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“Van Dyck l’europeo”, quando un genio ritorna nella “sua” città

Nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, fino al 19 luglio

Un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura”, scriveva Pietro Bellori, storico dell’arte che ha attraversato l’intero Seicento e che nella prima edizione (1672) delle sue “Vite” ha tramandato i ritratti e le qualità morali e la bellezza di dodici artisti. Eccolo lì, adesso, quel “giouinetto” – e noi a confrontarci con lui, a guardare quei due occhi che osservano lo spettatore e se ne vogliono impossessare, che bucano lo schermo, che affascinano nella loro già piena maturità, a guardare quell’incarnato perfetto e la genialità del tratto, come il pennello abbia corso veloce e abbia creato gote e riccioli che scendono sulla fronte, ogni cosa risucchiata prepotentemente dal fondo scuro che è alle spalle – e quel “giouinetto”, al tempo di questa piccola tavola, di questo “autentico gioiello”, non era che quindicenne. Il suo nome Anton Van Dick, era nato ad Anversa il 22 marzo del 1599, una famiglia che già il nonno aveva fatto prosperare con il commercio della seta e il cui figlio Francesco, proseguendo nell’attività, poteva permettersi una casa spaziosa e riccamente arredata, capace di comprendere anche un bagno.

Eccolo lì, adesso, “quel” giouinetto, protagonista indiscusso e ammiratissimo della grande mostra, inaugurata pochi giorni fa (visitabile sino al prossimo 19 luglio: e davvero Parigi val bene una messa!) nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, con grande spolvero di sponsor, simbiosi perfetta di pubblico e privato – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria, Banca Passadore, Camera di Commercio e Fondazione San Paolo, il Secolo XIX e Rai Cultura e molti altri – e di prestatori – dal Louvre al Prado, dalla National Gallery londinese al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, da Brera alla Galleria Nazionale di Parma ai Musei Reali di Torino (“Isabella Clara Eugenia infanta di Spagna”), accresciuti da alcune collezioni private – che hanno messo a disposizione 60 opere, in dieci stazioni tematiche, che non possono essere definite altro che capolavori. Un lavoro che ha impiegato la fatica di un triennio, uno staff organizzato e guidato dalle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen – “noi siamo qui a fare da palcoscenico”, sottolinea la prima durante la conferenza stampa di presentazione, “ma è stato davvero un lavoro continuo di squadra, in cui tutti si sono prodigati”: e sarà giusto da parte nostra sottolineare come a quel tavolo, su quel palcoscenico, ai vari microfoni, ci siano sette rappresentanti del gentil sesso -, un percorso che si svolge non soltanto in quelle sale ma che altresì s’amplia attraverso l’intera città, tra i Musei della Strada Nuova – Palazzo Rosso e Palazzo Bianco -, una diffusione che è lo specchio del “secolo dei Genovesi”, di quanti hanno fatto la città sul mare Superba, dell’importante alta classe sociale che si rivestiva dei mezzi e delle doti di banca europea, atta a supportare reali e nobiltà di Spagna, Francia e Inghilterra, di fiorire con gli scambi e i commerci. Grande quanto appassionata preparazione, studi consolidati e nuove scoperte e riscritture, un giusto orgoglio, l’amore per la Cultura che di diritto ha l’iniziale maiuscola. “Palazzo Ducale torna a esplorare con questa mostra un periodo storico che aveva proiettato la città verso un ruolo internazionale e l’aveva portata a essere una delle capitali artistiche d’Europa”, sottolinea Sara Armella, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura; altresì il ritorno ad un nome che ventinove anni fa già aveva impiegato le conoscenze e gli uffici di una più giovane Anna Orlando, neo-specializzata, un altro viaggio “di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio”.

