ilTorinese

Spara contro il nuovo partner della sua ex compagna

Un litigio per motivi economici è sfociato in violenza

Protagonista della vicenda un 51enne torinese, già conosciuto dalle forze dell’ordine, che è stato denunciato dai carabinieri con l’accusa di lesioni aggravate e detenzione illegale di arma da fuoco. La persona ferita è un uomo di 40 anni residente a Nichelino.

I fatti si sono verificati nel pomeriggio di ieri, all’interno del parcheggio di un supermercato di Moncalieri, luogo scelto dai due per incontrarsi dopo un acceso confronto telefonico legato a questioni di mantenimento della donna.

Una volta faccia a faccia, la situazione è rapidamente degenerata: il 51enne ha estratto una pistola, risultata detenuta senza autorizzazione, e ha sparato un colpo, raggiungendo l’altro uomo a un braccio.

foto archivio

François Jullien, Revoir: Risonanze alla Gam

RISONANZE
Ciclo di conferenze tra arte e filosofia

a cura di Chiara Bertola e Federico Vercellone

 

da giugno 2025 a marzo 2026

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino

Sala incontri

MARTEDI 24 MARZO 2026 ORE 18

François Jullien

Revoir

 

Che cosa significa diventare “amico” di un museo, al punto da essere al centro delle azioni che compiamo per promuoverlo? Non è forse vero che, diventando amici di un museo e frequentandolo, non vediamo un’opera una sola volta, ma la rivediamo?

Ora, rivedere non è semplicemente ripetere il vedere.

E, innanzitutto, quando e perché si abbandona un quadro che abbiamo iniziato a guardare?

Rivedere significa interrogare di nuovo il vedere. Certo, si scopre un quadro con l’emozione della “scoperta”. Ma lo si “dis-copre” anche perché occorre togliere ciò con cui il mio sguardo ha iniziato a ricoprirlo: uno sguardo formato, normato, abituato, segnato da tutto ciò che ho già visto.

Non è forse necessario de-coincidere dalla visione in cui il mio sguardo si impantana per poter vedere emergere il quadro? Non è forse necessario allontanarsi – chiudere gli occhi – per far sorgere il visibile e accedere davvero al vedere? Che cosa resta, infatti, di non ancora visto – o di “in-visto” — in questo dipinto, che mi chiama a rivederlo? Se torno al museo, è – tutt’altro che per routine – per cominciare finalmente a vedere: vedere finalmente come vivere finalmente.

Fino a vedere emergere il quadro così com’è, liberato da tutto ciò che proiettavo su di lui, o, direi, nel suo “così”.

 

Ex-alunno dell’École normale supérieure, agrégé dell’università (1974) e poi professore all’Università Paris Diderot, François Jullien è una delle figure più importanti della filosofia francese contemporanea. L’opera di François Jullien si sviluppa all’incrocio tra la sinologia e la filosofia generale. Basata sullo studio del pensiero della Cina antica, del neoconfucianesimo e delle concezioni letterarie ed estetiche della Cina classica, mette in discussione la storia e le categorie della ragione europea instaurando un confronto tra le culture. Attraverso il percorso verso la Cina, il lavoro di François Jullien ha aperto piste feconde ed esigenti per pensare l’interculturalità. È autore di una quarantina di opere tradotte in ventotto paesi: nel suo libro del 1991, L’Éloge de la fadeur, avvia una riflessione estetica contro le abituali considerazioni sul Bello; il suo Traité de l’efficacité è un riferimento in numerosi ambiti pratici, in particolare nel management; seguono Les Transformations silencieuses (2010), De l’intime. Loin du bruyant Amour (2014) e Il n’y a pas d’identité culturelle, mais nous défendons les ressources d’une culture (2016); Con Dé-coïncidence. D’où viennent l’art et l’existence ? (2017), Jullien introduce il concetto di “dé-coïncidence”, che nel 2020 ha portato alla creazione dell’Association Décoïncidences, all’interno della quale oggi si sviluppa il suo lavoro.

Costo: 5€ con acquisto in biglietteria

6€ con acquisto online

Valerio Vigliaturo vince il 14⁰ Premio I Murazzi con la raccolta “IOdrama”

Sabato 28 marzo prossimo, alle ore 16, il Circolo dei Lettori di Torino ospiterà la premiazione della 14esima edizione del Premio Internazionale I Murazzi. Tra i protagonisti del panorama culturale italiano spicca Valerio Vigliaturo, vincitore del 1⁰ Premio per la Poesia con l’opera “IOdrama”.

