FOCUS INTERNAZIONALE di Filippo Re
Da leader indiscusso di mezza Libia a uomo forte di tutto il Paese nordafricano, riunito sotto la sua autorità. Non l’ha mai nascosto, il suo grande obiettivo è quello di comandare le forze armate libiche unificate

La campagna militare lanciata dal feldmaresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar all’inizio dell’anno per la conquista del sud-ovest libico non incontra quasi resistenza e candida il generale al ruolo di nuovo padrone della Libia. Mentre i carri armati di Haftar avanzano tra le dune del deserto del Fezzan, protetti dai raid dell’aviazione, il suo rivale Al Sarraj ha poteri e margini di manovra sempre più ristretti. Le speranze di normalizzare la Libia, sconvolta da otto anni di anarchia e guerra civile, corrono su due binari molto distanti tra loro, sul piano diplomatico e su quello militare. Mentre si cerca freneticamente un accordo per stabilizzare la Libia, il generale Haftar st conquistando con il suo esercito personale quasi tutto il Paese e al prossimo vertice potrà trattare da una posizione di assoluta forza. Resta invece ben poco spazio per le ambizioni del premier di Tripoli nonchè presidente del “Governo di accordo nazionale” Fayez al Sarraj, spinto sempre più nell’angolo dall’uomo forte della Cirenaica e, a questo punto, di quasi tutta la Libia. Khalifa Haftar comandante dell’Esercito nazionale libico e il premier di Tripoli Sarraj hanno raggiunto un accordo ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi, per indire elezioni generali in Libia. I prossimi passi della “road map” dell’Onu per la Libia dovrebbero essere una “Conferenza nazionale” di riconciliazione, prevista per fine marzo,
una sorta di grande Assemblea libica per far ripartire il dialogo politico e uscire dal caos attuale. Sarebbe questo, secondo Ghassam Salamè, l’inviato speciale dell’Onu, il processo necessario per arrivare a una nuova Costituzione, a una nuova legge elettorale e ad elezioni parlamentari e presidenziali. Haftar è in netto vantaggio sul debole Sarraj, che controlla solo Tripoli ma nella stessa capitale è in difficoltà per la presenza di numerose milizie che non riesce a sottomettere. Ma Sarraj è pur sempre il leader di un governo voluto dalle Nazioni Unite nel tentativo, finora fallito, di stabilizzare la Libia che dal 2011 non conosce pace. Ma se manca l’intesa Haftar-Sarraj non si va da nessuna parte, ripetono i negoziatori. La stabilizzazione della Libia passa soprattutto attraverso il rilancio economico di un Paese ricco di petrolio e gas e al rafforzamento di organismi vitali come la Banca Centrale e la Compagnia nazionale per il petrolio (Noc). All’incontro di Abu Dhabi era presente il presidente della Noc, Mustafa Senalla, che sta negoziando la riapertura dei campi petroliferi di Sharara, uno dei giacimenti più importante della Libia (300.000 barili di petrolio al giorno) passato di recente sotto il controllo di milizie alleate ad Haftar. La Noc aveva chiesto, già alcuni mesi fa, la chiusura di Sharara dopo le proteste dei dipendenti, sostenuti da gruppi armati, che avanzavano richieste economiche alla compagnia petrolifera. Negli Emirati la Noc avrebbe raggiunto un accordo di massima ma non è chiaro quando i campi saranno riaperti e quando potranno riprendere la produzione. L’Esercito nazionale libico di Haftar ha anche annunciato di aver assunto il controllo dell’importante giacimento libico El Feel gestito dall’ Eni al 33% (produce oltre 70.000 barili di petrolio al giorno) insieme alla Compagnia petrolifera nazionale libica (Noc). Mentre la diplomazia avanza faticosamente sulla strada indicata dall’Onu, le forze armate cirenaiche proseguono la loro cavalcata nel deserto del Fezzan (oltre 600.000 chilometri quadrati di territorio nella regione sud-occidentale) occupando le città meridionali di Sabha e Ubari, e portando dalla loro parte quasi l’80% del territorio libico. Una nuova Libia pacificata e unificata sarebbe determinante per allontanare i gruppi di terroristi che nell’attuale disordine generale trovano terreno fertile per espandersi. Il pericolo è rappresentato da alcune migliaia di miliziani fuggiti dalle zone del defunto Califfato proprio in Libia e nei Paesi del Sahel. La minaccia terroristica è sempre presente nel Paese nordafricano. Da anni, sia l’Isis che “Al Qaeda nel Magreb islamico” (Aqmi), l’ex Gruppo salafita per la predicazione e il
combattimento (Gspc) nato in Algeria durante la guerra civile anni Novanta e poi diventato Aqmi nel 2005, dispongono di basi e campi di addestramento e trovano rifugi sicuri nel deserto. La cacciata dei combattenti di Al Baghdadi da Sirte quasi tre anni fa e le offensive di Haftar in Cirenaica non hanno espulso del tutto la presenza dei jihadisti dal Paese maghrebino. Al Qaeda in realtà non ha mai abbandonato la Libia. Gruppi estremisti erano presenti in Cirenaica già negli anni Novanta uniti nel Gruppo Combattente Islamico Libico, successivamente confluiti in Al Qaeda. Dopo essere stati cacciati dalle zone costiere, da Sirte, Sabrata e Derna, i movimenti jihadisti si sono trasferiti a sud in zone non controllate da nessuno come tra le dune del Sahara dove non è difficile riorganizzarsi per l’assenza di militari e di autorità. Mentre l’Isis aveva stabilito le basi a sud di Sirte, i qaedisti si sono rifugiati nel Fezzan al confine con il Niger speculando sul traffico di armi e sul transito di migranti diretti a nord. Negli ultimi anni la Libia è diventata un vero e proprio laboratorio di terroristi, anche grazie agli ingenti aiuti finanziari inviati dal Qatar alle organizzazioni islamiste. A metà febbraio gli americani hanno bombardato postazioni di Al Qaeda a Ubari, città nel sud-ovest del Paese, presa di recente da Haftar. Il raid è avvenuto nei pressi del giacimento petrolifero di Sharara, il più grande del sud della Libia, controllato al 30 % dalla francese Total. Alla fine del 2018 invece il Comando militare degli Stati Uniti in Africa (Africom), in coordinamento con il governo libico, aveva colpito con missili un campo di addestramento vicino ad Al Uwaynat, in Libia, uccidendo undici membri di “Al Qaeda nel Maghreb islamico” (Aqmi).
