ECONOMIA E SOCIETA'- Pagina 551

Violenza: necessità o volontà di scelta?

Nelle commemorazioni come questa, uniche, spesso ci chiediamo come sia stato possibile perpetrare tanto orrore, come sia possibile che l’animo umano sia in grado di fagocitare i propri simili attraverso una ferocia indicibile e faticosa da raccontare e ricordare. Si resta quasi senza fiato di fronte allo sterminio di esseri viventi, ma non si può restare senza memoria di ciò, senza ricordo. Perché è necessario, vitale, raccontare i violenti sbagli dell’umanità. E come mai accadono certi eventi? Da cosa nasce una così tale espressione di violenza? Cosa porta l’uomo a generare scelte atroci e sanguinarie? Impossibile trovare giustificazioni a ciò, ma un Dovere tentare di capire le origini di tanto male. Perché diventiamo cattivi? Dal punto di vista bio-psico-sociale, per istinto di sopravvivenza, tendiamo innatamente a difenderci, ma anche ad attaccare, ad invadere. Esempio è l’era in cui viviamo dove, nonostante le risorse a disposizione e per quanto sia evoluta la tecnologia, potremmo vivere senza “lavorare” ed invece facciamo la guerra. E’ l’uomo biologicamente e fisiologicamente predisposto al predominio su una scala gerarchica. Non è una scusa né una giustificazione, è la storia che lo racconta e seppur la storia, solitamente è declamata solo da chi vince, è indiscutibile il fatto che l’atteggiamento dell’uomo viene a sfociare in comportamenti aggressivi da sempre. La violenza ne è la conseguenza primaria, questo sia nell’uomo sia nella donna. Una violenza che assume con disinvoltura i colori sia blu che rosa. Dal generale concetto di istinto di sopravvivenza al particolare individuo che uccide per gelosia o perché non accetta l’abbandono o ipotizza consciamente, mettendolo in pratica, l’alienazione e la cancellazione di un’altra persona diversa da lui per cultura, identità sociale o territoriale. Dunque scelta di coscienza? libertà di farlo?, licenza di uccidere?, costrizione per difesa o follia mentale? Ci sarebbero un’infinità di possibili combinazioni ed esempi da elencare che porterebbero l’uno a sconfessare l’altro. Dal punto di vista umano e psicologico dobbiamo affermare che nessuno merita di subire violenza. Partendo, ad esempio, dall’ormai noto e sempre da incriminare fenomeno del bullismo, passando per il motore primario di defezione dell’umanità, cioè la guerra, tramite la quale l’essere umano stabilisce gerarchicamente e arbitrariamente la divisione delle ricchezze dell’intero pianeta, seguendo appunto la logica di prepotenza condita da violenza assolutamente estrema, con la conseguente distruzione di massa al limite del pianificato. Infiltrandoci poi in tutti gli episodi più comuni e quotidiani di mobbing lavorativo e stalking privato, fino ad arrivare al cyber bullismo e alla violenza globale nel web. Siamo paradossalmente inventori di progresso e, allo stesso tempo, sanguisughe e carnefici delle nostre esigenze , debolezze e fragilità.

