LIFESTYLE- Pagina 88

La tirlindana

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Sono ormai in pochi, sui laghi, a praticare la pesca a traino dalla barca con la tirlindana. Eppure questo semplice attrezzo ha un suo fascino e una storia. Immaginatevi una lenza in filo di rame o, in versione più moderna, in monofilo di nàilon, lunga da un minimo di 30 a oltre 60 – 70 metri, recante un finale di nàilon a cui è assicurata l’esca, il tutto avvolto su uno speciale telaietto girevole dalla sagoma molto nota detto aspo

Ci siete? Bene. L’aspo, un tempo, veniva costruito dallo stesso pescatore, artigianalmente. Oggi come oggi quest’attrezzo si trova già pronto in commercio, spesso in alluminio leggero e lucente: non vi resta che applicare il terminale con l’esca ritenuta più idonea e, sul piano teorico, siete a posto. Perché solo in teoria? Perché la chiave del successo nella pesca a tirlindana dipende dalla mano di chi la manovra. A prima vista parrebbe tutto semplice e facile come bere un bicchier d’acqua  ma non bisogna farsi ingannare dalle apparenze: occorre un certo tirocinio per impadronirsi al meglio di questa tecnica, in grado di riservare delle gran belle soddisfazioni. Intanto, occorre una buona conoscenza del fondale da battere e saper valutare con esattezza la profondità di pescaggio dell’attrezzo. Mai lasciare le cose al caso, quando si pesca con la tirlindana: sarebbe un errore imperdonabile. Ho conosciuto un “lupo di lago”, il vecchio Giuanin, in grado di valutare fondali e correnti, neanche avesse una carta nautica ficcata dentro la sua testa pelata. Per non parlare poi dei movimenti: sia lui che il suo “socio” Faustino erano dei maghi nell’accompagnare la lenza , imprimendole i movimenti giusti, manovrando la barca con misura e mestiere. Di norma i “professionisti” della pesca su lago fanno tutto da soli, usando piccole barche leggere, dei veri gusci di noce che manovrano con un solo remo, essendo l’altro braccio impegnato con la lenza.

 

Taluni ricorrono al motore di potenza fra 2 e 3,5 HP, ma è ovvio che, per quanto condotto al minimo, quest’ultimo provoca un fastidioso rumore specialmente nei fondali bassi. Un’alternativa ci sarebbe, a dire il vero: un motore elettrico, silenzioso, facile da gestire e con una velocità giusta. La tradizione però conta; e la tradizione suggerisce  che l’ideale consiste nell’ agire in due, uno in gamba nel manovrare i remi, l’altro con il tocco giusto per far andare la tirlindana. La lenza tradizionale è in rame, quella moderna – come si è detto – in nàilon. Il tipo classico, in rame cotto,  e si trova in due diametri: lo 0,30 per la pesca leggera a mezz’acqua, lo 0,50 per andare più a fondo, puntando al luccio. Un materiale flessibile ed elastico, preferibile a quello attorcigliato a treccia che risulta meno malleabile. Il nàilon, occorre ammetterlo, offre maggiori vantaggi, con un però: richiede una piombatura distribuita o raggruppata, per consentirne il corretto e rapido affondamento. Cosa che, con il filo di rame, avviene spontaneamente grazie al suo peso specifico. Il nailon non richiede una particolare manutenzione, ha un carico di rottura e di resistenza decisamente elevato, le lenze sono vendute già zavorrate e, cosa non secondaria,  costano meno. “La zavorra è il cuore di tutto!”, dice Giuanin, quando all’osteria, tra un mezzino e l’altro, molla il freno e sale in cattedra. “ Una volta si lavorava con il rame piombato alla fine, facendoci i muscoli nell’accompagnare il peso in acqua. Adesso, cari miei, si va avanti a filo di nailon  e allora non resta che applicare delle olivette di piombo lunghe di un paio di centimetri e di peso attorno  ai a due o tre grammi, distribuendole in modo regolare fino a raggiungere un peso di quasi mezzo chilo. Così, se zavorri bene, la lenza va giù che è un piacere e non corri il rischio che ti resti troppo in superficie,trascinandotela a pelo d’acqua, o di farla affondare fino a raschiare i sassi del fondo”.

