Una vetrina di tre giorni, per guardare all’Architettura di domani

Negli spazi dell’ex mercato ittico di Porta Palazzo

Con le immagini che provengono da Italia, Estonia e Svezia, Danimarca e Paesi Bassi e Regno Unito, tre titoli firmati da Raffaello Pacini e dalla coppia Maia Molloy/Louis Jongsma, si è conclusa nello spazio del Bistrot Culturale Il ramo d’oro, nella Galleria Umberto I, la prima giornata del Festival di Architettura Torino, “frutto dell’impegno e delle competenze di un tavolo tecnico-scientifico multidisciplinare, composto da figure con profili diversi e complementari”. Responsabile dell’evento Alessandra Siviero, Presidente della Fondazione per l’Architettura / Torino, affiancata da Roberta Ingaramo, Presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino. Gli altri componenti del tavolo di cui sopra Luca Molinari, critico e curatore di architettura, Emanuele Piccardo, architetto e critico di architettura, Francesca Canfora, architetta libero professionista e curatrice indipendente e Giorgia Barbano, architetta, amministratore delegato e direttore tecnico di IPE Consulting. Tre giornate, dal 7 al 9 luglio, ogni giorno dalle 17,30 alle 22,30, composte di talk – incontri tematici che affrontano alcune questioni che oggi stanno trasformando il progetto dell’abitare, una necessità abitativa sempre maggiore, il rapporto tra architettura, intelligenza artificiale e innovazione digitale, le politiche abitative del territorio messe a confronto con le esigenze poste in campo europeo -, keynote speech – vari protagonisti della scena architettonica internazionale a relazionare il proprio approccio progettuale, la ricerca sempre più approfondita, le esperienze messe a frutto nei tempi più recenti -, installazioni dedicate al tema dell’abitare, non ultima quella “effimera” dovuta a Raffaele Salvoldi (“la fragilità della bellezza genera responsabilità”), una costruzione composta da decine di migliaia di tavolette di legno sovrapposte senza colle né incastri, una costruzione che cresce durante le tre giornate per concludersi alla fine con un crollo a effetto domino, fragile specchio di un’opera (di un’operazione) non da contemplare ma un “processo da attraversare” -, laboratori educativi per bambini e ragazzi, proiezioni cinematografiche, un’occasione per i giovani progettisti under 35, “Future Homes Europe”, tre progetti che attraverso elaborati, immagini e scenari progettuali vogliono dare una risposta a come debba essere ripensato il tema dell’abitare “di fronte alle trasformazioni sociali, ambientali, tecnologiche ed economiche” attuali.

Per il momento siamo qui, a far nostra la domanda di Ettore Sottsass, “chi abiterà le case vuote”, iniziando a considerare “il vuoto delle case non come assenza, ma come spazio di possibilità”, nel luogo perno della manifestazione – il termine festival a chi scrive continua ad apparire piuttosto mastodontico, ci si aspetterebbe una maggiore durata e un più ricco frazionamento delle proposte, nella affettuosa domanda di un prolungamento per le edizioni successive: vogliamo per ora ridurlo a “vetrina”? -, quanto di più afoso si possa immaginare in una giornata afosa, in questo ottocentesco ex mercato ittico di Porta Palazzo che vede una benvenuta nuova inaugurazione, dopo una chiusura che data 2021, dentro questo mare di insegne luminose e no, di piastrelle bianche e azzurre, di angoli che ancora reclamizzano antichi venditori, luogo pronto a intraprendere una futura strada di eventi musicali, artistici e gastronomici che lo riapriranno al pubblico, posto nelle sue forme chiare al centro di questo mercato a cielo aperto che rimane il più vasto d’Europa.

