ARTE

‘Body of evidence’, Festival Cortona on the Move

 

Dall’11 luglio al 3 novembre prossimi torna a Cortona, nel cuore della Toscana, il festival internazionale di fotografia Cortona on the Move, giunto alla sua quattordicesima edizione. Protagonista sarà il corpo, soggetto della fotografia e strumento di indagine su noi stessi in un festival dal titolo “Body of evidence”.

I numeri della prossima edizione del Festival Internazionale di Fotografia Cortona On the Move, presentati nell’aulica sala delle Gallerie d’Italia di piazza San Carlo a Torino, sono quattro mostre collettive, 18 mostre individuali, 6 location e 4 mesi di festival, che si snoderà dall’11 luglio al 3 novembre prossimo.

L’apice della manifestazione sarà, come ogni anno, nelle giornate inaugurali del festival dall’11 al 14 luglio quando, a Cortona, si daranno appuntamento i più grandi esperti nazionali e internazionali del mondo della fotografia, impegnati in eventi presentazioni, talk e workshop, per promuovere la riflessione sull’attualità e sul passato, attraverso uno strumento d’indagine che è la fotografia.

“Anche nell’edizione 2024 Cortona On the Move si conferma come un evento catalizzatore culturale – spiega Veronica Nicolardi, direttrice del Festival – offrendo una riflessione sul mondo contemporaneo attraverso gli occhi dei fotografi e dei curatori che ospita. Con un impegno verso l’inclusione il festival si apre ad un pubblico sempre più vasto, in questo caso con la nuova mostra pensata per i bambini, diventando un palcoscenico per l’espressione artistica e la discussione critica, dove la fotografia diventa strumento per comprendere e trasformare il mondo. Rimangono al centro della mission del festival la produzione di contenuti originali e inediti, l’interazione con il territorio, la prospettiva internazionale e quelle collaborazioni che promuovono la contaminazione culturale”.

“Sin dalla nascita della fotografia, il corpo si è subito imposto come uno dei soggetti principali del nuovo mezzo – spiega Paolo Woods, direttore artistico di Cortona on the Move.

Ad affiancare Paolo Woods alla direzione artistica del festival quest’anno sarà il collettivo nato e cresciuto all’interno di Cortona on the Move, Kublaiklan, responsabile della curatela fotografica.

Il corpo diventa ‘Body of evidence’, corpo del reato da guardare e indagare nelle sue molteplici sfumature e declinazioni, secondo l’interpretazione che ne hanno dato i fotografi provenienti da tutto il mondo e selezionati per questa edizione del Festival. Tra questi Myriam Boulos, Carmen Winant e Philip Montgomery, tutti e tre presenti con progetti esposti per la prima volta in Italia. Miriam Boulos porta a Cortona il lavoro Sexual Fantasies sulle fantasie sessualità femminili in Medio Oriente, mentre Carmen Winant esporrà “The Late safe Abortion” sul tema dell’aborto. Montgomery sarà presente con l’acclamato American Mirror sulle fratture interne della società americana, oggi più che mai attuali in vista delle elezioni. Significativo il lavoro intitolato “Restraint and Desire” della coppia di fotografi Ken Graves, scomparso nel 2016, e Eva Lipman, per la prima volta a Cortona, in Italia e in Europa.

Le mostre collettive saranno quattro quest’anno. Attraverso di loro si realizzerà la mission del festival che è quella di ideare nuovi progetti e produrre mostre inedite, quali “The Body as a canvas”, curata da Lars Lindemann e Paolo Woods, che fa coesistere organicamente immagini nate nell’ambito della ricerca antropologica con progetti artistici contemporanei, scene familiari con street photography, fotografia ritrattistica e storica.

Fra le opere sono presenti immagini di Chloé Jafé, Klaus Pichler, Denis Rouvre, Herbert, Charles Fréger e Florian Spring.

“Corpi celesti. Un percorso negli Archivi Alinari” è curata dagli scrittori Nicola Lagioia e Chiara Tagliaferri, realizzata in collaborazione con la Fondazione Alinari per la Fotografia, il più antico archivio al mondo che si compone di ben 5 milioni di fotografie, databili dal 1840 ai giorni nostri e proprietà della Regione Toscana, con la ricerca iconografica di Rita Scartoni.

Paolo Woods e Irene Opezzo cureranno “This is the end”, sulle modalità in cui la morte è stata ritratta da artisti e fotogiornalisti a scopo di documentazione o celebrazione, attraverso opere storiche, vernacolari, giornalistiche e personali.

Una produzione Cortona On the Move in partnership con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia è rappresentata dalla collettiva “Cronache d’acqua-Immagini dal Nord Italia”.

Si tratta si una mostra unica e originale, risultato di un progetto commissionato da Gallerie d’Italia Intesa Sanpaolo con Green & Blue al collettivo di fotografi Cesura, capace di offrire una riflessione sulla relazione simbiotica e spesso fragile tra la Terra e l’essere umano, una connessione intrinseca tra l’umanità e il mondo che questa abita, nel quale il corpo si colloca come un ospite che interagisce con l’ambiente, più o meno consapevolmente.

La mostra “They don’t look like me” sottolinea la collaborazione con le Autolinee toscane che, dal 2021, sostiene e produce progetti fotografici in partnership con Cortona on the move.

Il lavoro di Rastrelli parte dall’indagine che il fotografo fiorentino ha condotto sul fenomeno dei cosplayer, viaggiando tra Italia e Kenya, che genera cortocircuiti ironici tra la normalità piccolo borghese e la straordinarietà di una vita sognata. Grazie a idea e contributo di Autolinee Toscane, per l’edizione 2024 del festival, il progetto si arricchisce di un’ulteriore tappa in Giappone, il Paese in cui il fenomeno ha maggiore popolarità.

