ARTE- Pagina 4

Percezioni e memoria, i mondi di Proust e di Michelle Hold

Alla Swann Art Gallery, sino al 6 maggio

È nata a Monaco di Baviera ed è cresciuta a Innsbruck l’artista Michelle Hold, adesso vive e lavora in Italia, nel Monferrato, vicino Ottiglio, dopo aver scelto in maniera definitiva quanto più l’appassiona e le sta a cuore, l’Arte, a seguito di un passato che l’ha vista disegnatrice di tessuti in diversi corsi a Parigi, Londra, New York e Hong Kong, modella, imprenditrice nel settore della ristorazione. Ha esposto di recente a Bruxelles e New York, sino al 6 maggio alcune sue opere sono in mostra presso la Swann Art Gallery di via Bertola 29, “Voyage de découverte” il titolo. Nel catalogo di presentazione si legge che sono le emozioni la radice di queste opere, che “attraverso un gesto pittorico libero e istintivo” confrontando le zone più oscure della propria interiorità. A Hold non interessa “apparire”, sceglie di “esprimere”. “Un percorso che non si esaurisce nella visione di immagini, ma si apre come esplorazione del ‘tempo’ e della sua ‘percezione’”, sottolinea Riccardo Dellaferrera a cui si deve la cura della mostra, mentre – seppur in un clima a tratti rarefatto e decifrabile in sguardi che s’approfondiscono nella visita – coinvolge chi guarda in “una riflessione che affonda le proprie radici nella trasformazione del pensiero tra la fine dell’Ottocento e il primo Novecento, chiamando in causa Henri Bergson e soprattutto Marcel Proust, con il percorso della memoria, con la sua “recherche”, con quel suo “mi sono coricato presto la sera” e il sapore di una madeleine (affatto fuori luogo l’ospitalità a Hold, se Dellaferrera ha scelto per la sua galleria il nome di “Swann”).

Quel desiderio d’espressione dell’artista ci arriva attraverso l’uso del colore soprattutto e della forma, attraverso i gesti solo apparentemente scomposti, attraverso l’espandersi nervoso ma totalmente arginato di quei colpi di ampia spatola che finiscono con lo spingerci a entrare maggiormente nella tela, a comprendere interruzioni e forme definite, a definire a noi stessi in primo luogo quella che è divenuta la filosofia comportamentale e quotidiana di Hold, magari a tornare su questo o quel particolare per avvertire una nuova percezione, magari a sentire quella energia che è il componente non di secondo piano delle opere. Guardare in quel suo guardarsi dentro: “Per Marcel Proust la chiarezza non è semplice trasparenza, ma rivelazione di verità interiori profonde, nasce da un viaggio dentro se stessi, dove memoria e percezione illuminano ciò che spesso resta nascosto: i miei dipinti danno forma a ciò che non può essere espresso a parole, trasformando le emozioni private in uno spazio condiviso di riconoscimento.” Da quelle emozioni prendono corpo – rarefatto, impercettibile, tenue ma validamente sottile, che a poco a poco cattura -, attraverso le giuste simbiosi cromatiche, “Circles of Life”, la grande tela (200 x 200 cm) che introduce alla mostra, la conclusione e l’interruzione delle orme circolari, come “New Codes”, il cerchio (o siamo pronti a correggere quella forma in ovoidale? con il richiamo a qualcosa legato alla maternità?) definito a tratti nero ma non completamente “conclusus”, dove ad attraversare il quale sono i vari “reticolati” appartenenti del tutto all’artista.

Nascono quegli orizzonti che, anch’essi capaci d’offrire definitive suggestioni, attraversano “Beyond Time” o gli spazi che vengono a separare altre forme circolari per indicarci che “Anything is possible” (entrambi 2026) o ancora, impercettibile, “Horizon of Hope”, dentro cui la speranza, nelle parole dell’artista, s’avvera quando “il vero viaggio è cambiare occhi e scoprire infiniti mondi negli sguardi degli altri”, nella certezza di fare prima o poi un “magico incontro”. Una certezza che, quasi in una spirale di ricordi, di memorie riaffiorate istante dopo istante, giunge nella piena ricerca di un “lost time”, entrando dal fondo della tela a testimoniare sagome umane, chiamando ancora in campo la speranza e gli affetti e gli esseri umani in “What really matters”, laddove una coppia convive in quel trionfo di blu a ricordare che “ogni giorno è un giorno perso se non abbiamo amato” e l’autrice a sottolineare “quanto conta davvero”. Nascono, sul filo sottile della memoria, forse con una rabbia appena accennata, forse con il rito tranquillo della definitiva dimenticanza, “Letters from the Past”, ancora entro un cerchio che questa volta è vortice quel che rimane di un amore scritto su un foglio di carta. Attraverso le emozioni, le suggestioni, i ricordi di un attimo, i costruttivi suggerimenti, il disordine del cuore, i pensieri che si si sovraccaricano, invadiamo altri campi, più personali, più profondi. E anche chi guarda, e fa proprie le opere, scopre l’importanza di una nuova “découverte”.

La mostra si configura così come un’esperienza articolata – ricorda ancora Dellaferrera -, in cui pittura e pensiero si intrecciano, offrendo al publico non solo uno spazio di visione (un altro “voyage”, attorno a una piccola “chambre”, ndr), ma un vero e proprio tempo da attraversare, in piena sintonia con lo spirito della Swann Art Gallery”, riflettendone “la vocazione culturale e progettuale, fondata sulla trasversalità dei linguaggi e sul dialogo tra arti visive, letteratura e pensiero critico.” A questo proposito, a corollario della mostra, si avranno tre appuntamenti: “Voyage de découverte” con il soprano Marina Verra e Andrea Musso al pianoforte (Specht Residenzen, corso Palestro 5, il 17 aprile ore 18), con musiche di Debussy, Poulenc, Satie e Faurè; “Tempo e arte informale”, ospiti Alice Zatti critica dell’arte e Michelle Hold artista (talk aperitivo, presso la galleria, 21 aprile ore 19); “Tempo, Memoria, Recherche”, presso la galleria, reading aperitivo con gli interventi di Enrica Coletti, docente di letteratura francese e di Hubert Leclercq per alcune letture da testi di Marcel Proust (28 aprile, ore 19), nell’approfondimento del legame tra memoria, percezione e creazione artistica. Eventi gratuiti, per informazioni info@swannarte.com e cell 333 2455018.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere di Michelle Hold: “What really matters”, “Circles of Life” e “Letters from the Past”.