Ci troviamo qui ad applaudire all’appuntamento, a veder tagliare obbligatoriamente il nastro di partenza, a dover sottostare a un sonorissimo chiacchiericcio di giornalisti e architetti e di ospiti che con nessuna fatica quasi nascondono gli interventi, degli odierni padroni di casa e delle autorità, di chi avrebbe il compito di buttare là una spiegazione, con un saluto, di quanto sta per prendere il via. S’avvicendano il sindaco Stefano Lo Russo e il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone, prendono con signorilità e qualche fatica la parola le responsabili Siviero e Inghiramo. Ha sottolineato la Presidente della Fondazione per l’architettura: “Ci siamo chiesti come garantire abitazioni accessibili, sostenibili, di qualità e capaci di rispondere ai bisogni della società. Abbiamo creato una piattaforma di confronto e produzione culturale che mette in dialogo progettisti, istituzioni, università centri di ricerca, imprese, operatori culturali, giovani e cittadini per costruire una visione condivisa sul futuro dell’abitare, della città e della transizione ecologica. Questi tre giorni di festival rappresentano un evento straordinario per il nostro territorio, non solo per l’alto profilo degli ospiti coinvolti, ma anche per la rilevanza dei contenuti che guideranno ogni dibattito.” Un’occasione che è un punto di partenza, importante e abbracciata con differenti patrocini da Comune e Regione, da Città Metropolitana e Camera di Commercio, nonché sostenuta da Banca Reale, Dierre, Fresia Alluminio, Idrocentro, Sikkens, Traiano Luce 73 e dott.gallina. Un’occasione che guarda al futuro, tassello che verrà riproposto negli futuri e pronto ad accompagnarci verso quel 2033 che vede per Torino una candidatura a capitale europea della Cultura.

Dice Roberta Ingaramo: “Le trasformazioni che interessano le nostre città richiedono una rinnovata attenzione alla qualità del progetto e al valore pubblico dell’architettura. Temi come l’accesso alla casa, la rigenerazione del patrimonio esistente, la sostenibilità delle operazioni di trasformazione e l’inclusione sociale non possono essere affrontati senza una progettualità capace di mettere in relazione esigenza e di costruire risposte concrete ai bisogni delle comunità.” Sfide della professione, da portare avanti con il tempo, nell’importanza della “cultura del progetto”, nel fine non ultimo “di migliorare la qualità della vita degli abitanti e dei fruitori.” Tutto questo mentre i dati proposti parlano chiaro: quasi una casa su tre, in Italia, non è occupata, mentre l’ultimo Censimento ISTAT afferma che sono 9,58 milioni su 35,3 milioni di case censite, menttre a Torino il paradosso si legge ancor meglio nei numeri elaborati dal CRESME, per i quali tra il 2019 e il 2024 la città ha perso 4714 abitanti (943 l’anno, mentre i calcoli ci fanno sapere che nei prossimi dieci anni la città ne perderà oltre 12.200), ma ha guadagnato 13.590 famiglie, con un conseguente meno persone e più domanda di case. Proprio Lorenzo Bellicini, direttore del CRESME – Centro Ricerche Economiche, Sociologiche e di Mercato per l’Edilizia e il Territorio – nel suo intervento ha lamentato: “In questo momento, quasi d’un tratto, in molti si trovano a parlare di casa: il fabbisogno abitativo è tornato sul tavolo della politica europea e italiana.” Ci si pongono in questi giorni delle domande, anche i numeri delle abitazioni che nei prossimi anni dovranno essere costruite non sono chiari, tra le tante suggestioni sarà necessario guardarsi indietro, all’inizio degli anni duemila e chiedersi l’origine della convinzione della negazione di un problema abitativo, dovrà essere affrontata quella nuova esigenza che sentiamo oggi, lo sguardo alla qualità che è necessario coltivare. Forse le tre giornate del Festival d’Architettura potranno dare anche alcune risposte a quelle tante e sfaccettate domande. Nei pomeriggi e nelle serate di oggi e domani, a rispondere e motivare, Barbara Caputo,Agostino Nikl, Andrea D’Antrassi, Raoul Forsoni, Ezio Micelli, Michael Obrist, Joan Cambronero Fernàndez, Anna Puigjaner e Francesca Canfora.

Elio Rabbione

Le immagini dell’ex mercato ittico sono di Daniele Ratti.

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