RITRATTI TORINESI

Marco Bardesono, la passione del giornalismo dalla cronaca nera all’era dell’intelligenza artificiale

RITRATTI TORINESI


Quando e com’è nata la sua passione per il giornalismo?

La mia passione per il giornalismo nacque in parrocchia, in un piccolo paese in provincia di Torino, Agliè, quando mi misi a scrivere per il bollettino parrocchiale locale durante gli ultimi due anni del liceo. All’epoca non esisteva “Estate Ragazzi”, quindi scrivevo i resoconti delle gite che venivano organizzate e di altre attività parrocchiali. Successivamente mi iscrissi all’università e partecipai alla fondazione e alla diffusione di un giornalino universitario che si chiamava “L’Asterisco”: i temi che venivano affrontati in questo giornale erano più che altro di carattere politico; quelli erano anni intensi, gli Anni di Piombo, e scrivere su un giornale centrista, di ispirazione cristiana era, da un certo punto di vista, anche pericoloso, poteva creare dei problemi. Nonostante questo, con alcuni colleghi universitari, ci impegnammo a portare avanti il progetto, diffondendo questo foglio (ancora prodotto con il ciclostile) nelle facoltà umanistiche dell’Università di Torino. La passione vera, quella che mi portò seriamente sulla strada del giornalismo, nacque proprio con L’Asterisco, giornale che oggi non esiste più e che, negli ultimi tempi, venne trasformato in una sorta di foglio di servizio per gli studenti, in cui si davano informazioni riguardanti piani di studio, biblioteche in cui andare a studiare, problematiche degli studenti fuori sede…

Come è proseguito il suo percorso?

Proprio in quel periodo conobbi una persona che lavorava in Rai e che cercava studenti che alla radio potessero coprire dei turni da programmista/regista in determinati periodi dell’anno, in modo particolare d’estate, nel mese di agosto, e durante le feste comandate, tra Natale e Capodanno e nel periodo pasquale. Insomma, contratti brevissimi, ma si riusciva comunque a lavorare per la messa in onda di determinati programmi già fatti precedentemente. Accettai questa mansione e lavorai in radio, in particolare per Radiodue, per un paio d’anni. In seguito, alla fine degli studi, partecipai a una selezione nazionale per frequentare alcuni stage a Roma, sempre per Radiodue, in particolare per la trasmissione Radiodue 3131, condotta dal grande Corrado Guerzoni. Venni preso e lavorai circa tre anni a Roma. Fu un periodo molto formativo perché ebbi anche modo di entrare in contatto con Corrado Guerzoni, gigante del giornalismo radiofonico e con un’esperienza politica e di comunicazione che, all’epoca, non aveva pari, tant’è vero che, prima di diventare il direttore di Radiodue, Corrado Guerzoni fu per molto tempo il portavoce di Aldo Moro. Tornato a Torino in pianta stabile, feci un’esperienza televisiva nella televisione locale, in modo particolare nel Canavese, di cui però non conservo ricordi memorabili. Si trattò di un’esperienza che sicuramente mi ha arricchito, anche dal punto di vista tecnico e non solo giornalistico, ma ho comunque continuato le mie collaborazioni giornalistiche con la carta stampata. Subito dopo approdai alla Voce di Chivasso, nata dalle ceneri del Risveglio di Chivasso, un giornale che all’inizio si occupava esclusivamente di Chivasso e del Chivassese e che in seguito, nel corso degli anni, ha saputo ampliare il bacino di distribuzione arrivando a coprire tutto il Canavese, e in anni successivi, infatti, si è trasformato ne La Voce del Canavese.

Lei è stato anche direttore di quella testata. Volevo chiederle se oggi, in qualità di vicedirettore di Torino Cronaca, riscontra delle differenze con il ruolo di direttore che ha ricoperto in passato per La Voce di Chivasso e La Voce del Canavese.

Si tratta di due ruoli e strutture differenti: un conto sono le funzioni che si hanno come direttore responsabile di una testata locale della provincia e un altro i ruoli, i compiti e le mansioni che si hanno in un giornale come Torino Cronaca, che non può considerarsi in sé un semplice giornale locale, perché nasce al di fuori della tradizione dei giornali locali e si pone come la seconda voce di una grande città. Certamente il bacino di distribuzione è locale, però la mentalità che bisogna avere in un giornale come Torino Cronaca è diversa da quella di un giornale locale come La Voce del Canavese, in cui ciò che conta maggiormente è diventare punto di riferimento per la comunità in questione, che comunque rappresenta un bel modo per l’informazione di entrare in contatto diretto con i cittadini.

Il ruolo di cronista è riuscito a mantenerlo anche a Torino Cronaca o si è occupato esclusivamente della vicedirezione?

Fui chiamato da Beppe Fossati, originario delle terre del Canavese, fondatore di Torino Cronaca, che inizialmente mi propose di occuparmi di cronaca nera, un’esperienza durata più di vent’anni, esaltante e faticosa perché si trattava di confrontarsi con una città come Torino su questioni che riguardano la sicurezza, l’emarginazione e le emergenze. Il ruolo del cronista è stato, e continua a essere, un ruolo “mobile”, la cui bravura non si misura tanto dal consenso che si ottiene su internet per numero di visualizzazioni dei propri articoli quanto per il numero di suole delle scarpe che si consumano. Ora mi occupo della vicedirezione, anche perché non sono più un ragazzino, e fare il giornalista di cronaca nera significa faticare molto anche fisicamente, seguire le dimostrazioni in mezzo ai gas lacrimogeni, prendersi qualche pietrata e correre da un capo all’altro della città per seguire molteplici eventi. Insomma, è un ruolo che normalmente, nelle redazioni, viene affidato ai giornalisti giovani.

Quanto è cambiato il ruolo del giornalista oggi? Quali le differenze da quando ha iniziato la sua carriera?

Le differenze ci sono e penso che non vi siano dubbi a riguardo. Oggi il punto è come porsi di fronte all’utilizzo dei social e all’intelligenza artificiale, che ha cambiato le dinamiche di molti settori professionali, non solo quelle del giornalismo. Se il giornalista riesce a governare l’intelligenza artificiale, utilizzandola in quanto strumento d’aiuto e non di sostituzione al suo ruolo per scrivere gli articoli o trovare le notizie, allora è possibile mantenere il senso di praticare l’attività giornalistica. Io non sono contrario all’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte dei giornalisti, a patto che siano in grado di governarla e di non farsi governare. Il lettore si accorge se un articolo è fatto con il cuore e se possiede il DNA caratteristico di chi lo scrive.