Un genio che a soli 18 anni è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di San Luca e può vantare una bottega propria, che a ventuno è chiamato alla corte di Carlo I a Londra, che a ventidue, ricevuto in dono un cavallo dal maestro Rubens – che ne aveva ampiamente influenzato gli esordi – decide di partire per Roma, dove sarebbe dovuto restare soltanto otto mesi, dove ha modo d’appassionarsi alle grandi collezioni, di guardare a Caravaggio e al suo pittore preferito, Tiziano: la decisione finale, passando di città in città, di corte in corte, Ancona Firenze Parma Reggio Emilia Mantova Padova Milano sino a raggiungere (dicembre 1622) Torino e la corte ducale, sarà una lunga permanenza nella città che gli consegnerà il pieno successo e che si concluderà soltanto nel 1626. Un primo soggiorno genovese, con una ventina di ritratti per la ricca e potente aristocrazia; poi sarà una lunga permanenza che si concluderà soltanto nel 1626, un fiorire della committenza, dove i suoi modelli e la sua clientela furono gli Spinola e i Durazzo, i Lomellini e i Brignole-Sale e i Doria e quanti molti altri volessero fieramente e socialmente apparire – ottimo pubblicitario di se stesso, “quando faceva li ritratti, li cominciava il mattino per tempo, e senza interrompere il lavoro teneva a desinare seco quei Signori, fossero pure personaggi, e Dame grandi vi andavano volentieri come a sollazzo, tirati dalla varietà dei trattamenti. Dopo il pranzo egli tornava all’opera, ovvero ne avrebbe coloriti due in un giorno, terminandoli poi con qualche ritocco” (è sempre Bellori a darci le notizie) -, non giungendo gli stessi da una nobiltà di terre e di nascita bensì di censo (“oltre la naturalezza conferiva alle teste una certa nobiltà e grazia nell’atto”, ancora lo stesso).

L’Italia e oltre i confini, ecco il perché di questo titolo “Van Dick l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra”, le tre città – 80.000 abitanti, una stagione di relativa stabilità politica e di rinnovata identità cattolica, una prospera borghesia mercantile, la prima; 70.00 anime, una influenza economica straordinaria, reti bancarie e abilità diplomatica, i “palazzi dei rolli” a dar testimonianza delle ricchezze, la seconda; 200.000 abitanti sotto gli Stuart, il mecenatismo e le collezioni e le tensioni politico-religiose, l’ultima – che maggiormente hanno segnato il percorso dell’artista. Non un percorso dalla rigorosa sequenza cronologica, quello della mostra, ma dodici sale dove le opere sono felicemente accostate per temi e ambiti della sua attività, dove mettere a confronto, magari con soggetti analoghi, la maniera del Van Dick giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese (avrebbe lasciato, dopo la morte di Rubens e la chiamata di Luigi XIII a Parigi, la corte di re Carlo e non ne avrebbe visto la decapitazione il 30 gennaio del ’49, dinanzi alla sua dimora di Whitehall e la fugace repubblica di Cromwell, l’artista sarebbe morto di lì a pochi anni, nel dicembre del ’41 nella sua Anversa): con tutto l’interesse di scoprire i tratti e il portamento e le vesti sontuose o vedovili e la sensibilità e il gusto sempre signorilmente diverso di una dama che avesse avuto palazzo e servitori a Genova, come a Bruxelles e Anversa, come a Londra. È Van Dick a mettere la propria arte al servizio del diverso momento e della diversa persona, la sua capacità a “sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste e committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti.”

Allora come oggi. In questo oggi di Palazzo Ducale il visitatore ammirerà il Van Dick delle opere sacre, dove coabitano il pathos e la teatralità, forse il capitolo meno studiato della sua attività pittorica, “Il matrimonio mistico di Santa Caterina” che giunge dal Prado o il “San Sebastiano” (da Edimburgo, accostato a Rubens), una stupefacente “Cattura di Cristo” (1620- 1621), dalla Phoebus Foundation di Anversa, eccezionale nella disposizione dei circa dodici personaggi, nella unica luce che illumina la notte del Getsemani, nella tragicità del bacio di Giuda e l’irruenza di Pietro nell’atto di ferire l’orecchio dell’uomo che gli sta accanto, le macchie del blu all’esterno della tela, la concitazione. Il tutto a chiudersi con un inedito “Ecce Homo”, di collezione privata europea, una grande fonte di luce a illuminare le carni straziate (ma Van Dick non aveva ancora considerato il film di Mel Gibson) del Cristo fatto doloroso uomo; e nella completamente affrescata cappella del Doge, momentaneamente ricavata dalla piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), unica opera dell’artista a destinazione pubblica, il coup de théâtre della “Crocifissione”, oscura e intensa, un’eclisse di sole sullo sfondo a rispetto dei vangeli.

