CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 942

Oggi al Cinema

LE TRAME DEI FILM

NELLE SALE DI TORINO

A cura di Elio Rabbione

 

Ballerina – Animazione. Regia di Eric Summer e Eric Warin. Félicie vive in un orfanotrofio in Bretagna. Un giorno fugge per raggiungere la Parigi della Belle Epoque, nella speranza di veder realizzato il suo sogni di diventare una étoile dell’Opera. Con lei l’amico Victor: il suo sogno è quello di diventare un famoso inventore. Durata 89 minuti. (Massaua, Uci)

 

La Bella e la Bestia – Fantasy. Regia di Bill Condon, con Emma Watson, Emma Thomson, Kevin Kline, Stanley Tucci e Dan Stevens. Bella finisce prigioniera nel castello governato da un giovane principe tramutato in bestia come punizione del suo cuore senza sentimenti e per il suo egoismo. Fa amicizia con i servitori anch’essi divenuti un candelabro, un pendolo, una teiera, un clavicembalo, uno spolverino. Insieme a loro, saprà guardare al di là dell’aspetto orribile del principe che a sua volta svelerà un animo gentile. Durata 129 minuti. (Massaua, Eliseo Blu, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space, Uci anche in 3D)

 

Classe Z – Commedia. Regia di Guido Chiesa, con Andrea Pisani, Alessandro Preziosi e Greta Menchi. Un preside decide di spostare in una sezione appositamente creata alcuni studenti dell’ultimo anno di un liceo scientifico. Quelli più “problematici” vengono “rifiutati” dai propri insegnanti, soltanto il nuovo supplente di lettere, fautore dei metodi libertari del professor Keating dell’”Attimo fuggente”vorrebbe garantire per loro ma non potrà far altro che decidere di abbandonare la propria missione. Ma forse non definitivamente. Durata 92 minuti. (Massaua, Reposi, The Space, Uci)

 

La cura del benessere – Thriller. Regia di Gore Verbinski, con Dane DeHaan e Jason Isaacs. Lockhart viene mandato in un centro benessere sulle Alpi svizzere con un preciso incarico, recuperare l’amministratore delegato dell’azienda per cui lavora. Si accorgerà subito che i metodi dell’istituto non sono proprio secondo “le norme” e farà fatica a comprendere quanto sta succedendo in quel luogo. Gli verrà in aiuto una misteriosa ragazza, paziente del dottor Volmer. Durata 146 minuti. (Lux sala 3, The Space, Uci)

 

Il diritto di contare – Drammatico. Regia di Theodore Melfi, con Octavia Spencer, Janelle Monàe, Taraji P. Hanson e Kevin Kostner. Una storia vera, tre donne di colore nella Virginia degli anni Sessanta, orgogliose e determinate, pronte a tutto pur di mostrare e dimostrare le proprie competenze in un mondo dove soltanto gli uomini sembrano poter entrare e dare un’immagine vittoriosa di sé. Una valente matematica, un’altra che guida un gruppo di “colored computers”, la terza aspirante ingegnere, senza il loro definitivo apporto l’astronauta John Glenn non avrebbe potuto portare a termine la propria spedizione nello spazio e gli Stati Uniti non avrebbero visto realizzarsi il proprio primato nei confronti dei russi. Durata 127 minuti. (Ambrosio sala 2 (da venerdì), Centrale (V.O.), Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 3, Uci)

 

Elle – Drammatico. Regia di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte e Christian Berkel. Al centro della vicenda, tratta dal romanzo “Oh…” di Philippe Djian, è Michèle, interpretata da una Huppert che a detta di molti avrebbe ben avuto diritto a tenere per il ruolo un luccicante Oscar tra le mani. È una scalpitante imprenditrice di mezza età nel ramo videogiochi, obbligata a gestire una più che variopinta compagine familiare, a cominciare da un ex marito di poca fama nel campo letterario, da una madre che vede non di buon occhio l’età che avanza, da un figlio che non vive certo secondo le sue aspettative, di un amante che le è venuto a noia. Da un padre che in passato con un gesto sanguinoso ha cambiato la sua esistenza. Anche la sua vita ha un segreto, lo scopriamo fin dall’inizio: un uomo mascherato, una sera, si introduce nel suo appartamento e la violenta. Chi è quell’uomo? E perché la donna non va alla polizia per una denuncia, continuando la vita di sempre? Durata 140 minuti. (Ambrosio sala 1 (da venerdì), Eliseo Rosso, F.lli Marx sala Groucho)

 

Ghost in the shell – Fantascienza. Regia di Rupert Sanders, con Scarlett Johansson, Juliette Binoche e Michael Pitt. Tratto dal manga di Masamune Shirow del 1989, è la storia del Maggiore Kusanagi – cyber-guerriera che non riesce che a ricordare pochi tratti del suo passato di umano – in lotta contro un terrorista in lotta con il mondo. Durata 120 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1, Reposi, The Space, Uci anche in 3D)

 

In viaggio con Jacqueline – Commedia. Regia di Mohammed Hamidi, con Lambert Wilson e Fatsah Bouyahmed. Un contadino algerino di nome Fatah è invitato al Salone dell’Agricoltura di Parigi, accetterà di parteciparvi ma soltanto accompagnando la sua preziosa mucca Jacqueline e affrontando un’avventura allegra quanto rocambolesca. Durata 92 minuti. (F.lli Marx sala Harpo)

 

Kong: Skull Island – Avventura. Regia di Jordan Vogt-Roberts, con Tom Hiddleston, Brie Larson, John Goodman, Samuel Jackson e John J. Reilly. Ennesima rivisitazione del mito King Kong, una spedizione ambientata nel 1973 allorché le truppe americane abbandonarono il disastrato Vietnam. Una spedizione voluta dalla scienziato Randa e diretta verso una misteriosa isola, guidata da un ex capitano inglese, con al seguito una fotografa pacifista, un pilota recluso nell’isola dai tempi della fine del conflitto mondiale, il comandante di una squadriglia di piloti di elicotteri che come tutti gli altri se la dovranno vedere con l’immenso mostro. Un budget da far tremare le vene e i polsi, un paio d’anni per preparazione e lavorazione, tra Hawai, Australia e Vietnam: per il gran divertimento degli aficionados si prevede una trilogia. Durata 118 minuti. (Uci)

 

John Wick 2 – Azione. Regia di Chad Stahelski, con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio, Claudia Gerini e Laurence Fishburne. Nuova avventura per il killer cinofilo, questa volta è il cattivo Scamarcio a richiamarlo in azione con il compito dell’eliminazione della sorella Gerini che ha tutte le intenzioni di mettere completamente le mani sulla malavita italiana. La città che fa da sfondo all’azione è Roma. Durata 122 minuti. (The Space, Uci)

 

La La Land – Musical. Regia di Damien Chazelle, con Ryan Gosling e Emma Stone. La storia di due ragazzi in cerca di sogni realizzati e di successo, lui, Sebastian, è un pianista jazz, lei, Mia, un’aspirante attrice che continua a fare provini. Si incontrano nella Mecca del Cinema e si innamorano. Musica e canzoni, uno sguardo al passato, al cinema di Stanley Donen e Vincent Minnelli senza tener fuori il francese Jacques Demy, troppo presto dimenticato. E’ già stato un grande successo ai Globe, sette nomination sette premi, due canzoni indimenticabili e due attori in stato di grazia, e adesso c’è la grande corsa agli Oscar, dove la storia fortemente voluta e inseguita dall’autore di “Whiplash” rischia di sbaragliare alla grande torri gli avversari: 14 candidature. Durata128 minuti. (Reposi)

 

Life – Non oltrepassare il limite – Fantascienza. Regia di Daniel Espinosa, con Jake Gyllenhaal, Rebecca Fergusson e Ryan Reynolds. Un gruppo di scienziati, imbarcati su un’astronave, ha il compito di ritrovare una sorgente di vita sul pianeta Marte. Si imbatteranno in una cellula vivente che in poco tempo assumerà forza e proporzioni impensate, e soprattutto una aggressività che gli uomini con conoscono. Durata 103 minuti. (Massaua, Greenwich sala 3, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Logan – The Wolverine – Fantasy. Regia di James Mangold, con Hugh Jackman, Richard Grant e Patrick Stewart. Un film di congedo, un eroe che depone i propri artigli e vive quasi segregato in un luogo sperduto del Messico, accudendo al suo anziano mentore, il professor Xavier, con la compagnia di un mutante che di nome fa Calibano e vorrebbe uscire dalle pagine della “Tempesta” shakespeariana. Ma c’è un’ultima avventura da combattere, accanto ad una giovanissima Laura che ha gli stessi poteri di Logan. Durata 131 minuti. (Reposi, Uci)

 

Loving – Drammatico. Regia di Jeff Nichols, con Joel Edgerton e Ruth Negga. La storia vera di Richard e Mildred, ambientata sul finire degli anni Cinquanta nello stato della Virginia, lui bianco e lei di colore, il loro amore e il matrimonio a Washington, il loro ritorno per essere arrestati e condannati per aver violato una legge che proibiva i matrimoni interrazziali, l’intervento di Bob Kennedy, il caso davanti alla Corte Suprema per arrivare nel ’67 alla libertà di matrimonio libero nell’intera nazione americana. Durata 123 minuti. (Romano sala 2)

 