Mara Martellotta

 

Antonio Maglione, televisione e iniziative sociali

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Antonio Maglione è un conduttore televisivo su GRP Televisione Canale 15 e organizzatore di eventi sociali che sostiene finanziariamente e con i quali cerca di sensibilizzare il pubblico sui temi contemporanei della violenza e dell’indifferenza, oltre a trasmettere i veri valori della vita in una società sempre più superficiale e insensibile. Il suo impegno si dirama anche attraverso i social, che lo vedono seguito da oltre 60mila persone, e dal suo gruppo virtuale di Facebook che egli definisce come “la grande famiglia virtuale di Antonio Maglione”, che conta quasi 10mila follower e, attraverso la quale, cerca di trasmettere valori come quelli della famiglia, l’amicizia, l’amore, la solidarietà, l’onestà, la sincerità e il rispetto, empatizzando con i meno fortunati invece di rincorrere modelli superficiali che la società, e alcuni programmi televisivi, trasmettono.

“Il 6 gennaio scorso, in occasione dell’Epifania, ho organizzato un grande spettacolo pomeridiano con maghi e cantanti, per portare un sorriso ai bambini ricoverati nel Dipartimento di Patologia e Cura del bambino e di Pediatria Specialistica all’ospedale Regina Margherita di Torino, portando doni da me elargiti – ha spiegato Antonio Maglione – Da oltre 4 anni realizzo le puntate televisive su GRP TV coinvolgendo come ospiti magistrati, psicoterapeuti, professori universitari, avvocati cassazionisti, professionisti e politici, trattando soprattutto tematiche sociali”.

Le tematiche approfondite da Antonio Maglione durante le puntate del suo programma, in onda su GRP TV, sono molteplici, tra queste ricordiamo alcune delle più importanti, tra cui “Il tumore, male del secolo”, insieme al prof. Massimo Di Maio, professore di Oncologia Medica del Dipartimento dell’Università di Torino, direttore dell’Oncologia Medica 1 della Città della Salute e Presidente eletto AIOM-Associazione Italiana di Oncologia Medica; “Ospedali ieri e oggi” con la prof.ssa Franca Fagioli, direttore dell’Ospedale Regina Margherita; “I disastri della guerra” con il Generale Luigi Chiapperini; “Il malessere dei giovani” insieme al prof. Lino Grandi, direttore generale delle scuole Adleriane, con il quale ha trattato anche “L’eccessiva violenza tra i giovani: l’ansia e l’autostima”; “La bellezza della fede” con Mauro Rivella, parroco del santuario di Santa Rita da Cascia; “L’abuso di alcol tra i giovani” con l’alcologo Alessandro Gramoni; “L’amore che salva” con Padre Carmine Arice, Superiore Generale del Cottolengo; “I nuovi poveri a Torino” con Pierluigi Dovis, direttore Caritas di Piemonte e Valle d’Aosta; “Fare volontariato” con Luciano Dematteis, Presidente del Volontariato di Torino; “Sicurezza urbana in Piemonte”, con il Generale di Divisione Andrea Paterna, Comandante della Legione Carabinieri Piemonte e Valle d’Aosta, il Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte Davide Nicco e con l’avvocato Maurizio Scialò, penalista e cassazionista del Foro di Torino. Un’altra puntata è stata dedicata al Sermig – Arsenale della Pace con la sua responsabile, Rosanna Tabasso.

“Organizzo inoltre eventi di spettacolo – ha proseguito Antonio Maglione – coinvolgendo tanti bambini e genitori e trattando sempre le tematiche che mi stanno maggiormente a cuore. Il 12 febbraio del 2025 ho ricevuto dal Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, Davide Nicco, un riconoscimento su pergamena per il mio impegno costante nel sociale”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

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Stefano Caraffa Braga rilancia Villa Pastrone: “Così riportiamo la cultura in montagna”

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Stefano Caraffa Braga è comproprietario delle dimore storiche Villa Pastrone nel comune di Groscavallo e Villa Richelmy nel comune di Collegno, entrambe iscritte all’Associazione Dimore Storiche Italiane.

Il progetto delle Dimore Storiche Italiane legato a Villa Pastrone, a Groscavallo (Comune sito nella valle di Lanzo), dura da molti anni o si tratta di un’iniziativa recente?

La villa di Groscavallo, Villa Pastrone, oggi membro dell’Associazione Dimore Storiche Italiane, l’ho acquistata nel giugno del 2023 e proveniva da vent’anni di abbandono. Si tratta di una villa in stile liberty situata all’interno di un parco all’inglese, il cui pregio è legato alla presenza di maestosi alberi secolari, un imponente complesso di statue e fontane ed una dépendance, sempre in stile liberty, che ospita un salone da ballo che sarà la sede di una rassegna culturale estiva. Sono stato io a iscriverla nell’Associazione Dimore Storiche Italiane e a sviluppare le giornate d’apertura, in primo luogo quella indetta a livello nazionale dell’Associazione stessa, che si occupa, oltre al resto, di valorizzare e far conoscere gli edifici di particolare interesse storico-artistico su tutto il territorio nazionale. Questa villa deve il suo nome a Giovanni Pastrone, che ne è stato proprietario a partire dagli anni Venti del Novecento fino alla sua morte, avvenuta nel 1959 a Torino. Pastrone è stato un grandissimo regista, produttore cinematografico e sceneggiatore, “padre” del cinema torinese e regista di “Cabiria”, i cui dialoghi e la creazione dell’atmosfera poetica sono stati opera di Gabriele D’Annunzio, la qual cosa contribuì a portare la Società Itala Film ad una nomea internazionale.

Come si configura l’attività dell’Associazione Dimore Storiche Italiane?

L’Associazione, a livello nazionale, ha un peso specifico importante e promuove la tutela, la conservazione e la valorizzazione delle dimore storiche, anche alla luce dell’indotto positivo che queste creano sul territorio, legato alle aperture, all’affezione della popolazione e dei turisti a questi edifici e alla loro storia, alla consistente mole di lavoro di maestranze specializzate, restauratori e professionisti che il loro buon mantenimento richiede.