All’Orto Botanico Salucci presenta “Riflessi d’acqua tra arte e natura”

Per la prima volta all’ Orto Botanico dell’Università di Torino si tiene una mostra che pone in dialogo la fotografia contemporanea e l’ambiente, immersi, attraverso la postproduzione, in una dimensione acquatica e straniante. Architetture familiari si trasformano, cosi,  in visioni poetiche e in riflessioni sull’innalzamento delle acque e sul fragile equilibrio presente tra uomo e ambiente.
La mostra è  anche l’occasione per rendere omaggio alla città di Torino con tre opere inedite di Aldo Salucci, dedicate allo skyline cittadino, a piazza San Carlo e allo stesso Orto Botanico.
All’interno della mostra sarà inoltre esposto un kakemono giapponese, un dipinto a inchiostro su seta realizzato a Kyoto intorno alla metà dell’Ottocento  da un artista della scuola Maruyama Shijō, raffigurante una carpa che risale una cascata. L’opera è simbolo di crescita continua attraverso lo studio e la ricerca, e sarà  posta in dialogo con le fotografie di Salucci e potrà essere ammirata nel corso delle visite guidate.
L’intero percorso invita alla quiete e alla riflessione, al rallentare lo sguardo, ascoltare il silenzio dell’acqua e percepire il mutare delle stagioni, che permette di riscoprire l’Orto Botanico come luogo di conoscenza, di dialogo e consapevolezza ambientale, in cui fotografia, natura e ricerca scientifica si incontrano.

La mostra è  realizzata dall’Università di Torino, Orto Botanico, Dipartimento di Scienze della Vita e Biologia dei Sistemi e Associazione Amici Orto Botanico, con il patrocinio della Regione Piemonte, del Comune di Torino e Consolato del Giappone. Main sponsor Smat Società Metropolitana Acque Torino. La mostra fa parte del circuito Extra di Exposed Torino Photo Festival.

Mara Martellotta

Fondazione Sandretto, quattro mostre aprono la primavera

Quattro mostre celebrano la ripresa primaverile alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo inaugurando il 15 aprile prossimo

Inaugurazione contemporanea di quattro mostre personali alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Diego Marcon, Xin Liu, June Crespo e Lenz Geerk, che saranno visitabili fino all’11 ottobre, con l’eccezione di quella di Marcon, che chiuderà  il 2 agosto prossimo.
Ad aprire le danze sarà la mostra dal titolo “Exhaust” , prima personale in Italia dell’artista Xin Liu, realizzata in collaborazione con K11 Art Foundation Hong Kong e con la consulenza editoriale di Hans Ulrich Obrist.
La mostra esplora le conseguenze delle aspirazioni tecnologiche  e scientifiche concentrandosi sui loro residui, detriti spaziali, materiali degradati, codici e organismi alterati.
Attraverso film, installazioni e nuove opere, l’artista riflette su ciò che resta dopo il fallimento delle promesse di progresso, trasformando scarti e obsolescenza in possibilità generative.
Di Diego Macron è la mostra dal titolo “Krapfen”, la prima opera prodotta grazie al New Futures Production Fund, nato dalla collaborazione tra la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo  e il New Museum di New York. Il video ha per protagonisti un ragazzetto dal genere ambiguo e quattro indumenti, un paio di guanti, un foulard, dei pantaloni e un maglione. All’ambientazione fanciullesca si accompagna un’atmosfera allarmata e perturbante, in cui un krapfen sembra diventare l’espediente per chiamare in scena emozioni di terrore e annientamento.

“Theatre of the mind” di Lenz Geerk, artista nativo di Basilea, rappresenta la prima personale in un’istituzione italiana dedicata alla pittura di questo artista, che presenta figure,  oggetti, paesaggi immersi in atmosfere silenziose e introspettive. Attraverso colori delicati e composizioni sospese, i dipinti esplorano stati psicologici e momenti intimi, dove il significato emerge da sottili tensioni emotive piuttosto che da narrazioni esplicite.

Anche l’esposizione “Danzante” di June Crespo, a cura di Bernardo Follini, rappresenta la prima mostra istituzionale italiana dell’artista, che riunisce sculture e installazioni, capaci di dialogare con il corpo e la percezione del visitatore.
Realizzata in collaborazione con la Secession di Vienna e il MO.CO di Montpellier, la mostra di June Crespo riunisce sculture e installazioni che dialogano con il corpo e la percezione del visitatore. I lavori, ispirati alle forme di fiori come iris e uccelli del paradiso, indagano materiali, superfici e texture al fine di creare esperienze fisiche e sensoriali che evocano vitalità, frammentazione e presenza.

L’inaugurazione si terrà giovedì 15 aprile alle ore 19, accompagnata da un talk di inaugurazione dal titolo “Framing Problems/Biennale della Tecnologia”, nell’ambito del quale interverranno Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, Guido Saracco, Massimiliano Gioni, Hans Ulrich Obrist, Xin Lui e Diego Marcon. Ingresso libero.

Mara Martellotta

Ottimo bilancio per le giornate inaugurali di EXPOSED 

Sono 5 mila le persone che, nei quattro giorni inaugurali, hanno scaricato il pass per visitare le mostre di EXPOSED Torino Photo Festival, molte delle quali inserite nel “Miglio della Fotografia”, il percorso espositivo diffuso che collega alcune tra le principali istituzioni culturali torinesi. Positiva anche la partecipazione del pubblico al calendario di incontri, letture portfolio, screening ed eventi nello spazio urbano dal 9 al 12 aprile.