Tra “Vanitas” e “Allegorie” si passa al rapporto con Rubens, da cui l’allievo prende presto le distanze, laddove si dovesse paragonarlo a un linguaggio il primo lo si dovrebbe definire “più colorato e chiassoso” mentre per il secondo saremmo obbligati a usare il termine “più sussurrato”. Poi la sala ambientata a descrivere i fermenti guerreschi dell’Europa dell’epoca, le opere guardano a “Carlo V a cavallo” (1620) e al marchese Ambrogio Spinola, grande generale al servizio della corona spagnola, altri personaggi reali e forse d’invenzione, cappe nere e armature dalle striature lucenti, anche i bambini venivano in tal modo rappresentati già in giovanissima età. Dalla National Gallery arrivano i “bambini Giustiniani Longo” a cui gli studi hanno ridato le esatte identità, sontuosità d’abiti e fieri nella loro fanciullezza, una imponenza che si può accostare senza fatica a quella che fu propria degli eredi delle dinastie europee, portando con sé il ricordo di morti premature, rappresentate da quei più e meno piccoli uccelli, chiari e neri, che sono rappresentati tra le loro mani e a terra nella tela: fanno parte di quel tema familiare (non soltanto il sovrano inglese e la moglie Enrichetta, anche i coniugi De Witte di Anversa a mostrare gli stemmi araldici o Jan de Wael e la moglie Geertrud, chiusi nei loro sontuosi abiti scuri, i bianchi e pieghettati collari, guanti e manicotto di pelliccia, la famiglia come intramontabile valore, nucleo primo della vita sociale, ma anche frutto di eleganza raffinata e di vanità e volontà a tramandare le ingenti sostanze, coppie, genitori e figli, persone mature e vecchi) che tanta importanza ha avuto nella breve vita del pittore.

Il catalogo che accompagna la mostra l’ultimo bellissimo omaggio di Umberto Allemandi a quel mondo dell’Arte che lui ha tanto amato.

Elio Rabbione

Nelle immagini: “Autoritratto”, olio su tavola, 1615 circa, Anversa; “Ritratto di Lord John Belasyse”, olio su tela, 1636 circa; “I bambini Giustiniani Longo” dalla National Gallery di Londra; la “Crocifissione” oggi nella chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo).

A 40 anni dallo scandalo del metanolo: meno etichette, più voce. Il Piemonte oltre la retorica del vino

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L’OPINIONE

Dal metanolo alla qualità: quarant’anni dopo, il vino italiano è un’altra cosa. I numeri parlano chiaro — meno quantità, più valore, denominazioni passate dal 10% al 60%, export moltiplicato — ma la vera domanda oggi non è più cosa siamo diventati è:  “come lo raccontiamo”?

Il Piemonte del vino è arrivato dove voleva arrivare. Anzi, oltre. Le Langhe e il Monferrato non devono più dimostrare nulla: sono diventati un riferimento globale per i vini rossi: Barolo, Barbaresco, Barbera

Allora il punto è un altro. Se il livello si è alzato così tanto, perché il modo di comunicarlo è rimasto così uguale?  Stesse parole, stessi codici, stessa estetica rassicurante. Territorio, tradizione, eccellenza. Tutto vero, per carità. Ma anche tutto terribilmente omologato, quasi invisibile.

La domanda scomoda che dobbiamo porci è questa: “c’è davvero ancora bisogno di raccontare l’identità del vino piemontese come se fosse una scoperta? Non è forse arrivato il momento di cambiare linguaggio?”

Perché oggi il consumatore non è più quello degli anni ’90. È più curioso, meno reverente, più distante da certi rituali. E forse proprio per questo più disposto ad ascoltare — ma solo se qualcuno smette di parlargli dall’alto.

Perché la qualità, ormai, è acquisita. Adesso tocca alla voce.


Chiara Vannini

 

 

 

1. La vicenda del vino al metanolo (1986)
Nel marzo 1986 scoppiò in Piemonte, soprattutto tra le province di Cuneo e Asti, uno dei più gravi scandali alimentari italiani. Alcuni produttori senza scrupoli alterarono vini economici aggiungendo metanolo, una sostanza tossica, per aumentarne artificialmente la gradazione alcolica e il prezzo di vendita. Le conseguenze furono drammatiche: 23 persone persero la vita, oltre 150 rimasero intossicate e molte subirono danni permanenti, tra cui la perdita della vista.