Lei è proprietario anche di un’altra dimora storica…

Si, sono comproprietario di Villa Richelmy, dimora storica sita a Collegno, una villa del Settecento progettata da un allievo di Filippo Juvarra, l’architetto Ignazio Galletti, che annovera tra i suoi tanti lavori quello del santuario della Madonna di Oropa, di Palazzo Piossasco di Rivalba e del Convitto Principessa Felicita di Savoia (già Convitto delle vedove e nubili di civile condizione). Anche Villa Richelmy è iscritta all’Associazione Dimore Storiche, ma per quest’anno il progetto della giornata di apertura, fissata per domenica 24 maggio prossimo, riguarda soltanto Villa Pastrone.

Quale sarà il programma di quest’anno riguardante le aperture della villa? Quali le iniziative culturali?

Intanto vorrei sottolineare che domenica 24 maggio l’accesso al parco e alla dépendance saranno gratuiti, mentre l’accesso agli interni della villa avverrà a fronte di un contributo minimo di dieci euro a persona: quanto incassato verrà interamente devoluto a progetti inerenti al territorio, in quanto metà dell’incasso sarà destinato al Comitato per la conservazione ed il restauro dei beni storici e religiosi del Comune di Groscavallo, l’altra metà alla stagione culturale estiva (dal 19 luglio al 16 agosto) che abbiamo organizzato con l’Associazione Al Cicapui ASD e APS e si articolerà in tre concerti, tre mostre d’arte e due salotti letterari. Auspico che l’incasso del 24 maggio possa contribuire a sostenere la Rassegna Culturale Montana e le spese che comporterà (in particolare per i concerti, che prevedono da parte del pubblico una donazione minima di 20 euro a serata) riguardanti l’affitto e il trasporto del pianoforte, la retribuzione e il pernottamento dei musicisti…

L’obiettivo è di rendere accessibile dal punto di vista economico la partecipazione ai concerti, sostenere i giovani musicisti, promuovere le arti, creare incontri culturali di qualità nella Valgrande di Lanzo, con tutte le ricadute positive sul territorio che ne conseguono.

La Rassegna prenderà avvio domenica 19 luglio, dalle ore 17 alle 19, con la tematica “La letteratura di oggi e la pittura di ieri”, un salotto letterario con la scrittrice Marina Rota e la giornalista Laura Siviero Braja. Al termine della conversazione si potrà ammirare l’esposizione dell’artista Margherita Ducci, intitolata “Un percorso pittorico neoimpressionista; sabato e domenica 1 e 2 agosto, dalle 15 alle 19, è in programma l’appuntamento dal titolo “Oltre l’ovvio. Dietro l’obiettivo nulla è come sembra”; sabato e domenica 15 e 16 agosto, dalle 15 alle 19, si terra una mostra d’arte dal titolo “Le arti figurative nelle Valli di Lanzo e in Piemonte tra Ottocento e Novecento”, con dipinti tratti da collezioni private, sculture e testimonianze del fervore artistico ai piedi delle Alpi Graie, a cavallo tra i due secoli; per quanto concerne gli appuntamenti concertistici, domenica 26 luglio, dalle 17.30 alle 19, si terrà il concerto di Torino String Ensemble, sulle Quattro Stagioni di Antonio Vivaldi. Introduce l’incontro Stefano Vitale, Direttore Artistico dell’Associazione Amici dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai; sabato 1 agosto, dalle 17.30 alle 19, in concerto si esibirà il Quintetto Dedalo con “Classico con…passione”, nel quale verranno eseguite musiche di Robert Schumann e di Johannes Brahms. Introduce l’incontro Stefano Vitale. Ultimo incontro sabato 8 agosto, dalle 17.30 alle 19, con Davide Cabassi al pianoforte, in un concerto dal titolo “Beethoven. Il suono dell’anima. Introduce Stefano Vitale.

Mara Martellotta

 

 

 

 

 

 

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Paola Gribaudo racconta l’eredità del padre: “Così l’Archivio guarda al futuro”

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Paola Gribaudo, presidente dell’Archivio Gribaudo e figlia del grande artista ed editore torinese Ezio Gribaudo, ha raccontato i progetti presenti e futuri che coinvolgono l’Archivio, tra cui una mostra oggi ospitata a Villa della Regina, fino a domenica 24 maggio prossimo, dal titolo “Meraviglia. Viaggio nell’arte di Ezio Gribaudo”, un primo  tributo  che parte da Torino per le celebrazioni in occasione di 60 anni dal Premio ricevuto alla 33esima Biennale d’Arte di Venezia, contesto che nel 1966 lo consacrò come miglior artista grafico italiano.

“È stata una bella sfida inserire le opere all’interno delle magnifiche sale di Villa della Regina perché sono già molto ricche ma siamo soddisfatti di aver creato un’esposizione  interessante – afferma Paola Gribaudo,- le opere di mio padre Ezio si inseriscono nell’ambiente in modo armonico e il gradimento del pubblico è molto positivo”.

“L’ Archivio Gribaudo è nato nel 2017 quando mio padre era ancora con noi, e il suo scopo, fin dall’inizio, è sempre stato quello di valorizzare, conservare e studiare le sue opere – continua Paola Gribaudo – ci occupiamo anche di un preciso lavoro di catalogazione affiancando e collaborando con  le istituzioni come avvenuto per questa mostra a Villa della Regina che fa parte di un progetto più ampio che si chiama QU.EEN, narrazione d’arte e natura a Villa della Regina.

In questo caso la collaborazione ha funzionato molto bene: ci siamo incontrati con il curatore Roberto Mastroianni, la direttrice di Villa della Regina, Sara Lyla Mantica e la curatrice Valeria Amalfitano, che hanno scelto il tema del viaggio, reale e fantastico, un percorso della carriera artistica di mio padre, affiancandolo ad attività didattiche e appuntamenti musicali nella residenza sabauda che viene così riportata alla sua originaria vocazione di crocevia di arte, natura, pensiero e paesaggio.
Con Lilou Vidal, la direttrice artistica e scientifica dell’Archivio Gribaudo, ci siamo aperti maggiormente alle collaborazioni con i musei e con le istituzioni internazionali e abbiamo ideato un programma che si chiama ‘Inserto’  – prosegue Paola Gribaudo – con l’obiettivo di mantenere un dialogo discorsivo e visivo con l’eredità di mio padre con artisti, scrittori, poeti, curatori ed editori contemporanei, generando un nuovo pubblico e una rinnovata attenzione per l’Archivio che accoglie un numero sempre maggiore di visitatori.