Valerio Vigliaturo, direttore del prestigioso Premio InediTO Colline di Torino, consolida il suo percorso di autore dopo i successi dei romanzi precedenti. In “IOdrama” lo scrittore mette in scena il dramma dell’Io strutturato come una tragedia greca in tre atti, dalla simulazione della realtà, Mimesi, attraverso lo scontro con la pandemia, Nemesi, fino alla liberazione finale, Catarsi. La raccolta affronta temi universali e contemporanei, dalla disillusione amorosa al cambiamento climatico, fino alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. La scrittura di Vigliaturo è una “spersonalizzazione dell’Io” per parlare dell’uomo comune, evocando emozioni profonde per sottrarre l’indicibile al nulla.

L’evento, presieduto da Sandro Gros-Pietro, vedrà premiati Jean Paul Manganaro alla carriera e Paolo Conti alla cultura. Per Vigliaturo gli impegni proseguiranno martedì 31 marzo, presso la Scuola Holden, per la designazione dei finalisti della XXV edizione del Premio InediTO.

Mara Martellotta

Conclusa la “Settimana con la famiglia 2026”, dedicata quest’anno al progetto “CASA”

 

Si è conclusa domenica 22 marzo scorso la “Settimana con la famiglia 2026”, organizzata dal forum Famiglie Piemonte con numerose riflessioni su affidi e adozioni. L’edizione di quest’anno è stata dedicata al progetto “CASA”(Comunità, Alleanze e Solidarietà per l’Accoglienza), volto a promuovere la cultura dell’accoglienza dei minori e la solidarietà familiare attraverso l’affido e l’adozione con lo slogan “Trovare una famiglia per ogni bambino che ne abbia bisogno, un po’ o per sempre”.

Cristina Riccardi, vicepresidente Ai.Bi (Associazione Amici dei Bambini), ha illustrato i dati che registrano in Italia 20 mila e 592 minori in comunità (1465 in Piemonte con crescita del 13% a livello nazionale e del 23% a livello regionale), e 15 mila e 75 in affido familiare (2621 in Piemonte) con una crescita dell’1,8% del dato nazionale e un calo di quasi l’8% a livello regionale). In questo contesto, l’obiettivo del progetto CASA è triplice: aumentare il numero di famiglie affidatarie, accompagnare le famiglie accoglienti in un percorso di formazione, sostenere i minori, figli affidati o adottati.

Una particolare sottolineatura è arrivata da Matteo Fadda, della comunità Papa Giovanni XXIII, per il progetto “Avrò cura di te”, che sostiene le famiglie affidatarie di bambini con patologie gravi, nei quali sono coinvolti anche gli studenti torinesi di materie socio-sanitarie. Significativa è stata la testimonianza di Muluye Feraboli, che ha raccontato dalle pagine del suo libro, intitolato “Scegli me”, la sua storia di bambina etiope abbandonata a quattro anni dopo gravi episodi di violenza in un mercato di Addis Abeba, e adottata a sei anni da una famiglia italiana dalla quale è stata accolta.

“Dopo il male puro che ho vissuto, ho scelto il bene perché mi fa stare meglio, e ho deciso di riutilizzare i torti subiti per essere di aiuto agli altri”.

Feraboli parteciperà alla prossima edizione del Salone OFF, nell’ambito del Salone del Libro di Torino.

Francesco Belletti, direttore del Cisf, Centro Italiano Studi Famiglia, ha presentato il rapporto 2025 dal titolo “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”, evidenziando come “il benessere psicologico delle persone possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società”.

Adriano Bordignon, presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, ha presentato il suo libro “Rivoluzione famiglia”, invitando a “guardare alle famiglie come un soggetto sociale al quale prestare attenzione attraverso interventi strutturali e stabili, anziché i bonus elargiti di volta in volta, e con una riforma fiscale che consideri il ‘fattore famiglia’.

“Abbiamo vissuto una settimana molto intensa e partecipata – afferma il presidente del Forum delle associazioni familiari, Roberto Gontero – approfondendo il tema dell’accoglienza e sottolineando il ruolo prezioso delle famiglie nella società”.