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Violenza sessuale, psicologica, fisica, virtuale e mentale, annientamento della dignità di un altro essere vivente, umiliazione per il solo fatto di esistere: rappresentano tutto ciò che l’uomo riesce ad immaginare ed a mettere in pratica, poiché atteggiamenti che sfociano nella sopraffazione dell’altro sorgono là dove il vuoto, ciò che è mancato, è stato riempito da rabbia, che altro non è che lo specchio della nostra tristezza. Quindi la tristezza fa diventare violenti? cattivi? Anche, ma non basta. Quando un omicidio viene generato e prolungato diventando strage, da una singola vita a più di sei milioni, dobbiamo parlare di collasso mentale ed emotivo, generato da sì stati emotivi incontrollati, nati da mancanze subite o che riteniamo tali, ma accompagnati da solitudine culturale, mancanza di educazione e sostegno civile, aridità emotive, sommate nel tempo, e completa inadeguatezza intima verso se stessi e verso gli altri. I “Mostri” i serial – killer, hanno tutti un’origine, ma non nascono tali. Non si nasce pluriomicidi. Nella pancia della mamma nessuno viene addestrato alla strage. Nascono da qualcosa e da qualcuno dopo, quando vengono al mondo ed entrano in contatto con altre coscienze già formate. Ed è una catena difficile da spezzare. Sembra quasi che la possibilità di diventare persone “pericolose” dipenda dal luogo in cui nasci e da chi si occupa di te. In parte è così, il resto poi ce lo mette a disposizione l’inclinazione genetica di cui siamo fatti. La prima regola, matrice della vita nel sistema natura, è la sopravvivenza. Se veniamo a contatto con pensieri che ci mostrano come qualcuno o qualcosa possa opporsi alla nostra qualità o quantità di vita inizieremo a pensare che quello è il nostro male, quello è il nostro nemico e lo tratteremo in quanto tale, generando dentro di noi una coscienza atta a concepire pensieri di ribellione verso ciò che è stato raccontato come pericolo alla nostra sopravvivenza. Nazismo, razzismo, serialità omicida, possiamo chiamarli come vogliamo, anche cambiargli di nome, restano comunque atti di violenza pura che sorgono laddove non c’è racconto di umanità. E sono stati tanti, e lo sono tutt’ora, i luoghi nel mondo in cui non sono contemplati la parola umanità e rispetto di essa e della vita che comporta. Tanti luoghi, tante Nazioni, tanti paesi e tante famiglie in cui non esiste e non viene raccontato, ne’ preso come valore, il rispetto dell’altro come “vita”. Per arrivare ai giorni di commemorazione di atroci passati storici si passa dai piccoli gesti di violenza individuale, familiare, domestica, sociale di quello che è stato o è il vivere quotidiano. Inizia tutto con lo scaricare le proprie angosce e frustrazioni, facendo male all’altro, proiettandole sull’altro perché non in grado di elaborarle interiormente. Il corpo umano è una macchina che va allenata a vivere, niente è già memorizzato, se non l’istinto di sopravvivenza, che vede nella relazione con l’altro il proseguo della specie tramite accoppiamento, ma vede anche la violenza come elemento per salvarsi. Dunque bisogna allenarsi allo stesso modo sia nel volersi bene sia a gestire le proprie capacità di espressione rabbiosa, senza darle per scontate con la famosa frase “sono un tipo tranquillo” oppure “era una persona perbene”.

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Esistono le persone, esistiamo noi e la nostra capacità individuale di fare scelte accanto ad altre persone uguali o diverse da noi, non cambia, la vita è vita sempre, quindi impossibile giustificare l’atto violento, la forzatura verso l’altro, perché non ci sono scusanti all’atrocità e all’infliggere sofferenza fisica ed emotiva per scaricare le nostre angosce. Sia uomini che donne sono in grado, se provano, ad infliggere sofferenza all’altro, dipende sempre dalle scelte che si fanno. Si può sbagliare anche soffrendo o per troppa sofferenza passata o presente, ma si deve imparare da ciò,trarre qualcosa di utile per il nostro animo, altrimenti la strada è già definita. Guerra per guerra, vendetta per vendetta, morte per morte, cosa resterà? Per sopravvivenza e consumo finì lentamente l’essere umano. Dobbiamo prendere coscienza e consapevolezza del nostro intimo e biologico ardore, prima ancora di prendere responsabilità del nostro agito. Pesa sicuramente, peserà di più piuttosto che proiettare tutto con ingiustizie esterne che, seppur possano vestirsi di verità, non faranno mai parte di un atteggiamento sano ma anzi, lasciate come motore principale di ciò che sta per accadere per mezzo delle nostre mani, non salverà mai e non fermerà mai un braccio teso, armato, un’intimidazione psicologica, un abuso sessuale, un ricatto morale, uno sterminio di massa. Educazione, rispetto, studio, sana accettazione culturale, civiltà, regole, confini sani quei valori che dovremmo provare a ricostruire dove mancano e a salvaguardare dove esistono poiché l’unica certezza, se la pena non è certa, è che violenza senza controllo porta alla fine di una storia. La nostra storia. Possiamo riferire che l’altro non lo fa, che non ci rispetta e quindi perché farlo noi per primi. Possiamo raccontarci che, se non teniamo la guardia alta, saremo violentati da chiunque. Sì, possiamo farlo ma non migliorerà le cose, anzi. È necessario riscoprire uno stato di coscienza sano, funzionale alla vita che chiede aiuto piuttosto che farsi giustizia da solo. Serve una cultura del sostegno, della possibilità di aprirsi e raccontare a qualcuno il nostro disagio. Serve una cultura di umana sostenibilità reciproca, in cui chiedere aiuto diventi un atto di volontà coraggiosa e non un mero gesto di omertà o paura emotiva. Serve la cultura dell’accoglienza e dell’amore del diverso come arricchimento e non come limite. Serve rispettare la vita come indice primario di cultura del vivere. Servono “sguardi diversi”, con cui guardarsi nel mondo, e non è detto che non possiamo trovarli.