“Sono felice di questo inizio di festival, del clima che abbiamo respirato nei giorni di inaugurazione tra le tante mostre, gli incontri con grandi della fotografia come Ralph Gibson e le letture portfolio, la serata a Le Roi, dove alla console si sono alternati un grande dj come Eddie Piller e un fotografo del calibro di Dean Chalkley, e le passeggiate per scoprire le foto in città tra commenti del pubblico estremamente positivi – ha dichiarato il direttore artistico del festival, Walter Guadagnini – i dati di download dei pass sono molto buoni, ma non sono tutto, se consideriamo che solo le presenze registrate a CAMERA e alle Gallerie d’Italia, nel weekend inaugurale, sono state di oltre 3 mila e 500 e di oltre 4 mila, ma la grande soddisfazione è stata anche quella di vedere tutte le persone che hanno partecipato agli incontri, alle visite guidate e chi si è imbattuto nelle mostre outdoor sotto i portici di via Po. Poi, il bello del Festival è anche questo: non essere solo numeri, ma una vera e propria esperienza all’interno della città, che invita a scoprire luoghi sotto una nuova luce. Vedere le persone entusiaste davanti al nuovo volto del portico di Palazzo Carignano, con le fotografie giganti della Contessa di Castiglione e Karla Hiraldo Voleau, le facce stupite nello scoprire una fotografia di Bernard Plossu apparire tra le collezioni del Museo Regionale di Scienze Naturali, le persone che aggiustano i visori per godersi i nudi di Auguste Belloc in 3D presso l’Archivio di Stato. Tutto questo vale quanto i numeri, perché significa che il Festival è sempre più parte della città”.

Promossa dalla Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, in sinergia con Fondazione Arte CRT Intesa Sanpaolo e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione del Festival, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, conferma la vocazione di Torino come “città della fotografia”. Fino al 2 giugno 2026, EXPOSED propone un programma articolato che comprende 18 mostre, tra indoor e outdoor, costruendo un percorso diffuso che attraversa alcune delle principali istituzioni culturali cittadine e numerosi spazi urbani. Il cuore del Festival è il Miglio della Fotografia, un itinerari che mette in relazione artisti affermati, pratiche contemporanee e ricerche emergenti, offrendo al pubblico un’ampia prospettiva sul medium fotografico. Le mostre indoor spaziano tra grandi protagonisti della fotografia e progetti di ricerca contemporanea, mentre gli interventi outdoor estendono il festival nello spazio pubblico, trasformando amorino in una piattaforma espositiva a cielo aperto, in dialogo con  la cultura e l’architettura cittadine. Il tema scelto quest’anno, “Mettersi a nudo”, attraversa l’intero programma come chiave di lettura e declinandosi in molteplici prospettive, tra dimensione intima e rappresentazione pubblica, identità e costruzione dell’immagine.

Info: EXPOSED Photo Festival -exposed@camera.to

Mara Martellotta

Bekhbaatar Enkhtur in dialogo con le opere della sezione himalayana del MAO

Una nuova opera site specific entra a far parte delle collezioni del museo

Da martedì 14 aprile 2026

MAO Museo d’Arte Orientale

Via san Domenico, 11 – Torino

Bekhbaatar Enkhtur, Untitled, 2026 – ph Giorgio Perottino

A partire da martedì 14 aprile 2026, nella galleria dell’Asia centro-meridionale e Regione Himalayana del MAO, sarà visibile un’opera site specific dell’artista mongolo Bekhbaatar Enkhtur (Ulaanbaatar, Mongolia, 1994), concepita per essere posta in dialogo con le opere della collezione permanente.

Ispirata alle raffigurazioni dei leoni guardiani, figure simboliche di protezione tradizionalmente collocate all’ingresso dei templi e codificate durante le dinastie Ming e Qing – diffuse nell’Asia interna inclusa la Mongolia sotto il dominio Quing – la scultura di Bekhbaatar Enkhtur propone una reinterpretazione contemporanea dell’idea di offerta religiosa.

In Untitled (2026), realizzata in cera d’api modellata a mano, l’elemento organico – instabile e fragile – ha valore altamente simbolico: mettendo in discussione la natura della scultura come “rappresentazione della materia”, l’opera richiama concetti come l’impermanenza, l’imperfezione, la transitorietà e la perpetua mutazione della vita stessa in tutte le sue forme ed evoluzioni, profondamente radicati nella filosofia e religione buddhista.

Concepito appositamente per il MAO, l’intervento scultoreo prende avvio dal sistema iconografico tradizionale per rielaborarlo e offrirne una nuova interpretazione.

Se nella tradizione il leone maschio incarna la sovranità e il controllo del regno materiale, mentre la leonessa con il cucciolo rappresenta la continuità e la trasmissione della discendenza – in un sistema simbolico che si intreccia anche con la figura del Leone delle Nevi tibetano, emblema di forza intrepida e del cosiddetto “ruggito del leone”, metafora della proclamazione autorevole dell’insegnamento buddhista – nell’opera di Bekhbaatar Enkhtur il cucciolo viene isolato e privato del leone adulto. In questo modo la struttura di autorità e protezione rimane sospesalasciando emergere il segno fragile e vulnerabile della continuità.

L’opera entrerà a far parte delle collezioni del MAO.

La scultura è visibile acquistando il biglietto delle collezioni permanenti e della mostra Chiharu Shiota. The Soul Trembles.

Lavinia Salvatori e Marco Palma: “Materia in ascolto”

Informazione promozionale

Dal 9 al 23 aprile prossimo, la galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia ospiterà le opere degli artisti 