 

Il “prof” Giuanin accompagna le parole con gesti decisi, caparbi quel tanto da sconsigliare il contraddittorio. La sua esperienza non ammette repliche. “ E’ molto importante anche la velocità con cui avanza la barca. Se si è in due la cosa migliore è procedere a remi, come abbiamo sempre fatto io e Faustino”, confida il vecchio pescatore.  “ Uno tiene in mano la tirlindana e l’altro rema facendo ogni tanto delle piccole pause. Occhio, però:  chi tiene la tirlindana non deve star lì come un cucù ma imprimere al filo dei piccoli, leggeri strappi per simulare una veloce fuga del pesciolino finto”. Questo genere di movimento, visto dalle parte dei predatori, equivale allo squillo di tromba della carica, scatenandone l’istinto di predatori.“Qui viene il bello. Avvertita la mangiata non perder tempo: uno strappo per ferrare il pesce e avvia lentamente il recupero. La barca non deve arrestare il suo movimento, capito? Se lo fai, se ti fermi, la preda ti frega, soprattutto se è di una certa dimensione. I pesci non sono fessi, e non ti saltano a bordo di spontanea volontà. La preda, se riesce ad avvicinarsi troppo, tenterà come ultima fuga di inabissarsi sotto la barca. Quando accade, sono cavoli amari: il rischio di perderla è alto perché, puoi esserne certo,  il filo andrà sicuramente ad impigliarsi in qualche sporgenza con tutte le conseguenze del caso”. Mai dimenticarsi il guadino: se non lo si trova a portata di mano, al momento giusto, tirare in secco la preda è un problema. Questa è la lezione di Giuanin. Applicandola per filo e per segno porterà alla tirlindana un tributo certo di prede, dai persici ai lucci, dai cavedani alle trote.

Marco Travaglini

 

(Foto: molagnacavedanera.it)

 

Friceuj ‘d pom (Frittelle di mele) 

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Una deliziosa ricetta d’infanzia.

 Le frittelle di mele sono una tipica golosità piemontese di origine contadina, si gustano rigorosamente calde comparse di zucchero semolato. Irresistibili ! 
Ingredienti 
150gr. di farina 00 
1 uovo intero 
2 mele 
50gr. di zucchero 
1/2 bicchiere di latte 
1/2 cucchiaino scarso di lievito 
Scorza di limone grattugiata 
Olio di oliva q.b. 
Preparare la pastella mescolando la farina con il tuorlo, il latte, un cucchiaio di zucchero, scorza di limone e lievito. Pelare e tagliare le mele a fette, immergerle nella pastella, unire l’albume montato a neve, mescolare delicatamente. Versare a cucchiaiate la pastella in olio caldo, friggere per 5-6 minuti rigirandole, scolare su carta assorbente e cospargere con lo zucchero rimasto. Servire subito. Deliziose ! 

 

Paperita Patty 

Tutti pazzi per i Gofri a Sauze

Anche quest’anno Sauze d’Oulx si conferma la capitale dei Gofri. Grande successo infatti
domenica 3 agosto con la tradizionale Festa di Jouvenceaux che ha visto protagonisti i gofri in piazza. Ma lunedì 11 agosto, sarà il centro storico di Sauze d’Oulx ad ospitare la tradizionale
“Fete du Gofre” che taglia il traguardo della maggiore età. Quella dell’11 agosto 2025
infatti sarà la 18° edizione di questa festa sentitissima da tutti i sauzini che metteranno in piazza decine di Gofriere per soddisfare i gusti gastronomici dolci e salati di abbinamento alle cialde croccanti appena sfornate. E per il 18° compleanno la “Fete du Gofre” tornerà nelle vie e nelle piazze per essere fedelissima alla tradizione.Lunedì 11 agosto dal pomeriggio alle 17 e sino a notte Sauze sfornerà Gofre da condirsi in versione dolce e salata a seconda dei gusti personali di ognuno.