Davide Berardi

 

*Dott. Davide Berardi,

Psicologo – Psicoterapeuta,

Psicologo, Psicoterapeuta ad Indirizzo Relazionale Sistemico, Docente Corsi di Accompagnamento al parto, Psicologo della riabilitazione e del sostegno nella terapia individuale e familiare, Terapeuta del coraggio emotivo.

Mail: davide_berardi_78@yahoo.it      

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L'export piemontese torna a crescere

La lieve flessione del secondo trimestre 2018 è terminata e le esportazioni dei distretti piemontesi nel terzo trimestre dell’anno riprendono  la crescita, con un aumento di 108 milioni di euro (+4,9%), raggiungendo la quota di 2 miliardi e 311 milioni di euro, molto vicina al picco storico raggiunto nel quarto trimestre 2017. Sei distretti piemontesi su undici hanno registrato esportazioni in positivo. Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo, commenta i dati del Monitor dei Distretti del Piemonte curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo : “L’internazionalizzazione si conferma pertanto una strategia vincente, che si esprime sia nella capacità di trovare sbocchi di mercato, sia nella capacità fare investimenti sull’estero per rafforzare la filiera. Anche nel 2019 continueremo dunque a promuovere e a rafforzare gli investimenti in capitale umano, internazionalizzazione e innovazione, con un’attenzione particolare per la filiera”. Nonostante il quadro di rallentamento dei commerci internazionali, le esportazioni dei distretti industriali piemontesi sono cresciute quasi del 5% contro lo 0,4% dell’intero comparto manifatturiero.

L’export piemontese torna a crescere

La lieve flessione del secondo trimestre 2018 è terminata e le esportazioni dei distretti piemontesi nel terzo trimestre dell’anno riprendono  la crescita, con un aumento di 108 milioni di euro (+4,9%), raggiungendo la quota di 2 miliardi e 311 milioni di euro, molto vicina al picco storico raggiunto nel quarto trimestre 2017. Sei distretti piemontesi su undici hanno registrato esportazioni in positivo. Cristina Balbo, direttore regionale Piemonte Valle d’Aosta e Liguria Intesa Sanpaolo, commenta i dati del Monitor dei Distretti del Piemonte curato dalla Direzione Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo : “L’internazionalizzazione si conferma pertanto una strategia vincente, che si esprime sia nella capacità di trovare sbocchi di mercato, sia nella capacità fare investimenti sull’estero per rafforzare la filiera. Anche nel 2019 continueremo dunque a promuovere e a rafforzare gli investimenti in capitale umano, internazionalizzazione e innovazione, con un’attenzione particolare per la filiera”. Nonostante il quadro di rallentamento dei commerci internazionali, le esportazioni dei distretti industriali piemontesi sono cresciute quasi del 5% contro lo 0,4% dell’intero comparto manifatturiero.