Lavinia Salvatori, in mostra insieme all’artista Marco Palma alla galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia, manifesta un’intensa propensione alla comunicazione di contenuti psicologici costanti rivolti al fruitore. Le sue opere, generate da una profonda essenza emotiva, sono capaci di suscitare nell’osservatore un’immediata partecipazione. Le rappresentazioni si configurano come segni espressivi di una creatività astratta e informale in grado di raggiungere risultati di notevole equilibrio strutturale e di rilevante valore cromatico. Spazi, volumi e superfici si articolano all’interno dell’opera in una stesura tecnica importante, dove la stratificazione materica diventa veicolo dell’identità più autentica dell’artista. Il processo creativo di Lavinia Salvatori si distingue per il suo lessico pittorico raffinato, capace di trasmettere emozioni e sensazioni continue, elementi fondanti del suo percorso espressivo. La struttura dell’opera si fonda su un ritmo compositivo intenso in cui segni, campiture e tensioni formali si organizzano secondo una logica dinamica e contemporanea. L’equilibrio nasce dal dialogo costante tra ordine e impulso, tra controllo e libertà espressiva, generando una superficie pittorica carica di energia e di comunicativa. Ne deriva un impianto moderno capace di integrare capacità prospettica, movimento e l’articolazione volumetrica sempre in una sintesi visiva aperta e vitale. Nella tecnica mista su tela, l’artista Lavinia Salvatori fonde la materia della tempera con la luminosità del bianco assoluto, generando una purezza formale intensa. Nelle ultime opere, questo approccio si è ulteriormente evoluto: accanto all’uso della foglia oro su tela, emergono gestualità incisive di nero, oltre a un raffinato decorativismo floreale dei dettagli, che conferiscono forza, ritmo e ricchezza compositiva. La superficie pittorica diventa così un campo di sperimentazione in cui colore e segno dialogano tra loro, offrendo una prospettiva nuova e intensa capace di combinare energia espressiva in un perfetto ascolto con la materia. Attraverso una gestualità intensa, carica di sentimento e di spiritualità, l’opera si presenta luminosa e aperta a un‘autonomia interpretativa. Il dinamismo del gesto e l’uso del colore, uniti a una ricca stratificazione culturale, svolgono un ruolo centrale in una ricerca  esecutiva originale e in continua evoluzione. L’impegno tecnico e materico, l’attenzione alla luminosità del bianco e al rapporto tra forma e spazio, definiscono una pittura autentica e originale in cui il colore si carica di valore simbolico e oscilla tra rigore formale e tensione espressiva. Lavinia Salvatori giunge così a una sintesi stilistica personale che costruisce immagini simboliche e narrazioni autonome.

Lavinia Salvatori ha frequentato l’Istituto d’Arte e si è laureata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Viterbo, nello stesso periodo in cui frequentava un corso di pittura presso la UCLA Summer School of London. In seguito ha proseguito gli studi con un Master in Arte-terapia, specializzandosi nel linguaggio plastico, grafico e pittorico. Ha frequentato due corsi tenuti dall’artista Roberto Joppolo, con il quale ha approfondito il linguaggio della scultura nei suoi vari aspetti formale e informale, materiali classici e la scultura raku. Dagli artigiani locali ha appreso la sapiente arte della ceramica. La sua espressione artistica, già dai tempi dell’Accademia, è partita dallo studio del figurativo classico, spostandosi gradualmente verso un linguaggio più astratto e personale che potesse esprimere ed esplorare la realtà interna ed emotiva. La sua visione dell’arte è sempre stata “globale”, nel senso che, dal suo punto di vista, l’arte non è solo l’opera in sé, quindi il “prodotto finito”, ma tutto il processo che la accompagna, insieme alle spinte interiori che portano a creare un’opera che può arrivare ad avere una finalità che va oltre l’aspetto estetico in sé. Questo suo modo di interpretare l’esperienza creativa, ha trovato la sua corrispondenza e approfondimento negli studi di arte-terapia, dove ha avuto modo di acquisire e sperimentare personalmente la profondità e gli effetti del processo creativo, dei materiali utilizzati e del linguaggio grafico. Creare, per Lavina Salvatori, ha assunto una funzione sempre più profonda e integrata alla sua vita personale, in quanto è diventata per lei una modalità necessaria e costante per elaborare vissuti interiori e per trasformarli in un tempo successivo. L’arte diventa quindi metamorfosi, utilizzando l’atto artistico per elaborare vissuti e vivere in modo diverso una volta esternati nell’opera; questo passaggio è avvenuto maggiormente dopo aver utilizzato in maniera approfondita il metodo dello scarabocchio, elaborato da Nato Frascà negli anni Novanta, a Roma. Questo metodo consiste nell’utilizzo del segno come elemento descrittivo in sé, sganciato dalla necessità di rappresentare una struttura figurativa in un processo che, complessivamente, consta di circa 30 fogli utilizzati consecutivamente, facendo emergere emozioni e vissuti profondi per elaborare energie bloccate.

Nella ricerca dell’artista Marco Palma, la materia diventa campo di sperimentazione e indagine, assumendo un ruolo centrale in continua trasformazione formale e spaziale che si rende visibile e strutturante. L’opera emerge come una trama di interazioni e di tensioni materiali di forte intensità, in cui elementi plastici e cromatici vengono organizzati sulla tela secondo un equilibrio consapevole. Forma, colore e volume interagiscono all’interno della composizione attraverso un dialogo costante, generando una struttura dinamica aperta e in continua evoluzione. La superficie si espande verso una dimensione prossima alla scultura, autonoma e in mutazione costante, capace di accogliere una libertà espressiva che si rigenera nel tempo e si rinnova nello spazio. L’elemento cardine del lessico incisivo dell’artista Marco Palma è il nero, che attraversa la composizione con forza assoluta, trasformandosi in segno simbolico carico di effetti visivi. Attorno a esso, materiali industriali recuperati si intrecciano con interventi pittorici accesi, dando vita a una struttura vibrante attraversata da gesti energici e da geometrie incisive, che ne definiscono il movimento e ne amplificano la tensione interna. Le opere si distinguono per una marcata presenza di vari materiali e per una tridimensionalità che si impone allo sguardo, esprimendo contenuti ambientali e un’invenzione libera, frutto di un processo creativo in continua evoluzione. L’inserimento della luce in alcune opere, attraverso elementi led, crea bagliori e riflessi unici che accentuano la presenza della materia. Simbolismo, ricerca formale e maestria nell’uso dei materiali, alimentano un percorso in costante crescita, in cui nuove strutture astratte trovano armonia con la progettualità dell’opera. Il riciclo assume un ruolo centrale non solo come scelta etica, ma anche come potente strumento comunicativo, capace di veicolare una visione concettuale lucida e consapevole. La pittoscultura di Marco Palma, frutto di un’evidente sperimentazione tecnica e materica, diventa veicolo di ascolto e di confronto, invitando lo spettatore a riflettere sul mutamento, sulla stratificazione e sulla rinascita della materia. La ricerca di Marco Palma si rivela come una presenza viva e lirica, soggetta a continue metamorfosi e ridefinizioni, costantemente attraversate da tensioni, sovrapposizioni e processi di trasformazione incessanti.