Trasformiamo le nostre aspettative in aspirazioni (Prima parte)

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Le aspettative nascono dalle nostre convinzioni personali a proposito di eventi e/o comportamenti che possono verificarsi o meno. Sono ipotesi, spesso certezze illusorie, che nascono da una complessa combinazione delle nostre esperienze, desideri e conoscenze dell’ambiente o delle persone che ci circondano.

Ci aspettiamo, ad esempio, che ad agosto faccia caldo e ci sia tempo sereno, che le persone che amiamo ricambino il nostro sentimento, che se svolgiamo un lavoro veniamo regolarmente e correttamente remunerati, che se apriamo il rubinetto in casa sgorghi acqua potabile, che se ci mettiamo in auto per raggiungere una destinazione non ci siano intoppi nel nostro viaggio, e via di questo passo.

Il vero problema delle aspettative sta nell’attesa che accada qualcosa senza che abbiamo davvero buoni motivi per essere certi che ciò avvenga. Se siamo convinti che sia sufficiente nutrire determinati desideri perché questi si realizzino, stiamo alimentando un’illusione, e inevitabilmente gettiamo le basi per la delusione.

Se ci pensiamo bene, la nostra felicità o infelicità non dipende da quel che ci accade, ma dal rapporto tra ciò che accade rispetto a ciò che ci aspettavamo che accadesse. Se, ad esempio, la nostra squadra di calcio del cuore gioca nello stadio della più forte squadra del mondo e pareggia 0-0, giocatori, tifosi e dirigenti torneranno a casa molto felici per l’esito della partita.

Se il medesimo risultato di 0-0 viene ottenuto contro una mediocre squadra del campionato italiano, l’umore delle stesse persone sarà invece decisamente nero. Chi non capisce molto di calcio si stupirebbe nel notare due reazioni opposte di fronte ad un risultato numericamente uguale. Allora che cosa ha determinato quella differenza di umore dopo due partite finite entrambe 0-0?

L’aspettativa! Perché nel primo caso si temeva una sonora sconfitta, mentre nel secondo ci si attendeva una larga vittoria della nostra squadra. Può sembrare banale, ma noi “funzioniamo” così in ogni circostanza della vita. Sono quindi le aspettative a determinare il nostro umore, il nostro grado di felicità, la nostra soddisfazione o insoddisfazione.

(Fine della prima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

L’ipertrofia dell’ego

A chi non è capitato di incontrare persone che si consideravano Dio e, invece, erano poco più di un manichino che respira?

Periodicamente cerco nuove modelle per i corsi di fotografia che organizzo annualmente e, talvolta, anche fotografi per affiancarmi in alcune attività.

Ed ecco che, tra le molte schede visionate, salta sempre fuori la top model “due camere e cucina” che mette subito le cose in chiaro: “Ho iniziato a posare da poco ed ho ancora molto da imparare. Non poso in TF (sistema di collaborazione dove fotografo e modella lavorano entrambi gratuitamente a vantaggio reciproco, NdA) ma poiché sta diventando un lavoro chiedo di essere retribuita.”

A parte il fatto che dovrebbero mettere almeno alcune foto descrittive del genere che intendono trattare (fashion, glamour, nudo, gothic), per quale motivo uno dovrebbe rischiare fotografando chi non possiede capacità professionali anziché andare sul sicuro con modelle di provata esperienza?

Una volta contattai una di queste non-modelle che nella scheda aveva tre foto, di pessima qualità, e pochissime note personali: le scrissi chiedendo quali esperienze avesse maturato e se potesse inviarmi almeno altre 2-3 immagini dove si vedesse meglio il viso e la figura intera.