Sofferenza psichica: tallone d’Achille della natura umana

La sofferenza psichica è un vissuto esistenziale e un elemento critico della natura umana. Fa parte dello svolgimento della vita affrontare momenti di sofferenza, chi più chi meno, siamo tutti vulnerabili emotivamente ed in una condizione di esperienza normale essa dovrebbe costituire un elemento reversibile,

legato a determinati avvenimenti dell’esistenza ed alla possibilità di recuperare uno stato di benessere funzionale. La capacità di guaribilità è connessa, però, alla dimensione e alla durata della situazione che può averla innescata. Esistono eventi come incidenti invalidanti o malattie gravi, che lasciano un residuo di sofferenza difficilmente cancellabile. E’ storia quotidiana di tutti i giorni quella di persone gravemente sofferenti psichicamente completamente alla mercé del destino, in balia dell’esterno senza nessun tipo di contenimento o aiuto. Sia in passato che oggi, per mancanza dei mezzi di sostentamento, la sofferenza psichica si trova a vagare all’interno della nostra società come una scheggia impazzita, senza confini sani né aiuti funzionali, per mancanza di risorse economiche, di spazi adeguati e di una cultura dell’empatia e dell’accudimento, ormai andata scemando negli anni, a tal punto da render difficile la distinzione e la convivenza fra condizioni esistenziali comuni e patologie psichiatriche, non perché quest’ultime vadano ghettizzate, bensì il contrario: manca una rete di assorbimento medico, sociale e psicologico, concreta, forte e che funzioni ,affinché gli individui affetti da patologie mentali invalidanti possano sentirsi accuditi e sostenuti. Sono svariate le tipologie di problematiche esistenziali che possano provocare sofferenza, con differenze molto marcate nella natura, durata e conseguenze nelle persone. Tutti siamo potenzialmente a rischio e, proprio per questo, dovrebbero esserci contesti sani a cui potersi rivolgere.

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Da un punto di vista storico, il 13 maggio 1978 il Parlamento italiano, approvando la “legge Basaglia”, ha abolito i manicomi, luoghi in cui venivano rinchiuse contro la loro volontà le persone con disturbi mentali. Tale presa di coscienza è derivata dalla consapevolezza che questi ospedali psichiatrici erano   “parcheggi detentivi e di isolamento” dell’individuo colpevole di non essere socialmente gradevole o adeguato. Questo atto è stato molto importante perché ha permesso di ridare risalto al problema della salute mentale portandola fuori dall’ottica del “male da tenere lontano” e restituendo dignità alle persone sofferenti. Ed è proprio quell’idea di accudimento verso chi ha bisogno che andrebbe ripresa oggi, per discutere di nuove riforme nei metodi usati. Oggi dovrebbe essere evitata la contenzione meccanica, cioè la pratica di legare i pazienti ai letti o l’affrancamento, cercando, invece, di incentivare con risorse economiche e sociali maggiori attività ricreative all’interno delle strutture sanitarie, restituendo una sensazione di cittadinanza alle persone con problemi di salute mentale ed eliminando il pericoloso rischio dell’isolamento. Un altro obiettivo potrebbe essere quello di sostenere un trattamento sanitario obbligatorio (TSO) il più funzionale possibile a preservare le particolarità sociali della persona. E’ necessario, quindi, di fronte a situazioni di “deterioramento psichico”, utilizzare interventi terapeutici tempestivi e misure sanitarie idonee al caso in questione nel rispetto della dignità, dei diritti civili e politici della Costituzione Italiana. Sarebbe anche opportuno provare ad implementare il personale e le risorse a disposizione dei relativi presidi operativi, quali centri di salute mentale (CSM), centri diurni (CD) , strutture residenziali per chi ha bisogno di assistenza per lunghi periodi (RSA) e servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC), cioè i reparti in cui avvengono ricoveri volontari e obbligatori 24 ore al giorno. Tutto ciò senza tralasciare il contatto con le famiglie dei pazienti, perché un mutamento psichico non incide soltanto sul singolo individuo, bensì su tutto il sistema famiglia che gravita intorno a lui e di cui egli fa parte.

