Quanti di noi sono stati scout (o, in tenera età, lupetti) o guide? Questo metodo educativo e di associazione ebbe il suo apice, nelle versioni cattolica ed aconfessionale, particolarmente negli anni ’70 ed ’80 del secolo scorso.
Fondato nel 1907 da Lord Robert Baden Powell, un tenente generale inglese, lo scoutismo è un metodo educativo basato sull’imparare facendo, sulla vita sana all’aria aperta, sulla manualità; in pratica un metodo educativo non formale. Lo scoutismo fu sciolto dal Governo fascista tra il 1927 ed il 1928, per rinascere dopo il 25 luglio 1943, anche grazie al supporto fornito dagli scout americani ed inglesi.
Ricordo di aver iniziato il percorso nello scautismo all’età di 7 anni e di aver proseguito, passando da lupetto a scout, fino all’età di 15: furono gli anni più belli della mia vita.
Dalle attività di autofinanziamento (raccolta giornali per vendere la carta) all’autoproduzione di ciò che occorreva per le attività (ciaspole, slitte), ma anche campi estivi ed invernali, partite di pallone, la messa domenicale o le marce in montagna, ogni occasione era un ottimo motivo per stare insieme, cementare l’amicizia, crescere anche spiritualmente e imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.
In Italia le principali Associazioni scoutistiche sono tuttora l’AGESCI (Ass. Guide e Scout Cattolici Italiani), di matrice cattolica, e il CNGEI (Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani) aconfessionale.
Essere presi in giro era all’ordine del giorno, viaggiando anche in inverno con calzoni corti, vestiti con una divisa che ricordava le origini militari del fondatore del movimento, spesso intonandocanti che ti identificavano a distanza. Negli anni in cui il terrorismo e la violenza sembravano il nuovo credo, vivere professando la pace era visto in modo quantomeno strano.
Alla domenica mattina, dopo un’ora di partita di calcio (all’aperto, anche in inverno) si assisteva alla Messa e poi due ora di attività in sede, preparando i campi estivo o invernale o altre attività, o ascoltando i brani scelti da Sciuscia, soprannome del nostro padre spirituale genovese.
Epiche le “imprese” (viaggi in bicicletta) quale quella in Marocco e in Danimarca.
E’, sicuramente, un metodo che ha permesso a molti ragazzi anche problematici di confrontarsi con quasi coetanei, di sviluppare fisico e mente in modo corretto, di sentirsi parte di un gruppo, di poter trascorrere in modo attivo una settimana di vacanza invernale e due di vacanza estiva imparando a conoscere la natura, a condividere ciò che si ha, a cucinare, a commentare un libro letto da uno dei capi e molte altre cose ancora.
Quelli intorno ai 15-16 anni, inoltre, aiutavano le persone anziane e bisognose segnalate dalla parrocchia svolgendo piccoli lavori di manutenzione, recapitando la spesa o i farmaci o accompagnandoli nel disbrigo di piccole incombenze.
Il metodo educativo dello scoutismo porta sicuramente con sé una crescita dell’autostima dovuta alla capacità di adattarsi in qualsiasi situazione, la cognizione di dover evitare il superfluo e di bandire dalla propria esistenza ciò che è inutile o dannoso. Le amicizie nate e sviluppate in quel contesto, a quell’età, rimangono poi negli anni successivi; con alcuni di loro, infatti, siamo tutt’ora in contatto e vedersi è sempre un piacere, immutato.
Alcune mamme, iper-apprensive, temono che il bambino si possa rompere cadendo, o si ammali prendendo freddo in montagna o sudando giocando a calcio; sono certo che se lasciassero liberi i propri figli di provare, rischiare, imparare, conoscere, socializzare otterrebbero un domani degli adulti con un carattere formato, capaci di decidere della propria vita e grati ai genitori per averli educati così; oppure possono scegliere di tenerli nella bambagia fino a 30 anni, portandogli il caffè a letto al mattino, preparandogli il bagnetto, invitandoli a far attenzione alle ragazze che incontreranno perché nessuna è come la loro mamma.