La luce sugli oceani – Drammatico. Regia di Derek Cianfrance, con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz. Il regista, già apprezzatissimo autore di “Blue Valentine” e “Come un tuono”, è rimasto folgorato dal romanzo della scrittrice australiana M.L. Stedman e ha affidato al cinema un’opera che dalla sua prima apparizione a Venezia ha diviso i critici come pochi film lo hanno fatto prima. Vedremo come reagirà il pubblico. Un uomo colpito dalle ferite che la Grande Guerra gli ha inferto s’è rifugiato in un’isola lontana, a guardia di un faro, il suo incontro con una donna che lo riporta alla vita, i figli che non possono avere, il ritrovamento in mare di una piccola creatura, l’apparire della vera madre e distrugge tutti i sogni di un destino felice. Insomma un gran mélo, innegabile, che qualcuno appunto ha accolto come un capolavoro e che qualcuno al contrario ha bocciato in modo assoluto e definitivo, accusando di ridicolo situazioni e personaggio, pollice verso per attrici che hanno al loro attivo degli Oscar e considerate qui vittime di un racconto dove nulla sarebbe credibile. Durata 132 minuti. (Greenwich sala 3)

 

Manchester by the sea – Drammatico. Regia di Kenneth Lonergan, con Casey Affleck, Michelle Williams e Lucas Hedges. Film in corsa per gli Oscar, sei candidature (miglior film e regista, sceneggiatura originale e attore protagonista, attrice e attore non protagonista), un film condotto tra passato e presente, ambientato in una piccola del Massachusetts, un film che ruota attorno ad un uomo, tra ciò che ieri lo ha annientato e quello che oggi potrebbe farlo risorgere. La storia di Lee, uomo tuttofare in vari immobili alla periferia di Boston, scontroso e taciturno, rissoso, richiamato nel paese dove è nato alla morte del fratello con il compito di accudire all’adolescenza del nipote. Scritto e diretto da Lonergan, già sceneggiatore tra gli altri di “Gangs of New York”. Durata 135 minuti. (Nazionale sala 1)

 

Moonlight – Drammatico. Regia di Barry Jenkins, con Naomi Harris, Mahershala Ali e Trevante Rhodes. Miglior film secondo il parere della giuria degli Oscar, film teso, crudo, irritante. La storia di Chiron – suddivisa in tre capitoli che delimitano infanzia adolescenza ed età adulta del protagonista – nella Miami povera, tra delinquenza e droga, prima solitario e impaurito dalla propria diversità colpita dai pregiudizi, infine spacciatore che non ha paura di nulla e che sa adeguarsi al terrificante e violento panorama che lo circonda. Attorno a lui una madre tossicomane, un adulto che tenta di proteggerlo, un giovane amico. Durata 111 minuti. (Nazionale sala 2)

 

Non è un paese per giovani – Commedia drammatica. Regia di Giovanni Veronesi, con Sara Serraiocco, Filippo Scicchitano e Giovanni Anzaldo e con Sergio Rubini e Nino Frassica. Sandro e Luciano si ritrovano a lavorare nello stesso ristorante ma preferiscono lasciare l’Italia che è un paese senza futuro. Scelgono Cuba, sono gli ultimi mesi di Castro. Nella capitale trovano Sara, anche lei con qualche ferita da rimarginare. Avventure, dolori e disillusioni porteranno Sandro a tenersi ben stretto ai suo principi, sarà Luciano ad abbandonare quelle certezze in cui pareva credere e a perdersi in un’oscurità che non aveva ancora conosciuto. Durata 105 minuti. (Massaua, Massimo sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Il padre d’Italia – Drammatico. Regia di Fabio Mollo, con Luca Marinelli e Isabella Ragonese. Lo strano incontro tra Paolo, omosessuale introverso, e Mia, ragazza “quasi-madre” al sesto mese di gravidanza, in un locale gay di Torino. Inizieranno un lungo viaggio, fino a Roma prima per proseguire fino a Napoli e in Calabria, terra d’origine della ragazza: durante quei giorni trascorsi uno accanto all’altra nasceranno dei sentimenti cui mai nessuno avrebbe pensato. Durata 93 minuti. (Massimo sala 2)

 

Il permesso – 48 ore fuori – Drammatico. Regia di Claudio Amendola, con Luca Argentero, Valentina Bellè, Giacomo Ferrara e Claudio Amendola. Un pezzo di vita fuori dal carcere da parte di quattro reclusi. C’è l’uomo che cercherà di sottrarre il figlio ai suoi stessi errori, la ragazza viziata di buona famiglia finita dentro per problemi di droga, il ragazzo di borgata dietro le sbarre per rapina e Donato, innocente, che ha qualche debito da regolare vendicando la donna che ha amato. L’autore firma la sceneggiatura con Giancarlo Di Cataldo e Roberto Iannone. Durata 92 minuti. (Reposi, The Space, Uci)

 

Rosso Istanbul – Drammatico. Regia di Ferzan Ozpeteck, con Halit Ergenç, Nejat Isler e Serra Yilmaz. Il regista turco torna a girare nella sua patria, a vent’anni di distanza dal “Bagno turco” e da “Harem Suaré”, ancora una volta avvolto nel suo realismo magico, con una storia che ha le proprie radici (rivisitate) nel romanzo omonimo, a cavallo dell’autobiografia, e che vede il ritorno a Istanbul da una Londra culla d’esilio dello scrittore Orhan richiamato dal regista Deniz al ruolo di editor per una sua nuova opera letteraria. Ma Deniz all’improvviso scompare e Ohran viene a contatto con il mondo di lui, con i suoi amici, con il suo passato. Malinconie, la realtà del quotidiano, i cambiamenti della Turchia, il passato e il presente che si guardano e si confrontano, le “madri del sabato” alla ricerca dei figli scomparsi. Durata120 minuti. (Eliseo Grande)

 

Slam – Tutto per una ragazza – Commedia. Regia di Andrea Molaioli, con Jasmine Trinca, Ludovico Tersigni, Barbara Ramella e Luca Marinelli. Tratto dal romanzo di Nick Hornby. Samuele, romano, sedicenne, grande appassionato di skateboard, va letteralmente nel panico quando viene a sapere la la fidanzatina Alice aspetta un bimbo: terrorizzato ma deciso a non sottrarsi alle proprie responsabilità. Anche lui è venuto al mondo quando i suoi genitori erano decisamente giovani. Grande successo all’ultimo TFF. Dirige il regista di “La ragazza del lago” e “Il gioiellino”. Durata 100 minuti. (Ideal, Reposi, Uci)

 

Il tesoro – Commedia. Regia di Corneliu Porumboiu, con Toma Cuzin e Radu Banzaru. Siamo a Bucarest. Un vicino di casa di Costi va da lui e lo mette al corrente che nel proprio giardino è seppellito un tesoro, è stato suo nonno a nasconderlo prima dell’arrivo del comunismo. Ci vorrebbe un metal detector, lui non ha i soldi per acquistarlo: ma se Costi volesse intervenire, al termine della ricerca farebbero senz’altro a metà. Si apre davanti ai due uomini un lungo, lunghissimo fine settimana. Durata 89 minuti. (Classico)

 

The most beautiful day – Il giorno più bello – Commedia. Regia interpretazione di Florian David Fitz, con Matthias Schweighofer e Alexandra Maria Lara. Produzione tedesca, campione d’incassi in patria. La storia di due ragazzi, malati terminali, che decidono di procurarsi un po’ di soldi e affrontare un viaggio sino in Africa per poter vivere il giorno più bello della loro vita. Durata 113 minuti. (Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse)

 

The Ring 3 – Horror. Regia di Javier Gutiérrez, con Johnny Galecki e Mathilda Lutz. Una giovane donna comincia a preoccuparsi per il suo ragazzo quando lo vede interessarsi ad una oscura credenza che riguarderebbe una videocassetta misteriosa che si dice uccida dopo sette giorni chi la guarda. Durata 102 minuti. (Uci)

 

Un tirchio quasi perfetto – Commedia. Regia di Fred Cavayè, con Danny Boon e Laurence Arnè. François Gautier, violinista, è noto per la sua tirchieria. Detestato da tutti, incontrerà una donna pronta ad amarlo e una figlia di cui non aveva conoscenza. Grande successo in Francia grazie alla comicità di Boon noto da noi per il suo divertente personaggio protagonista di “Giù al nord”. Durata 89 minuti. (Ambrosio sala 3 (da venerdì), F.lli Marx sala Chico, Uci)

 

La vendetta di un uomo tranquillo – Thriller. regia di Raùl Arévalo, con Antonio de la Torre, Ruth Diaz e Luis Callejo. Nella capitale spagnola una rapina in una gioielleria finisce male, soltanto uno dei malviventi, Curro, è catturato. Dopo otto anni di carcere, l’uomo esce dal carcere per scoprire che la sua compagna ha intrapreso una relazione con José. Inevitabile per il passato e per il presente un regolamento di conti tra i due. Vincitore di quattro premi Goya, gli Oscar spagnoli. Durata 92 minuti. (Greenwich sala 2)

 

La verità, vi spiego, sull’amore – Commedia. Regia di Max Croci, con Ambra Angiolini, Giuliana De Sio, Carolina Crescentini e Massimo Poggio. Tratto dal romanzo di Enrica Testo. Una donna abbandonata dal marito dopo sette anni di matrimonio, le imprese sentimentali e quotidiane di una vita da portare avanti, due figli da crescere, suocera da sopportare, un baby sitter da coordinare, la migliore amica come unico rifugio sempre da ascoltare. Durata 92 minuti. (Massaua, Ideal, The Space, Uci)

 

Il viaggio – Commedia drammatica. Regia di Nick Hamm, con Timothu Spall, Colm Meaney e John Hurt. Il viaggio è quello che compiono, in poco più di un’ora per arrivare all’aeroporto di Edimburgo, Martin McGuinness, leader dei Sei Finn, e il reverendo protestante Ian Paisley, alla guida del partito unionista: una finale stretta di mano, faticosissima e insperata, avrebbe nel 2007 cancellato decenni di lotte e di vittime. Da un testo teatrale. Durata 94 minuti. (F.lli Marx sala Chico anche in V.O., Romano sala 1)

 

Victoria – Drammatico. Regia di Sebastian Schipper, con Laia Costa, Frederick Lau e Burak Yigit. Victoria, una ventenne spagnola che vive da qualche tempo a Berlino, incontro una sera fuori di un locale notturno Sono e i suoi amici. Sono berlinesi “veri”, così si definiscono e possono mostrarle la città che gli stranieri non conoscono. Victoria li segue divertita fino a quando qualcuno si fa vivo per esigere dal gruppo un credito: devono compiere una rapina all’alba in una banca. Cosa deciderà di fare la ragazza. Durata 93 minuti. (Classico anche in V.O.)