 

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E’ indispensabile fornire più vicinanza ai nuclei familiari: individuo e famiglia non vanno lasciati soli per nessun motivo. Infatti nel campo della salute mentale è ancora ben presente l’effetto del pregiudizio, che va dalla paura alla vergogna ed alla colpa a cui sono sottoposti sia il paziente sia il suo nucleo di appartenenza. In tutto ciò i mezzi di comunicazione fanno la loro parte poiché, purtroppo, per necessità di audience sono sempre alla ricerca esasperata di sensazionalismo e spettacolarizzazione di una condizione di difficoltà. E qui inizia la complessità del confronto con qualcosa di difficile da spiegare poiché il disagio mentale, quando arriva, travolge tutto e tutti con gli effetti più diversi da caso a caso e con il peso maggiore che ricade sulla famiglia, la quale non può sempre essere in grado di reggerlo per tante ragioni: gravità del disturbo, età avanzata, mancanza di risorse economiche e sociali, conflitti interni, senso di disperazione. Infatti, a differenza di altre malattie meno invasive, quella mentale non concede tregua, non consente una vita familiare degna di questo nome, poiché è essenzialmente un elemento corrosivo del magma emotivo ed affettivo del nucleo d’origine. Bisogna, quindi, assolutamente aiutare le famiglie attraverso un’informazione chiara e disponibile relativa agli aspetti della terapia e con un accesso ai servizi pubblici più snello e più presente in termini di risorse umane ed economiche. Bisogna necessariamente investire sul concetto di salute mentale.

Davide Berardi

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Stat, dopo un secolo la storia continua

DAL PIEMONTE    Di acqua sotto i ponti del Po a Casale Monferrato ne è passata davvero tanta in cento anni, da quando i fratelli Pia aprirono la loro officina in corso Valentino

Oggi, quella che era un tempo, appunto, la Fratelli Pia e che nel 1942 assunse la denominazione di Stat, acronimo di Società Trasporti Automobilistici Ticino, con la quale si fuse, è diventata ad un secolo di distanza da quel lontano 1919, un rete di imprese di tutto rispetto nel settore del trasporto persone, sia turistico che locale, con numeri di tutto rispetto. E per festeggiare il traguardo raggiunto sabato 26 gennaio, la società, con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Casale Monferrato, ha organizzato un evento davvero particolare, suddiviso in due momenti. Il primo avrà luogo, a partire dalle ore 17.30 al Teatro Municipale di Casale, e sarà un momento di spettacolo e di divertimento, ‘Storie di Stat’, ovvero una performance teatrale e musicale tra spazio e tempo di Gabriele Stillitano e Maurizio Primo Carandini, la ‘Beggar’s Farma band’. È prevista anche la presenza di un nome di primo piano, e storico, del mondo della musica italiana, il batterista, cantaurore, bandleader e, soprattutto, percussionista napoletano, Tullio De Piscopo. Madrina della serata sarà un altro volto noto del teleschermo a livello nazionale, ovvero Benedetta Parodi, tra l’altro alessandrina di origine. Il secondo momento si terrà, invece, a partire dalle ore 20, all’interno di uno dei simboli di Casale, il Castello Paleologo, con il titolo significativo di ‘… la storia continua…’ per festeggiare insieme il secolo di vita. Una sorta di anticipazione ideale c’era stata dieci anni orsono, nel 2009, quando Stat volle celebrare i suoi novanta anni di vita per ringraziare tutti coloro che avevano contribuito con il loro lavoro a portarlo alle attuali dimensioni e per evidenziare il legame con la città di Casale Monferrato in quanto, anche se la realtà aziendale è cresciuta ed ha una presenza diffusa in Piemonte e Liguria, oltre che linee in tutta Italia e nel mondo, tuttavia la sede è sempre nella città di Sant’Evasio, in via Pier Enrico Motta nella zona industriale. La rete alla testa del quale c’è, come amministratore delegato Paolo Pia, da sempre impegnato in azienda e profondo conoscitore del mondo del trasporto, vede l’impiego di 180 persone, una flotta di oltre 100 bus, una officina meccanica centrale, cinque depositi, un tour operator, sei agenzie viaggi e coinvolge le società Stat Turismo, Stac, Volpi Licurgo, Stat Viaggi (agenzia e tour operator), Geotravels e Goldtravel. In occasione della assemblea dell’Anav-Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori, svoltasi a Roma nel giugno scorso, il gruppo ha ricevuto il premio Anav Smart Move, nella categoria ‘autolinee a lungo raggio’ per la capacità innovative e tecnologica dell’azienda nell’informazione ai passeggeri capitalizzata con l’introduzione dei QRcde alla paline delle fermate delle proprie linee bus.