La risposta fu sintomatica del disagio mentale che questa ragazza stava attraversando: “Le foto le mando a chi dico io, se ho scritto che sono carina devi fidarti. Per privacy non posso diffondere le mie esperienze.”

Chissà se avrà mai lavorato in seguito?

Allo stesso modo altre modelle, agli inizi della loro “carriera” precisano subito che trattandosi di lavoro effettuano soltanto servizi retribuiti, salvo contraddirsi scrivendo di aver scattato, poche volte, e solo con fotoamatori.

O, ciliegina sulla torta, quando precisano che posano solo dietro compenso ma non rilasciano liberatoria, il che significa che scatto, mi guardo le foto e penso quanto io sia fortunato ad averla potuta fotografare, peccato però non poterla mostrare né usare per lavoro.

E’ palese che molte, troppe, fanciulle pensano che posare per professione sia divertente, gratificante, al contrario del lavoro impiegatizio o della cassiera, faticoso, mal retribuito, a sopportare i malumori dei clienti.

Non pensano, nella loro superficialità, che essere modella di professione sia uno dei lavori più faticosi se svolto bene e se hai la fortuna di diventare qualcuno: tralasciando le modelle che viaggiano nei vari continenti che hanno problemi di jet lag, di lingua, di doversi adattare a clima e alimentazione diversa, anche una modella nostrana deve fare sacrifici continui.

Non fare tardi la notte se l’indomani ha uno shooting, altrimenti sarà distrutta, non bere né mangiare in eccesso se no addio linea, rinunciare a feste, viaggi e feste in famiglia se ti chiamano per posare.

Stiamo parlando di modelle vere, quelle che hanno studiato pose, comunicazione prossemica, che sanno recitare con la mimica; per le altre il selfie allo specchio del bagno è già tanto.

Ma finché ci saranno sedicenti fotografi che scattano con ogni essere che respiri, ci saranno non-modelle che si ritengono bellissime, simpatiche, professionali e che sono in grado di rifiutare il fotografo.

Dulcis in fundo le modelle che citano categoricamente i generi trattati (praticamente tutti quelli “non proibiti”) precisando di non chiedere altro. Salvo poi aggiungere “per quanto non indicato scrivere in privato”.

Sergio Motta

Dalla costellazione del Leone a quella della macchina elettrica

LE MERAVIGLIE DEL CIELO STELLATO…

DI Gianluigi De Marchi *

C’è ancora, nel terzo millennio, chi crede che la vita di ognuno di noi sia condizionata dalle stelle e dai pianeti, che con i loro influssi regolano amore, salute e lavoro (i tre campi in cui tutti vorrebbero sapere in anticipo cosa succederà).

La fideistica convinzione di costoro si basa su fatti inoppugnabili: un nato sotto il segno del Toro (animale focoso) sarà molto attivo, chi è nato sotto il segno dei gemelli (doppi) avrà un carattere inaffidabile e bipolare, e così via.

E quando Marte passa nel nostro segno zodiacale ne subiremo l’influsso negativo, saremo irascibili e litigiosi perché Marte è il dio della guerra; mentre quando passa Marcurio,porremo cogliere favorevoli occasioni perché Mercurio è il dio del commercio…

Ma pensate per un  attimo a questo dettaglio: se gli antichi avessero chiamato il pianeta Marte con il nome Bacco, il passaggio del corpo celeste avrebbe provocato ubriacature collettive? E se Venere si fosse chiamata Diana, non avrebbe condizionato gli amori ma l’esito delle cacce al cervo?

Ma non finisce qui.

Le costellazioni che influenzano i nostri destini sono 12, e prendono il nome dalla fantasia degli antichi che, guardando il cielo stellato, si erano dilettati ad unire le varie stelle formando delle figure più o meno credibili.