Per celebrare i sessant’anni dal Premio alla Biennale di Venezia, abbiamo inaugurato quest’ omaggio con l’esposizione a Villa della Regina, anticipata da una mostra collettiva a Copenaghen. Nei prossimi mesi sono in programma  altri eventi: a Milano la donazione di un ritratto di Milva del 1965 alla Fondazione Insula Felix di Milva e Martina Corgnati di un ritratto, per ricordare la grande cantante, amica di mio padre che frequentava in quegli anni grazie a Maurizio Corgnati di cui si celebrano i 5 anni dalla sua scomparsa.

Il secondo evento milanese riguarderà una mostra presso la galleria casa MB in occasione di Miart e una personale nella galleria Sans Titre a Parigi e, in seguito, a Venezia da Tommaso Calabro concentrata in particolare sui logogrifi e le opere presentate alla Biennale nel 1966.

“La mostra a Villa della Regina cronologicamente parte dal 1961 – conclude Paola Gribaudo- Inizia dai Diari di New York per arrivare ai ‘teatri della memoria’, opere che rappresentano collage di alcune sue opere grafiche, una serie di lavori iniziati nei primi anni Sessanta che indagano i tempi di una realtà sensibile, per continuare con le gabbiette con gli animali, opere risalenti agli anni Settanta che, a Villa della Regina, hanno trovato una collocazione perfetta, sembrano fatte apposta per quelle sale, e ancora i dinosauri, un tema che mio padre ha declinato con tutti i materiali, dalla scultura fino alla juta, sulla carta, sulla tela, sul bronzo. I dinosauri nascono dopo un nostro viaggio a New York, negli anni Ottanta, in seguito a una visita al Museo di Storia Naturale dove all’ingresso si trova un enorme scheletro di dinosauro che colpì la sua immaginazione.

In mostra ricordiamo anche la presenza di Pinocchio (e quest’anno ricorre il duecentesimo anniversario della nascita di Carlo Collodi) con due tele, più un’altra piccolina sullo scrittoio, un’avventura alla scoperta di un universo di simboli che rivela il profondo interesse dell’artista verso l’infanzia e il gioco, intesi come metafore universali per fare esperienza del mondo, e anche alcuni libri d’artista, pezzi unici che contengono testi poetici scritti da Raffaele Carrieri e da Antonio Tabucchi, che incontravamo spesso a Parigi e che si appassionò così tanto a questi librini da comporre appositamente alcuni aforismi che vennero in seguito pubblicati sugli stessi”.

“Meraviglia. Viaggio nell’arte di Ezio Gribaudo”  fino al 24 maggio 2026 presso Villa della Regina – strada Santa Margherita 79, Torino – 011 8195035

Mara Martellotta

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi  

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

Mara Martellotta

 

Carlo Degiacomi, una vita per la radio e per il sociale

Ritratti Torinesi 

Carlo Degiacomi, classe 1950, è architetto, giornalista e divulgatore scientifico, molto noto a Torino per essere stato, nel 1983, fondatore e direttore della storica emittente Radio Torino Popolare, oltre ad essere stato direttore del Museo “A come Ambiente”, il primo a livello europeo interamente dedicato ai temi ambientali e situato nel capoluogo piemontese.

“Nel mese di ottobre 2025 è stata pubblicata la mia ultima curatela letteraria, intitolata ‘Ascoltare la città. Comunicare a 360°. Nuotare nel sociale. Radio Torino Popolare. Una radio locale e i suoi sviluppi’ – ha raccontato Carlo Degiacomi –  Direi che ci sono tutte le caratteristiche che hanno portato alla nascita di Radio Torino Popolare, cioè un’emittente locale con l’idea di incarnare una funzione informativa allargata, ovvero dar spazio a tutto ciò che succedeva in città, ma anche agli approfondimenti musicali. Un radio che comprendeva tutta una serie di iniziative parallele che ci hanno portato a creare tre redazioni: la prima dedicata alla musica, la seconda all’informazione e la terza ad attività di varo genere. Insieme costituivano una ricerca assoluta d’ascolto alla città. Radio Torino Popolare è nata con l’intento di stabilire un rapporto con la gente e, in particolare, con i giovani, e gli anni Novanta hanno rappresentato il coronamento di questa volontà”.

“Radio Torino Popolare è nata nella sede della CISL, che ci ha aiutato a creare una struttura solida e con la quale abbiamo mantenuto ottimi rapporti successivamente, quando ci siamo spostati in autonomia in una nuova sede – ha continuato Carlo Degiacomi – all’inizio abbiamo rilevato le frequenze di Radio Città Futura, una delle prime emittenti sul territorio, e fin da subito abbiamo cercato di dare la nostra impronta culturale: il concetto centrale era fare rete proprio nel momento in cui si stava decidendo il futuro delle radio private. Abbiamo così fondato il Sindacato delle Radio Piemontesi, la FERP, che ha svolto un ruolo cruciale nel costruire e difendere un futuro per le radio private, nell’intervenire su quelli che erano diritti, doveri e regole del settore a livello nazionale. Questa unione è poi sfociata anche in iniziative comuni molto importanti: cito, per esempio, il tema sociale degli anni Ottanta legato ai tanti morti di eroina e all’uso della droga, che ha unito una serie di emittenti radiofoniche in vere e proprie campagne contro il dramma rappresentato dal massivo uso di sostanze, in progetti musicali e iniziative legate ai temi caldi di quel periodo storico. Come Radio Torino Popolare abbiamo inoltre fondato un’agenzia chiamata Radionotizie, diventata in seguito il notiziario per tutto un blocco di radio, in Piemonte, importanti. Nel libro tratto anche l’argomento di alcuni format innovativi e iconici di Radio Torino Popolare, tra cui ‘Scrivere la radio’, che ci ha consentito di vincere l’Oscar delle trasmissioni culturali radiofoniche, consegnatoci da Pippo Baudo al teatro delle Vittorie, a Roma”.