 

Vi presento Toni Erdman – Commedia. Regia di Marin Ade, con Peter Simonischek e Sandra Hüller. Un padre davvero sui generis che, abbandonando la sua vera identità di Winfried per assumere quella del titolo, compare all’improvviso a Bucarest dove la figlia, donna in carriera solitaria e senza uno straccio di relazione amorosa a farle da supporto in un’esistenza senza troppe luci e molte ombre, sta trattando un grosso affare. Un rapporto e una storia fatti di comicità e di tenerezza, un incontro che scombussola, un chiarimento di intenti e di futuro. Durata 162 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse)

Frida, la socialista. Per lei meglio un ricordo a più voci

Di Pier Franco Quaglieni*

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Frida Malan  è stata una protagonista della vita politica e della vita civile torinese,dagli anni dell’impegno resistenziale,al lungo periodo passato come consigliere e assessore socialista al Comune di Torino. Nel 1968 fu la prima esclusa alla Camera perché Eugenio Scalfari , optando per il collegio di Torino, le soffiò il seggio parlamentare. Ma è stata anche una protagonista delle battaglie femminili e scolastiche ,mantenendo una sorta di straordinario equilibrio ,in  cui- scrivevo un anno fa in un suo ritratto storico-laicità e religiosità evangelica trovavano un punto di sintesi. Esprime  il meglio della grande lezione religiosa delle sue Vallate valdesi,coniugandola con la laicità dello Stato nato dal Risorgimento. Era una donna appassionata,generosa, dedita a nobili e grandi ideali. Era quasi disarmata di fronte ai profittatori, lei persona morale,in fondo anche ingenua, dalla schiena sempre diritta in ogni occasione. La dietrologia politica non la riguardava. Me lo disse molte volte  la giornalista Bona Alterocca che seguiva i lavori del Consiglio Comunale di Torino. Gabriella Poli, allora vice capo cronista de “La stampa”, la apprezzava e l’amava molto,lei donna considerata durissima dai suoi stessi colleghi.

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Malan primo assessore socialista alla Sanità di una grande città, Poli ,prima donna capocronista di un grande quotidiano dopo che Borio andò a dirigere il “ Piccolo” a Trieste. Nell’articolo di un anno fa ricordavo che nel 2017 sarebbe ricorso il centenario della nascita ed auspicavo che venisse ricordato in modo opportuno,evitando le sterili e faziose piccole commemorazioni precedenti da parte di gente che Frida forse aveva conosciuto più in fotografia che nella frequentazione quotidiana.Gente che si serviva del suo nome per darsi un’importanza che non aveva mai avuto. Un’associazione dedicata al suo nome, dopo poco, fallì miseramente. Invece è accaduto,come temevo, esattamente il contrario:la solita,stucchevole vulgata che ha coinvolto sempre  le stesse persone,escludendo a priori chi con Frida ebbe un lungo periodo di frequentazione assidua e di profonda  amicizia. D’altra parte la scelta della sede  bastava a dirci cosa sarebbe potuto essere il convegno:l’Unione culturale Franco Antonicelli. Basta la parola.Non ci sarebbe da aggiungere altro.  Promotrice un’associazioncina di professori ,la FNISM ,che pensavo morta e sepolta, dopo che, di fatto, si lasciò fagocitare dalla CGIL e abbandonò le storiche battaglie in difesa della laicità e della serietà della scuola condotte dopo il ’68 sotto la guida di uomini come Mario Gliozzi e Giuseppe Tramarollo. Loro preferirono appiattirsi sul Cidi e su altre realtà di estrema sinistra,invece di ribadire la fisionomia autonoma della Federazione.
Io fui della partita come segretario generale della Federazione quando insegnavo nei licei e diressi anche per anni il giornale “L’eco della scuola nuova”,aprendo il giornale al più ampio dibattito,come fece il suo fondatore Gliozzi.

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La FNISM  era l’aristocrazia della scuola con grandi nomi, Bobbio ebbe simpatia per lei, Tisato la rappresentò insieme a Gliozzi al Consiglio superiore della P.I.Io stesso accettai di succedere a quegli uomini come candidato al nuovo consiglio nazionale della P.I. e non venni eletto perché mancarono i voti per far scattare il seggio. Il latinista e storico Luciano Perelli fu al mio fianco con il coraggio dell’uomo che venne incarcerato durante il fascismo. Ricordo ancora ,in anni successivi, i suoi durissimi giudizi su Di Pietro e Tangentopoli,giudizi per cui venne attaccato selvaggiamente sul quotidiano di Scalfari.  Acqua passata, vecchie esperienze che però rivendico con un certo orgoglio. La Federazione era la più vecchia associazione di professori fondata da Gaetano Salvemini e Giuseppe Kirner  nel 1901. Poi il fascismo la obbligò a sciogliersi  e rinacque già nella Resistenza. Venne pubblicato un libro dedicato alla sua storia che si identificò per anni con la storia stessa della scuola italiana alla ricerca di una riforma che andasse oltre la legge Casati e a cui pose mano(mano felice) Giovanni Gentile che studiò la sua riforma negli anni della sua amicizia con Benedetto Croce. La sezione torinese della FNISM deragliò,quando venne presa da Carlo Ottino,( eletto presidente di strettissima misura solo perché votò per sé stesso)un socialista marxista che finì i suoi giorni politici a fare il consigliere di circoscrizione per Rifondazione comunista che fu il suo  ineluttabile approdo finale. I nipotini di Ottino hanno tenuto in piedi la FNISM torinese e l’hanno dedicata a Frida Malan che non occupò mai cariche nella Federazione,invece,come sarebbe stato  giusto , di dedicarla allo storico della scienza Mario Gliozzi che ne l’anima e fu il suo esponente più impegnato e più prestigioso,mancato nel 1977. Il convegno che ne è venuto fuori non merita neppure un commento.

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E’ la solita vulgata recitata da persone che sono rimaste prigioniere di una vecchia sinistra settaria, incapace di fare i conti con la scuola d’oggi ,volendo parafrasare Augusto Monti che fu impegnato presidente della sezione torinese della federazione. La FNISM era accusata di essere infarcita di massoni,ma non era vero. Oggi è infarcita dai vedovi di ideologie obsolete condannate dalla storia. La FNISM ha avuto uomini come Remo Fornaca e Igino Vergnano che divenne presidente nel congresso di Rimini del 1978 dove Tramarollo, Bozzetti, Sipala,Palumbo e chi scrive segnarono chiara la linea della Federazione. Chi scrive vergò  di proprio pugno le linee- guida contro una contestazione che stava travolgendo la scuola senza rinnovarla. Ottino non venne neppure al congresso. Dopo il congresso che vincemmo alla grande, finirono  però di prevalere Ottino e i suoi amici e noi lasciammo. Tramarollo era indignato, io, tanto più giovane  di lui, capii cheta tempo sprecato cercare di raddrizzare la gambe ai cani,per dirla con uno dei fondatori, Gaetano Salvemini.  La federazione venne per anni ospitata,per l’intervento diretto di Frida Malan,dirigente del Centro Pannunzio,nella sede di quest’ultimo perché non più in condizioni di avere una propria sede. Adesso scopro che locali pubblici,quello del liceo “Alfieri” sono sede della centenaria federazione.

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I nipotini di Ottino hanno cancellato quel passato che dimostra come l’associazione abbia deviato e sia diventata una cosetta di sinistra che annaspa alla ricerca stentata della sua sopravvivenza su terreni in cui neppure più la CGIL  riesce a sopravvivere.  Molti sindacalisti ,ottenuto il posto di dirigente scolastico, non si occupato più del loro amato sindacato.I federati subalpini  in marzo hanno superato sé stessi e  sono riusciti anche a produrre un piccolo convegno in cui hanno dato la parola solo ai loro amici. Una  grande tristezza vedere il nome di Frida sbandierato da persone che non sanno o non vogliono sapere chi davvero sia stata la socialista Malan. Socialista e non social-comunista.  Ma la parola socialista oggi risulta essere impronunciabile. Forse l’hanno etichettata come democratica progressista alla maniera di Bersani,ma questa è solo una mia ipotesi maliziosa.  Frida Malan donna straordinaria ,fuori dagli schemi angusti delle ideologie presuntuose novecentesche ,lontanissima dal gramsciazionismo torinese,come dice Dino Cofrancesco,meritava un ricordo a molte voci ricco di testimoni veri. Il passato distrugge la verità,ma chi è stato davvero suo amico non può tacere e non può non levare la sua protesta morale , in verità un po’ indignata,anche se  la situazione è solo patetica e andrebbe ignorata come hanno giustamente fatto altri giornali che hanno la memoria storica di chi sia stata effettivamente Frida nella storia torinese. 