Ad esempio la costellazione del Leone è formata da Regolo, Leonis, Algieba, Adhafera, Ras Elased Borealis e Ras Elased Australis, ed ha la forma di un trapezio con una specie di falce sovrastante. Chi le diede il nome vide il leone di Nemea (animale invincibile della mitologia greca ucciso da Ercole in una delle sue celebri “fatiche”). Andate a vederla sul web, sfido chiunque a riconoscere un leone e non  una giraffa…

E guardando la costellazione del Sagittario (formata da Kaus Australis, Nunki, Axilla, Kaus media, Kaus borealis, Al Nasl, Arkab, Rukbat e Albaldah) si vede più una barchetta di carta o una teiera che non il mitico centauro lanciatore di frecce.

Le costellazioni ufficialmente riconosciute dagli astronomi sono 88, ma solo 12 regolano il nostro destino, le altre sono comprimarie i cui influssi contano meno del due di bastoni con briscola denari.

Eppure il grande astronomo Lalande aveva classificato alcune formazioni stellari dalla forma accattivante cui aveva dato nomi come il Gatto, il Cammello e, nell’emisfero australe, l’Ape. Un altro astronomo, Bode,  battezzò invece la Macchina elettrica, l’Officina tipografica e il Telescopio, nomi moderni anziché mitologici.

Niente da fare, non  contano nulla, peccato; perché nascere sotto il segno della macchina elettrica consentirebbe un sacco di risparmi energetici a tutti i fortunati protetti dalla costellazione…

* Giornalista e scrittore

demarketing2008@libero.it

Dantés, il maestro dal papillon blu

 

In un paese del Canavese, noto in tutto il mondo grazie al fatto di aver ospitato, un tempo, una famosissima fabbrica di macchine per scrivere, su una collina del rione Bellavista, ribattezzata il parco dei Sussurri, viveva un piccolo, orgoglioso yorkshire terrier di nome Dantés. La fitta boscaglia del parco ospitava una varietà di uccelli e animali di piccola taglia come gli scoiattoli e i ghiri. Il vento che soffiava spesso dalla vicina valle d’Aosta creava, tra gli alberi, suoni e rumori che parevano dei veri e propri sussurri e questa particolarità aveva suggerito agli abitanti il nome del parco. Dantés portava al collo un elegante papillon blu e si muoveva con passo deciso e rapido, come si addiceva ad un vero gentiluomo originario della contea inglese, un tempo la più grande del Regno Unito. Tutti lo conoscevano e gli altri cani lo ammiravano per intelligenza, eleganza e soprattutto per le storie che amava raccontare quando, passeggiando, si intratteneva per fare quattro chiacchiere. Ogni racconto nascondeva una morale e un insegnamento, ogni passeggiata era una lezione di vita. Un giorno gli vennero affidati cinque cuccioli di Jack Russell a pelo ruvido. Erano belli, vivaci, impazienti, e avevano una quantità di energia che avrebbe messo chiunque in difficoltà. Si muovevano allegri e veloci come il vento. I loro nomi erano Balzac, Amelie, Mistral, Modì e Colette. Nessuno riusciva a tenere a bada la cucciolata che sembrava avere l’argento vivo addosso. L’unica eccezione era lui, Dantés. “Qui c’è bisogno di un maestro, e io sono pronto” disse il piccolo yorkshire, aggiustandosi il papillon. Attrezzò la taverna come un’aula con tanto di lavagna e gessetti colorati, un tavolo che fungesse da cattedra e due comode e lunghe panche con lo schienale da utilizzare come banchi per i piccoli allievi. Il suo metodo di insegnamento non contemplava regole severe, basandosi soprattutto su giochi intelligenti. Usava bastoncini, foglie, cartoncini colorati, disegni allegri e bicchieri dove versava acqua da uno all’altro per spiegare il senso della collaborazione, la pazienza e la gentilezza. Era importante che iniziassero a comprendere l’essenza vera della vita, l’ambiente che li circondava con le sue bellezze, ma anche con i pericoli da evitare, un po’ di storia e gli essenziali rudimenti di scienze e geografia.