È stata rinnovata la collaborazione tra Medici senza frontiere e Cortona on the move, dando vita, per la prima volta, a una produzione originale affidata a Rehab Eldalil, giovane artista egiziana che ha realizzato un progetto all’interno dell’ospedale di Chirurgia ricostruttiva di MSF di Amman, in Giordania, seguendo la sua consueta pratica fotografica.

Attraverso una metodologia partecipativa e multidisciplinare, il progetto “From the ashes I rose”, un viaggio nell’ospedale di Medici senza frontiere in Giordania mette al centro della storia i pazienti dell’ospedale, celebrandone la resilienza e la forza.

Novità di questa edizione è la mostra interamente pensata ed allestita per i più piccoli e le loro famiglie. Con “Giro giro corpo”, Fotolibri per bambini e adulti bambini, realizzata in collaborazione con Spazio BK e Kublaiklan per la ricerca editoriale, intende intraprendere un percorso più inclusivo e affrontare il tema del corpo umano in maniera semplice e coinvolgente, anche attraverso laboratori, workshop ed esperienze ludiche dedicate ai bambini. La mostra è parte dell’iniziativa di OTM Company, che ha lanciato una nuova serie di libri per bambini dal titolo “Il mondo nei tuoi occhi”, in collaborazione con l’editore Les Grandes Personnes, che sarà presentata nei giorni di inaugurazione del Festival.

La collana nasce con l’intento di esplorare e celebrare la potenza del linguaggio fotografico, riconoscendo l’importanza delle prime esperienze visive nello sviluppo cognitivo, emotivo e sociale dei bambini.

Insieme alla conferma delle sedi delle passate edizioni del festival, quali Palazzo Baldelli, la Fortezza del Girifalco, la stazione C nei pressi della stazione ferroviaria di Camucia Cortona, l’ex magazzino delle Carni e la via Crucis, si aggiunge quest’anno il cortile di palazzo Casali, una delle architetture civili più antiche della cittadina, oggi sede del MAEC e di varie istituzioni cortonesi.

Il Festival Cortona On the Move riceve il patrocinio della Regione Toscana, del Comune di Cortona, il sostegno di Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia, main partner, con il contributo della Fondazione CR Firenze e il supporto di Autolinee Toscane, Sony e Medici senza Frontiere.

MARA MARTELLOTTA

Gli appuntamenti della Fondazione Torino Musei

VENERDI 24 MAGGIO

 

Venerdì 24 maggio ore 17

MOMENTI BONSAI AL MAO

MAO – Lezione con pratica sui bonsai della terrazza – nell’ambito del Festival del Verde

Massimo Bandera, uno dei massimi bonsaisti europei, ci condurrà nel fantastico mondo in miniatura dei bonsai con i suoi allievi. Una lezione sulla terrazza del museo, dove si possono ammirare bellissimi esemplari del #masierobonsaimuseum ed eseguire pratiche di potature sui capolavori: una kata di tradizione giapponese, dove la ripetizione dei gesti stagionali ci riporta alla natura.

Partecipazione gratuita; prenotazione obbligatoria: maodidattica@fondazionetorinomusei.it oppure t. 011.4436928

 

SABATO 25 MAGGIO

 

Sabato 25 maggio ore 11 – 12

STUDENTESSE E STUDENTI DI CINESE DELLE SCUOLE MEDIE SUPERIORI PRESENTANO ALLA CITTADINANZA ROMANZI E AUTORI DELLA CINA ANTICA E MODERNA

MAO – Attività coordinata dall’Istituto Confucio dell’Università di Torino

 La formazione negli anni di scuola è un momento fondamentale della crescita intellettuale ed emotiva di ciascun individuo. Spesso i ragazzi e le ragazze sono capaci di interpretazioni e sintesi creative di quanto apprendono durante il loro percorso di studio, che rimangono di norma all’interno delle mura scolastiche. Questo progetto intende valorizzare il loro lavoro, mettendo gli studenti e le studentesse in dialogo aperto e paritario con un pubblico interessato di “fruitori” delle conoscenze che loro vorranno condividere. La speranza è che si crei uno scambio proficuo tra tutte le parti coinvolte; studentesse e studenti condivideranno i loro saperi, le loro conoscenze e le loro idee intorno alla cultura letteraria cinese. Il pubblico potrà commentare, chiedere, chiosare…Accanto alla presentazione di opere e autori, la lettura di brani scelti, tratti dai lavori presentati al pubblico potrà fornire ulteriori elementi di conoscenza e spunti di dibattito.

ore 11 – 12
Studentesse del Valdese (Torre Pellice)
I padri della Cina moderna a confronto con la tradizione: Le Antiche storie rinarrate di Lu Xun (1881-1936).
RaccontanoEmma Geymonat, Noemi Lo Iacono e Gloria Prina

Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili.

MERCOLEDI 29 MAGGIO

 

Mercoledì 29 maggio ore 17

IL COFANO RITROVA SMALTO

Palazzo Madama – conferenza con con Giovanni Carlo Federico Villa e Simonetta Castronovo

Il cofano di Palazzo Madama rappresenta un unicum nell’ambito dell’arte medievale:  per la qualità straordinaria dei suoi smalti e della serratura con figure fantastiche in rame sbalzato – giudicata da sola uno dei massimi capolavori dell’oreficeria del Duecento; per la ricchezza del suo decoro: con i nove medaglioni in rame traforato del lato frontale raffiguranti combattimenti di animali, e gli otto sui fianchi dedicati a scene cortesi e profane descritte con estrema raffinatezza e precisione naturalistica; e perché al mondo esiste solo un altro cofano di Limoges di queste dimensioni e di questa tipologia – nella cattedrale di Aquisgrana -, un’opera tuttavia più tarda e molto rimaneggiata in età moderna.