“Radio Torino Popolare chiuse nel 2003 – spiega Carlo Degiacomi –  ma le è sopravvissuta fino ad oggi una parte, Ecofficina, nata da quella redazione dell’emittente che si occupava delle iniziative culturali e che ha coinvolto decine di migliaia di persone. Ecofficina ha curato, per 16 anni, fino al 2006, il progetto grafico e le mostre delle edizioni della ‘Tre giorni del Volontariato, della solidarietà, della cittadinanza’, un evento locale che ha sviluppato un respiro nazionale, ospitando personalità di ogni tipo, dal mondo musicale a quello sociale, e occupando luoghi simbolo di Torino come il Valentino, piazza Castello, via Po, Piazza Vittorio con banchetti, incontri, mostre e iniziative culturali dalle finalità benefiche.

Attraverso campagne e un progetto di visione legato alla città, come Ecofficina abbiamo anche  trasformato, con un supporto importante da parte del Comune di Torino, alcune aree dismesse in progetti come ‘Parco Giò’ (all’interno di Parco Michelotti) e ‘La casa della Tigre’, una struttura polivalente che era stata ideata come spazio dedicato alla didattica e alla divulgazione per i più piccoli, una sorta di salotto all’aperto nel centro della città, incentrato su attività creative continue e laboratori. La Casa della Tigre ha rappresentato per Ecofficina uno dei progetti più strutturati, insieme al Museo ‘A come Ambiente’, nato nel 2003, alla fine di Radio Torino Popolare, e ancora oggi in attività. Con una mostra al Museo dell’Automobile, intitolata ‘R come Rifiuti’, siamo stati tra i primi ad aiutare, con un’iniziativa che ha coinvolto successivamente anche il Museo ‘A come Ambiente’, le aziende che si occupavano di rifiuti a stimolare la cittadinanza a fare la raccolta differenziata. Il Museo ‘A come Ambiente’ è il primo, a livello europeo, interamente dedicato alle tematiche ambientali, pensato per offrire ai bambini, scuole e cittadini la possibilità di sperimentare in prima persona e confrontarsi su temi quali l’energia, il riciclo dei materiali, l’acqua, i trasporti e l’alimentazione”.

“Per quanto riguarda invece il futuro delle radio – conclude Carlo Degiacomi – se volgo lo sguardo verso il passato penso siano stati fatti errori e cose positive. Bisognerebbe provare a ragionare sul tema riguardante gli spazi dell’informazione locale. Io penso che questi spazi siano enormi. Il pensiero che questi non esistano, fa sì che si parta da un punto di vista non corretto all’origine. Penso sia valido ancora oggi il consiglio di ‘fare rete’ per rafforzarsi: chiunque voglia operare all’interno di questi spazi d’informazione deve tenere sempre a mente questo concetto della rete. Credo che con spirito d’iniziativa e innovazione si possa andare incontro al futuro con ottimismo”.

 

MARA MARTELLOTTA

Luca Rolandi: il Cammino della Pace e nuove iniziative per la Circoscrizione 2

RITRATTI TORINESI

Luca Rolandi, Presidente della Circoscrizione 2 di Torino, giornalista e dottore di Ricerca in Storia Sociale e Religiosa, già direttore del settimanale diocesano “La Voce del Popolo” e fondatore de “La Voce e il Tempo”. Importante autore di saggi riguardanti personaggi e vicende del mondo cattolico in Italia, è stato Presidente della Fondazione Fuci dal 2016 al 2019, e si occupa di progetti di ricerca presso la Fondazione Carlo Donat – Cattin e in altre istitiuzioni culturali. Originario di Pozzolo Formigaro, genovese di formazione e torinese d’adozione, ha lavorato come ufficio stampa e relazioni esterne per eventi nazionali e internazionali in campo culturale, sportivo e sociale, tra cui le Olimpiadi invernali di Torino 2006.

“Il Cammino della Pace, a cui ho recentemente partecipato in Umbria, ispirato a tutti i modelli non violenti più conosciuti nella storia, è stato un evento oggi più urgente che mai – ha dichiarato Luca Rolandi – il pensiero della guerra e della violenza come strumenti per risolvere i conflitti pare essere tornato in auge in Occidente, un ‘homo homini lupus’ che ciclicamente la nostra storia occidentale ripropone. La presenza attuale di più di 50 conflitti bellici in atto non si concentra solo sulla Palestina e l’Ucraina, ma anche in terre quali l’Africa, l’America del Sud, il Congo, Myanmar e Yemen. La marcia, più partecipata che mai quest’anno, il 12 ottobre scorso ha raggiunto il centro di Perugia accogliendo un grande numero di famiglie e giovani, definendosi in un’espressione plurale del mondo laico e del mondo religioso, con la forte convinzione che i conflitti possano essere risolti in modo non violento. Pensiamo ai grandi e meravigliosi esempi di Gandhi e Mandela, che ci hanno insegnato anche quanto sia importante, in queste occasioni, la lungimiranza e la coerenza nel portare avanti queste convinzioni. La marcia si è conclusa ad Assisi, dopo otto ore di cammino, all’insegna dell’entusiasmo e della serenità”.

“Il nuovo Papa, Leone XIV – ha continuato Rolandi – a cui viene naturale per adesso l’accostamento alla figura del grande Papa Francesco, emblematico simbolo rivoluzionario e di pace, è una figura il cui magistero è improntato all’umiltà. Sembra esserci nelle caratteristiche del suo pontificato la volontà di conservare i valori della Chiesa, ma rendendola contemporanea ai tempi attuali, tenendo unite però le differenze più aspre. Ammirabile il suo tentativo di porsi come mediatore tra culture e fedi differenti.
La fraternità è un altro concetto a cui sono molto legato. Fraternità vuol dire solidarietà, comunità, combattere il senso di isolamento. Proprio la fraternità è quel concetto evangelico su cui si basa il papato di Leone XIV”.