Marco Palma è nato a Varese nel 1975, ha alle spalle studi tecnici che lo hanno portato a laurearsi in ingegneria. Accanto alla formazione tecnica, nel corso del tempo si è fatta spazio la vocazione artistica, che lo ha avvicinato alla poesia e alla pittura da autodidatta. Ad oggi ha pubblicato 4 raccolte di poesia, mentre nel campo pittorico ha partecipato a vari concorsi, e alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati sul numero 62 della rivista Arte e Artisti Contemporanei. Molto spesso i suoi lavori nascono dall’osservazione dei materiali e dei processi che si svolgono in ambito lavorativo e industriale.

Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia – corso Inghilterra 51, Torino – 0115628220 -info@latelaccia.it

Mara Martellotta

A Casale le opere di Paolo Novelli

Sabato 11 aprile nelle Sale al Secondo Piano del Castello del Monferrato, è  stata inaugurata la mostra “Paolo Novelli. Opere 2020 – 2026”.

Il percorso espositivo presenta una selezione delle opere realizzate dall’artista negli ultimi sei anni, offrendo al pubblico un excursus attraverso il peculiare stile e le sperimentazioni pittoriche che testimoniano l’evoluzione e la ricerca creativa di Novelli, con opere che suscitano l’attenzione dei fruitori grazie alla cura compositiva grafica e all’intervento sulla sensibilità visiva, che invita a riscoprire i colori.

La mostra sarà visitabile gratuitamente fino a domenica 3 maggio 2026, nelle giornate di sabato e domenica dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 19,00.

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

La memoria del primo amore e la sostituzione nella mostra dedicata a Diana Markosian

Dal 10 aprile al 6 settembre prossimo, le Gallerie d’Italia di Torino presentano la mostra “Diana Markosian. Replaced”, progetto dell’artista dedicato alla memoria del primo amore e al sentimento della sostituzione. La mostra fa parte di EXPOSED Torino Photo Festival. Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica internazionale. Il progetto “Replaced” prende avvio dall’innocenza del primo amore e si sviluppa attraverso luoghi e tempi diversi, tra ricordo e ricostruzione, dove la macchina fotografica diventa al tempo stesso testimone e strumento di indagine emotiva. Nel momento in cui i luoghi e i gesti del passato vengono riattivati, la memoria si rivela instabile, mettendo in discussione l’unicità stessa dell’esperienza amorosa. In un gesto radicale, l’artista di origine armena, nata a Mosca nel 1989, ingaggia un attore per interpretare l’uomo del suo passato e ricostruisce scene di intimità e di rottura muovendosi sul terreno incerto della memoria, dove il desiderio modifica e trasforma i ricordi.
Il lavoro diventa così un atto di riappropriazione della propria storia, un tentativo di abitare ancora, e per un istante, ciò che è stato. Più che un racconto del passato, “Replaced” è un esercizio di presenza: il titolo della mostra significa “sostituito/a”. Nelle immagini vediamo lei come un modello che prende il posto della persona con cui l’amore è finito. Attraverso un film, adattato per la sala immersiva delle Gallerie d’Italia di Torino, e una serie di fotografie che combinano rievocazione, sceneggiatura e autofinzione, l’artista ha ricostruito la relazione durata oltre un decennio, interrogando la fragilità del mito romantico e il disorientamento che segue la sua fine.

Venerdì 10 aprile, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà alle Gallerie d’Italia l’incontro “Inside”, in occasione della mostra dal titolo “Diana Markosian. Replaced”, in cui l’artista dialogherà con la curatrice Brandey Estes per approfondire il suo progetto e il processo creativo che lo ha generato.

Attraverso fotografie, installazioni e narrazione autobiografica, “Replaced’ indaga il modo in cui amore, memoria e perdita plasmato la nostra identità, interrogando il senso di appartenenza, i ricordi condivisi e il disorientamento che nasce quando questi vengono riscritti. Durante l’incontro, l’artista racconterà la genesi del lavoro e il percorso che l’ha portata a trasformare un’esperienza personale in una riflessione più ampia, sulla fragilità dei legami e sulla natura mutevole della memoria. L’incontro si svolgerà in inglese.
Sempre alle Gallerie d’Italia, mercoledì 27 maggio, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà un incontro con Vito Mancuso. Esiste certamente una necessità biologica nei confronti dell’amore, quale emerge già nella vita degli animali, ma il modo umano non è riducibile alla biologia, è anche sentimento, passione, malinconia, ideale, oscurità e luminosità insieme. Che cosa insegna di noi e del nostro destino?

In occasione della mostra di Diana Markosian, mercoledì 10 giugno prossimo, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà un incontro con Valeria Montebello, che esplorerà il modo in cui le relazioni sentimentali continuano a vivere nella memoria anche dopo la loro fine. L’autrice rifletterà su come gli amori passati rimangano presenti come tracce, fantasmi che abitano luoghi, oggetti e ricordi condivisi. Una riflessione sul desiderio, sulla perdita e sui modi in cui ognuno di noi rielabora la fine di una storia amorosa.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Arte, le Gallerie d’Italia di Torino invitano i visitatori a fruire di una visita guidata che accompagna il pubblico tra immagini e narrazioni, che trasformano una vicenda personale in una riflessione universale su memoria, identità e fragilità dei legami. La visita guidata è prevista il 15 aprile prossimo dalle 18 alle 19.

Mara Martellotta

EXPOSED Torino Photo Festival: Mettersi a nudo

Dal 9 aprile al 2 giugno prossimo il capoluogo piemontese ospiterà la terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival. Il tema scelto per il 2026 è “Mettersi a nudo”: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto.

Uno sguardo che attraversa l’intero programma del Festival — con mostre temporanee, incontri, eventi e iniziative diffuse — e che coinvolge artisti e istituzioni nazionali e internazionali, animando sia alcune delle principali sedi culturali torinesi sia diversi spazi distribuiti nell’intero perimetro della città. “Mettersi a nudo” diventa, così, non solo svelamento fisico, ma anche gesto simbolico di autenticità: liberarsi dalle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è, osservare se stessi e gli altri senza filtri. Una tensione che la fotografia, più di ogni altro linguaggio, sa rendere concreta nella verità di un volto, di un paesaggio, di un corpo, e nella pluralità degli sguardi che li attraversano

Promossa dalla Cabina di Regia della quale fanno parte Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT in sinergia con Fondazione Arte CRT e Intesa Sanpaolo, e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione di EXPOSED, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, intende evidenziare e rafforzare la vocazione di Torino come città della fotografia.