Quando i cuccioli litigavano (era naturale che lo facessero, vista la loro giovane età) Dantés, con uno sforzo paziente, raccontava la storia di un cane che aveva perso tutti gli amici perché non sapeva ascoltare e voleva, testardamente, avere sempre ragione. Quando disubbidivano, narrava le vicissitudini di un terrier che finì in una pozzanghera fangosa per non aver seguito nessuna indicazione, rifiutandosi di seguire le giuste vie, ostinandosi a fare di testa propria, senza voler sentire ragioni. Ci volle una grande pazienza da parte del loro maestro ma, con il tempo, i cuccioli cambiarono. Non solo impararono a comportarsi correttamente, ma svilupparono una curiosità per il mondo e per le indicazioni che Dantés, sotto forma di storie, aveva insegnato loro. Lo rispettavano e gli volevano bene. Per i cuccioli era diventato “il professore dai modi gentili e dal cuore generoso”. Un giorno, però, Dantés scomparve per un’intera mattinata. I cuccioli, preoccupati, lo cercarono dappertutto. Lo trovarono alla fine sotto un cespuglio, mentre scriveva su un notes una delle sue storie. “È arrivato il momento che anche voi scriviate la vostra” disse con un sorriso. E insieme, con passo allegro, tornarono all’abitazione. Ogni cucciolo si mise di buona lena a scrivere e raccontare una favola sua, ispirata agli insegnamenti del loro maestro. Avevano imparato le cose che contano e da quel giorno i piccoli Jack Russell diventarono amici di tutti a Bellavista, ricevendo in dono da Dantés i loro piccoli papillon blu che sfoggiarono con grande orgoglio.

Marco Travaglini

La Notte di San Lorenzo ai Giardini dei Musei Reali

Una notte tra stelle, arte e desideri, nel cuore verde dei Musei Reali

 

Sabato 9 agosto, ore 19
Musei Reali di Torino – Ingresso da Piazzetta Reale 1

 

Sabato 9 agosto Una Notte al Museo –  il format ideato e realizzato dalla Fondazione Club Silencio con l’intento di valorizzare e promuovere il patrimonio storico-culturale dei musei e degli edifici storici d’Italia – apre le porte dei Musei Reali di Torino per una serata dedicata al più famoso cielo d’estate, quello di San Lorenzo.

 

Un’occasione irripetibile attraverso arte, architettura e storia, tra sontuosi saloni barocchi, affreschi, collezioni d’arte e scorci segreti, immersi nella cornice notturna di uno dei siti museali più affascinanti d’Italia. Ad arricchire l’esperienza, una programmazione culturale e artistica che intreccia installazioni partecipate, performance, astronomia, tarocchi, musica elettronica e concerti a lume di candela. Gli ospiti potranno esplorare luoghi straordinari come Palazzo Reale, la Cappella della Sindone, i Giardini Reali – dove potranno ammirare la mostra Asa Nisi Masa dedicata a Giuseppe Maraniello, uno dei protagonisti dell’arte italiana degli ultimi decenni, che intreccia mitologia, simbolismo e memoria in un percorso tra scultura, pittura e disegno – e l’Appartamento dei Principi Forestieri, solitamente chiuso al pubblico. Uno straordinario esempio di architettura settecentesca progettato da Juvarra e decorato da artisti come Pecheux, De Mura e Olivero.

 

A rendere ancora più speciale la serata, l’installazione partecipata a tema desideri ideata da LUNAR – nome d’arte di Mattia Varsalona, artista e cantautore seguito da oltre mezzo milione di persone – che inviterà il pubblico a scrivere e affidare il proprio desiderio a un’opera collettiva, poetica e luminosa.