Le indagini portarono alla luce un sistema di frodi diffuso e coinvolsero numerose aziende, con processi e condanne per i responsabili. L’impatto sul settore fu immediato: i consumi crollarono, le esportazioni subirono forti limitazioni e l’immagine del vino italiano venne seriamente compromessa a livello internazionale.

Tuttavia, da questa crisi nacque una svolta importante: furono introdotti controlli più rigorosi, si rafforzò il sistema delle denominazioni di origine e si avviò un progressivo passaggio verso una produzione orientata alla qualità e alla valorizzazione del territorio.

2. L’export del vino piemontese oggi (dati recenti)
Attualmente il Piemonte si conferma tra le principali regioni italiane per esportazione di vino. Nel 2025 il valore delle vendite all’estero ha superato 1,15 miliardi di euro, pari a circa il 15% dell’export nazionale, collocando la regione tra le prime tre in Italia.

Il dato evidenzia però una lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (circa -2%), legata a un contesto internazionale più complesso: incidono fattori come il rallentamento dei consumi, le tensioni commerciali e alcune difficoltà nei mercati chiave, come quello statunitense.

Nonostante queste criticità, il settore resta competitivo: una quota significativa della produzione regionale (intorno al 60%) è destinata ai mercati esteri. Accanto ai tradizionali sbocchi europei e nordamericani, si stanno rafforzando nuove aree di crescita, tra cui Medio Oriente e Asia.

Il Piemonte continua quindi a puntare su vini di fascia alta, certificazioni di qualità e forte identità territoriale, mantenendo un ruolo di primo piano nello scenario vitivinicolo internazionale.

Smog, fino a lunedì 23 marzo confermato il livello 0 (bianco)

Prosegue fino a lunedì 23 marzo compreso – prossimo giorno di controllo – l’applicazione delle sole misure strutturali di limitazione al traffico: sulla base dei dati previsionali sulla qualità dell’aria forniti  da Arpa Piemonte è stato infatti confermato il livello 0 (bianco) delle misure antismog.

Eventuali variazioni del semaforo antismog in vigore, con le relative misure di limitazione del traffico, verranno comunicate il lunedì, mercoledì e venerdì, giorni di controllo sui dati previsionali di PM10, ed entreranno in vigore il giorno successivo.

L’elenco completo delle misure antismog a tutela della salute, delle deroghe e dei percorsi stradali esclusi sono disponibili alla pagina dedicata .

TorinoClick

Bando di contributi per i piccoli Comuni

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Torna per il terzo anno consecutivo il bando di Città metropolitana di Torino rivolto ai Comuni con popolazione inferiore ai 10mila abitanti per supportare i progetti di valorizzazione del territorio: i contributi sono previsti a sostegno di eventi, attività, manifestazioni, progetti per promuovere la conoscenza del patrimonio storico, artistico, culturale ed enogastronomico.
“Torniamo a destinare risorse per aiutare sindache e sindaci impegnati a consolidare e valorizzare l’identità locale. Gli eventi di promozione locale rappresentano l’anima del territorio nelle piccole comunità e meritano di essere sostenuti” sottolinea il vicesindaco di Città metropolitana di Torino Jacopo Suppo. I contributi previsti in totale ammontano a 100mila euro e saranno destinati a seconda della dimensione economica del progetto presentato.
Le iniziative dovranno essere attuate e rendicontate entro il 31 dicembre 2026.
Le domande da parte dei Comuni dovranno essere presentate entro il 20 aprile 2026 esclusivamente tramite posta elettronica certificata PEC a protocollo@cert.cittametropolitana.torino.it
La documentazione è online

Una due giorni sull’autismo al Presidio San Camillo di Torino

Un corso-laboratorio teorico/pratico basato su giochi e attività riabilitative rivolte all’autismo, è in programma il 17 e 18 aprile prossimo presso Il Presidio Sanitario San Camillo di Torino. Un’importante opportunità formativa indirizzata ai professionisti del settore educativo e sanitario, insegnanti e famiglie.