Giunto alla sua terza edizione, il Festival segna un passaggio di fase e definisce con maggiore chiarezza la propria identità, con la direzione artistica di Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli della fotografia contemporanea italiana e internazionale. Non soltanto una piattaforma espositiva, ma un dispositivo curatoriale strutturato, capace di orientare contenuti, linguaggi e relazioni, con un progetto per Torino che unisce qualità curatoriale e partecipazione diffusa, in un dialogo costante tra luoghi, autori e pubblico.

“I giorni che precedono l’inaugurazione di un festival sono sempre quelli più eccitanti – ha dichiarato Walter Guadagnini –  tutto quello che si è immaginato e preparato nei mesi precedenti inizia a diventare realtà, le fotografie salgono sulle pareti, le strutture realizzate per questa occasione danno nuove identità agli spazi e il disegno complessivo comincia a prendere forma, anzi a mettersi a nudo. La terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival è ormai nelle mani del pubblico, la città non solo è invasa dai manifesti e dai banner che pubblicizzano la manifestazione con tutti i suoi luoghi, ma anche dalle fotografie sulle cancellate e sotto i portici, i tuffatori cominciano ad apparire nei luoghi più disparati sui loro enormi billboard 6×3, i primi fotografi cominciano ad arrivare, da lontanissimo e da molto vicino, si misurano le distanze tra le sedi del ‘miglio della fotografia’: un ultimo sguardo al meteo, e che la festa abbia inizio”.

Il programma della terza edizione di EXPOSED propone 18 mostre temporanee indoor e outdoor, insieme a incontri, letture portfolio, proiezioni e altri eventi, realizzati grazie al coinvolgimento delle principali istituzioni torinesi, delle realtà indipendenti e dei protagonisti della scena artistica cittadina, a partire da quattro giorni di inaugurazione (dal 9 al 12 aprile) e attraverso un calendario diffuso che offre una vera e propria immersione nella fotografia di ieri e di oggi.

Il programma delle mostre indoor si articola in un percorso diffuso che attraversa alcune tra le principali istituzioni culturali della città, in quello che si può definire come un vero e proprio “miglio della fotografia”, all’interno del quale sarà possibile passeggiare incontrando la fotografia nelle sue più differenti forme. Il percorso costruisce una trama espositiva capace di mettere in relazione autori affermati e pratiche contemporanee, sguardi storicizzati e ricerche emergenti. Un insieme eterogeneo ma coerente, in cui ogni progetto contribuisce a declinare il tema “Mettersi a nudo” attraverso linguaggi, contesti e prospettive differenti, muovendosi tra dimensione intima e rappresentazione pubblica, tra memoria e costruzione dell’identità. Un percorso che trova la sua dimensione unitaria anche grazie alle soluzioni grafiche e di allestimento pensate – sia per gli interni sia per gli esterni – dallo studio BRH+ di Torino, che ha lavorato in stretta sinergia con la direzione di EXPOSED, ottenendo un risultato che unisce una grande eleganza formale a un’altrettanta fondamentale capacità di comunicazione, all’insegna dell’essenzialità.

Il “miglio della fotografia” può iniziare idealmente da CAMERA Torino e dalla sua Project Room, dove viene presentata la mostra di Toni Thorimbert. Donne in vista, a cura di Walter Guadagnini. Il progetto, nato da un’idea di Luca Beatrice, si presenta come un omaggio di Thorimbert e Guadagnini all’amico prematuramente scomparso. Una selezione di oltre sessanta fotografie, dedicate alla figura femminile e realizzate dal fotografo italo-svizzero in oltre trent’anni di carriera, ritraggono sia figure note sia donne comuni, spaziando tra ritratti ufficiali, scatti privati e fotografie di moda. Come suggerisce il titolo, la mostra mette al centro il volto e il corpo femminile, esaltandone la presenza e l’identità. Due immagini simboliche – quella della madre e quella della figlia del fotografo – sintetizzano il senso del progetto: raccontare la propria vita attraverso la ricerca della bellezza. La mostra continua con uno spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina con una selezione di una decina di immagini che ruotano attorno alla fotografia “Real Show” del 2006, già molto significativa ai suoi tempi e che oggi appare, se possibile, ancora più struggente e attuale.

Nella Cripta di San Michele Arcangelo, Yorgos Lanthimos. Photographs – a cura di Giangavino Pazzola – presenta l’ampia produzione fotografica del regista greco, rivelando un aspetto meno noto del suo lavoro, caratterizzato da uno sguardo perturbante e concettuale che sottolinea la continuità tra fotografia e cinema. Le opere in mostra nascono dall’atmosfera creativa che ruota attorno a due celebri pellicole recenti, “Poor Things” (2023) e “Kinds of Kindness” (2024), e intrecciano immagini provenienti dalle scene dei film con scatti autonomi, esplorando la dimensione dell’isolamento nelle relazioni contemporanee, del corpo e dello spazio come teatro psicologico. La mostra è realizzata in collaborazione con Città di Torino – Dipartimento Cultura, Grandi Eventi e Promozione Turistica.

Il Museo Regionale di Scienze Naturali, in collaborazione con la Regione Piemonte, ospita Bernard Plossu. Dopo l’estate, a cura di Walter Guadagnini. Le opere esposte sono state realizzate da Plossu tra gli anni Ottanta e gli anni Dieci del Duemila, nelle piccole isole italiane. In oltre trent’anni di viaggi, l’autore trasforma scene ordinarie in visioni intense e sospese nel tempo. Muovendosi tra luoghi come Stromboli e l’Isola d’Elba, Plossu ricerca un dialogo profondo tra uomo e natura. Il suo sguardo, colto e innamorato dell’Italia, unisce letteratura e sensibilità pittorica: ne deriva una fotografia essenziale e poetica, intesa come esperienza di libertà e conoscenza interiore.

Il Circolo del Design accoglie Dean Chalkley. Back in Ibiza e altre storie, a cura di Walter Guadagnini. La mostra riunisce tre serie del fotografo inglese, attivo dagli anni Novanta soprattutto in ambito musicale. La prima è dedicata alla scena britannica tra gli anni Novanta e oggi, con ritratti di icone come Amy Winehouse, Oasis e The White Stripes. Never Turn Back è invece un reportage intimo sul viaggio di un gruppo di ragazzi lungo le coste di Norfolk. A completare il percorso, “Back in Ibiza”, realizzato tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, racconta dall’interno l’euforia e l’eccesso dell’isola, offrendo una testimonianza diretta e non nostalgica di quell’epoca.