*Direttore del Centro Pannunzio

L’isterica rivoluzione della signora Nora Helmer

Tutto è felicemente ovattato, tutto è ostinatamente dolciastro in questa “casa di bambola” – e Andrée Ruth Shammah, che per il milanese Teatro Parenti e la Fondazione Teatro di Toscana ha messo in scena il testo ibseniano, visto al Carignano per la stagione dello Stabile torinese, ha con coerenza introdotto quell’articolo indeterminativo, “Una casa di bambola”, che ben lascia intravedere la strada che percorrerà -, al di qua degli alti muri di mattoni, il rosa o il verde tenue degli intonaci o dei divani, gli abiti di Nora, gli impalpabili velluti (la scena è di Gian Maurizio Fercioni, i costumi di Fabio Zambernardi con la collaborazione Lawrence Steele), i fiocchi di neve che dondolano al di là della porta, l’albero di Natale e le ghirlande, i pacchetti dei doni, anche l’arpa su cui la piccola di casa dà prova della sua bravura, anche le porte che delimitano gli spazi sembrano fatte di ovatta, aggiungendo il pregevole gioco di luci di Gigi Saccomandi, che accompagnano il cammino psicologico dei personaggi, calde, morbide prima, estese nella loro freddezza poi.In questa cornice esplode la ribellione di Nora Helmer, ostile ormai alla devozione e alla sempre amorevole protezione di Torvald, agli eterni ritrattini di allodola e bambola, ad una vita insieme in cui fino a ieri è circolata quell’aria (inconsapevole?) di tornaconto che ha aiutato la coppia a proseguire “bellamente”, alla prigione dorata cui ci si abitua, quel ruolo di bambola pienamente accettato e condiviso non soltanto all’interno della famiglia ma pure con il dottor Rank, da sempre innamorato di lei, e con il bieco strozzino Krogstad, che da lei attende lo scioglimento di un ingente debito contratto per salvare il marito, a sua insaputa. Non più nella veste quindi di “sorella spirituale del proletariato femminista” come nel 1917 la voleva Gramsci, la donna che rifiuta e sfugge alla maschera che la società norvegese degli ultimi decenni del secolo scorso le ha affibbiato, ma un calcolo in piena regola dove la “ignoranza” verso il mondo che la circonda la spinge ad aprire gli occhi e a crescere, a educare la donna che sino adesso è stata.

Marina Rocco, nella rilettura della Shammah, mentre entra ed esce di scena dalla platea quasi a volersi mescolare nelle idee e nei comportamenti con il pubblico femminile oggi in sala, segue i passi della sua donna-bambina, i suoi pianti e le sue risate, i bamboleggianti, gli affetti, mentre il popolo della servitù orecchia e getta sguardi dagli angoli delle stanze: sino all’ultimo atto, con uno slancio di ossessione e di isteria che rischiano di bloccare il personaggio nel suo percorso di logica “redenzione”, una reazione concretizzata nei tic e nell’affanno continuo delle urla. Il peccato di debordare, quasi di voler scendere a inspiegabile marionetta, coinvolge anche Filippo Timi, che raccoglie in sé i tre personaggi maschili, simboleggiando l’intero sesso forte e dominante, gli è sufficiente un collare, o un bastone a sostegno di una gamba azzoppata, o un aspetto benevolo, per triplicarsi ad effetto e dar di gomito al pubblico con l’imitazione di un cinese o con un numero sfrontato in passerella sulle note di My funny Valentine. Molto meglio l’apporto interpretativo di Mariella Valentini, quelli sono eccessi, sbrodolature, incidenti che finiscono con l’annacquare uno spettacolo che forse aveva le pretese di fare, anche lui, la rivoluzione.

 

Elio Rabbione

Alla Fondazione Amendola alla scoperta dell’arte di Libero Greco

Un enorme fungo atomico squarcia un cielo dai colori innaturali. Le tinte sono quelle del porcino: bruno il cappello; più chiara la tonalità nella parte inferiore, appena sopra il gambo;  bagliori rosso fuoco lo percorrono dall’alto in basso, come una ferita o una frustata. I tre soli personaggi del quadro, due dei quali non sono esseri viventi, occupano tutti il terzo inferiore del dipinto. Ecco sulla destra due Statue della Libertà. La prima regge la fiaccola; la seconda, come per un inquietante presagio, rivolge al cielo il braccio destro spezzato. C’è un prima e c’è un dopo. Ma il vero protagonista dell’opera, sulla sinistra, è un’enorme scimmia antropomorfa: novello dottor Stranamore, Il quadrumane afferra con la mano destra superiore la cornetta rossa di un telefono. Il volto, grugno per grugno, è quello del presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump.

(L”L’eventualità”, 88 x 108, acrilico e olio su tela).

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Non c’è dama e non c’è ermellino: lei è una first lady e tiene in braccio un ringhiante chihuahua.  Una first lady dalla pettinatura vagamente hitleriana: ma non cercate i baffetti. Resterete delusi. A ben vedere, questa donna è anzi priva di bocca. Alla fine nient’altro si chiede alla sposa di un politico: tacere.

(“L’aula parlamentare”, 80 x 100, acrilico e olio su tela).

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 L’onorevole, in gessato blu su camicia rosa, ha appena terminato il proprio intervento in aula. Getta alle sue spalle i fogli con gli appunti. Là dietro i colleghi sono semplici silhouettes. I lineamenti, se l’immaginazione non ci inganna, ricordano quelli del presentatore Corrado. Ma la postura è andreottiana. La cravatta verde, d’altra parte, farebbe pensare che la collocazione politica sia un’altra. Un ghigno si apre sotto gli occhi a fessura: e il canino che si intravede è vampiresco.

(“First lady con cagnolino”, 50 x 60, acrilico e olio su tela).

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Quelle descritte sono tre delle circa cinquanta opere di Libero Greco esposte fino al prossimo 9 aprile alla Fondazione Giorgio Amendola e Associazione lucana in Piemonte Carlo Levi in via Tollegno 52 a Torino. Dissacrante e direttissimo George Grosz da casa del popolo, Greco accetta la sfida più insidiosa, parlare di politica facendo arte satirica. Che è cosa molto diversa dalla satira, per quanto artistica. Ci riesce, secondo noi, in maniera piena e convincente.

Andrea Donna

 

Mario Martone e la giustizia nella Napoli di oggi

Chissà se Eduardo avrebbe immaginato ad aprire le immagini del suo “sindaco” la voce di un rapper, cui noi pubblico di oggi ci affidiamo nel suono ma non nella completa comprensione (e chissà come si sarebbe comportato nel ’60 il pubblico romano del Quirino di fronte alla “chiusura” di un simile linguaggio). Chissà se avrebbe immaginato il suo Antonio Barracano, colui che amministra le vicende del rione, che distingue tra “gente per bene e gente carogna”, che sa comprendere quelli che tengono “santi in paradiso e chi non li ha”, dai suoi dati anagrafici che denunciano d’aver passato ormai la settantina con abbondanza, dai modi signorili, da quella sua aria

patriarcale, dalla voce e dai modi lenti e pacati – che solo di recente, un paio di stagioni fa più o meno, ha nuovamente rivelato Eros Pagni – passato nelle vesti di un aitante uomo che ancora non ha raggiunto i quaranta, in ottima forma fisica, che trova il tempo per mostrarsi a far ginnastica, che ha abbandonato il vecchio abito gessato per delle mise certo più attuali, che ha modernizzato nel plexiglas l’arredamento di casa sua con quel tanto di kitch che Gomorra e le cronache televisive, scavando nei bunker, oggi ci mostrano. Anche quel mondo affidato alla camorra più crudele e sbrigativa è cambiato, tutto è fast si direbbe oggi, anche la sala operatoria che viene allestita sul tavolo della sala da pranzo, tra stilizzate ed emblematiche porte di ferro che chiudono e proteggono, ancor prima che il boss si risvegli al mattino, ancor prima che la rissa abbia luogo con tanto di proiettile nel vicolo accanto. Quando si dice la routine. E sono fatti che dobbiamo vedere, non ci farà né caldo freddo, ci hanno ormai abituati. Ad ogni ora del giorno. E Mario Martone, in questo modernissimo, concreto, ben saldo (macché intervallo abituale, tutto corre velocemente verso la rovina, due ore filate di rappresentazione) “Sindaco di rione Sanità” prodotto dallo Stabile torinese con il NEST Napoli Est Teatro e Elledieffe, in scena al Gobetti sino a domenica, ce li mostra questi atti di sangue, anche la coltellata che deciderà dell’esistenza di don Antonio, che s’è fatto mediatore tra un povero ragazzo iroso che ha deciso di dover far fuori il padre, fornaio arricchito. Ha visto negli occhi del ragazzo la sua stessa determinazione ad uccidere che lui aveva in gioventù: ma sarà la fine e sembrerà davvero un’”ultima cena” quella che occuperà il finale del dramma.

