Il termine selfie è ormai entrato nel linguaggio di tutti, ad indicare la fotografia fatta a sé stessi o, al più, a sé stessi con altre persone.
Sono tipiche le immagini di selfie con sullo sfondo la Torre Eiffel o il Colosseo o ciò che, nella mente di chi scatta, vale la pena di ricordare e, soprattutto, di diffondere,
Fino all’arrivo degli smartphone e, parallelamente, alla diffusione dei social il selfie era un perfetto sconosciuto: da quando ho iniziato a fotografare, e sono passati ormai 50 anni, non ricordo di aver mai visto qualcuno impugnare la fotocamera al contrario per immortalare sé stesso, sicuramente anche per difficoltà tecniche.
Ovviamente anche nei selfie il buon gusto o ce l’hai o non ce l’hai; normale, quindi, vedere alcuni selfie scattati in bagno, con vestiti da lavare in bella mostra, tavoletta del wc alzata e, magari, qualcuno che transita in desabillè proprio mentre si scatta e si invia la foto.
Alcuni psicologi attribuiscono a diffusione del selfie ad un disturbo compulsivo, al pari dello shopping, del mangiare o altro.
I selfie a “culo di gallina” poi sono il top; quando incontri di persona l’autore dello scatto, ti meravigli che abbia una bocca normale, distesa, e con abbia subìto nessun trauma riduttivo.
Io, in vita mia, avrò scattato una decina di selfie, e solo se non vi era nessuno disposto o disponibile a realizzare uno scatto “normale”, in occasione di conferenze, in presenza di persone che non avrei più incontrato.
E’ palese che dal punto di vista creativo, artistico il selfie stia alla fotografia come i mattoncini in plastica svedesi all’architettura; fermano un istante, se nel momento dello scatto transita un reo possono concorrere alla flagranza differita ma poco altro.
Sarebbe, forse, il caso di riflettere sulla differenza tra quantità e qualità, tra pratico e utile, tra fine e pacchiano: una foto che ci ridicolizzi, specie per chi abbia un’immagine pubblica, è peggio di non comparire. Uno scatto “al naturale” può danneggiare, nell’immaginario collettivo, l’idea che ci si è fatti di un personaggio.
In una società dove apparire conta molto più che essere, dove la parvenza è più importante della realtà ogni icona si può trasformare in bersaglio, ogni bersaglio può diventare icona.
Sta a noi affinare i gusti, percepire il momento corretto per ogni cosa: decontestualizzata, ogni immagine può significare tutto ed il contrario di tutto. Se durante una campagna elettorale pubblico il selfie fatto con un candidato distrutto dalla stanchezza, dal caldo o dalle seccature non gli renderò certo un favore.
Pensiamo, quindi, prima di pigiare il ditino sullo smartphone o, peggio, di inviare sui social quell’immagine se alla nostra soddisfazione corrisponda anche quella degli altri soggetti fotografati.
Se non si tratti di un puro gesto egoistico (come è nel 99% dei casi) finalizzato alla gratificazione del nostro ego ipertroficoanziché di un servizio reso alla comunità.
Sono certo, dopo una semplice, rapida, riflessione che il numero dei selfie potrebbe ridursi drasticamente.
Sergio Motta





Articolo 9.
succinto che, inarcando la schiena, si solleva con il busto in posa quasi teatrale, ed emerge da un giaciglio posto di fronte ad una croce. I suoi lunghi capelli sono scompigliati dal vento che gonfia anche un drappo posto sulla croce e agita le foglie morbidamente rappresentate sulla bronzea stele verticale. Tra le note di tristezza e di intenso pathos, vi aleggia in primo piano la spettacolarità della scena, la figura si pone come la “divina” del cinema muto, la nuova arte che nei primi anni del Novecento andava affermandosi in città.La protagonista del Monumento Roggeri è una fanciulla inginocchiata e piegata dal dolore, le mani le coprono il volto, e i capelli fluenti e raccolti dietro il capo le scendono fin oltre la schiena. Il lungo abito, movimentato dal panneggio di morbide linee, scende e si posa sul basamento in travertino e in parte lo ricopre. La nota di un patire intenso e irrefrenabile è il messaggio che viene dalla donna che, inginocchiata e chiusa al mondo, sembra pregare, tormentata da un affanno senza fine. Su di un lato, si intravvede appena la firma di O.Tabacchi, allievo di Vincenzo Vela, al quale succederà nella cattedra di scultura presso l’Accademia Albertina di Torino.


Un ringraziamento particolare va alla Presidente del Gruppo A.N.M.I. di Cuorgnè, all’Amministrazione comunale guidata dal Sindaco Giovanna Cresto, e alla Stazione dei Carabinieri di Cuorgnè, rappresentata dal Comandante Gian Marco Altieri, per la presenza, la collaborazione e il costante impegno a favore del territorio.
In un tempo in cui le radici rischiano di perdersi, iniziative come questa ci ricordano chi siamo e da dove veniamo.