Al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti, a cura di Giangavino Pazzola, celebra uno dei più importanti sguardi sulla nascita del movimento femminista italiano, con un focus su quello romano degli anni Settanta. Attraverso una selezione di ottanta immagini vintage realizzate in bianco e nero da Paola Agosti e materiali d’archivio, l’esposizione restituisce la forza e la radicalità di una stagione di partecipazione collettiva che ha trasformato la società italiana. I cortei e gli spazi identitari diventano teatro di lotte pubbliche e intime, mentre i ritratti catturano gesti e creatività delle donne impegnate per diritti fondamentali, offrendo un racconto vivo in dialogo con le nuove generazioni.

Ai limiti estremi del “miglio della fotografia” si trovano infine due luoghi particolari, le cui mostre riassumono idealmente la volontà di EXPOSED di prendere in considerazione e mostrare la fotografia dalle sue origini sino ai giorni nostri, in un viaggio ideale tra il tempo e lo spazio. Dapprima si giunge alle Gallerie d’Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo, dove si può visitare, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes. Il progetto, presentato in anteprima assoluta proprio in occasione di EXPOSED, è dedicato alla memoria di un grande amore e al sentimento della “sostituzione”. Attraverso un’esposizione fotografica che combina rievocazione sceneggiata e autofinzione e un film, adattato per la sala immersiva del museo, l’artista – una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale –ricostruisce le dinamiche delle relazioni, interrogando la fragilità del mito romantico e il disorientamento che segue alla loro fine.

Infine, all’Archivio di Stato di Torino, sezione Corte, trovano sede due mostre. Messi a nudo. Auguste Belloc, Wilhelm von Gloeden, Carlo Mollino, a cura di Barbara Bergaglio – realizzata in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema – Torino, FAF Toscana – Fondazione Alinari per la Fotografia, Politecnico di Torino, ARIA, Ufficio Gestione del Patrimonio Storico –esplora l’opera di tre figure chiave della storia della fotografia, analizzando l’evoluzione del nudo da esercizio accademico a indagine introspettiva, spesso ossessiva e perturbante, e mettendo in evidenza il forte contenuto erotico che, pur radicato nelle epoche di produzione, continua a sollecitare la sensibilità contemporanea attraverso il piacere voyeuristico degli autori.

Accanto a questa, Ralph Gibson. Self Exposed, a cura di Giangavino Pazzola, realizzata in collaborazione con Paci contemporary Gallery di Brescia, presenta una selezione di settanta opere che attraversano oltre cinquant’anni di carriera, rendendo omaggio a uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Il percorso mette in luce l’evoluzione di un linguaggio visivo caratterizzato da contrasti netti, inquadrature audaci e una tensione costante tra astrazione e realtà.

Chiude il percorso indoor “Metamorphosis”, che riunisce i lavori di sei artisti internazionali selezionati dalla piattaforma europea per la fotografia emergente FUTURES Photography, partner culturale per questo progetto. La mostra collettiva e diffusa indaga il tema della metamorfosi come processo di trasformazione individuale, sociale e ambientale, offrendo uno sguardo plurale sulle tensioni che attraversano il nostro tempo. Le opere di Claudia Amatruda (Foggia, 1995), Máté Bartha (Budapest, 1987), Benedetta Casagrande (Milano, 1993), Anna Orlowska (Opole, 1986), Ada Zielinska (Varsavia, 1989) e Yana Wernicke (Berlino, 1990) saranno esposte negli spazi no profit Mucho Mas!, Witty Books, Almanac, Quartz Studio, Cripta747 e Jest, rafforzando una rete di collaborazione tra realtà indipendenti e nuove generazioni di autori nella fotografia contemporanea. La mostra è stata realizzata con il sostegno della piattaforma fotografica europea FUTURES, cofinanziata dal programma «Europa creativa» dell’Unione Europea. Il tema è stato sviluppato da un team curatoriale dedicato composto da tre organizzazioni membri della piattaforma: Světlana Malina (Fotograf Zone, Praga, Repubblica Ceca), Emese Mucsi (Robert Capa Contemporary Photography Centre, Budapest, Ungheria) e Raphaëlle Stopin (Centre photographique Rouen Normandie, Francia). Il progetto è sostenuto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia.

Le mostre outdoor estendono il Festival nello spazio urbano, trasformando Torino in una piattaforma espositiva diffusa in cui la fotografia entra in dialogo diretto con l’architettura, i flussi quotidiani e le geografie sociali della città. Interventi eterogenei per scala e linguaggio che, nel loro insieme, ridefiniscono il rapporto tra immagine e spazio pubblico, tra visione e attraversamento. Alcune di queste mostre si trovano all’interno del “miglio della fotografia”, fungendo come una sorta di basso continuo visivo tra una sede e l’altra delle mostre indoor, mentre altre si sviluppano in un’area molto più vasta, fungendo da rimandi costanti e spettacolari al festival, anche nei luoghi più inattesi.

Nella Corte di Palazzo Carignano, grazie alla concessione delle Residenze Reali Sabaude e la collaborazione del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, il 2 aprile ha aperto Torino 4×4.

Fotografie di una nuova era, a cura di François Hébel e Marco Rubiola, un progetto di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e Fondazione Boscolo: un ritratto innovativo e plurale della città, che intreccia arte, comunicazione e impegno sociale. Attraverso lo sguardo di quattro fotografi – Fabio Bucciarelli, Enrico Gili, Deka Mohamed Osman e Marco Rubiola – e il racconto di quattro realtà attive sui temi dell’inclusione e delle fragilità sociali, l’iniziativa ambisce a innescare un cambiamento percettivo e culturale.

Il Portico di Palazzo Carignano, che si affaccia su Piazza Carlo Alberto, ospita due progetti outdoor strettamente collegati tra loro su dieci stendardi bifacciali, due facce della stessa medaglia. Il progetto è realizzato con il sostegno di Residenze Reali Sabaude e la collaborazione con il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. L’invenzione di sé. La Contessa di Castiglione, a cura di Alessandro Bollo e Walter Guadagnini, presenta nove ritratti della Contessa – tratti dal celebre “Album Nigra”, conservato nelle collezioni del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano – che evidenziano come Virginia Oldoini abbia trasformato la fotografia in uno spazio di sperimentazione identitaria.