Palazzo Madama ha avviato una raccolta fondi per acquisire gli smalti e così riposizionarli sul prezioso scrigno, restituendo a quest’opera una parte del suo decoro perduto.
Ingresso libero fino a esaurimento posti
Prenotazione consigliata: 
t. 011.4429629 (dal lun. al ven. 09.30 – 13.00; 14.00 – 16.00) oppure scrivere a madamadidattica@fondazionetorinomusei.it

 

Mercoledì 29 maggio ore 18.30

SABINE SALAMÉ

MAO – performance nell’ambito del public program di Tradu/izioni d’Eurasia Reloaded

Narrativa hip hop di migrazioni

Nel dinamico panorama dell’hip hop in lingua araba, è emersa una voce unica che sta riportando il genere alla sua essenza. Sabine Salamé, rapper e poetessa libanese, con il suo ultimo lavoro “Taffe Daw…”, composto insieme al produttore libanese Jawad Nawfal (Munma), accompagna gli ascoltatori in un viaggio attraverso le fasi emotive della sua migrazione. Miscelando vari stili musicali e una narrazione sincera, “Taffe Daw…” va oltre la semplice raccolta di canzoni, diventando un riflesso delle esperienze di Salamé e delle sue complesse emozioni. Usando il potere della vulnerabilità per affrontare questioni politiche e personali da una prospettiva non convenzionale, Salamé costruisce una testimonianza per il futuro con l’obiettivo di far sentire meno soli tutti coloro che attraversano un simile tumulto.

Costo: 15 € intero – 10 € ridotto studenti (disponibile solo in museo).
I biglietti sono acquistabili il giorno del concerto presso la biglietteria del museo e in prevendita sul nostro sito e su Ticketone.


Theatrum Sabaudiae
 propone visite guidate in museo
alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO.
Per informazioni e prenotazioni: 011.52.11.788 – prenotazioniftm@arteintorino.com

https://www.arteintorino.com/visite-guidate/gam.html
https://www.arteintorino.com/visite-guidate/mao.html
https://www.arteintorino.com/visite-guidate/palazzo-madama.html

‘Dialoghi e Altri sguardi’ alla Castiglia

A Saluzzo si inaugura l’esposizione e collezione permanente a cura di Olga Gambari della Fondazione Garuzzo

 

Sabato 1 giugno, dalle 18.30, nell’ambito di Start/Arte Contemporanea, la Fondazione Garuzzo inaugura alla Castiglia la rassegna dal titolo ‘Dialoghi e Altri sguardi’ con la mostra ‘Il tempo della comunanza’, a cura di Olga Gambari. Allo scopo di mettere in relazione alcuni dei lavori presenti nell’esposizione e Collezione permanente con l’opera di nuovi artisti, Olga Gambari ha realizzato un nuovo progetto espositivo basato sulla condivisione.

La mostra intende essere un’esplorazione, una raccolta di possibili declinazioni che il fecondo concetto di comunanza incarna, con l’idea di restituire energia e pluralità alla parola, centrale per io nostro presente e per il nostro futuro. Ogni artista, con il proprio lavoro, diventa una possibile sfumatura di significato che l’idea di condivisione rappresenta. Tema generale è quello legato ai diritti fondamentali dell’uomo e dell’ambiente, per disegnare un allestimento in cui le opere esprimano la relazione tra singolarità e collettività, tra spazio pubblico e privato, concentrandosi sui coni d’ombra che avvolgono i margini della nostra quotidianità, sulla parità di genere e sui migranti, quindi la sicurezza sul lavoro, la difesa del mondo naturale, la libertà di pensiero e di parola. Molti sono i lavori presenti, tra cui quelli di Elizabeth Aro, Maura Banfo, Silvia Beccaria, LETIA, Letizia Cariello, Gea Casolaro, Laura Castagno, Enrico T. De Paris, Mariana Ferratto, Pierluigi Fresia, Marta Jorio, Paolo Leonardo, Dario Neira, Isabella e Tiziana Pers, Irene Pittatore, Virginia Rutg Cerqua, David Reimondo, Enrico Tealdi, Paolo Grissino, Luigi Mainolfi, Botto & Bruno, Umberto Manzo, Luigi Coppola, Enrico Partengo.

Con l’occasione verrà presentata una nuova opera concessa in prestito dai Musei Reali di Torino, che entra a far parte di Esposizione e Collezione Permanente. Il grande lavor9 vincit9re dell’Italian Council 2018”The ballare of forgotten places” degli artisti Botto& Bruno, duo artistico torinese che, già a partire dagli anni Novanta, attraverso video, installazioni e fotografia, ha raccontato la marginalità e la periferia come tema culturale su cui intervenire e scoprirlo in tutti i suoi risvolti.

Svelati a Palazzo Barolo i segreti di “Moyoco Anno e l’eredità dei bijinga”

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A Palazzo Barolo è in corso fino al 30 giugno 2024 la mostra immersiva intitolata “Shinhanga”, un focus sulla nuova onda delle stampe giapponesi, con riferimento al movimento artistico che, all’inizio del XX secolo ha rivoluzionato la tradizionale stampa Ukiyoe.