L’iniziativa nasce dall’esperienza clinica ed educativa maturata all’interno del Servizio DH VEGA e si ispira al volume “100 giochi e attività abilitative per l’autismo” (Edizioni Erickson, 2025), scritto dal dott. Valerio Trione, educatore professionale con oltre vent’anni di esperienza nel lavoro con persone nello spettro autistico.
Il corso propone un modello formativo fortemente orientato alla pratica: i partecipanti saranno coinvolti in laboratori esperienziali guidati dall’équipe del Servizio VEGA, con l’obiettivo di progettare e realizzare materiali e attività educative utilizzabili nei diversi contesti scolastici, terapeutici e familiari.
Il corso si fonda sull’approccio sviluppato nel libro, che raccoglie attività che derivano da anni di lavoro sul campo suddivise per aree (sensomotoria, motoria, cognitiva e numerica) e rappresenta il risultato di oltre un ventennio di studi e interazioni con persone autistiche e le loro famiglie, pensate per sviluppare abilità motorie, cognitive e sociali in bambini, ragazzi e adulti con autismo, sia in formazioni individuali che di gruppo.
Un patrimonio di competenze maturato all’interno del  San Camillo, dove ogni giorno équipe multidisciplinari lavorano attraverso valutazioni funzionali, trattamenti personalizzati e percorsi di parent training.

Il corso è rivolto a un’ampia platea di partecipanti, tra cui educatori, psicologi, logopedisti, terapisti della neuro e psicomotricità dell’età evolutiva (TNPEE), insegnanti, genitori e caregiver interessati ad approfondire strumenti pratici per l’autismo. Gli insegnanti possono iscriversi attraverso la piattaforma SOFIA (Codice corso: ID 102743) e hanno la possibilità di utilizzare la Carta del Docente per il pagamento della quota.

La formazione sarà condotta da professionisti con una consolidata esperienza nel settore: la **dott.ssa Patrizia Gindri**, psicologa e psicoterapeuta nonché responsabile scientifica del corso, il **dott. Valerio Trione**, educatore professionale, insieme all’**équipe del Servizio VEGA**, da anni impegnata nel lavoro clinico ed educativo con persone nello spettro autistico.

Il programma di venerdì 17 aprile, dalle ore 14 alle 18, sarà dedicato al tema della strutturazione e del comportamento disadattivo. Sabato 18 aprile sarà il momento di un parte teorica incentrata sulla costruzione delle attività abilitative, seguita da un laboratorio di progettazione. Dopo la pausa, il pomeriggio proseguirà con un laboratorio pratico e si concluderà con la presentazione in plenaria dei lavori svolti e la chiusura del corso,

Il corso si svolgerà presso il Presidio Sanitario San Camillo, con una quota di partecipazione pari a 120 euro.

Presidio Sanitario San Camillo – strada Comunale Santa Margherita 136, Torino

Mara Martellotta

La magia di Audrey Hepburn

Niente è impossibile…

di Debora Bocchiardo

 

Audrey Hepburn aveva un motto: niente e impossibile, la parola “impossibile”, in realtà, contiene in sé la frase “I’m possible” … Sono impossibile!”.

Forse grazie a questa preziosa formula magica, la Hepburn scalò tutta la montagna verso il successo, posizionandosi di diritto in quell’Olimpo di nuovi dei che fu ed è Hollywood.

Non a caso, Billy Wilder disse: “Con lei è arrivata la classe”.

Nata a Ixelles il 4 maggio 1929 con il nome completo di Audrey Kathleen Van Heemstra Hepburn Ruston, l’attrice era figlia di un banchiere, Joseph Anthony Hepburn-Ruston, di origini anglo irlandesi, e di una baronessa olandese, Ella Van Heemstra, imparentata con le famiglie reali francesi e inglesi.

La Hepburn frequentò le migliori scuole private in Inghilterra e Olanda dove, nel 1935, in seguito al divorzio dei genitori, tornò a vivere.

La sua infanzia su segnata dalla carestia e dalla brutalità della guerra. Audrey, da adulta, ricorderà di aver patito il freddo e la fame.

Immediatamente dopo la fine del conflitto, madre e figlia si trasferirono a Londra, dove la giovane iniziò a studiare danza, a lavorare come modella e, a partire dal 1951, anche come attrice.

Proprio in quell’anno, Audrey Hepburn apparve nel suo primo film, “Racconto di giovani mogli”, di Henry Cass, seppur in un ruolo secondario.

È l’inizio di un lungo percorso artistico.

Il secondo passo nel mondo del cinema la giovane lo compie nel 1953 con “Montecarlo Baby”, di Jean Boyer, “L’incredibile avventura di Mr. Hollan”, di Charles Chrichton, e “Risate in paradiso”, di Mario Zampi.