Mara Martellotta

Alla scoperta degli outlet del Piemonte

È un record particolare, ma di certo da tenere a mente: il Piemonte è la regione con più outlet d’Italia. Ossia, quella in cui è possibile comprare bene, comprare i prodotti dei grandi marchi, comprare con stile, però a basso costo. Un grosso contributo per il portafogli personale e anche per l’ambiente, che beneficia dello smaltimento a costo ribassato dell’invenduto delle migliori firme dell’abbigliamento mondiale. Inoltre, ognuno di questi paradisi dell’acquisto offre l’occasione per visitare parti diverse della regione. Perché gli outlet del Piemonte si distribuiscono omogeneamente sul territorio, offrendo occasioni d’oro e tanto divertimento.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu:

https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/alla-scoperta-degli-outlet-del-piemonte

Credito fotografico: ©Outlet Serravalle

Ferito da un colpo di arma da fuoco a Moncalieri

Ieri sera verso le 20 a Moncalieri,  un uomo è rimasto ferito da un colpo di arma da fuoco in corso Roma. L’uomo, di 40 anni, è stato ferito al braccio mentre si trovava in compagnia del fratello. È stato trasportato al CTO. Ora i carabinieri cercano di risalire all’autore dello sparo.

Al Circolo Ufficiali: cena di beneficenza e Poema Circular 

Giovedì 26 marzo prossimo,  appuntamento alle ore 20 con il Tango presso il prestigioso Circolo Ufficiali di Torino, con una serata che non sarà di milonga, ma di charity intrisa di atmosfere  rioplatensi, grazie alla proiezione del film scritto dell’esperta di tango rioplatense Monica Nucera Mantelli con l’esponente dell’intellighenzia torinese Alessandro Avataneo, che ne ha firmato la regia. Si tratta del cortometraggio “Poema circular” del 2014, inserito nell’ambito della elegante cena di beneficenza dedicata alla Fondazione TMSRQ che si occupa della cura dei bambini e ragazzi colpiti da tumori muscolo scheletrici e rari presso l’Ospedale CTO di Torino.
L’evento, organizzato dal Club di Service Kinawis, ospiterà il cortometraggio tanguero dal sapore surreal-musicale, ballabile e privo di dialoghi, che illustra in modo inconsueto e a dir poco onirico, scorci paesaggistici di Torino, sognati in maniera circolare attraverso scene di tango eseguite da ballerini professionisti  e amatoriali.
La produzione artistica è  di Etnotango  LCMM e Cluster & Stampede. Il costo della seraata è  di 45 euro.
Si prega di confermare la presenza alla segreteria del Club entro il 23 marzo  ad Adriana Dirutigliano (333 5282935)

Mara Martellotta

“Van Dyck l’europeo”, quando un genio ritorna nella “sua” città

Nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, fino al 19 luglio

Un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura”, scriveva Pietro Bellori, storico dell’arte che ha attraversato l’intero Seicento e che nella prima edizione (1672) delle sue “Vite” ha tramandato i ritratti e le qualità morali e la bellezza di dodici artisti. Eccolo lì, adesso, quel “giouinetto” – e noi a confrontarci con lui, a guardare quei due occhi che osservano lo spettatore e se ne vogliono impossessare, che bucano lo schermo, che affascinano nella loro già piena maturità, a guardare quell’incarnato perfetto e la genialità del tratto, come il pennello abbia corso veloce e abbia creato gote e riccioli che scendono sulla fronte, ogni cosa risucchiata prepotentemente dal fondo scuro che è alle spalle – e quel “giouinetto”, al tempo di questa piccola tavola, di questo “autentico gioiello”, non era che quindicenne. Il suo nome Anton Van Dick, era nato ad Anversa il 22 marzo del 1599, una famiglia che già il nonno aveva fatto prosperare con il commercio della seta e il cui figlio Francesco, proseguendo nell’attività, poteva permettersi una casa spaziosa e riccamente arredata, capace di comprendere anche un bagno.