“Tra le mie attività vi è quella di scrittore – ha raccontato Luca Rolandi – e l’ultima mia fatica letteraria “Pier Giorgio Frassati e la politica”, uscita in libreria nel giugno 2025, è incentrata sulla figura di Pier Giorgio Frassati, sul suo impegno politico e sociale legato alla dimensione della carità, che sapeva esprimere nella sua quotidianità. Un impegno politico e sociale che si era concretizzato attraverso l’Azione Cattolica legata al mondo gesuita e domenicano. Si iscrisse inoltre al Partito Popolare di Don Sturzo, anche se per poco tempo, vista la sua prematura morte, a cui partecipò in quanto semplice militante, ma molto appassionato. Una passione che l’ha sempre portato a schierarsi dalla parte della libertà e contro ogni forma di totalitarismo. Morirà il 4 luglio del 1925, anno in cui il Fascismo emanava le Leggi Razziali. Al Polo del ‘900 lo ricorderemo il 15 novembre con un convegno”.
“Frequentare il Polo del ‘900 significa studiare la storia per comprendere ed elaborare al meglio gli eventi del presente – conclude Luca Rolandi – avere memoria del passato è fondamentale per affrontare le sfide del futuro”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

 

 

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Roberto Veronesi: “Mi piace annusare la lana”

Ritratti torinesi

INTERVISTA ALL’AUTORE

È stata pubblicata la nuova fatica letteraria di Roberto Veronesi, giornalista torinese e torinista appassionato, dal titolo “Mi piace annusare la lana”(Paola Caramella Editrice, 2025). Il libro raccoglie 17 racconti, in parte autobiografici e in parte no, incentrati su temi che più spesso ricorrono nell’opera di Veronesi, quali l’amore, passioni, lavoro, famiglia ed emozioni. Il trascorrere del tempo, in particolare, fa da sfondo a tutti i racconti, rappresentando il vero fil rouge che lega le varie narrazioni all’interno del libro.
“La necessità di scrivere – ha spiegato Roberto Veronesi – è cominciata dal momento della nascita di mia figlia Francesca: un evento cruciale che ha rappresentato il passaggio a una vera consapevolezza di responsabilità e, contemporaneamente, il desiderio di restituire emozioni e considerazioni riguardo il futuro e il mondo”.
Il titolo del libro, “Mi piace annusare la lana”, trae ispirazione da un episodio di vita che contraddistingueva il carattere dell’autore fin dall’infanzia e rappresentava un importante simbolo di fiducia. Un’immagine che riporta teneramente a Linus e alla sua copertina, mitico personaggio del fumetto di Schultz.


“Ero affezionato a una coperta di lana – racconta Roberto Veronesi – una coperta che prestavo soltanto a qualcuno di cui mi fidavo. Un gesto che riporta fortemente alla tematica dell’amicizia contenuta in questo mio ultimo libro, che vuole anche rappresentare una nuova comprensione e dolcezza verso se stessi, un invito a fermarsi, ricordare e valutarci con una rinnovata benevolenza e guardare al futuro con nuovi occhi e prospettive”. “Un altro leitmotiv importante che lega i racconti – continua Veronesi – è rappresentato dall’ironia e dalla leggerezza, un modo di essere umani ancor prima di scrittori. Anche se, senza queste due componenti, probabilmente non riuscirei neanche a scrivere. La lettura è sempre stata una mia passione e mi sono ispirato molto ad autori che della leggerezza hanno fatto un loro tratto distintivo, come Piero Chiara, Stefano Benni, Daniel Pennac e Italo Calvino. I personaggi dei miei racconti sono sempre romanzati, anche se provengono quasi tutti dalla vita vera e si intrecciano fra loro attraverso quei dialoghi serrati che ritmano la narrazione. Hanno tutti un volto e un nome che originano dai miei ricordi”.
“Per quanto riguarda il futuro letterario – conclude Veronesi –  sto scrivendo altri racconti e mi piacerebbe poter dare una seguito al mio romanzo, uscito per Albatros, ‘Qui non ride mai nessuno’”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

Luca Bonfanti, l’anatomista veterinario che sta cambiando le Neuroscienze

RITRATTI TORINESI

Una ricerca pubblicata in agosto sulla prestigiosa rivista Plos Biology rivela l’esistenza di grandi quantità di “neuroni immaturi” nell’amigdala dei primati, a differenza dei topi che, invece, ne hanno pochissimi. L’evoluzione avrebbe quindi dotato questa regione cerebrale nota per gestire le emozioni con una forma di plasticità (capacità del cervello di cambiare la propria struttura) sino a poco tempo fa sconosciuta.

Ma non è la prima volta che i neuroni immaturi fanno notizia. Ė da circa un decennio che a Torino si studiano queste cellule usando un approccio di anatomia comparata.

A condurre questa indagine è Luca Bonfanti, professore di Anatomia Veterinaria dell’Università di Torino che da sempre studia la plasticità cerebrale nei cervelli di specie molto diverse, dai topi agli scimpanzé. Dal 2010 il prof. Bonfanti coordina un gruppo di ricerca al NICO (Neuroscience Institute Cavalieri Ottolenghi), il centro torinese per lo studio delle Neuroscienze, di cui è tra i fondatori.

Per capirne di più, Il Torinese lo ha intervistato.

Professore, possiamo iniziare spiegando cosa sono i neuroni immaturi?

Il nome si riferisce a un tipo particolare di cellule nervose che restano bloccate in uno stato di immaturità per lungo tempo, per poi “risvegliarsi” nella vita adulta e integrarsi come nuovi neuroni. Pur generati nella vita fetale come tutti gli altri neuroni, riescono però a fermare la loro maturazione (non sappiamo ancora come), rimanendo “congelati” nel secondo strato della corteccia cerebrale fin quando riprendono a maturare (neanche qui si sa come) per entrare a funzionare nei circuiti nervosi.

Lo strano fenomeno è stato dimostrato da ricercatori austriaci creando un topo transgenico in cui è possibile seguire nel tempo le cellule immature. Ė diverso dalla genesi di nuovi neuroni derivanti dalla divisione di cellule staminali (neurogenesi adulta): i neuroni immaturi esistono in regioni cerebrali prive di nicchie staminali, come la corteccia cerebrale, in cui avviene una “neurogenesi senza divisione”.

Trattandosi di scoperta recente, si sa ancora ben poco, sia sui meccanismi che controllano queste cellule, sia sui ruoli che possono svolgere nel cervello umano. Infatti, a differenza della neurogenesi adulta da staminali, su cui esistono 14.000 articoli scientifici, nel caso dei neuroni immaturi possiamo contare solo su alcune decine di articoli. Insomma, il tema è tutto da scoprire.

Come sono stati scoperti?

In realtà, ci si è accorti della loro presenza poco per volta, nell’arco di più di vent’anni, perché erano ben nascosti. Li abbiamo visti per la prima volta indipendentemente io e un ricercatore giapponese all’inizio degli anni ’90, entrambi studiando una molecola di immaturità che li marcava molto bene rispetto ai comuni neuroni, ma senza sapere che cosa fossero in realtà. Ben 17 anni dopo, un ricercatore spagnolo ha dimostrato che, pur restando molto giovani, questi neuroni vengono generati in epoca fetale. Ė come se un nostro compagno delle elementari, per magia, fosse rimasto un ragazzino e ora si trovasse in mezzo a noi adulti, ancora con possibilità di crescere.