Per la prima volta in Italia si possono ammirare oltre ottanta opere originali di alcuni dei più celebri maestri Shinhanga, che combinano gli elementi classici della tradizionale stampa Ukiyoe con la sensibilità modernista del Giappone del XX secolo. La mangaka Moyoco Anno, amata in tutto il mondo per i suoi shoujo manga dedicati alle donne e alle tematiche femminili, è la protagonista degli eventi collaterali a Palazzo Barolo. A parlare di Moyoco Anni e dell’eredità dei bijinga, ritratti di belle fanciulle tra i soggetti più ricorrenti dell’arte giapponese, sarà la Professoressa Anna Specchio, Docente di Lingue Letterature del Giappone e della Corea all’Università di Torino. I bijinga costituiscono una forma d’arte che, sebbene usate dalle xerigrafie in epoca moderna, non ha mai smesso di influenzare la contemporaneità. Oggi sono i manga a veicolare tali raffigurazioni, grazie ad artiste e artisti che rappresentano delle donne dal corpo avvenente in chiave pop.

 

Mara Martellotta

 

 

Voci Nascoste. Le lingue che resistono

Marco Tadić rilegge giocosamente il modernismo socialista jugoslavo

Le opere dell’artista croato esposte al “PAV” di Torino

Fino al 20 ottobre

“Heliopolis”. Utopica “Città del Sole”. Città su Città. Ricreata con gioiosa artistica fantasia come filosofico “stato ideale” – la seicentesca “civitas solis” di Tommaso Campanella – o ripensando all’“Eliopoli” egiziana distrutta, nell’antico Regno, per riutilizzarne i materiali e le pietre durante la costruzione della città del Cairo. Questo sono istintivamente portato ad immaginare di fronte alle opere dell’artista croato Marco Tadić (classe ’79), ospitate, fino a domenica 20 ottobre, al “PAV” – “Parco d’Arte Vivente”, concepito nel 2002 da Piero Gilardi e realizzato nel 2008 in via Giordano Bruno, a Torino, nell’area ex Framtek, in Borgo Filadelfia. Curata da Marco Scotini (dal 2014 direttore artistico del “PAV”) – e realizzata in collaborazione con il “Museum of Contemporary Art Zagreb” – l’esposizione é parte di “New Perspectives for Action” progetto europeo teso al riuso e alla circolarità “non solo come strategia ecologica e culturale, ma soprattutto come mezzo utopico di sopravvivenza”, in cui l’artista ha come chiaro obiettivo quello di rileggere la storia del “modernismo socialista jugoslavo” attraverso il confronto interattivo con i principi estetici di grandi autori operanti, alla fine degli anni ’50, in Croazia.

Due su tutti. Il designer, scultore ed architetto Vyaceslav Richter (1917 – 2002), fra i fondatori di “EXAT 51” gruppo d’avanguardia che intendeva promuovere e raggiungere una sintesi e un forte interscambio fra tutte le forme d’arte,  ed il filmaker Vladimir Kristi (1923 – 2004) della “Scuola di animazione” di Zagabria”, di massimo rilievo in ambito europeo. Su questa linea “Tadić individua – annota Scotini – nei residui inerti della memoria un potenziale attivo utile a rileggere e a generare nuove possibilità di narrazione”. Un’operazione di “riciclo”, attraverso cui ipotizzare “su carta” (mediante il riutilizzo e la “sovrascrizione” di oggetti d’antàn come cartoline, mappe, diapositive taccuini ed archivi fotografici personali) idee e ideali di città rispondenti ai richiami e alle “improbabili” visioni di nuovi luoghi su cui e attraverso i quali ipotizzare nuove futuribili idee di vissuto sociale. Del resto lo stesso Richter, del quale sono presenti in mostra una serie di opere originali, dedicò quasi due decenni della sua vita al perfezionamento di “progetti tecno-utopici” in ambito urbanistico che tentavano di rispondere, attraverso la pianificazione, ai bisogni specifici di una società socialista: ridurre i tempi della mobilità per garantire più tempo libero.

Così anche Tadić, guardando alle fantastiche visioni di Richter, immagina e progetta la sua “idea di città”, destreggiandosi fra immaginari fantascientifiche e complesse “riflessioni ecologiche”, giocate su disegni, collage e animazioni per riflettere – alla Benjamin – sul “come fare Storia partendo dai rifiuti della Storia”. Sottolinea ancora Scotini: “Attraverso la miniaturizzazione Tadić trasforma i detriti e gli scarti in giocattoli in senso benjaminiano … In ‘Heliopolis’ l’opera dell’artista rilegge Vyaceslav Richter per proporre un modello che miri a stabilire un ritmo armonioso nel metabolismo della società, alla continua ricerca di un delicato equilibrio tra costruzione e cancellazione, tra futuri possibili e trasmissione della memoria”.

Da segnalare. Nell’ambito della mostra le “AEF/PAV” (Attività Educative e Formative) propongono mercoledì e giovedì 4 luglio il “Workshop_81” condotto dallo stesso Tadić e rivolto a studenti dell’Accademia, Universitari e giovani artisti con un focus su uno dei medium dell’artista: l’“animazione in stop-motion.

Per le scuole e i gruppi estivi che visiteranno “Heliopolis” e le installazioni presenti nel parco di 23.500 mq, viene inoltre proposto il laboratorio “Natura Segreta” che esplora il vasto paesaggio del “PAV” come scenario per una nuova visione, tanto utopica quanto reale, di una possibile “Città Futura”.