Per chi ama guardare lontano, l’Associazione Celestia Taurinorum guiderà un’attività di osservazione astronomica grazie a telescopi puntati sul cielo e a un racconto visivo e mitologico supportato dal software Stellarium. Sarà possibile scoprire le costellazioni, confrontare immagini da telescopi spaziali con l’osservazione a occhio nudo e immergersi in un racconto affascinante che unisce scienza, immaginario e narrazione.

 

Sotto il cielo di agosto, sarà inoltre possibile partecipare alle letture dei tarocchi e lasciarsi guidare dal simbolismo delle carte in momenti condivisi di scoperta e ascolto; mentre la VR Experience trasporterà gli ospiti al centro del cosmo.

 

Il percorso sonoro della serata sarà curato dal collettivo Shine On You, con una selezione musicale tra acid house, micro-house e suggestioni elettroniche underground. Nel Teatro Romano, invece, il quartetto d’archi Gli Archimisti interpreterà alcune delle più celebri colonne sonore del cinema, regalando al pubblico un momento intimo e suggestivo illuminato da centinaia di candele.

Come in ogni appuntamento di Una Notte al Museo, non mancheranno cocktail & wine bar d’autore e proposte food gourmet da gustare tra una visita e un’esperienza immersiva.

 

Per partecipare all’evento Notte di San Lorenzo ai Giardini dei Musei Reali è necessario accreditarsi sul sito di Club Silencio.

 

 

CHE COS’È FONDAZIONE CLUB SILENCIO

Club Silencio è una fondazione culturale torinese impegnata in progetti esperienziali che stimolino la partecipazione attiva dei giovani under 35 alla vita culturale, sociale e democratica del proprio territorio. Tra i suoi progetti più noti vi è Una notte al Museo, che dal 2017 ad oggi ha portato più di 280.000 giovani in oltre 50 musei tra Piemonte, Liguria e Lombardia. Da ottobre 2022 Club Silencio è certificata ISO 20121 per la Gestione eventi sostenibili.

 

www.clubsilencio.it

Fb e IG @Clubsilencioofficial

Linkedin @Clubsilencio

I supereroi conquistano il Forte di Bard 

Attivi fra Otto e primi Novecento, i grandi Maestri giapponesi dell’ “ukiyo-e” e del nuovo stile “shin hanga” ospiti eccellenti dello storico “Forte” valdostano

Fino al 30 novembre

Bard (Aosta)

Mettono le mani avanti gli organizzatori della mostra “Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo”, ospitata fino a domenica 30 novembre prossimo nelle “Sale delle Cantine” dell’ottocentesco “Forte di Bard”“Il primo supereroe della storia – scrivono – non è americano e non si chiama Superman, ma è una supereroina giapponese, ed è nata nel 1848”. Dunque, scordatevi il nome di Gotham City, città immaginaria ispirata alla New York del “proibizionismo” in cui si svolgono le avventure del mitico Batman nei fumetti “DC Comics”. E fate altrettanto per “Kripton”, il pianeta originario, ma altrettanto immaginario, di Superman (“Kal-El” in “Kriptoniano”) inventato nel 1938 da Jerry Siegel e Joe Shuster. Il primo “supereroe” – meglio “supereroina” – della storia è donna e giapponese con tanto di “occhi a mandorla”, come da copione.