Attraverso pose e travestimenti, la Contessa di Castiglione ha anticipato alla metà dell’Ottocento pratiche contemporanee di autorappresentazione, attraverso immagini che sorprendentemente ridefiniscono il rapporto tra individuo, immagine e pubblico.

Accanto a questo progetto troviamo “You Can Have it All” (2019 e 2024) di Karla Hiraldo Voleau, co- curata insieme a Walter Guadagnini, con un testo di Camilla Marrese, sempre realizzata con il sostegno di Residenze Reali Sabaude. La mostra nasce dal dialogo tra due momenti distanti cinque anni tra Grecia e Italia: attraverso fotografia, scrittura e azioni rituali, l’artista trasforma l’esperienza del dismorfismo e della frattura personale in un processo di consapevolezza. Il corpo, inizialmente percepito come limite e ossessione, diventa strumento di resistenza e possibilità. Il progetto si configura così come un percorso di guarigione e autodeterminazione, in cui il corpo è chiamato prima di tutto a essere, e non soltanto a essere guardato.

Sotto i portici di Piazza San Carlo, Paolo Ventura presenta Acrobati 2020–2025, un lavoro realizzato appositamente per questa occasione, curato dallo stesso artista con Walter Guadagnini, ispirato all’archivio di una coppia di acrobati italiani attivi negli anni Trenta. Le fotografie originali raccontano numeri di equilibrismo e, al tempo stesso, il delicato equilibrio dell’amore. Le immagini realizzate da Ventura tra pittura e fotografia ritraggono ora gli artisti isolati in una città metafisica e irreale, panorama ormai consueto nella pratica recente dell’artista. L’installazione, realizzata in collaborazione con Città di Torino – Dipartimento Gabinetto del Sindaco, Ufficio Look of The City, trasforma i numeri circensi in una metafora del corpo, della memoria e della fragilità dei legami.

I portici nord di Via Po, da Piazza Castello a via Rossini, ospitano 5.000 lire per un sorriso. Fotografie dal concorso dell’azienda cosmetica Gi. Vi. Emme, 1939–1941, esposizione curata da Barbara Bergaglio, realizzata in collaborazione con Fondo Villani Scarpellini e Città di Torino – Dipartimento Gabinetto del Sindaco, Ufficio Look of The City. I volti di italiani e soprattutto italiane sorridenti che accompagneranno i passanti in via Po provengono dal Fondo Villani Scarpellini e sono state realizzate in occasione del concorso ideato da Dino Villani e Cesare Zavattini come operazione di marketing, che invitava i partecipanti a inviare un ritratto sorridente. Il successo fu immediato, con premi di lusso e una partecipazione diffusa in tutto il Paese. Dopo l’interruzione dovuta alla guerra, il concorso riprese nel 1946 come La bella d’Italia, assumendo poco dopo il nome definitivo di Miss Italia.

Il Museo Nazionale del Cinema presenta sulla cancellata della Mole Antonelliana FUORICAMPO. Il cinema svelato, con venti immagini di grande formato tratte dalle proprie collezioni. Le fotografie mostrano visioni sorprendenti di uomini in peplo vicini a macchine da presa, di personaggi medievali intenti a leggere quotidiani sportivi, di luci e scenografie, rivelando il dispositivo che costruisce la visione cinematografica. Il percorso restituisce il cinema come esperienza viva del Novecento: dal muto di Cabiria ai colossal come Ben-Hur e Cleopatra, fino agli anni Sessanta e Settanta, quando cambiano tecnologie e linguaggi ma resta l’energia dei set.

Grazie alla collaborazione con la Città Metropolitana di Torino, un’altra cancellata, quella del Giardino storico di Palazzo dal Pozzo della Cisterna ospita una mostra, curata da Barbara Bergaglio, dedicata esplicitamente a Torino e alle sue collezioni.

La mostra, dal titolo La città in fotografia – La fotografia in città, presenta infatti una decina di immagini di grande formato tratte da diverse collezioni pubbliche cittadine, a partire dalla storica “Veduta della Gran Madre di Dio” realizzata l’8 ottobre 1839 da Enrico Jest, uno degli incunaboli della fotografia nel nostro paese, per giungere sino ai giorni nostri, intrecciando storia della fotografia, della   città e delle sue collezioni. Cripta747, insieme ad EXPOSED Torino Photo Festival, presenta Mark Leckey, Catabasis al piano – 2 del Parcheggio GTT Valdo Fusi, Torino. A cura di Cripta747 e Caterina Avataneo, il progetto è un lavoro fotografico che esplora il sottosuolo come luogo atemporale di espressione, sperimentazione e immaginario collettivo. La commissione consiste in un intervento site-specific di Mark Leckey che collassa le distinzioni tra ordinario e straordinario nello spazio urbano, restando sospeso tra memoria, sottocultura e fantasia. Il progetto è realizzato con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione CRT; in collaborazione con GTT; promosso da Città di Torino, con il patrocinio di Circoscrizione 1.

Ventisei cimase diffuse nella città ospitano I Tuffatori (6×3), a cura di Walter Guadagnini. Si tratta di una mostra collettiva a cielo aperto che si sviluppa su ventisei billboard urbani, dedicata principalmente a giovani autrici e autori, tra i quali Federica Belli, Silvia Camporesi, Sara Lorusso, Claudio Majorana, Zoe Natale Mannella, Fabio Paleari, Camillo Pasquarelli, Leila Erdman Tabukashvili, con la partecipazione straordinaria di Walter Pfeiffer, il celebre fotografo svizzero protagonista della mostra In Good Company alla Pinacoteca Agnelli, aperta dal 30 aprile durante i giorni di EXPOSED. Il titolo rende omaggio a Il tuffatore di Nino Migliori, il grande maestro della fotografia italiana che si avvia al compimento dei suoi cento anni di vita, e ne riprende il valore simbolico: acqua, corpo e immersione diventano il filo conduttore di un percorso che trasforma le arterie urbane in spazi di immaginazione, dove la nudità si configura come esperienza fisica e gesto simbolico di esposizione.

Mara Martellotta