Eccolo lì, adesso, “quel” giouinetto, protagonista indiscusso e ammiratissimo della grande mostra, inaugurata pochi giorni fa (visitabile sino al prossimo 19 luglio: e davvero Parigi val bene una messa!) nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, con grande spolvero di sponsor, simbiosi perfetta di pubblico e privato – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria, Banca Passadore, Camera di Commercio e Fondazione San Paolo, il Secolo XIX e Rai Cultura e molti altri – e di prestatori – dal Louvre al Prado, dalla National Gallery londinese al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, da Brera alla Galleria Nazionale di Parma ai Musei Reali di Torino (“Isabella Clara Eugenia infanta di Spagna”), accresciuti da alcune collezioni private – che hanno messo a disposizione 60 opere, in dieci stazioni tematiche, che non possono essere definite altro che capolavori. Un lavoro che ha impiegato la fatica di un triennio, uno staff organizzato e guidato dalle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen – “noi siamo qui a fare da palcoscenico”, sottolinea la prima durante la conferenza stampa di presentazione, “ma è stato davvero un lavoro continuo di squadra, in cui tutti si sono prodigati”: e sarà giusto da parte nostra sottolineare come a quel tavolo, su quel palcoscenico, ai vari microfoni, ci siano sette rappresentanti del gentil sesso -, un percorso che si svolge non soltanto in quelle sale ma che altresì s’amplia attraverso l’intera città, tra i Musei della Strada Nuova – Palazzo Rosso e Palazzo Bianco -, una diffusione che è lo specchio del “secolo dei Genovesi”, di quanti hanno fatto la città sul mare Superba, dell’importante alta classe sociale che si rivestiva dei mezzi e delle doti di banca europea, atta a supportare reali e nobiltà di Spagna, Francia e Inghilterra, di fiorire con gli scambi e i commerci. Grande quanto appassionata preparazione, studi consolidati e nuove scoperte e riscritture, un giusto orgoglio, l’amore per la Cultura che di diritto ha l’iniziale maiuscola. “Palazzo Ducale torna a esplorare con questa mostra un periodo storico che aveva proiettato la città verso un ruolo internazionale e l’aveva portata a essere una delle capitali artistiche d’Europa”, sottolinea Sara Armella, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura; altresì il ritorno ad un nome che ventinove anni fa già aveva impiegato le conoscenze e gli uffici di una più giovane Anna Orlando, neo-specializzata, un altro viaggio “di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio”.

Un genio che a soli 18 anni è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di San Luca e può vantare una bottega propria, che a ventuno è chiamato alla corte di Carlo I a Londra, che a ventidue, ricevuto in dono un cavallo dal maestro Rubens – che ne aveva ampiamente influenzato gli esordi – decide di partire per Roma, dove sarebbe dovuto restare soltanto otto mesi, dove ha modo d’appassionarsi alle grandi collezioni, di guardare a Caravaggio e al suo pittore preferito, Tiziano: la decisione finale, passando di città in città, di corte in corte, Ancona Firenze Parma Reggio Emilia Mantova Padova Milano sino a raggiungere (dicembre 1622) Torino e la corte ducale, sarà una lunga permanenza nella città che gli consegnerà il pieno successo e che si concluderà soltanto nel 1626. Un primo soggiorno genovese, con una ventina di ritratti per la ricca e potente aristocrazia; poi sarà una lunga permanenza che si concluderà soltanto nel 1626, un fiorire della committenza, dove i suoi modelli e la sua clientela furono gli Spinola e i Durazzo, i Lomellini e i Brignole-Sale e i Doria e quanti molti altri volessero fieramente e socialmente apparire – ottimo pubblicitario di se stesso, “quando faceva li ritratti, li cominciava il mattino per tempo, e senza interrompere il lavoro teneva a desinare seco quei Signori, fossero pure personaggi, e Dame grandi vi andavano volentieri come a sollazzo, tirati dalla varietà dei trattamenti. Dopo il pranzo egli tornava all’opera, ovvero ne avrebbe coloriti due in un giorno, terminandoli poi con qualche ritocco” (è sempre Bellori a darci le notizie) -, non giungendo gli stessi da una nobiltà di terre e di nascita bensì di censo (“oltre la naturalezza conferiva alle teste una certa nobiltà e grazia nell’atto”, ancora lo stesso).