La perfetta conoscenza di diverse lingue, permette alla debuttante di spostarsi con disinvoltura in varie parti d’Europa senza eccessive difficoltà e di inserirsi con facilità nel tessuto culturale internazionale.

Proprio nel corso delle riprese per “Montecarlo Baby”, la Hepburn, capace di leggere i segni che il destino le manda e di far tesoro dei nuovi incontri che la vita le regala, consolida la preziosa amicizia con la scrittrice francese Colette (pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette). L’autrice, ormai ottantenne, rimane profondamente colpita dalla freschezza e dall’intelligenza di Audrey e decide di affidarle il ruolo di Gigi nello spettacolo omonimo tratto dal suo romanzo.

La carriera della Hepburn decolla così per gli Stati Uniti e, proprio a Broadway, dopo poche settimane di fortunatissime repliche, sui cartelloni inizia ad apparire la scritta “Audrey Hepburn in Gigi”. Ora la protagonista è lei!

Inizia così una carriera che si snoderà attraverso circa 26 film di fama internazionale.

Nel 1953 il regista Billy Wilder la nota proprio durante una delle repliche a teatro e la vuole per “Vacanze romane”, al fianco di Gregory Peck.

L’anno successivo la scrittura per l’indimenticabile “Sabrina”. Al suo fianco, stavolta, vi sono Humphrey Bogart, chiamato all’ultimo minuto per sostituire Cary Grant e in conflitto perenne col regista, e un giovane William Holden, che si innamora perdutamente di Audrey. Un amore mai ricambiato, destinato a durare per sempre, seppur trasformandosi in una profonda amicizia.

Nel 1954, proprio mentre è impegnata sul set, l’attrice sposa Mel Ferrer, un uomo forte e protettivo, ma dal carattere anche volubile, aggressivo e, a tratti, forse geloso del successo della moglie.

Dall’unione, durata quattordici anni, nasce un figlio, Sean.

Nel 1956 Audrey Hepburn, col marito, lavora in “Guerra e Pace”, una produzione italiana Ponti-De Laurentis realizzata a Cinecittà e diretta da King Vidor.

Il 1957 vede l’attrice al fianco di una altro partner d’eccezione con cui si mormora ci sia stata una relazione sentimentale: sul set di “Cenerentola a Parigi”, diretto da Stanley Donen, la donna conquista il pubblico recitando, infatti, con Fred Astaire.

La Hepburn veste abiti firmati da Givenchy e consolida così anche la sua amicizia con il noto stilista.

Nel 1957 ancora Billy Wilder la vuole per “Arianna”, ma è nel 1959 che Audrey affronta una grande prova d’attrice cambiando drasticamente genere per vestire i panni di una suora missionaria in “La storia di una monaca” di Fred Zinnemann.

È lo stesso anno in cui il marito le chiede di recitare, diretta da lui, in “Verdi dimore”. Un clamoroso insuccesso che certo contribuì a decretare la fine anche dell’unione tra i due.

Dopo il successo di “Gli inesorabili”, diretto da John Huston nel 1960, in cui interpreta una mezzosangue, nel 1961 la Hepburn accetta un altro ruolo da protagonista indimenticabile in “Colazione da Tiffany”, di Blake Edwards.

Dopo ruoli intensi e drammatici o divertenti e romantici, l’attrice stupisce ancora il suo pubblico interpretando, al fianco di Shirley MacLaine, “Quelle due”, nel 1962, diretta da William Wyler. La pellicola tocca temi legati all’omosessualità femminile e l’opinione pubblica ne discute a lungo.

Nel 1963 l’attrice torna a ruoli più leggeri con “Sciarada”, di Stanley Donen, al fianco di uno strepitoso Cary Grant.

Richard Quine e George Cukor, le propongono invece, nel 1964, di vestire i panni della protagonista in “Insieme a Parigi” e “My fair Lady”, pellicole che strizzano l’occhio al teatro e mettono in risalto più che mai le sue doti ironiche.

Sono ancora due commedie a farla amare dal grande pubblico nel 1966 e nel 1967: “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”, di W. Wyler, e “Due per la Strada” di S. Donen.

Interessante la prova d’attrice in “Gli occhi della Notte”, di Terence Young, in cui interpreta il ruolo di una ragazza priva di vista.

Le riprese terminano nel 1968 e l’attrice si scopre stremata dal lavoro e dalla lunga crisi sentimentale con Mel Ferrer, conclusasi con la separazione.