Con la crudezza e la violenza quotidiana che si porta dentro, private di quella cifra “romanzata” che Eduardo poteva avervi immerso all’interno, “Il sindaco” di Martone che “affascina” per quanto possa affascinare il male, ti prende, merito del ritmo ossessivo di una regia serrata, intelligente e materialmente bella, della verità con cui la compagnia costruisce i maggiori come anche i piccoli personaggi, dei tanti oggetti che circolano cosicché anche tutto quel denaro invisibile tirato fuori dal cassetto con tanto di cigolio ti sembra più vero del vero. Si respira, mentre la si respinge, tutta la modernità delle azioni che passano tra le mani di don Antonio, cruente, abituate a svolgere il proprio lavoro come se si fosse in un ufficio (la figlia più piccola non ha ha ancora l’età per il lavoro sporco, per adesso s’accontenta di archiviare e scartabellare i fascicoli delle differenti “imprese”, insostituibile segretaria), alle prese con il suo esercito di “ignoranti”, si rende tutto anche più tragico forzando quella lingua addolcita dall’autore per farla scivolare in una scrittura chiusa, difficile, a tratti intraducibile. Gli attori stanno nella prima linea del successo della serata, tutti quanti, a cominciare dal protagonista Francesco Di Leva, sfrontato, efficace, paterno, Massimiliano Gallo asserragliato nella propria roccaforte di padre che ha tagliato definitivamente i ponti con la prole, personaggio forte e duro, Giovanni Ludeno, il “consigliori” che da sempre vive in quella casa in un misto di deferenza e rivolta, contrario a quella “piaga” che stazione nell’anticamera nell’attesa di ottenere (una) giustizia. Il primo Eduardo per Martone, una scommessa stravinta.

 

Elio Rabbione

Elena, la regina “pacifista” dimenticata dalla scuola

Di Pier Franco Quaglieni*

Domenica 26 marzo alla Basilica di Superga c’è stata una importante ed affollata manifestazione per ricordare la seconda regina d’Italia , Elena del Montenegro, insignita nel 1937 della massima onorificenza della Cristianità dal Papa Pio XI, la Rosa d’oro della cristianità ,per la sua opera caritativa di donna di elette virtù cristiane .

Di essa è stata avviata la causa di beatificazione e nel 2001 è stata proclamata Serva di Dio, a dimostrazione della eccezionalità della sua  opera, anche se non pochi sono i santi e i beati in casa Savoia. Era presente con la fascia tricolore il presidente del consiglio comunale di Torino Fabio Versaci, un giovane che mi ha sùbito dato non solo un’ottima impressione ,ma un’apertura di idee, come si richiede a chi dirige i lavori del consiglio comunale di una grande città. Simile a lui, io ho conosciuto solo Domenico Carpanini. Dopo la Messa in basilica si è tenuta una rievocazione nella cripta in cui sono sepolti molti Savoia dispersi tra Superga, Altacomba, il Pantheon e l’esilio che ancora viene riservato ai morti, tra cui l’ultimo sovrano d’Italia Umberto II.

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C’era tanta gente, tanta gente di popolo, raccolta attorno le insegne dell’associazione o.n.l.us. “Regina Elena”, organizzazione internazionale presieduta dal principe Sergio di Jugoslavia e dal professor Ilario  Bortolan. Un’organizzazione dedita soprattutto alla beneficenza, oltre che al ricordo storico, notissima ed apprezzata a livello internazionale. Anche recentemente ha dato aiuto e soccorso ai terremoti delle Marche in modo cospicuo. Sono stato chiamato io a ricordare la regina Elena e mi sono commosso a parlare -in quel luogo per me  così inusuale, davanti alla tomba di Carlo Alberto-anche perché si tramandavano in  casa mia dei  ricordi che mio nonno mi ha trasmesso, il nonno che nel novembre del 1952 ,quando l’esule morì a Montpellier, non esitò in piena notte a  partire  per la Francia per partecipare ai suoi semplici funerali, come semplice era stata tutta  la sua vita.  Le uniche distrazioni della regina furono la fotografia, la pesca e la coltivazione dei fiori. Con il marito non visse nei fasti del Quirinale ,ma a Villa Ada, poi ribattezzata Savoia, forse nota solo perché lì il 26 luglio 1943 venne arrestato Mussolini. Ogni mattina l’”arido” marito, dopo la solita passeggiata nel giardino, le metteva in un angolo della casa un fiore raccolto per lei,  senza proferire parola.

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Scrissero della regina Fogazzaro, Capuana, Bersezio , Pascoli, d’Annunzio ed altri. Un ragazzetto  torinese, tanto coccolato da certa cultura radical-chic, che ha scritto un libello del 2014  su Vittorio Emanuele III pubblicato dal Sole 24 ore, ebbe l’ardire e la sfrontatezza di affermare che ,mentre il re era al fronte  durante la Grande Guerra, ella  ebbe una storia con un generale. Quel fatto incredibile, quel pettegolezzo che non fa onore ad uno storico, sia pure alle prime armi, che ovviamente non ho citato nella commemorazione torinese, mi ha portato a parlare con foga e passione della regina, forse troppa. Ma si è trasferita in me ,quasi senza che me ne rendessi  conto, l’indignazione che mi suscitò la lettura del passo di quel libello. La regina, giovane e bellissima, si era sposata con una austera cerimonia nuziale  dopo la sconfitta di Adua nel 1896, era ascesa al trono d’Italia nel 1900 ,quando l’anarchico Bresci aveva assassinato Umberto I, nel 1908, aveva partecipato personalmente al soccorso dei terremotati di Messina (dove nel 1960 le fecero erigere un monumento ) e di Reggio Calabria , le cui vittime furono circa centomila. Durante la Grande Guerra trasformò il Quirinale in un ospedale per curare i feriti. Nelle tenute reali di San Rossore, Valdieri, Racconigi  c’è ancora vivo il suo ricordo di donna sempre disponibile a chi fosse in difficoltà. Non a caso, sono intervenuti molto numerosi i Sindaci delle Valli di Cuneo, con in testa quello di Valdieri, tutti in fascia tricolore.

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Nel 1939 scrisse una lettera alle regine dei paesi non ancora coinvolti nella follia della II Guerra mondiale ,invocando il valore della pace, al di là delle alleanze foriere di guerra, dell’Italia fascista  con la Germania. Un atto coraggioso che va ricordato a suo onore. Ebbe 5 figli e seppe educarli personalmente nel migliore dei modi.  Fu un anticipatrice e una sostenitrice della lotta contro male secolo, il cancro. Una lotta che sostenne con generosità e con competenza, avendo studiato medicina per poter partecipare a quella che allora era una crociata avveniristica. Quando seppe, solo nell’aprile 1945, della morte della figlia Mafalda nel  terribile campo tedesco  di Buchewald dove era stata imprigionata dopo l’8 settembre 1943, pianse fino ad avere la vista ottenebrata,come è stato ricordato.  Elena- disse proprio a Torino all’indomani della sua morte,al teatro Carignano di Torino, Carlo Delcroix ,grande invalido di guerra e splendido oratore- unì  all’amore la pietà, alla fierezza di essere italiana la devozione per il popolo. Tanti anni dopo conobbi Delcroix che mi regalò e mi dedicò  alcuni dei suoi libri. Ad Albenga nel 2011, in un convegno per i 150 anni dell’Unità, conobbi anche sua figlia e ne trassi molto piacere.  La regina meritava di essere ricordata a Torino ,culla di quel  Risorgimento  che unificò l’Italia, città  in cui l’oblio del passato è diventato una regola quasi di vita. La scuola, ad esempio, non credo parli mai, ad ogni livello, della Regina di quasi cinquant’anni di storia italiana. 

*Direttore del Centro Pannunzio

Oggi al Cinema

LE TRAME DEI FILM NELLE SALE DI TORINO

A cura di Elio Rabbione

 

Ballerina – Animazione. Regia di Eric Summer e Eric Warin. Félicie vive in un orfanotrofio in Bretagna. Un giorno fugge per raggiungere la Parigi della Belle Epoque, nella speranza di veder realizzato il suo sogni di diventare una étoile dell’Opera. Con lei l’amico Victor: il suo sogno è quello di diventare un famoso inventore. Durata 89 minuti. (Massaua, Uci)

 

La Bella e la Bestia – Fantasy. Regia di Bill Condon, con Emma Watson, Emma Thomson, Kevin Kline, Stanley Tucci e Dan Stevens. Bella finisce prigioniera nel castello governato da un giovane principe tramutato in bestia come punizione del suo cuore senza sentimenti e per il suo egoismo. Fa amicizia con i servitori anch’essi divenuti un candelabro, un pendolo, una teiera, un clavicembalo, uno spolverino. Insieme a loro, saprà guardare al di là dell’aspetto orribile del principe che a sua volta svelerà un animo gentile. Durata 129 minuti. (Massaua, Eliseo Blu, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space anche in 3D, Uci anche in 3D)

 

La cura del benessere – Thriller. Regia di Gore Verbinski, con Dane DeHaan e Jason Isaacs. Lockhart viene mandato in un centro benessere sulle Alpi svizzere con un preciso incarico, recuperare l’amministratore delegato dell’azienda per cui lavora. Si accorgerà subito che i metodi dell’istituto non sono proprio secondo “le norme” e farà fatica a comprendere quanto sta succedendo in quel luogo. Gli verrà in aiuto una misteriosa ragazza, paziente del dottor Volmer. Durata 146 minuti. (Lux sala 3, The Space, Uci)

 

Il diritto di contare – Drammatico. Regia di Theodore Melfi, con Octavia Spencer, Janelle Monàe, Taraji P. Hanson e Kevin Kostner. Una storia vera, tre donne di colore nella Virginia degli anni Sessanta, orgogliose e determinate, pronte a tutto pur di mostrare e dimostrare le proprie competenze in un mondo dove soltanto gli uomini sembrano poter entrare e dare un’immagine vittoriosa di sé. Una valente matematica, un’altra che guida un gruppo di “colored computers”, la terza aspirante ingegnere, senza il loro definitivo apporto l’astronauta John Glenn non avrebbe potuto portare a termine la propria spedizione nello spazio e gli Stati Uniti non avrebbero visto realizzarsi il proprio primato nei confronti dei russi. Durata 127 minuti. (Ambrosio sala 1, Centrale (V.O.), Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 3, The Space, Uci)