Intanto, dal suo rifugio tra le montagne al confine tra Pakistan e Afghanistan il giovane Hamza, figlio di Bin Laden, ritenuto l’erede di suo padre e di Al Zawahiri alla guida di Al Qaida, esalta il jihad nel Levante e nel Maghreb e invoca una nuova “Internazionale del terrore” sul modello di quella creata dal padre Osama alla fine degli anni Novanta. Nel Fezzan, terra di nessuno e terra oggi di conquista da parte di Haftar, è di nuovo operativo il nuovo comando logistico dei qaedisti maghrebini.
.
Dal settimanale “La Voce e il Tempo”







l’ultima fatica della sua esistenza, donate dall’artista al governo francese ed esposte al Museo dell’Orangerie di Parigi. Giverny divenne il luogo dove la fantasia si concretizzò nella realtà e dove la realtà si trasformò in immagine, raggiungendo, attraverso il colore e l’arte, l’immortalità. Claude Monet creò intorno ad una grande casa rosa il Clos Normand, un giardino nel quale mescolò specie innumerevoli di fiori, iris, papaveri, rose, peonie, verbene, campanule, tulipani, narcisi che, ancora oggi, convivono, si intersecano, si fondono in una sorta di disordine ordinato. Accanto ad essi venne collocato anche uno stagno perché potesse ospitare quelle che Proust definì “i fiori sbocciati in cielo”, le ninfee, delicate e tenaci, che sembrano scivolare sullo specchio lacustre e catturare e riflettere la luce in un caleidoscopio di colori. Il giardino, la casa, lo stagno, il
ponticello giapponese divennero la fonte di ispirazione per molti dei quadri che Monet dipinse fino al 1926, anno della sua morte, e il luogo incantato che aveva creato a Giverny fu il suo locus amoenus, il suo rifugio ma, al tempo stesso, rappresentò un tormento per la difficoltà, anche causata da una malattia agli occhi, di riprodurre sulla tela in modo per lui soddisfacente quello che lo circondava, in particolare le ninfee che sembravano inafferrabili, incoglibili. L’ossessione per la luce aveva accompagnato Monet fin dalla realizzazione delle sue prime opere tanto da spingerlo a dipingere lo stesso
soggetto in ore diverse della giornata, tentando di cogliere i modi diversi con i quali la luce lo illuminava, ora cruda e tagliente, ora morbida e ovattata, ora debole e fioca ed erano nate così le serie: i covoni, le cattedrali, i pioppi, le falesie, le ninfee dove sono soltanto i colori a mutare in un lotta disperata contro il tempo per fermare l’attimo come se l’occhio del pittore potesse diventare simile all’obiettivo di una macchina fotografica che imprigiona ed eternizza il soggetto in uno spazio temporale ben definito. A Giverny questo bisogno di fissare sulla tela ciò che vedeva divenne ancora più forte tanto da spingere l’artista a dipingere tutto il giorno e a sognare di dipingere durante la notte. Riferendosi ai dipinti delle Ninfee, Monet scrisse: “Non dormo più per colpa loro. Di notte sono
continuamente ossessionato da ciò che sto cercando di realizzare. Mi alzo rotto dalla fatica […] dipingere è così difficile e torturante. L’autunno scorso ho bruciato sei tele insieme con le foglie morte del giardino. Ce né abbastanza per disperarsi. Ma non vorrei morire prima di aver detto tutto quel che avevo da dire; o almeno aver tentato. E i miei giorni sono contati”. L’insoddisfazione accompagnò Claude Monet fino alla morte. Questo artista visionario, infatti, non riuscì mai a fissare il mondo che si presentava davanti ai suoi occhi e trascorse la vita a cercare di fermare un’impressione, ad attendere il “domani”, il giorno nel quale sarebbe riuscito a dipingere il suo quadro più bello.