L’amico William Holden, forse sperando in qualcosa di più, le offre la propria amicizia, ma la donna decide di regalarsi una rilassante vacanza solitaria.

Ancora una volta è il destino a cambiare la rotta della sua vita, facendole incontrare, proprio durante la vacanza, lo psichiatra italiano Andrea Dotti, sposato nel 1969, da cui, nel 1970, avrà il figlio Luca. Il matrimonio finirà con il divorzio nel 1982.

Interessanti proposte, nel frattempo, le giungono ancora dal cinema con “Robin e Marian” (1976), di Richard Lester, al fianco dell’intramontabile Sean Connery, “Linea di Sangue” (1979) di Terence Young, e “…E tutti risero” (1981) di Peter Bogdanovic, in cui appare anche il figlio maggiore Sean Ferrer.

Il 1989 è considerato l’anno dell’ultima apparizione cinematografica con il suolo dell’angelo all’interno di “Always – Per Sempre” di Steven Spielberg.

Nell’arco della sua luminosa carriera improntata di ottimismo ed energia, Audrey vinse, tra gli altri premi, ben cinque Oscar: “Vacanze romane”, “Sabrina”, “La storia di una monaca”, “Colazione da Tiffany” e “Gli occhi della notte”.

È la sua voglia di aiutare gli altri, forse memore delle sofferenze della propria infanzia, a spingerla a portare aiuto a chi è in difficoltà. Ambasciatrice Unicef, ruolo per cui nel 1992 riceve la Presidential Medal of Freedom dalla  Casa Bianca, la Hepburn è troppo impegnata per preoccuparsi dei primi sintomi di un male silente e spietato, un cancro al colon che si manifesta clamorosamente pochi mesi prima della morte, avvenuta il 20 gennaio 1993, a Tolochenaz, in Svizzera, dove riposa.

Al suo fianco, dal 1981, vi era l’attore olandese Robert Wolders. L’amico Hubert de Givenchy, per trasportarla dagli Usa alla Svizzera negli ultimi giorni della sua vita, mise a disposizione il suo jet personale riempito per l’occasione di fiori.

Nel 1999 l’America Film Institute ha proclamato la Hepburn la terza più grande attrice della storia del cinema.

Playoff Mondiali 2026: l’Italia si gioca tutto in una settimana!

 

Si ferma il campionato di serie A perché
sarà una settimana decisiva per il futuro dell’Italia. Il cammino verso il Mondiale 2026 passerà infatti dai playoff, con semifinali in programma giovedì 26 marzo 2026 alle ore 20.45 e le finali fissate martedì 31 marzo,sempre alle ore 20.45. In pochi giorni si assegneranno gli ultimi quattro pass europei per la Coppa del Mondo.
Dopo la conclusione dei gironi, che hanno visto la Norvegia chiudere al primo posto, gli Azzurri si preparano a un percorso tutt’altro che semplice. Il sorteggio ha delineato un quadro chiaro: il primo ostacolo sarà l’Irlanda del Nord, squadra solida e organizzata, capace di mettere in difficoltà chiunque.
In caso di successo in semifinale, l’Italia si troverà di fronte una tra Galles e Bosnia, due avversarie di livello e con giocatori di esperienza internazionale, tra cui spicca Edin Džeko per i bosniaci.
Tutto si deciderà in novanta, o forse centoventi minuti. Per la squadra guidata da Gattuso, l’obiettivo è uno solo: tornare al Mondiale e cancellare le delusioni degli ultimi anni. Una settimana, due partite, un destino ancora tutto da scrivere.

Enzo Grassano

In arrivo a Torino l’anteprima del festival Afrovision l’11 aprile

Torna a Torino, dal 12 al 15 novembre 2026, “Afrovision”, con una nuova edizione che consolida il festival come piattaforma culturale dedicata alle culture afrodiscendenti contemporanee, alla musica, alle arti e alle pratiche culturali emergenti. Il progetto coinvolge artisti,  comunità e operatori culturali in uno spazio d’incontro tra linguaggi artistici, sperimentazione musicale e dialogo interculturale. Ideato e prodotto dall’organizzazione culturale torinese Creativi Cultural Connections, “Afrovision” nasce con l’intento di valorizzare le diversità culturali come risorsa e promuovere nuove forme di collaborazione tra Europa, Africa e Stati Nord e Sud Americani. Il festival si sviluppa come un progetto diffuso che coinvolge spazi culturali della città e attiva processi di partecipazione, produzione artistica e scambio tra scene culturali differenti.