Gianni Milani

 “Marko Tadić. Heliopolis”

“PAV – Parco Arte Vivente”, via Giordano Bruno 31, Torino; tel. 011/3182235 o www.parcoartevivente.it

Fino al 20 ottobre

Orari: ven. 15/18, sab. e dom. 12/19

Nelle foto:

–       Marko Tadić: “Funga Robo/The Fair”, Collage, 2024

–       Marko Tadić: “Sava next”, Collage, drawing, 2023

–       Marko Tadić: “Museum of the Revolution”, Collage, 2024

–       Vjenceslav Richter: “Synthurbanism”, 1963-1964

Al Museo MIIT una personale dedicata allo scultore Fernando Delìa

 

 

Il Museo MIIT di Torino presenta la mostra antologica dedicata allo scultore Fernando Delìa, dal titolo “Artistico guazzabuglio”, in programma da sabato 25 maggio a domenica 2 giugno prossimi. L’inaugurazione sarà sabato 25 maggio alle ore 18.

Saranno in mostra una cinquantina di sue opere, tra sculture in terracotta, bronzo, altorilievi e pannelli.

Fernando Delìa era non solo a Torino, ma per tutti “l’avvocato scultore”. Il ricordo del museo MIIT e di Italia Arte, unitamente alla famiglia dell’artista e alla Fondazione Faro, a cui è dedicata la raccolta fondi organizzata in occasione dell’esposizione, intende omaggiare la figura di uomo e di creatore di sogni, di quegli “artistici guazzabugli”, come recita il titolo dell’esposizione, che lui amava comporre dapprima nella sua immaginazione e poi plasmando e modellando le crete con fare rapido e istintivo, come se si corresse il rischio che quei personaggi e quelle forme immaginate potessero svanire del tutto all’improvviso.

La genesi dell’opera, il suo essere concepita, pensata e poi realizzata descrive al meglio l’attività del maestro e la sua attenzione meditata al messaggio artistico, attraverso un procedimento che si sviluppa in seguito ad un fare immediato, istintivo, gestuale, nel modellare la materia e nel plasmare forme, volumi e idee.

L’arte di Fernando Delìa è un’arte quotidiana e intimista, caratterizzata fortemente da uno sguardo interiore e profondo sull’uomo, sulla sua storia e sul suo destino.

Nato a Trieste, fin da piccolo ha manifestato una spiccata attitudine per il disegno e la scultura, tanto da frequentare a Bologna privatamente anatomia artistica e tecnica del modellato. A Torino ha conseguito la laurea in Giurisprudenza e vi ha esercitato la professione forense. La prima mostra personale risale al 1975, presso la galleria della Conchiglia e, da allora, ha partecipato a diverse importanti mostre collettive a Roma, Milano e Torino. Ha organizzato mostre personali a Finalborgo e Saint Vincent e a Torino, tra le altre, presso la Società Promotrice di Belle Arti, il Piemonte Artistico, la Fondazione Fulvio Croce presso palazzo Capris, Villa Gualino e la Galleria Fogliato.

I personaggi immortalati da Delìa potrebbero essere i nostri vicini di casa o chi la casa non ce l’ha più, come “Gli sfrattati”, tristemente in cammino sulla scala di un’esistenza tra alti e bassi, lo sconosciuto osservato nel parco, seduto su una panchina a meditare sulla sua vita, il collega di lavoro frustrato e sommerso da scartoffie, il perenne insoddisfatto, l’annoiato.

Delìa osserva il mondo, le persone che incontra sul suo cammino, ne scandaglia pregi e difetti, caratteri, ne coglie l’essenza e la trasforma in maschere universali. La sua è una commedia dell’arte contemporanea, specchio di una società spesso confusa e disorientata, mascherata e ipocrita, che l’artista è capace a cogliere nelle espressioni, nelle pose, nei gesti, nella verità del momento, nell’anima dell’Essere.

La sua tecnica è volutamente quella del non finito, dell’abbozzato e sembra volerci comunicare che tutto è effimero e passeggero, che la vita può mutare all’improvviso, senza guardare in faccia nessuno, in uno scorrere degli anni vorticoso e affannato.

Il tempo nell’Opera di Delìa assume una valenza concettuale profonda e la realtà diventa istante vissuto, ma anche immagine dello spirito, in un moto interiore subitaneo, che passa rapidamente per lasciare spazio ad altri affanni o ad altre gioie.

Sarebbe errato definire l’arte di Delìa malinconica o solitaria, a volte abitata da incubi, come alcune sculture indubbiamente ci inducono a pensare.

“Verso il baratro”, “Davanti un’intera giornata da affrontare”, “L’attesa”, “La deposizione” narrano lo stato d’animo universale e condiviso in una società sospesa e ineluttabilmente condannata. Nelle sue creazioni non mancano, però, sfumature ironiche, divertenti, sarcastiche e argute, quasi una sorta di vignette storiche da gustare con gli amici, riconoscendo in un personaggio o in un altro qualche parente o conoscente.

La terracotta modellata da Delìa, come i bellissimi bronzi a cera persa, fanno rinascere ogni volta l’Uomo, plasmato da un Dio benevolmente, come noi, di carne e di spirito, consapevole di tutti i difetti e di tutta la piccolezza della nostra specie, ma anche capace di gesti e di atti eroici, sacrali, quotidiani e immortali.

Basti considerare le opere celebrative di Delìa, quali i busti dedicati a Bruno Caccia e a Fulvio Croce nell’atrio d’ingresso e nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino, o quello che ricorda il papa Emerito Benedetto XVI presso la casina Pio IV.

A volte in Delìa si accende anche la scintilla divina che riaccende la speranza in un futuro migliore come nelle opere “L’importante è non arrendersi’” e “Sogni di adolescente”, o nei ritratti affettuosi e palpitanti dei nipotini, mentre in altri lavori non manca mai il sorriso dolceamaro dell’artista, una firma che sancisce il destino di ognuno.