L’Italia e oltre i confini, ecco il perché di questo titolo “Van Dick l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra”, le tre città – 80.000 abitanti, una stagione di relativa stabilità politica e di rinnovata identità cattolica, una prospera borghesia mercantile, la prima; 70.00 anime, una influenza economica straordinaria, reti bancarie e abilità diplomatica, i “palazzi dei rolli” a dar testimonianza delle ricchezze, la seconda; 200.000 abitanti sotto gli Stuart, il mecenatismo e le collezioni e le tensioni politico-religiose, l’ultima – che maggiormente hanno segnato il percorso dell’artista. Non un percorso dalla rigorosa sequenza cronologica, quello della mostra, ma dodici sale dove le opere sono felicemente accostate per temi e ambiti della sua attività, dove mettere a confronto, magari con soggetti analoghi, la maniera del Van Dick giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese (avrebbe lasciato, dopo la morte di Rubens e la chiamata di Luigi XIII a Parigi, la corte di re Carlo e non ne avrebbe visto la decapitazione il 30 gennaio del ’49, dinanzi alla sua dimora di Whitehall e la fugace repubblica di Cromwell, l’artista sarebbe morto di lì a pochi anni, nel dicembre del ’41 nella sua Anversa): con tutto l’interesse di scoprire i tratti e il portamento e le vesti sontuose o vedovili e la sensibilità e il gusto sempre signorilmente diverso di una dama che avesse avuto palazzo e servitori a Genova, come a Bruxelles e Anversa, come a Londra. È Van Dick a mettere la propria arte al servizio del diverso momento e della diversa persona, la sua capacità a “sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste e committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti.”

Allora come oggi. In questo oggi di Palazzo Ducale il visitatore ammirerà il Van Dick delle opere sacre, dove coabitano il pathos e la teatralità, forse il capitolo meno studiato della sua attività pittorica, “Il matrimonio mistico di Santa Caterina” che giunge dal Prado o il “San Sebastiano” (da Edimburgo, accostato a Rubens), una stupefacente “Cattura di Cristo” (1620- 1621), dalla Phoebus Foundation di Anversa, eccezionale nella disposizione dei circa dodici personaggi, nella unica luce che illumina la notte del Getsemani, nella tragicità del bacio di Giuda e l’irruenza di Pietro nell’atto di ferire l’orecchio dell’uomo che gli sta accanto, le macchie del blu all’esterno della tela, la concitazione. Il tutto a chiudersi con un inedito “Ecce Homo”, di collezione privata europea, una grande fonte di luce a illuminare le carni straziate (ma Van Dick non aveva ancora considerato il film di Mel Gibson) del Cristo fatto doloroso uomo; e nella completamente affrescata cappella del Doge, momentaneamente ricavata dalla piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), unica opera dell’artista a destinazione pubblica, il coup de théâtre della “Crocifissione”, oscura e intensa, un’eclisse di sole sullo sfondo a rispetto dei vangeli.

Tra “Vanitas” e “Allegorie” si passa al rapporto con Rubens, da cui l’allievo prende presto le distanze, laddove si dovesse paragonarlo a un linguaggio il primo lo si dovrebbe definire “più colorato e chiassoso” mentre per il secondo saremmo obbligati a usare il termine “più sussurrato”. Poi la sala ambientata a descrivere i fermenti guerreschi dell’Europa dell’epoca, le opere guardano a “Carlo V a cavallo” (1620) e al marchese Ambrogio Spinola, grande generale al servizio della corona spagnola, altri personaggi reali e forse d’invenzione, cappe nere e armature dalle striature lucenti, anche i bambini venivano in tal modo rappresentati già in giovanissima età. Dalla National Gallery arrivano i “bambini Giustiniani Longo” a cui gli studi hanno ridato le esatte identità, sontuosità d’abiti e fieri nella loro fanciullezza, una imponenza che si può accostare senza fatica a quella che fu propria degli eredi delle dinastie europee, portando con sé il ricordo di morti premature, rappresentate da quei più e meno piccoli uccelli, chiari e neri, che sono rappresentati tra le loro mani e a terra nella tela: fanno parte di quel tema familiare (non soltanto il sovrano inglese e la moglie Enrichetta, anche i coniugi De Witte di Anversa a mostrare gli stemmi araldici o Jan de Wael e la moglie Geertrud, chiusi nei loro sontuosi abiti scuri, i bianchi e pieghettati collari, guanti e manicotto di pelliccia, la famiglia come intramontabile valore, nucleo primo della vita sociale, ma anche frutto di eleganza raffinata e di vanità e volontà a tramandare le ingenti sostanze, coppie, genitori e figli, persone mature e vecchi) che tanta importanza ha avuto nella breve vita del pittore.

Il catalogo che accompagna la mostra l’ultimo bellissimo omaggio di Umberto Allemandi a quel mondo dell’Arte che lui ha tanto amato.

Elio Rabbione

Nelle immagini: “Autoritratto”, olio su tavola, 1615 circa, Anversa; “Ritratto di Lord John Belasyse”, olio su tela, 1636 circa; “I bambini Giustiniani Longo” dalla National Gallery di Londra; la “Crocifissione” oggi nella chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo).