrangelo e inaugurata nei giorni scorsi in quattro diverse sedi (fino al prossimo 7 gennaio).

Un’esistenza che potrebbe prendere le mosse, anche se per interposta persona, da quel Giacomo adolescente sorpreso dodicenne da Cosola in veste di chierichetto, che attraversa stagioni di assoluta povertà, di “disperante miseria” – come anche ricordava De Amici in una breve biografia del 1906: “Il genio del celebre pittore piemontese germinò e fiorì nella miseria… campavano di stenti e pativano spesso la fame” -, che è accettato in differenti seminari, con tanto di punizioni e di sottrazione di una scatola di colori che gli era utile per i primi esercizi, che entra, grazie all’intercessione di Andrea Gastaldi, nelle sale dell’Accademia Albertina, a sostenerlo la somma di trecentosessanta lire annue che sotto il titolo di pensione gli fa pervenire il sindaco di Cambiano, Michele Rocco, che arrotonda ripassando con il colore ingrandimenti fotografici dovuti a Giuseppe Vanetti, che ha lo studio in piazza Vittorio, compenso cinque lire ciascuno. Poi i primi premi, il primo mecenate che lo ospita addirittura a Roma con tanto di atelier nel palazzo del Quirinale, i primi viaggi all’estero, l’insegnamento (mantenne la cattedra di Pittura per 46 anni) e lo studio presso l’Albertina, Grand’Ufficiale della Corona d’Italia, senatore del Regno, a due anni dalla scomparsa una personale presso il salone de “La Stampa” che in quindici giorni raccoglie oltre 120.000 visitatori.

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Quale secondo appuntamento di quell’itinerario che è “I Maestri dell’Accademia Albertina”, inaugurato l’anno scorso con Gastaldi e destinato a proseguire, oggi Torino dedica a Grosso questa mostra in cui sono raccolte cento opere. Dicevamo in quattro differenti sedi. Con gli inizi di una attività posti nella sala del Consiglio del Palazzo Comunale di Cambiano, dove s’ammira l’impressionistico Favorito, sguardo ravvicinato tra una elegante ragazza e il suo azzurrognolo pavone o gli autoritratti giovanili, la vivacità di quella vetrina realissima di peperoni carnosi nei loro colori rosso e giallo e d’uva piena di riflessi o quel Pater Noster che pecca già oltre misura di finzione, subito riscattato dai ritratti della madre e del padre, umanamente immediato dentro la semplicità dell’abito e della poltrona che lo accoglie, le dite intrecciate di quelle mani che per l’intera vita hanno lavorato il legno, omaggio autentico di un figlio. Nelle sale dell’Albertina, inserendosi quasi a fatica tra le abituali collezioni, inquadrando per se stesse spazi color crema nell’azzurrino che siamo soliti visitare, ritroviamo la concretezza di certi ritratti di amici pittori, certi angoli romani o di Venezia, le nature morte che allineano ciliegie o un tripudio di ostriche e anguille e un grosso pesce ammirato e “fotografato” su un banco di qualche antico mercato. O quei funghi che sono un fornitissimo pantone di tinte marrone, raccolti soltanto ieri in val di Susa. O la naturalezza di una verza, polposissima, gigantesca. O la tranquillità della Sera che avanza in quel borgo che sale su per la montagna, dove dentro stanno tanti nomi di colleghi piemontesi. O quel capolavoro che da solo meriterebbe la visita, quella Figura di monaca, di verghiana memoria o forse manzoniana, senza ricciolo in bella mostra ma con quegli occhi che lasciano intravedere un’ombra di sottile perfidia e di complicità. Ritroviamo – con un bell’avamposto fotografico che sono le immagini delle modelle nella loro completa nudità ad opera di Ferdinando Fino, una vetrina di fotografie autocrome stereoscopiche, ovvero il 3D odierno, che ci riportano all’interno dello studio dell’artista, stanza preziosa curata da Fabio Amerio – La nuda, esempio perfetto di procace bellezza muliebre, immersa a guardare lo spettatore nel bianco immenso di una pelliccia d’orso, capace già di scandalizzare e di scombussolare gli ingessati signori del tempo (mai quanto Il supremo convegno alla Biennale veneziana del 1895, momento altamente funebre ed erotico di cinque donne attorno alla bara dell’antico amante, occasione degli strali di Papa Sarto, vendicato di quel peccato da un incendio che a New York, con la sua stima di 150.000 dollari, lo ridusse in cenere.

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Furoreggiano nelle sale della Fondazione Accorsi-Ometto non soltanto i ritratti di anonime ragazze intente a leggere le ultime indiscrezioni nel giornale arrivato da Parigi (Amusant, vivace, l’allegria di un momento rubato) ma pure quelli delle signore della buona borghesia, delle celebrità dell’epoca, espressioni ormai incastonate, che a volte peccano di una fissità che le rende vittime del déjà vu, del ripetuto esercizio di stile, pronte tuttavia a reclamare maggiore attenzione in quegli abiti di sfrontata eleganza, accurati, risplendenti nella soavità delle stoffe, negli abbinamenti dei colori, nel tatto soffice delle pellicce, nei ricami, nei veli, immediatamente comparabili con due esempi della Sartoria Devalle messi in mostra. È la rappresentazione di un microcosmo, il ritratto di un’epoca, il sospetto di un certo decadentismo, di una perfezione che da qualche parte nasconde un più o meno piccolo tarlo, di un volume di bellezze che ci prepariamo a sfogliare, esempio perfetto di un mondo scomparso (già non pochi contemporanei rimproveravano a Grosso di non voler ricercare nuove strade nella pittura). Freddezza ed esercizio talora, forse: tuttavia non possono escludere una totale ammirazione il Ritratto di signora del ’18 o quello che ci tramanda il viso di Eleonora Guglieminetti Vigliardi Paravia o La pensierosa, quello impertinente di Luisa Chessa (1903) o in ultimo il Ritratto della signora Carriè che ci fa apparire Giacomo Grosso assai “moderno” nel suo modo di interpretare la figura. In ultimo, a conclusione dell’intero percorso della mostra, fate un salto nella Corte medievale di Palazzo Madama (fino al 23 ottobre) e lasciatevi trasportare dalla bellezza della sensuale Ninfea (1907), incastonata in quella barocca Cornice d’alcova che arredava all’Albertina lo studio del Maestro e che possiamo ritrovare come scenografia a parecchie sue opere.

 

Elio Rabbione

 

 

Le immagini:

 

Mio padre, olio su tela, 1887, Accademia Albertina

La nuda, olio su tela, 1896, GAM, Torino

Ritratto di Eleonora Guglielminetti Vigliardi Paravia, olio su tela, 1919. coll. privata

Amusant, olio su tela. 1881, coll. privata