“Trovo difficile spiegare – affermava Fernando Delìa – come sia nato in me il desiderio di modellare e per quale motivo. È una necessità che ho sempre avuto e che non riesco a definire razionalmente. Posso cercare di spiegarlo guardando quello che più spesso è l’oggetto delle mie opere, cioè la figura umana, di preferenza il volto e le mani, nella quale non è il bello che mi attira, ma la caratterizzazione, forse la deformazione, mai la deformità.

Se questo è il mio motivo ricorrente posso ipotizzare che la mia “ricerca” sia quella di rappresentare, attraverso l’esasperazione dei lineamenti, il modo di essere, il vissuto, l’originalità di ciascuno di noi. Non penso che nella rappresentazione dei miei personaggi ci sia la cattiveria necessaria perché li si possa definire grotteschi. Forse c’è la semplice ironia, il divertimento triste di ridere di noi stessi. E ai miei personaggi mi affeziono, forse perché in fondo non fanno altro che rappresentarmi. Mi dicono che, secondo la psicoanalisi, sognare la casa significhi rappresentare la propria interiorità. Penso che la sensazione che provo quando riesco a chiudermi nel mio luogo dove mi fermo a modellare, il mio studio, sia la stessa. È il luogo dove ( a differenza di Machiavelli che, prima di prendere la penna in mano, si paludava da antico romano) riesco a spogliarmi di tutti i personaggi, le convenzioni, dietro le quali mi nascondo nella vita quotidiana. È come se quello spazio costituisse una prosecuzione immaginaria della mia persona. Uno spazio che, oltre che delle mie opere, ho riempito di vecchi ricordi e oggetti di affezione. Confesso che, forse, proprio per questo, aprire il mio studio a estranei un poco mi spaventa come farmi sorprendere scoperto nella mia intimità”.

MARA MARTELLOTTA

Italia Arte. Museo MIIT Corso Cairoli 4

Tel. 0118129776

Info@italiaarte.it

Apertura da martedì a sabato 15.30-19.30, domenica 26 maggio e domenica 2 giugno orario 15.30-19.30.

Lettura di pensieri di Fernando Delìa con Cristiana Voglino giovedì 30 maggio alle ore 18.

“Viaggiando oltre il perimetro dell’immagine”. Ultima settimana

In mostra nel settecentesco edificio le opere di cinque artisti davvero “speciali”, piacevolmente giocosi nel contrasto con l’austerità del luogo

Fino al 26 maggio

L’atmosfera è “pop”, ironica e sarcastica, nei giusti limiti. L’intento primo è quello di proporre attimi di riflessione, un “dibattito”, una critica all’evoluzione – involuzione e ai facili perbenismi dei tempi che corrono, attraverso immagini scultoree ed installative(che acquisiscono il valore di “intervento site-specific” come rilettura a posteriori di lavori già ben datati nel tempo) in grado di tener campo, a volte con chiassosa piacevolezza, agli spazi fortemente connotati dell’“Appartamento Padronale” del settecentesco “Palazzo Saluzzo Paesana” di Torino, prestigiosa opera di Gian Giacomo Plantery.

Compito non facile. Che i cinque artisti coinvolti, tutte figure di spicco nel panorama dell’arte italiana, assolvono con indubbia facilità, approfondendo alcune delle loro “comuni attitudini”, come l’esigenza di “fuoriuscire dal perimetro del quadro” (ecco spiegato il titolo della rassegna) per meglio osservare ed osservarsi nel puntare il dito, mai a vanvera, contro bersagli di natura socio-politica che l’arte può servire a mettere giocosamente “alla gogna”. Senza mai alzare la voce, ma con l’arma potente dell’ironia e pur anche con intuizioni di sano e godibile divertissement.

Visibile fino a domenica 26 maggio e curata da Lorenzo Bruni – con il sostegno del “Gruppo Zenit” e la collaborazione del “Centro Studi Piero Gilardi” – l’esposizione mette in mostra le ricerche, realizzate in differenti anni e attraverso differenti media installativi, di artisti quali Corrado Bonomi, Gianni Cella, Piero Gilardi, “Plumkake” (Romolo Pallotta, Claudio Ragni e lo stesso Cella che si staccherà dal Gruppo nel gennaio 2000, per continuare in solitaria) e Aldo Spoldi. Fil rouge univoco per tutti , sottolinea il curatore Lorenzo Bruni “una lettura sovversiva e spiazzante ‘dell’ordinario nel possibile’”. “Intenti comuni – prosegue – che vanno dall’attenzione ai temi ambientali a quelli della costruzione di una comunità di esperienze, dallo smascheramento delle ipocrisie sociali alla ricostruzione di un’idea di storia dell’arte non del tutto dipendente alle logiche del mercato”.