Questo quanto intendono precisare gli organizzatori, di cui sopra, attraverso un percorso inedito, fra stampe dipinti e arazzi (opere delle massime firme dell’arte nipponica fra XIX e XX secolo) teso a tracciare “l’evoluzione del concetto di eroe e le profonde differenze che emergono tra le figure eroiche della cultura mediterranea e quelle dell’immaginario giapponese, con i suoi antichi eroi e i suoi popolari supereroi contemporanei”: dall’universalmente noto “trittico” in legno di Utagawa Kuniyoshi (1798 – 1861) “Takiyasha la strega e lo spettro scheletro”, in cui la principessa Takiyasha (X secolo) recita un incantesimo scritto su un rotolo, evocando uno scheletro gigante emergente dal buio (opera esposta in Giappone nel Museo “UKIYO-E” di Kurashiki e, in copia, all’ “Honolulu Museum of Art” fra i maggiori Musei degli Stati Uniti), alla strabiliante raffinatezza dei viola e dei rossi delle tinture “all’anilina” di “Yoshitsune e i mille ciliegi” di Chikanobu Toyohara Yoshu, lui stesso militante nello “shogitai”, brigata d’élite di “samurai” ( Edo, 1838 – 1912) e fra gli ultimi maestri dell’ “ukiyo-e”, via via fino a Utagawa Kunisada (Edo 1786 -1865) forse il più famoso disegnatore di “stampe su blocchi di legno” del Giappone ottocentesco e Maestro dell’omonima “Scuola Utagawa”, per arrivare all’eccentrico e meticoloso Katsushika Hokusai (Edo 1760 – 1849) la cui notorietà resta soprattutto legata, oltre che ai suoi fantasiosi “manga” e alla scrittura e all’illustrazione di numerosi “gialli” per donne e bambini, alle “Trentasei vedute del Monte Fuji” e alla celebre “Grande onda di Kanagawa”.

Curata da Paolo Linetti, colto studioso d’arte giapponese e direttore del bresciano “Museo d’Arte Orientale Mazzocchi” di Coccaglio, in collaborazione con “Vidi Cultural” e l’Associazione Culturale “Mnemosyne” la rassegna si compone di 86 opere articolate in otto sezioni, popolate da eroi e supereroi in armatura dorata, figure epiche realmente esistite o guerrieri leggendari ed eroine “dalla spada impietosa”, principesse “che hanno ispirato paladine lunari” donne più o meno giovani pronte a morire a testimonianza della grandezza e potenza del proprio amore o “ninja” che combattono accanto ai loro “famigli” in forma di rospi, serpenti o gru. E qui l’eroismo non è tanto sfida impavida, dimostrazione di un coraggio che supera le resistenze dell’umano, ma soprattutto “senso dell’onore”, di un “dovere” e di uno “spirito di sacrificio” che chiamano a gran voce e non accettano rinunce. Non “gloria personale”, ma fedeltà, dedizione e, talvolta, “giusta” vendetta. Antologia di “culture” antiche e remote, ardue nel confronto con la narrativa e l’attualità occidentale, pagine ricche e fantasiose che ci permettono anche di ammirare, raccolti in mostra, preziosi “arazzi” della fine del XVII secolo, storiche “incisioni su rame”“stampe su seta” e numerose “xilografie”, opere per la maggior parte provenienti dalla Collezione dell’Associazione Culturale bresciana del Castello di Dello “Mnemosyne” e dal Museo d’Arte Orientale “Mazzocchi” di Coccaglio.

Due principalmente gli obiettivi della mostra, secondo il curatore Paolo Linetti e Ornella Badery, presidente del “Forte”: “Comprendere quali siano le caratteristiche che definiscono un eroe in quanto tale, passando dal Monte Olimpo al Fuji. L’itinerario sviscererà la natura dell’eroe nipponico, confrontandola con quella della cultura dell’epica mediterranea per meglio comprenderne tutte le sfumature. Il secondo è scoprire come il concetto di ‘supereroe’ fosse un argomento ben radicato in Giappone molto prima che in Occidente”.

Gianni Milani

“Eroi. Evoluzione di un mito. Dal Giappone antico al contemporaneo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 30 novembre. Orari: mart. e ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; fino al 7 settembre aperto anche il lunedì 10/19

Nelle foto: Chikanobu Yoshu “Yoshitsune e i 1000 ciliegi”, xilografie policrome su carta da gelso; Parte dell’allestimento (Ph. Marco Spataro); Paolo Linetti ed Ornella Badery (Ph. Marco Spataro)