Non si lamentassero, però, se i figli cresceranno incapaci di cuocere un uovo sodo, di riordinare la propria camera o acquistare un biglietto del treno se non c’è la mamma con loro e, soprattutto, riducendo questa al pari di una sguattera. Peggio ancora quando aspettano che qualcuno porti loro l’offerta di lavoro a casa, un lavoro per il quale hanno studiato e che soddisfi esattamente le loro aspettative; in caso contrario, cioè nel 99% dei casi, avremo un esercito di choosy (Fornero docet), fenomeno, purtroppo, particolarmente sviluppato nel nostro Paese.
Sergio Motta
Luca Mangoni del gruppo Elio e le Storie Tese racconta “Supergiovane Forever”, il suo libro, scritto a quattro mani con Paolo Cosseddu, edizioni People, la casa editrice fondata da Giuseppe Civati.


La Liguria è una meta estiva molto apprezzata. Con le sue bellissime spiagge, i deliziosi luoghi di villeggiatura, ad un passo da Torino (lavori stradali permettendo), è una valvola di sfogo naturale dalla nostra città continentale verso il blu del mare, i bagni e il relax, in poche parole questa regione per i piemontesi, e non solo, è sinonimo di vacanza.
La storia di questo adorabile paesino, avvolto dalle montagne, è inevitabilmente legata a questi eventi macabri, ogni angolo, ogni strada o luogo rimanda, infatti, alle famose streghe con suggestivi dipinti murali, statue, ma anche oggetti, tarocchi e i famosi cioccolatini “il bacio della strega”. Ogni anno, per ricordare i magici incantesimi delle megere, la prima domenica dopo ferragosto si celebra la “Strigora” durante la quale un corteo di streghe (si fa per dire) raggiunge un edificio, la Cabotina, dove sembra che queste ultime ,nel periodo malefico, si riunissero . Il Museo di Etnografia e Stregoneria, oltre all’esposizione di una ricreazione della vita contadina del passato, raccoglie alcuni documenti relativi ai processi, ricostruzioni degli interrogatori e delle torture.

potevano aver contribuito (in parte, oltre all’indiscutibile educazione famigliare, alle amicizie e quant’altro) anche quelle giornate passate fra i banchi della “Levi” e le confidenze rubate agli intervalli e ogni qual volta avevi avuto modo di parlare con quel prof. già allora spelacchiato e con tanti altri suoi colleghi e tuoi docenti che in te e in molti tuoi compagni avevano creduto e puntato il tutto per tutto, giocando le carte più importanti, sfiancanti ma vincenti, del loro difficile mestiere. Domenico lo rividi in altre occasioni. Lui sempre impegnato nel suo lavoro di “scorta” – grisaglia classica come da copione, cravatta blu, occhiali scuri, auricolari d’ordinanza – io calato nei panni del giornalista ma per lui sempre e solo prof. Ho rivisto Dome, per l’ultima volta, nel marzo del 2014. Per caso. Ci incontrammo sulla Metro, nel tratto che da “Racconigi” (dove salivo solitamente) arriva a “Porta Nuova”. Un omone con il cuore da bambino. Una montagna di capelli ricci, neri con qualche grigia sfumatura. L’età ormai superava i primi anta. Sposato, padre tenerissimo. Ora – mi raccontò – mi occupo di sicurezza negli stadi. Il piglio sempre uguale. Il mestiere aveva semplicemente dato struttura a quell’incapacità innata di accettare soprusi e di mettersi sempre dalla parte dei più deboli e indifesi che era propria del Domenico, ragazzotto di belle speranze, alunno che ce ne fossero tanti e idolo incontrastato delle fanciulle di via delle Magnolie. A Vinzaglio ci salutammo. Vengo a salutarti in ufficio, prima che tu vada in pensione, mi urlò. Il tu si sostituisce spesso, e in modo spontaneo, al lei in quegli alunni che hai conosciuto adolescenti, condividendo con loro rapporti di sincera empatia, e che, a distanza di anni (se ancora sei “riconoscibile” e il tempo non ha infierito su di te in modo impietoso) rivedi uomini fatti. In pensione ci andai a fine marzo. Da lì a pochi giorni sarei diventato nonno della bimba più bella di questo mondo. Da allora, non l’ho più rivisto. Il suo bonario sorriso mi accompagnò lungo la scala mobile fino alla ripartenza del convoglio. Ma ne sono certo. Prima o poi, caro Dome, ci sarà ancora un “Racconigi – Vinzaglio” tutto per noi.