Esemplare, in tal senso, la sala dedicata al “progetto corale” della Banca di Oklahoma” ideato dal ludico e teatrale cremasco Aldo Spoldi nel corso degli anni ’80, per “instillare una critica all’economia finanziaria che stava divenendo sempre più influente proprio in quegli anni”. L’installazione, oltre ad esporre l’oggetto/panchina, l’assegno, la scultura dello “sponsor messaggero”, comprende anche i “Brunelli” – tra cui quelli dei “Plumcake” del 1988, di Piero Gilardi del 1989, la versione in ceramica di Aldo Spoldi del 1990 e quelli del 2024 di Corrado Bonomi che sono realizzati per l’occasione – ovvero “monete giganti”, create dai singoli artisti, “con cui hanno interpretato la loro personale adesione a questa nuova visione possibilista delle cose”. L’iter spazia ancora dal classico “tappeto natura” del “Tronco sonoro” del ’92 di Piero Gilardi(Torino 1942 – 2023) all’“America prima dell’immigrazione del 2019” realizzata dal pavese Gianni Cella (una serie di maschere in resina che rimandano all’immaginario delle varie tribù nord americane prima della colonizzazione occidentale), fino al bizzarro intervento di Corrado Bonomi negli spazi della cucina con le opere pittoriche del ciclo “Mare” raffiguranti creature marine dipinte direttamente nelle confezioni vuote di latta e le sculture dedicate ai dittatori del secolo passato.

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In via del tutto eccezionale, troviamo anche una sala dedicata all’immaginario fotografo Met Levi, personaggio virtuale” (al pari dell’artista Cristina Show, al filosofo Andrea Bortolon e al critico Angelo Spettacoli) di Aldo Spoldi, con le immagini straordinarie realizzate dal 1968 con la sua “Rolleiflex con planar 3,5” che documentano, in un commovente ed energico bianco e nero, i cambiamenti sociali, politici e artistici di quegli anni. Insomma, a “gentilmente” violare la sacralità della storica location di via della Consolata, c’è davvero da stupirsi e sbizzarrirsi passeggiando fra opere in grado di fornire (ancor più attraverso la volontà di “uscire” dai loro perimetri o supporti materiali per meglio  arrivare allo spettatore) molteplici letture “quante le sfaccettature – conclude Bruni – che hanno sempre fatto emergere gli artisti in mostra, rispondendo con spirito critico e pungente ai cambiamenti della loro contemporaneità, dal ’68 ad oggi”.

Gianni Milani

“Viaggiando oltre il perimetro dell’immagine”

“Palazzo Saluzzo Paesana”, via della Consolata 1bis; tel. 347/0103021 o www.palazzosaluzzopaesana.it

Fino al 26 maggio

Orari: giov. – dom. 11/19

 

Nelle foto:

–       Parte allestimento, ph. Leo Gilardi

–       Aldo Spoldi: “Banca di Oklaoma – Sponsor messaggero”, legno, 1994

–       “Plumkake”: “Brunello”, vetroresina smaltata, 1988

–       Piero Gilardi: “Tronco sonoro”. Poliuretano espanso, 1992

–       Corrado Bonomi: “Mare”, olio su scatoletta metallica, 1987-2024

Erwin Olaf. Scatti di ordinaria solitudine

Nell’ambito dell’“Extend Programme” di “EXPOSED Torino Foto Festival”, la Galleria “metroquadro” di Torino ricorda il celebre fotografo olandese

Fino al 1° giugno

Credo di non sbagliare. All’interno dei lavori fotografici di Erwin Olaf Springveld, in arte solo Erwin Olaf (Hilversum, 1959 – Groningen, 2023), sono parecchie  e insistenti le citazioni e i riferimenti (tributo) a quel senso di ovattata, triste e inquietante solitudine, propria del grande, realistico cantore dell’“Amercan Way”, Edward Hopper. Di quel profondo, spirituale, “realismo americano”, in parte sbirciante alla più “intimististica” e “romantica” (ma per Olaf meno pregnante) architettura narrativa dell’altrettanto celebre pittore e illustratore statunitense Norman Rockwell.

Di fronte agli scatti sospesi in un deserto di silenzio ed attesa, propria delle opere di Olaf raccolte in un’interessante retrospettiva (l’artista è di recente scomparso) organizzata da Marco Sassone, fino a sabato 1° giugno, nella “metroquadro” di corso San Maurizio, a Torino, non si può non andare con occhi e mente agli interni – universi senza voci e scatole del tutto chiuse all’empatia umana, fino alla celeberrima “I nottambuli” pagina aperta su una notte di solitudine a New York – opere del grande Hopper. Che pare fosse solito ripetere “non dipingo quello che vedo, ma quello che provo”. Ed Olaf “dovrebbe esserci un enigma in ogni immagine potente, che ti incuriosisca e ti inviti a guardare più e più volte”. Come dire. A te, spettatore, per ogni mia opera, la tua storia. Per la giovane nuda di colore, affogata in un oceano di tormenti e silenziosamente seduta ai bordi di un letto in una misera stanza di albergo o per la distinta signora di antica eleganza appesa al filo della memoria o ad una chiamata dal bianco telefono che sembra per lei non aver più voce … a te, spettatore, il filo della storia. Sono quattro le serie di fotografie messe insieme, nell’ambito del mese dedicato da Torino alla Fotografia, da Marco Sassone: “Rain” (2004), “Hope”(2005), Grief (2007) ed “Hotel” (2010). E proprio in quest’ultima, Olef trasmette con maggiore intensità quel senso di “distacco dal mondo esterno” che diventerà il suo massimo segno distintivo.“La serie ‘Hotel’ – diceva lo stesso artista – riguarda l’alienazione e la sottile gamma di oscure emozioni che essa provoca in una persona. Le stanze di hotel in cui dormo quando viaggio sono tutte diverse, ma la sensazione che trasmettono è sempre la stessa, ha luogo una sorta di distacco”. Camere simili a rifugi anonimi, senz’anima, in cui i personaggi (quasi sempre donne) appaiono intrappolati in un’annoiata e inquieta attesa. Scrive bene Marco Sassone: I bellissimi nudi femminili delle foto sono avvolti in sofisticate atmosfere di velluto che evocano sottilmente le diverse città in cui le camere d’albergo si trovano. L’ambiguità e il senso di nostalgica frustrazione che le immagini trasmettono contrastano con la perfezione meticolosa dei dettagli della rappresentazione, confermando ancora una volta l’abilità dell’artista nel ricostruire il contesto e la scena fin nei minimi dettagli, con un’attenzione quasi cinematografica al trucco, all’acconciatura, all’abito, all’oggetto d’arredo, alla luce dell’ambiente”.