Ho quindi scritto un articolo insieme allo spagnolo, in cui si ipotizza una nuova forma di plasticità: neuroni nuovi ma senza divisione. Va detto infatti che in quel periodo si era in piena corsa all’oro delle staminali cerebrali e l’intera comunità scientifica (noi compresi) si dedicava a quello. E, ironia della sorte, i neuroni neo-generati da staminali e quelli immaturi esprimevano le stesse molecole di immaturità, creando così una confusione notevole nell’interpretazione dei risultati. Tant’è vero che il nome “immaturi” è tutt’ora improprio, non distinguendo realmente le due categorie di “cellule giovani”, e bisognerà accordarsi per cambiarlo.

Solo nel 2018 gli austriaci, che usavano il topo transgenico, sono riusciti a dimostrare che quei neuroni si “risvegliavano” e iniziavano a funzionare. Possiamo considerarlo una sorta di trucco della natura per avere nuovi neuroni in regioni cerebrali che non li possono generare, perché prive di cellule staminali (come è, appunto, la corteccia cerebrale).

Veniamo dunque alle sue scoperte

Sebbene coinvolti anche noi nella corsa alle staminali, avevamo intuito che potevano esistere notevoli differenze tra le specie animali. Il che non è banale, visto che il modello animale più usato in ambito biomedico è il topo (o il ratto), ovvero roditori da laboratorio che presentano indubbie differenze rispetto alla specie umana, che rappresenta l’obiettivo a cui trasferire i risultati della ricerca. Sulla base di quell’intuizione, ipotizzammo che le differenze potessero interessare proprio la plasticità.

In un lungo studio condotto su cervelli di delfino (mammifero acquatico privo di olfatto, avendolo sostituito con l’eco-localizzazione in milioni di anni di evoluzione) non abbiamo trovato neurogenesi nella principale nicchia staminale degli altri mammiferi, cioè quella che produce neuroni proprio per il bulbo olfattivo. Nasceva così l’idea che la plasticità, pur rappresentando una costante nel mondo animale, sia legata per tipo e intensità alla nicchia ecologica della specie, trovandosi prevalentemente nelle regioni cerebrali più “utili” alla sopravvivenza. Infatti il topo vive e sopravvive principalmente grazie all’olfatto, mentre noi, pur usando il naso per qualcosa, sopravviviamo soprattutto grazie alla corteccia cerebrale!

Studi effettuati da altri gruppi di ricerca direttamente sul cervello umano hanno confermato questa ipotesi: nell’uomo la nicchia staminale legata all’olfatto si esaurisce intorno ai due anni di età (mentre nei topi rimane attiva per l’intera vita dell’animale).

Ipotizzammo quindi che la stessa cosa potesse accadere per i neuroni immaturi, ma al contrario. Già nel 2018 trovammo grandi quantità di neuroni immaturi nel cervello della pecora, più simile al nostro che non a quello del topo. Nel 2020, il nostro gruppo ha eseguito una mappatura sistematica di queste cellule nella corteccia cerebrale di 10 mammiferi, dai topi ai primati (dati pubblicati sulla rivista eLife; vedi link al fondo dell’articolo), dimostrando che la loro quantità aumenta a dismisura nei cervelli grandi e con corteccia espansa, essendo invece ridotta nel cervello piccolo e “liscio” del topo. Addirittura, nei roditori i neuroni immaturi sono limitati a una parte antica (paleocorteccia, anch’essa legata agli stimoli olfattivi) mentre nelle specie con molte circonvoluzioni cerebrali si estendono all’intera superficie della neocorteccia, la parte più nobile del cervello.

Appare quindi chiaro che l’evoluzione ha piazzato i neuroni immaturi nella regione che, pur priva di cellule staminali, conferisce ai cervelli grandi e complessi quelle proprietà cognitive e quelle capacità computazionali che li contraddistinguono!

E il recente lavoro riguardante l’amigdala?

L’amigdala è una regione cerebrale importante in quanto gestisce le emozioni e molti aspetti della vita di relazione, soprattutto in specie con socialità complessa, come i primati. Studi precedenti, sempre a causa di quella confusione sopra citata, avevano concluso che vi fosse neurogenesi anche in questa regione. Riprendendo le nostre analisi comparative tra le specie animali, abbiamo caratterizzato le cellule immature dell’amigdala con una serie di esperimenti che hanno confermato trattarsi di cellule dormienti, come quelle della corteccia. Inoltre, eseguendo conteggi accurati e analisi filogenetiche in più di 80 cervelli molto diversi tra loro, anche questa volta abbiamo visto che i cervelli grandi e complessi dei primati hanno quantità enormi di neuroni immaturi in confronto ai topi, confermando una scelta evolutiva legata alle dimensioni del cervello.

La recente scoperta, pubblicata su Plos Biology (vedi link al fondo dell’articolo), ha inoltre rivelato qualcosa di sorprendente: anche se l’amigdala non aumenta di dimensioni dal topo all’uomo, come avviene invece per la corteccia cerebrale, i neuroni immaturi sono contenuti nell’unica parte che si è espansa nei primati (il nucleo basolaterale), proprio perché strettamente connessa con la corteccia! Esiste quindi una logica evolutiva che accomuna corteccia cerebrale, amigdala e neuroni immaturi.

A cosa potrebbe servire tutto ciò e cosa cambia nelle Neuroscienze?

Premesso che si tratta di una ricerca ancora giovane e che sappiamo poco o nulla sui meccanismi cellulari, sul ruolo fisiologico o eventuali ruoli in situazioni patologiche dei neuroni immaturi, ciò che si può dire è che abbiamo rivelato una potenziale fonte di plasticità strutturale in regioni cerebrali cruciali per lo sviluppo e il funzionamento del cervello. Un fatto, questo, che sta spostando l’attenzione della comunità scientifica dalla neurogenesi delle cellule staminali a questa forma particolare di cellule dormienti.