Una delle principali novità dell’edizione 2026 è rappresentata dall’introduzione di una serie di appuntamenti di avvicinamento al festival, resa possibile grazie al sostegno di Fondazione CRT nell’ambito del bando “NoteSipari”, che inaugura un percorso culturale che accompagnerà il pubblico verso il festival autunnale con eventi distribuiti tra primavera, estate e autunno. Gli appuntamenti dell’anteprima sono annunciati progressivamente nei prossimi mesi. Il primo appuntamento si terrà a Torino negli spazi di Ramo D’Oro e rappresenta l’avvio ufficiale dell’anteprima di “Afrovision”, il primo di una serie di eventi che accompagneranno il pubblico all’edizione novembrina. La serata inaugura inoltre una collaborazione con SEEYOUSOUND  Festival Internazionale dedicato al cinema a tematica musicale, che co-curerà la programmazione dei documentari all’interno del progetto.

Questa collaborazione nasce da una visione condivisa, fondata sul mutualismo associativo e sulle buone pratiche di rete tra realtà culturali indipendenti, elementi fondamentali per rafforzare l’ecosistema culturale cittadino. L’incontro si aprirà con la proiezione del documentario “Sankara” del regista e giornalista francese Yohan Malka, realizzato tra la Francia e il Burkina Faso negli anni Ottanta, ricordato per la sua rivoluzione politica, sociale e culturale, oltre per la visione radicale di giustizia e indipendenza africana. Il documentario restituisce l’eredità di “Sankara” attraverso testimonianze, archivi, riflessioni sul suo impatto politico e simbolico, ancora oggi presente nelle nuove generazioni. La serata proseguirà poi con il concerti dei The Black City, quartetto funk-soul piemontese guidato dal chitarrista Martin Craig. La band sviluppa un sound radicato nella tradizione della “black music”, fondendo soul, funk e jazz-funk attraverso groove serrati e interplay ritmico. A chiudere la serata sarà un djset tra Bunna, storica voce degli Africa Unite, e dj Vale, del collettivo Funky Goodness. Il set unirà reggae, dub, funk e black music in una selezione musicale che attraversa classici e rarità, creando un dialogo tra cultura sound system e club culture contemporanea. Il percorso in anteprima proseguirà il 16 maggio negli spazi di Jigeenyi con una giornata dedicata alla musica e alla cultura urbana. Il programma include rap con Avex, laboratorio creativo dedicato a bambini e ragazzi per esplorare il mondo del rap attraverso la scrittura, il ritmo e l’improvvisazione, seguito dal progetto “Ricette d’Africa”, che valorizza le cucine africane attraverso aperitivi e cene tematiche, accompagnate dal racconto delle storie e delle tradizione delle culture afrodiscendenti, La serata si concluderà con il live set di Avex, rapper e performer italo-etiope attivo nella scena hip-hop europea, il cui stile fonde hip-hop, soul e jazz. Il 17 maggio il programma continuerà negli spazi di Naïf con Wax Pattern Lab, laboratorio creativo di pittura su ceramica ispirato ai partner dei tessuti Wax africani, seguito dal live acustico della cantautrice romana Symo, artista che unisce la tradizione melodica italiana alle sonorità R&B. Il percorso internazionale del festival prosegue con il rafforzamento delle relazioni con importanti piattaforme culturali africane. Nel mese di aprile, la direzione artistica di “Afrovision” sarà ospite del MASA, Marché des Arts du Spectacle Africain ad Abidjan, in Costa d’Avorio, uno dei più importanti mercati africani delle arti performative. In questa occasione, “Afrovision” sarà protagonista di un talk di presentazione durante il quale verrà illustrato il progetto “Genesis”, una piattaforma di rete internazionale sviluppata insieme ai partner del Portogallo, Francia, Guinea Bissau e Nigeria, dedicata alla creazione e alla circolazione della performance multidisciplinare Dis-Engage. L’incontro sarà un momento di confronto dedicato allo sviluppo di nuove collaborazioni e alla costruzione di reti culturali fra Africa, Europa e America Latina.

Info: creativiconnections.com – creativiculturalconnections@gmail.com

Mara Martellotta