Se n’è andato troppo presto Erwin Olaf. A soli 64 anni, nel settembre del 2023, per un enfisema polmonare che lo aveva portato, qualche settimana prima, al trapianto di un polmone. E qualcuno afferma lo avesse predetto. Nella Galleria newyorkese “Hasted Kraeutler”, in occasione della presentazione della sua serie di “autoritratti” del 2009, si ferma davanti alla parete che espone il trittico “I Wish/I am/I Will Be” … si gira lentamente verso il giovane fotografo che lo sta ritraendo e diventa così il quarto ritratto della serie. “Ovvero un momento già passato all’interno di una storia che va avanti”.

Contemporaneamente alla retrospettiva di Erwin Olaf, prosegue, fino a sabato 22 giugno, alla Galleria “metroquadro”, la mostra “Marks and Traces” di Shinya Sakurai, che con questa rassegna (venti le opere esposte) celebra il ventennale del suo arrivo sotto la Mole.  Nato a Hiroshima nel 1981e laureatosi ad Osaka in “Belle Arti”, Shinya si divide oggi fra l’isola di Honshu e la nostra (ma ormai anche sua) Torino, dove ha studiato “Scenografia” all’“Accademia Albertina”, portando avanti con parametri tutti suoi una pittura di evidente “chiave astratta”, in cui s’intrecciano, su monocrome superfici di raffinato “velluto” e in un perfetto connubio di segno e colore (olio, resine e colle traslucide), citazioni stilistiche, piacevolmente contese ed ammiccanti alla serialità neo-pop, fra cifre di matrice orientale ed occidentale, capaci di tenere ben insieme echi della tradizione e della più audace contemporaneità.

Gianni Milani

Erwin Olaf

Galleria “metroquadro”, corso San Maurizio 73/f, Torino

Fino al 22 giugno

Orari: giov. – sab. 16/19

Nelle foto: Erwin Olaf: “Hope Portrait”, 2005; “Hotel Winston Salem, Room 304”, 2010; “Hotel Paris, Feline Portrait”, 2010; Shinya Sakurai: “Marks & Traces n. 17”, tecnica mista su velluto, 2023

Gianni Spaterna, emozione acquerello

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Gianni Spaterna è nato a Perugia, si considera torinese di adozione in quanto ha frequentato il liceo scientifico e la facoltà di Architettura a Torino, dove svolge la sua attività professionale.

Il suo interesse per l’arte figurativa si è manifestato sin dall’infanzia e, nel 2016, ha deciso di frequentare un corso di pittura, con il pittore naturalista Lorenzo Dotti, per apprendere la particolare tecnica dell’acquerello, scoprendo che accanto all’interesse e alla capacità c’era una grande passione per questa tecnica, spesso sottovalutata, nel circuito dell’arte. Da allora ha realizzato ben 260 opere, partecipando a mostre collettive, mostre personali e concorsi nazionali e internazionali. Negli anni del Covid ha poi seguito un corso di pittura online della pittrice naturalista Cristine Girard.

La sua prima mostra personale risale al 2019 ed è stata allestita nello studio del fotografo Giancarlo Tovo, lo Studio 17, in via Cesare Battisti 17, a Torino. La seconda mostra, incentrata sugli animali (non domestici), risale al 2022. Per la terza mostra, intitolata “Torino” e presentata nel novembre 2023, ha scelto uno show room di arredamento, chiamato “Metroquadro”, in corso Matteotti 17/c, a Torino, durante la quale i suoi quadri, risultato di un lavoro di osservazione della città attraverso uno sguardo artistico e i suoi colori, sono stati molto apprezzati anche per l’inserimento di un contesto che non era quello della classica galleria d’arte ma di uno show room di arredamento contemporaneo.

Il soggetto scelto è stato la città di Torino, che l’ha accettato dal punto di vista umano e professionale, di cui ha dipinto luoghi noti ai torinesi e ai turisti. Ha esposto 34 acquerelli inediti che sono il risultato di una scelta sul campo di particolari fotografici, oltre ai primi schizzi a matita, finalizzati a far emergere la vivacità cromatica del notevole patrimonio architettonico e l’atmosfera della città mediante l’uso di colori decisi, meno diluiti in acqua, nel primo caso, e maggiormente nel secondo. Ha impiegato anche forti contrasti ed effetti chiaroscurali generati dalla luce, ricordando le parole dell’architetto Le Corbusier, che disse: “L’architettura è il gioco sapiente e rigoroso dei volumi sotto la luce”.

Spaterna ritiene che la persona creativa non sia una, ma una moltitudine di persone capaci di esprimere un’ampia gamma di emozioni, ed è anche per questo motivo che ha scelto di cimentarsi su soggetti diversi anziché prediligere un tema specifico ripetitivo, poiché limitante. Nel suo portfolio si possono ammirare acquerelli raffiguranti animali, persone, paesaggi terrestri, paesaggi marini, mezzi di trasporto, imbarcazioni e architetture.

Le sue opere, dal 2016, grazie a mostre collettive e personali, hanno toccato città come New York, Londra, San Pietroburgo, Charlotte, Figueres, Venezia, Milano, Sanremo e Arles.

Mara Martellotta