Il dato davvero nuovo è la prevalenza del fenomeno nei cervelli di specie affine alla nostra. L’enorme lavoro di mappatura svolto in cervelli molto eterogenei tra loro conferma la tendenza evolutiva secondo cui i cervelli grandi e complessi prediligono i neuroni immaturi associandoli ad aree nobili coinvolte in funzioni cerebrali complesse, come la pianificazione delle azioni e le emozioni.

Questa plasticità può avere un ruolo fondamentale nel corretto sviluppo e affinamento del cervello dei giovani (con tutte le implicazioni nella sfera della pedagogia) e nella prevenzione dell’invecchiamento. Infatti, un altro risultato dei nostri studi comparativi rivela che i neuroni immaturi rimangono abbastanza stabili anche nell’adulto e ad età avanzate, mentre sappiamo che altre forme di plasticità sono prevalentemente giovanili. Potrebbe essere un altro trucco della natura per mantenere la plasticità in specie longeve. Studi successivi dovranno quindi indagare il comportamento di questa “riserva di neuroni giovani” nell’invecchiamento, nonché un eventuale ruolo nei disordini neurologici e nelle malattie neurodegenerative.

Progetti futuri?

Le idee sono innumerevoli. Le possibilità di realizzarle sono tuttavia limitate dalla complessità di questi studi e dalle risorse disponibili, umane e finanziarie. Attualmente stiamo studiando la possibile modulazione dei neuroni immaturi in diverse condizioni ambientali. Ė noto, infatti, che lo stile di vita e l’ambiente circostante possono modificare la plasticità del cervello. Andremo quindi a vedere se (e come) aspetti quali l’ambiente arricchito, lo stress, l’attività fisica, e così via, andranno a condizionare la maturazione di queste cellule. Se così fosse, si potrebbero pianificare strategie per favorire un corretto sviluppo del cervello nelle fasi giovanili di affinamento dei circuiti (coinvolgendo scuola, famiglia, amicizie, ambiente in cui vivono i giovani), o prevenire eventuali danni legati a invecchiamento o deficit neurologici legati a patologie. La strada in questa direzione è però ancora lunga, anche perché la nostra scoperta sposta l’attenzione dai topi alle specie con cervello grande e complesso, con implicazioni pratiche ed etiche tutt’altro che semplici.

A chi è grato per i risultati conseguiti?

La ricerca è un lavoro di squadra che non richiede solo collaboratori e finanziamenti, ma un ambiente costruttivo in cui possano circolare le idee, gli scambi di opinioni, e anche le critiche, se volte a migliorare la qualità della ricerca stessa. Sono certamente in debito con molte persone, in primis i dottorandi e i tesisti che svolgono quotidianamente il lavoro di laboratorio, un compito complesso che richiede qualità professionali e umane di altissimo livello (tra cui la dedizione, un valore che sembra anacronistico).

Poi sono grato al NICO, in tutte le figure, dal Direttore, ai colleghi, ai tecnici, per aver creato e mantenuto nel tempo un ambiente favorevole alla ricerca di alto livello e in continua evoluzione. E anche al Dottorato in Scienze Veterinarie, di cui faccio parte sia dalla sua istituzione, e nel cui rigore sono cresciuti i giovani dottorandi che hanno prodotto i risultati delle nostre pubblicazioni.

Infine, sono riconoscente nei confronti di tutte le Istituzioni, italiane e straniere, che hanno fornito i cervelli per i nostri studi e tutta una serie di expertise importanti nella discussione dei dati, in primis il Dipartimento di Antropologia della George Washington University, negli Stati Uniti, dove i nostri dottorandi hanno libero accesso per studiare i cervelli dei primati.

Link agli articoli originali:

eLife: https://elifesciences.org/articles/55456

Plos Biology: https://journals.plos.org/plosbiology/article?id=10.1371/journal.pbio.3003322

Mara Martellotta

 

 

 

 

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Stefano Chiodi Latini, tradizione familiare e amore per la ristorazione

Ritratti torinesi 

 

Stefano Chiodi Latini vanta una lunga tradizione familiare nel campo della ristorazione che lo ha portato ad essere chef ed oggi direttore generale della catena dei locali di Gerla.

Un appassionato che ha ereditato dal padre Antonio, con cui è cresciuto professionalmente per cinque anni e che lo ha influenzato con la sua creatività e passione per la terra, dopo una vita trascorsa a perfezionare una filosofia “ vegetale creativa”. Storico proprietario e chef del ristorante “Antonio Chiodi Latini”, sito in via Bertola a Torino, Antonio è riconosciuto dal figlio Stefano come un grande maestro, considerato tra i più interessanti cuochi vegani.

“Sono cresciuto a fianco di mio padre – narra Stefano Chiodi Latini- e ho vissuto nel campo della ristorazione sin dalla più tenera età.  L’impronta di mio padre è evidente nel mio lavoro e nei progetti che porto avanti. Lui non è un ‘cuoco di surrogati’, non scimmiotta piatti tradizionali da esportare nel campo della ristorazione vegana e vegetariana, ma ha dato ai suoi piatti di verdura un taglio pop”.

“Non volendo fare ciò che fanno tutti- aggiunge Stefano Chiodi Latini – ho progettato e impresso questa ispirazione nata con mio padre sul nuovo locale firmato Gerla, ‘Gerla Green’,  cui tengo particolarmente e che ha una base di contemporaneità e sostenibilità.

Dalla cucina prevalentemente vegetale, all’80 per cento, “Green” non significa solo cucina vegana, ma anche gioventù e pop.

Gerla, di cui sono direttore generale ormai da sei anni, dopo aver abbracciato una sfida e un cambiamento importanti nella mia professione, mi ha dato la possibilità di seguire il progetto dell’ultimo locale nato, Gerla Green, in cui lavorano solo ragazze molto giovani, aspetto che rappresenta la volontà di Gerla di rendere eterogenea la sua clientela, ad oggi ancora livellata su un  target business di alto livello”.

“È stato considerevole il mio passaggio professionale da chef a direttore generale – conclude Stefano Chiodi Latini -. Pur rimanendo nel campo della ristorazione, il mio ruolo di oggi richiede conoscenza e una completezza che mi consentano di dialogare in modo tecnico con tutti i duecento dipendenti di Gerla. Il mio obiettivo è portare il mondo del vegetale, da sempre non facile da veicolare,  verso una clientela sempre più giovane, che possa percepire il mondo della alimentazione vegana e vegetariana come un passo verso un universo più  sano e sostenibile”.

Mara Martellotta

 

 

 

 

 

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