 

Elle – Drammatico. Regia di Paul Verhoeven, con Isabelle Huppert, Laurent Lafitte e Christian Berkel. Al centro della vicenda, tratta dal romanzo “Oh…” di Philippe Djian, è Michèle, interpretata da una Huppert che a detta di molti avrebbe ben avuto diritto a tenere per il ruolo un luccicante Oscar tra le mani. È una scalpitante imprenditrice di mezza età nel ramo videogiochi, obbligata a gestire una più che variopinta compagine familiare, a cominciare da un ex marito di poca fama nel campo letterario, da una madre che vede non di buon occhio l’età che avanza, da un figlio che non vive certo secondo le sue aspettative, di un amante che le è venuto a noia. Da un padre che in passato con un gesto sanguinoso ha cambiato la sua esistenza. Anche la sua vita ha un segreto, lo scopriamo fin dall’inizio: un uomo mascherato, una sera, si introduce nel suo appartamento e la violenta. Chi è quell’uomo? E perché la donna non va alla polizia per una denuncia, continuando la vita di sempre? Durata 140 minuti. (Ambrosio sala 2, Eliseo Grande, F.lli Marx sala Groucho, Uci)

 

Kong: Skull Island – Avventura. Regia di Jordan Vogt-Roberts, con Tom Hiddleston, Brie Larson, John Goodman, Samuel Jackson e John J. Reilly. Ennesima rivisitazione del mito King Kong, una spedizione ambientata nel 1973 allorché le truppe americane abbandonarono il disastrato Vietnam. Una spedizione voluta dalla scienziato Randa e diretta verso una misteriosa isola, guidata da un ex capitano inglese, con al seguito una fotografa pacifista, un pilota recluso nell’isola dai tempi della fine del conflitto mondiale, il comandante di una squadriglia di piloti di elicotteri che come tutti gli altri se la dovranno vedere con l’immenso mostro. Un budget da far tremare le vene e i polsi, un paio d’anni per preparazione e lavorazione, tra Hawai, Australia e Vietnam: per il gran divertimento degli aficionados si prevede una trilogia. Durata 118 minuti. (Reposi, The Space, Uci)

 

John Wick 2 – Azione. Regia di Chad Stahelski, con Keanu Reeves, Riccardo Scamarcio, Claudia Gerini e Laurence Fishburne. Nuova avventura per il killer cinofilo, questa volta è il cattivo Scamarcio a richiamarlo in azione con il compito dell’eliminazione della sorella Gerini che ha tutte le intenzioni di mettere completamente le mani sulla malavita italiana. La città che fa da sfondo all’azione è Roma. Durata 122 minuti. (Massaua, Greenwich sala 2, The Space, Uci)

 

La La Land – Musical. Regia di Damien Chazelle, con Ryan Gosling e Emma Stone. La storia di due ragazzi in cerca di sogni realizzati e di successo, lui, Sebastian, è un pianista jazz, lei, Mia, un’aspirante attrice che continua a fare provini. Si incontrano nella Mecca del Cinema e si innamorano. Musica e canzoni, uno sguardo al passato, al cinema di Stanley Donen e Vincent Minnelli senza tener fuori il francese Jacques Demy, troppo presto dimenticato. E’ già stato un grande successo ai Globe, sette nomination sette premi, due canzoni indimenticabili e due attori in stato di grazia, e adesso c’è la grande corsa agli Oscar, dove la storia fortemente voluta e inseguita dall’autore di “Whiplash” rischia di sbaragliare alla grande torri gli avversari: 14 candidature. Durata128 minuti. (Reposi)

 

Life – Non oltrepassare il limite – Fantascienza. Regia di Daniel Espinosa, con Jake Gyllenhaal, Rebecca Fergusson e Ryan Reynolds. Un gruppo di scienziati, imbarcati su un’astronave, ha il compito di ritrovare una sorgente di vita sul pianeta Marte. Si imbatteranno in una cellula vivente che in poco tempo assumerà forza e proporzioni impensate, e soprattutto una aggressività che gli uomini con conoscono. Durata 103 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala1, Reposi, The Space, Uci anche V.O.)

 

Logan – The Wolverine – Fantasy. Regia di James Mangold, con Hugh Jackman, Richard Grant e Patrick Stewart. Un film di congedo, un eroe che depone i propri artigli e vive quasi segregato in un luogo sperduto del Messico, accudendo al suo anziano mentore, il professor Xavier, con la compagnia di un mutante che di nome fa Calibano e vorrebbe uscire dalle pagine della “Tempesta” shakespeariana. Ma c’è un’ultima avventura da combattere, accanto ad una giovanissima Laura che ha gli stessi poteri di Logan. Durata 131 minuti. (Massaua, Greenwich sala 3, Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Loving – Drammatico. Regia di Jeff Nichols, con Joel Edgerton e Ruth Negga. La storia vera di Richard e Mildred, ambientata sul finire degli anni Cinquanta nello stato della Virginia, lui bianco e lei di colore, il loro amore e il matrimonio a Washington, il loro ritorno per essere arrestati e condannati per aver violato una legge che proibiva i matrimoni interrazziali, l’intervento di Bob Kennedy, il caso davanti alla Corte Suprema per arrivare nel ’67 alla libertà di matrimonio libero nell’intera nazione americana. Durata 123 minuti. (Centrale in V.O., F.lli Marx sala Chico, Romano sala 2)

 

La luce sugli oceani – Drammatico. Regia di Derek Cianfrance, con Michael Fassbender, Alicia Vikander e Rachel Weisz. Il regista, già apprezzatissimo autore di “Blue Valentine” e “Come un tuono”, è rimasto folgorato dal romanzo della scrittrice australiana M.L. Stedman e ha affidato al cinema un’opera che dalla sua prima apparizione a Venezia ha diviso i critici come pochi film lo hanno fatto prima. Vedremo come reagirà il pubblico. Un uomo colpito dalle ferite che la Grande Guerra gli ha inferto s’è rifugiato in un’isola lontana, a guardia di un faro, il suo incontro con una donna che lo riporta alla vita, i figli che non possono avere, il ritrovamento in mare di una piccola creatura, l’apparire della vera madre e distrugge tutti i sogni di un destino felice. Insomma un gran mélo, innegabile, che qualcuno appunto ha accolto come un capolavoro e che qualcuno al contrario ha bocciato in modo assoluto e definitivo, accusando di ridicolo situazioni e personaggio, pollice verso per attrici che hanno al loro attivo degli Oscar e considerate qui vittime di un racconto dove nulla sarebbe credibile. Durata 132 minuti. (Greenwich sala 2)

 

Manchester by the sea – Drammatico. Regia di Kenneth Lonergan, con Casey Affleck, Michelle Williams e Lucas Hedges. Film in corsa per gli Oscar, sei candidature (miglior film e regista, sceneggiatura originale e attore protagonista, attrice e attore non protagonista), un film condotto tra passato e presente, ambientato in una piccola del Massachusetts, un film che ruota attorno ad un uomo, tra ciò che ieri lo ha annientato e quello che oggi potrebbe farlo risorgere. La storia di Lee, uomo tuttofare in vari immobili alla periferia di Boston, scontroso e taciturno, rissoso, richiamato nel paese dove è nato alla morte del fratello con il compito di accudire all’adolescenza del nipote. Scritto e diretto da Lonergan, già sceneggiatore tra gli altri di “Gangs of New York”. Durata 135 minuti. (Nazionale sala 1)

 

Moonlight – Drammatico. Regia di Barry Jenkins, con Naomi Harris, Mahershala Ali e Trevante Rhodes. Miglior film secondo il parere della giuria degli Oscar, film teso, crudo, irritante. La storia di Chiron – suddivisa in tre capitoli che delimitano infanzia adolescenza ed età adulta del protagonista – nella Miami povera, tra delinquenza e droga, prima solitario e impaurito dalla propria diversità colpita dai pregiudizi, infine spacciatore che non ha paura di nulla e che sa adeguarsi al terrificante e violento panorama che lo circonda. Attorno a lui una madre tossicomane, un adulto che tenta di proteggerlo, un giovane amico. Durata 111 minuti. (Nazionale sala 2)

 

Non è un paese per giovani – Commedia drammatica. Regia di Giovanni Veronesi, con Sara Serraiocco, Filippo Scicchitano e Giovanni Anzaldo e con Sergio Rubini e Nino Frassica. Sandro e Luciano si ritrovano a lavorare nello stesso ristorante ma preferiscono lasciare l’Italia che è un paese senza futuro. Scelgono Cuba, sono gli ultimi mesi di Castro. Nella capitale trovano Sara, anche lei con qualche ferita da rimarginare. Avventure, dolori e disillusioni porteranno Sandro a tenersi ben stretto ai suo principi, sarà Luciano ad abbandonare quelle certezze in cui pareva credere e a perdersi in un’oscurità che non aveva ancora conosciuto. Durata 105 minuti. (Massaua, Massimo sala 1, Reposi, The Space, Uci) – Sabato 25 marzo, al Cinema Massimo, prima della proiezione delle 20,20, Giovanni Veronesi incontrerà il pubblico e presenterà il film.

 

Omicidio all’italiana – Commedia. Regia di Maccio Capatonda, con Capatonda, Herbert Ballerina, Nino Frassica e Sabrina Ferilli. Succede qualcosa di strano nel solitario paesano abruzzese di Acitrullo, dimenticato davvero da Dio e dagli uomini: un omicidio. Perché non sfruttare la situazione, si chiede il sindaco Piero Peluria, mentre arrivano folle di curiosi e soprattutto la televisione con la sua bella trasmissione “Chi l’acciso?”. Durata 99 minuti. (Reposi)

 

Il padre d’Italia – Drammatico. Regia di Fabio Mollo, con Luca Marinelli e Isabella Ragonese. Lo strano incontro tra Paolo, omosessuale introverso, e Mia, ragazza “quasi-madre” al sesto mese di gravidanza, in un locale gay di Torino. Inizieranno un lungo viaggio, fino a Roma prima per proseguire fino a Napoli e in Calabria, terra d’origine della ragazza: durante quei giorni trascorsi uno accanto all’altra nasceranno dei sentimenti cui mai nessuno avrebbe pensato. Durata 93 minuti. (Massimo sala 2)

 

Rosso Istanbul – Drammatico. Regia di Ferzan Ozpeteck, con Halit Ergenç, Nejat Isler e Serra Yilmaz. Il regista turco torna a girare nella sua patria, a vent’anni di distanza dal “Bagno turco” e da “Harem Suaré”, ancora una volta avvolto nel suo realismo magico, con una storia che ha le proprie radici (rivisitate) nel romanzo omonimo, a cavallo dell’autobiografia, e che vede il ritorno a Istanbul da una Londra culla d’esilio dello scrittore Orhan richiamato dal regista Deniz al ruolo di editor per una sua nuova opera letteraria. Ma Deniz all’improvviso scompare e Ohran viene a contatto con il mondo di lui, con i suoi amici, con il suo passato. Malinconie, la realtà del quotidiano, i cambiamenti della Turchia, il passato e il presente che si guardano e si confrontano, le “madri del sabato” alla ricerca dei figli scomparsi. Durata120 minuti. (Eliseo Rosso, Romano sala 1)

 

Slam – Tutto per una ragazza – Commedia. Regia di Andrea Molaioli, con Jasmine Trinca, Ludovico Tersigni, Barbara Ramella e Luca Marinelli. Tratto dal romanzo di Nick Hornby. Samuele, romano, sedicenne, grande appassionato di skateboard, va letteralmente nel panico quando viene a sapere la la fidanzatina Alice aspetta un bimbo: terrorizzato ma deciso a non sottrarsi alle proprie responsabilità. Anche lui è venuto al mondo quando i suoi genitori erano decisamente giovani. Grande successo all’ultimo TFF. Dirige il regista di “La ragazza del lago” e “Il gioiellino”. Durata 100 minuti. (Ideal, Reposi, The Space, Uci)

 

Il tesoro – Commedia. Regia di Corneliu Porumboiu, con Toma Cuzin e Radu Banzaru. Siamo a Bucarest. Un vicino di casa di Costi va da lui e lo mette al corrente che nel proprio giardino è seppellito un tesoro, è stato suo nonno a nasconderlo prima dell’arrivo del comunismo. Ci vorrebbe un metal detector, lui non ha i soldi per acquistarlo: ma se Costi volesse intervenire, al termine della ricerca farebbero senz’altro a metà. Si apre davanti ai due uomini un lungo, lunghissimo fine settimana. Durata 89 minuti. (Classico)

 

The Ring 3 – Horror. Regia di Javier Gutiérrez, con Johnny Galecki e Mathilda Lutz. Una giovane donna comincia a preoccuparsi per il suo ragazzo quando lo vede interessarsi ad una oscura credenza che riguarderebbe una videocassetta misteriosa che si dice uccida dopo sette giorni chi la guarda. Durata 102 minuti. (Massaua, Ideal, The Space, Uci)

 

T2 Trainspotting – Drammatico. Regia di Danny Boyle, con Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller e Ewen Bremmer. Il precedente “Trainpotting” aveva lasciato Mark Renton scappava con il malloppo, abbandonando i compagni in un un mare di rabbia, di droga e di sballo. Non tutti l’hanno digerita. La nuova puntata di quel film che è diventato un cult vede il nostro nel tentativo di riallacciare i contatti, e per quanto si può in vera pace, con loro rimettendo piede a Edinburgo. Quello che non ha proprio voglia di incontrare è Begbie (Carlyle), appena uscito di galera, il più legato al mondo di un tempo. Durata 117 minuti. (Greenwich sala 1)

 

Un tirchio quasi perfetto – Commedia. Regia di Fred Cavayè, con Danny Boon e Laurence Arnè. François Gautier, violinista, è noto per la sua tirchieria. Detestato da tutti, incontrerà una donna pronta ad amarlo e una figlia di cui non aveva conoscenza. Grande successo in Francia grazie alla comicità di Boon noto da noi per il suo divertente personaggio protagonista di “Giù al nord”. Durata 89 minuti. (Ambrosio sala 3, F.lli Marx sala Chico, Uci)

 

Victoria – Drammatico. Regia di Sebastian Schipper, con Laia Costa, Frederick Lau e Burak Yigit. Victoria, una ventenne spagnola che vive da qualche tempo a Berlino, incontro una sera fuori di un locale notturno Sono e i suoi amici. Sono berlinesi “veri”, così si definiscono e possono mostrarle la città che gli stranieri non conoscono. Victoria li segue divertita fino a quando qualcuno si fa vivo per esigere dal gruppo un credito: devono compiere una rapina all’alba in una banca. Cosa deciderà di fare la ragazza. Durata 93 minuti. (Classico V.O.)

 

Vi presento Toni Erdman – Commedia. Regia di Marin Ade, con Peter Simonischek e Sandra Hüller. Un padre davvero sui generis che, abbandonando la sua vera identità di Winfried per assumere quella del titolo, compare all’improvviso a Bucarest dove la figlia, donna in carriera solitaria e senza uno straccio di relazione amorosa a farle da supporto in un’esistenza senza troppe luci e molte ombre, sta trattando un grosso affare. Un rapporto e una storia fatti di comicità e di tenerezza, un incontro che scombussola, un chiarimento di intenti e di futuro. Durata 162 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse)

 

Monferrhollywood

Casale ed il Monferrato come luogo ideale per girare pellicole cinematografiche. Questa potrebbe essere una destinazione per il futuro. Intanto si sta per alzare ufficialmente il sipario di “Te Absolvo”, opera del regista Carlo Benso, interamente realizzata nel Casalese con il patrocinio del Comune di Casale. Tra le location presenti nel lungometraggio sono presenti la Biblioteca del Seminario, la Cattedrale, piazza Mazzini con le vie del centro cittadino, il lungo Po a Casale Monferrato e molti scorci di Conzano come la chiesa parrocchiale. Inoltre c’è stato un notevole coinvolgimento di tutto il territorio, sia per quanto riguarda le maestranze che per gli attori (con casting a cura dell’Accademia Le Muse). La pellicola, prodotta da Francesco Paolo Montini, per Movie Factory, in associazione con Gruppo Stat, Studio Lanteri ed in collaborazione con film Commission Torino Piemonte e con il patrocinio del Comune di Conzano, racconta di due uomini intrappolati nei loro ruoli: un confronto lacerante e doloroso che porta i due protagonisti della storia al centro dell’eterno conflitto tra la legge e la propria coscienza. Due preti, uno giovane e uno anziano, due figure incastonate come icone nell’immaginario tradizionale e popolare alla ricerca di una assoluzione capace di sedare i sensi di colpa. Nel cast, assieme ai protagonisti Toni Garrani e Igor Mattei, figurano Karolina Cernic, Fabio Fazi, Calogero Marchesi, Claudia Giaroli, Lara Miceli, Emanuela Solerio, Alessandra Tartaglia, Alberto Pelliteri, Mattia Rosellini, Fabrizio Milano, Marco De Martin Modolado, Loredana Marcarini. Il film Te Absolvo, del regista monferrino Carlo Benso, viene presentato ufficialmente sabato 25 marzo, a a Conzano e a Casale. Nella mattinata di sabato, dalle ore 10, a Villa Vidua di Conzano il sindaco Emanuele Demaria organizzerà una presentazione aperta al pubblico con il produttore Francesco Paolo Montini, il regista Carlo Benso e i protagonisti del film Toni Garrani, Igor Mattei, Karolina Cernic e l’attore casalese Fabio Fazi per “raccontare” al pubblico i momenti più caratteristici dell’esperienza vissuta sul set.. Anteprima del film dunque sabato 25 marzo, ore 21, al Teatro Municipale di Casale Monferrato, con ingresso a invito, e nelle sere di lunedì 27, martedì 28 e mercoledì nella multisala casalese di Cinelandia con unico spettacolo alle ore 20.30. E’ possibile prenotare i biglietti direttamente a Cinelandia o sul sito www.cinelandia.it. Inoltre sarà possibile l’accesso alla sala nelle tre sere, dalle ore 20, dove il regista e alcuni interpreti del film incontreranno il pubblico. Il regista monferrino Carlo Benso sarà ospite della diretta televisiva del Tg Rai Piemonte delle ore 14 di sabato 25 per raccontare alcuni momenti delle riprese di una storia che si innesta nella tradizione popolare del territorio.

Massimo Iaretti

 

Flamini e la “Rassa nostrana”. Chi ne raccoglierà il testimone?

 L’aspetto meno conosciuto e sicuramente il più importante di Flamini : è la paziente, diuturna raccolta ,diventata negli anni davvero imponente, di documenti e libri sulla storia e sull’arte piemontesi. Le stanze di via Vanchiglia sono piene zeppe di un vero e proprio tesoro

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di Pier Franco Quaglieni*

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Il video diffuso dal “Torinese” relativo all’imponente funerale di Andrea Flamini mi inducono ad alcune riflessioni sul Gianduia più noto ed amato,giunto alla soglia dei 90 anni, quasi senza accorgersene. Era sicuramente un uomo straordinario e poliedrico, cultore delle tradizioni piemontesi e savoiarde (peccato non abbia mai pensato a Nizza ),portate con i suoi spettacoli folcloristici in tutto il mondo, soprattutto nelle comunità italiane all’estero che rischiavano di perdere le loro radici. Senza risparmio di sé e in collaborazione con l’associazione “Piemontesi nel mondo” del comm. Colombino,stretto collaboratore di Calleri, ha girato il mondo con le insegne del Piemonte che si identificavano nella bianca croce di Savoia. Ripristinò la Festa di San Giovanni il 24 di giugno, una festa che era andata perduta. Soprattutto i non torinesi di origine capirono perché a Torino si festeggiasse San Giovanni a cui non casualmente è intitolato il Duomo della città.

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Meno convincenti sono le presenze ai diversi Carnevali che ormai hanno perso quasi d’interesse, se si esclude quello di Ivrea in cui risalta lo spreco di arance e il non sempre buon trattamento praticato nei confronti dei cavalli, obbligati a partecipare ad un rito ormai superato, se è vero che il berretto frigio usato a Ivrea ci fa riandare ai tempi della Rivoluzione francese e della dominazione francese della città della Dora. L’aspetto meno conosciuto e sicuramente il più importante di Flamini : è la paziente, diuturna raccolta ,diventata negli anni davvero imponente, di documenti e libri sulla storia e sull’arte piemontesi. Le stanze di via Vanchiglia sono piene zeppe di un vero e proprio tesoro. Sentendo i discorsi di circostanza del Sindaco/a di Torino e del Presidente della Regione ai suoi funerali mi sono chiesto perché tanti elogi in morte a fronte dello scarsissimo interessamento per la sede dell’associazione fondata da Flamini che ospita il tesoro da lui accumulato. La sede dell’associazione ha avuto lo sfratto, sembra per morosità. I suoi costi erano diventati insostenibili. Tenere in piedi un’associazione è cosa difficile, se non disperata in questa città che privilegia solo una certa cultura schierata e considera intellettuali sono gli amici di certe persone.

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Flamini non apparteneva al solito giro, alla solita compagnia di giro ,potremmo dire, al “sistema Torino” che ,lungi dal tentare di smantellare, come aveva promesso durante la campagna elettorale, il Sindaco/a sta di fatto appoggiando. Flamini poteva intendersi con grandi presidenti come Aldo Viglione che aveva un’idea alta del Piemonte e fu l’iniziatore del progetto relativo alle Regge sabaude, lui socialista e repubblicano. Così come si intese a prima vista con Gianni Oberto, presidente anche lui della Regione, a cui è intitolato un centro studi della Regione Piemonte. Il cuneese Viglione e il canavesano Oberto avevano una grande sensibilità verso la cultura piemontese, anzi direi verso le culture piemontesi. Un altro grande tutore delle tradizioni piemontesi, Renzo Gandolfo ,ha avuto ben altra sorte rispetto a quella di Flamini(addirittura un pezzo di via a lui intitolato nel centro di Torino),ma Gandolfo, in fondo, era un aristocratico persino nel volto e nel portamento. La sua barba bianca faceva pensare ai grandi piemontesi dell’’800. L’immagine di Gianduia era cosa diversa e toglieva di credibilità all’immagine di Flamini difensore della cultura piemontese,almeno agli occhi degli intellettuali snob che egemonizzano questa città.Sicuramente il folclore non è sempre cultura,spesso è mero divertimento e basta.

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Ma i libri raccolti da Flamini sono invece senz’altro cultura e qualcuno dovrà provvedere a salvarli e a renderli fruibili in una biblioteca pubblica della città.Ebbi scarsi rapporti con lui.Io sono un piemontese che ha cercato di “spiemontizzarsi “ come aveva fatto Alfieri e anche Bobbio. Non ho mai voluto parlare in dialetto, anche se lo capisco perfettamente:mio padre me lo proibì,invitandomi sommai a studiare l’Italiano e le altre lingue.Forse solo qualcuno dei miei compagni di scuola sapeva parlare in dialetto, forse due o tre in tutto.In casa ed a scuola si parlava italiano. Guardare nel 1968 al lucchese e romano Pannunzio significava una scelta precisa: non voler restare ad ogni costo sotto la Mole, ma guardare alla cultura nazionale e internazionale, come aveva fatto Giuseppe Baretti e pochi altri piemontesi. Nel 1998 mi conferì in Comune, alla presenza del Sindaco Castellani, il Premio San Giovanni insieme a don Luigi Ciotti e Lia Varesio, l’eccezionale animatrice di un’iniziativa umanitaria davvero straordinaria, “la Bartolomeo & C”. In quell’occasione sentii l’inutilità del mio lavoro intellettuale rispetto all’impegno concreto degli altri premiati. Fu l’unica occasione per me di parlare con don Ciotti, che ritengo a me molto distante e che pure ebbe parole gentili nei miei confronti.
Poi passarono anni senza incontrarci e Flamini nel 2011 mi invitò a presentare il mio libro su Cavour alla sua associazione. Fu un clamoroso insuccesso. Parlai in una sala semivuota. Alla fine si scusò e mi disse che l’Associazione non era più quella di un tempo e che doveva fronteggiare difficoltà che l’età gli rendevano gravose.Provai una profonda e sincera vicinanza nei confronti di un uomo che si era votato ad una missione con grande dispendio di energie e con disinteresse.

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Chi raccoglierà il testimone di Flamini? E’ difficile dirlo, ma bisogna auspicare che la sua associazione non muoia con lui. Sarebbe una grande perdita per il Piemonte e non solo. Le comunità piemontesi all’estero perdono infatti, con la sua morte, l’unico capace di tenere saldo un rapporto tra passato,presente e futuro di tanti immigrati piemontesi nel mondo che tengono alto il nome del Piemonte con il loro lavoro,la loro testardaggine, il loro impegno.Sono i piemontesi di cui scrisse Nino Costa:non a caso, papa Francesco,di origini piemontesi,citò, nel suo saluto alla città in piazza Vittorio,sia pure intraduzione italiana,il poeta piemontese. Mi piace pensare che qualcuno ai suoi funerali abbia citato Costa, parlando di lui Flamini era davvero un piemontese degno della “Rassa nostrana”,”dritt e sincer,testa quadra”fino all’ultimo respiro. Una razza ,purtroppo, in estinzione.

 

*direttore del Centro Pannunzio

(foto: Associassion Piemonteisa)

Cerano e un capolavoro del Seicento lombardo

Musei Reali – Galleria Sabauda, Spazio confronti fino al 18 giugno 2017

E’  la Madonna dei Miracoli, così chiamata perché a lei viene attribuito il merito di aver debellato la pestilenza che affliggeva la città di Milano nel 1485, la protagonista del terzo appuntamento con Confronti, il ciclo di mostre allestite all’interno dell’omonimo spazio della Galleria Sabauda dedicato all’incontro tra opere.

Dopo il successo di Venere incontra Venere, dedicata ai due dipinti di Botticelli, e quello che vedeva protagonista i bambini di Boldini e Van Dyck, raccontando due modi di vedere l’infanzia a distanza di secoli uno dall’altro, è ora il momento di un capolavoro del Seicento lombardo di Giovan Battista Crespi detto il Cerano.

La pala raffigurante La Madonna dei Miracoli di Santa Maria presso San Celso venerata da san Francesco e dal beato Carlo Borromeo, realizzata a ridosso del 1610, è presentata all’interno dello spazio Confronti insieme al bozzetto in terracotta della Vergine, modellato da Cerano in età giovanile, di proprietà della Regione Piemonte in deposito alla Reggia di Venaria Reale. Il confronto consente di apprezzare il rapporto dialettico tra pittura e scultura e la poliedricità di uno dei massimi protagonisti del Seicento lombardo.

L’opera appartiene alle collezioni dei Savoia da quando nel 1632, due anni dopo la morte di Carlo Emanuele I di Savoia, protagonista della mostra Le meraviglie del mondo, il nuovo duca Vittorio Amedeo I acquistò la tela a Milano. Questa venne sistemata nell’anticamera dell’appartamento privato del duca, nell’antico Palazzo di San Giovanni, che sorgeva dove oggi è l’edificio che ospita la Galleria Sabauda.

 

La pala è ricordata nell’inventario del 1635 come “La Madonna di San Celso finta di marmo” e riproduce in pittura quasi fedelmente la celebre statua marmorea dell’Assunta realizzata da Annibale Fontana tra il 1583 e il 1586 per l’altare di Santa Maria presso San Celso, a cento anni esatti dal miracolo che aveva dato l’avvio al cantiere del santuario milanese, particolarmente caro ai fedeli. Per tradizione, infatti, le spose portano un mazzo di fiori a questa Madonna nel giorno del matrimonio, come voto di buon auspicio. Per questo l’altare è popolarmente chiamato “dei matrimoni”.

 

È probabile che Cerano, impegnato tra il 1603 e il 1607 nella decorazione della chiesa di Santa Maria presso San Celso, avesse voluto portare con sé il ricordo della celebre statua della Vergine di Annibale Fontana, riproducendola in un bozzetto che verrà riutilizzato poi, a distanza di qualche anno, nella stesura del dipinto. Nella rielaborazione del modello originale tuttavia, gli aspetti più vistosamente manieristi sono stati addolciti, affusolando la figura e cercando effetti intensamente espressivi.

 

La visita di Confronti/3: Pittura come scultura. Cerano e un capolavoro del Seicento lombardo è inclusa nel biglietto dei Musei Reali. La mostra sarà visitabile fino al 18 giugno 2017.