Massimo Iaretti

(FOTO FURLAN)

 

 

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Salvini sulla Tav: "Costa più non farla che farla"

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Torna a scaldarsi il dibattito sulla Tav. Il vicepremier Salvini, senza se e senza ma, si dichiara a favore dell’opera: “sarò a Chiomonte dove le forze dell’ordine si trovano da mesi per difendere un cantiere spesso oggetto di violenze. La Tav va assolutamente fatta  anche perchè costa più non farla che farla”. E’ una rottura definitiva con M5S i cui esponenti politici continuano a sostenere che se  i costi saranno superiori ai benefici la Torino – Lione non si deve realizzare.

Salvini sulla Tav: “Costa più non farla che farla”

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Torna a scaldarsi il dibattito sulla Tav. Il vicepremier Salvini, senza se e senza ma, si dichiara a favore dell’opera: “sarò a Chiomonte dove le forze dell’ordine si trovano da mesi per difendere un cantiere spesso oggetto di violenze. La Tav va assolutamente fatta  anche perchè costa più non farla che farla”. E’ una rottura definitiva con M5S i cui esponenti politici continuano a sostenere che se  i costi saranno superiori ai benefici la Torino – Lione non si deve realizzare.

La Regione sul Moi: "Se è uno sgombero non c'entriamo"

Il presidente della Regione Sergio Chiamparino  replica alla sindaca: “Se quello del Moi diventa uno sgombero, è un problema di ordine pubblico e noi non c’entriamo, non ne abbiamo le competenze. Se invece resta un progetto condiviso, vedremo come accorciare i tempi”. Come è noto dopo la riunione a Roma tra prima cittadina e ministro Salvini si punta ad anticipare a fine anno la liberazione dell’ex Villaggio olimpico del Moi. La sindaca risponde a Chiamparino: “L’unica novità è il supporto economico del ministero, ma ‘obiettivo rimane quello di liberare le palazzine senza intervenire con la forza, con attenzione alle fasce deboli e vulnerabili, e in questo modo continueremo a procedere”.
 
(foto: il Torinese)

La Regione sul Moi: “Se è uno sgombero non c’entriamo”

Il presidente della Regione Sergio Chiamparino  replica alla sindaca: “Se quello del Moi diventa uno sgombero, è un problema di ordine pubblico e noi non c’entriamo, non ne abbiamo le competenze. Se invece resta un progetto condiviso, vedremo come accorciare i tempi”. Come è noto dopo la riunione a Roma tra prima cittadina e ministro Salvini si punta ad anticipare a fine anno la liberazione dell’ex Villaggio olimpico del Moi. La sindaca risponde a Chiamparino: “L’unica novità è il supporto economico del ministero, ma ‘obiettivo rimane quello di liberare le palazzine senza intervenire con la forza, con attenzione alle fasce deboli e vulnerabili, e in questo modo continueremo a procedere”.

 

(foto: il Torinese)

Amarcord torinese di quando eravamo felici

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STORIE DI CITTA’  di Patrizio Tosetto
Mi sa che in questa nostra Torino tutto é cambiato, e non in meglio. Torino  è sempre stata terra di contrasto e di conflitti. Ma c’era ( generalmente ) anche la mediazione. Dopo gli scontri,  le soluzioni al perché dei conflitti.  Una natura diversa, nel raffronto tra l’industria e i diritti di chi lavorava
Principalmente tra industriali e lavoratori, tra operai e capi operai. E non contenti tra torinesi e meridionali.Non si affitta ai meridionali, ma molti torinesi vivevano ancora nelle case di ringhiera. Alloggi senza servizi. Per tutti erano in fondo. Io non ci sono nato né vissuto, ma si andava a trovare mia zia, emigrata da piccina dalla Sicilia, Linquagrossa in provincia di Catania. I genitori erano scappati dopo il terremoto, inizio secolo. Parlava il torinese perfettamente e rigorosamente ci proponeva  fichi d’India e  arance condite con olio extravergine. Via Cuneo / via Bra. Circa un chilometro Porta Palazzo, dove i pugliesi piano piano prendevano i posti ai mercati generali per lasciare poi il posto ai calabresi. Diciamolo così senza giri di parole, questi ultimi erano più organizzati dei pugliesi. Ma come non ricordare Giancarlo Giannini e Mariangela Melato in Mimì metallurgico ferito nell’onore e il suo arrivo in città, avvolto nella nebbia in corso Traiano. E Lei anarchica trotzkista vergine che gli regala un figlio . Scappato dalla Sicilia lasciando moglie figlia.  Lui comunista, e Turi Ferro che lo perseguitava, mafioso perfetto. Andavo al cinema anche per vedere la nostra città. Avevo 6 anni e mio padre non ha mai avuto la patente. Niente auto. Ci pensavano gli zii. Domenica gita a Castellamonte da parenti. Arrivavamo verso le 11, eccitazione alle stelle e alle 8 del mattino già fatta la colazione. Poi mi accovacciavo nel balcone per vederli arrivare.  Tante, tre ore. Per riempirle, mille giochi di fantasia. Il più gettonato era quello delle scommesse. Il tipo di auto che imboccava piazza Crispi . Conoscevamo solo le Fiat,  in particolare 500 e 1100. Dopo, Alfa Romeo ed altri modelli. Per la Lancia non era cosa. Roba da ricchi che stavano in centro. Scommettevo quale auto sarebbe comparsa all’orizzonte nell’ attesa quasi spasmodica della 1100 dello zio. Tanti operai, ma ancora poche auto in strada. Il raffronto con oggi non tiene. Ritmi precisi e soprattutto cadenzati con una precisione quasi esasperante. Ma almeno i nostri genitori non si preoccupavano. Quei pochi compiti e poi via. Fino alle 19,30, ora di cena. Quel po’ di televisione e via a nanna. Assolutamente distrutti con quel non so che di appagamento. Solo grazie alla pallacanestro ho capito che c’era altro oltre la Barriera. In verità qualcosa intuivo quando in tram attraversavamo la città fino in Piazza Sabotino ed oltre, in  via Di Nanni, tutte le feste comandate. Gli zii non avevano figli e la zia cucinava da Dio.  Cosi tra un tram e l altro ed una nebbia e l’ altro crescevamo. Non tutto era un perfetto sogno.  Inquinamento a gogò. Poi a volte venivamo sfrattati dai prati dove crescevano palazzoni.  Sicuramente eravamo molto più poveri di adesso e c’era sempre una piccola brezza di libertà. Libertà da certi bisogni e soprattutto  da certi condizionamenti.  La parola droga l’ ho conosciuta al liceo e l’unico eroinomane in quinta. Eravamo 876 iscritti al liceo Scientifico. Si favoleggiava della piazzetta dove i pochi sballati cercavano il fumo. Hippies suigeneris e anche allora fuori dal tempo, qualche spinello. Qualche eroinomane e la cocaina era cosa da ricchi. Ed anche qui le questioni di classe sociale erano dirimenti. Se soldi non avevi difficilmente prendevi il vizio. Al massimo dopo il cinema quella punta di Punt e mes allungato con acqua. Con la solita e finale domanda: eravamo felici? Affermativo, ma non sempre  e non tutti. Ora tutto mi sembra più difficile e più complicato. In giro per la città prostituzione e spaccio. Impressionante quando vieni abboccato da uno spacciatore. Persino gentile, e ti snocciola tutto il suo repertorio come in un supermercato della droga. E non capisci. E nel non capire ti rifiuti d’ accettare. I numeri sono impressionanti.  Aumenta chi ne fa uso, aumentano gli spacciatori e diminuiscono i prezzi. Dunque intere porzioni di città sono diventate aree di spaccio. Non bisogna avere rilevazioni particolari ma mi pare che il record negativo l’abbia ancora Barriera di Milano.  Con due corsi come Giuglio Cesare e Vercelli totalmente occupati dagli spacciatori  Decenni che se parla, ed è questo il primo limite nell’affrontare la questione.  Se ne parla e basta. Mi viene detto: se non sei direttamente coinvolto di cosa ti lamenti? Io non mi lamento, sono proprio ma proprio arrabbiato, che è diverso. Sono arrabbiato che i luoghi della mia infanzia ed adolescenza siano cosi maltrattati. Ne va della mia e vostra felicità. Il rammarico di ieri, quando eravamo felici.  Oggi lo siamo di meno. Molto di meno.