CORONAVIRUS PIEMONTE: IL BOLLETTINO DELLE ORE 17
LA SITUAZIONE DEI CONTAGI
Oggi l’Unità di crisi della Regione Piemonte ha comunicato 1.617 nuovi casi di persone risultate positive al Covid-19 in Piemonte, pari al 9,6% dei 17.016 tamponi eseguiti.
Dei 1.617 nuovi casi, gli asintomatici sono 710, pari al 43,9%.
I casi sono così ripartiti: 435 screening, 750 contatti di caso, 432 con indagine in corso; per ambito: 268 RSA/Strutture Socio-Assistenziali, 57 scolastico, 1.292 popolazione generale.
Il totale dei casi positivi diventa quindi 169.133, così suddivisi su base provinciale: 14.615 Alessandria, 7831 Asti, 5854 Biella, 23.325 Cuneo, 13.002 Novara, 90.098 Torino, 6401 Vercelli, 5550 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 938 residenti fuori regione ma in carico alle strutture sanitarie piemontesi. I restanti 1519 sono in fase di elaborazione e attribuzione territoriale.
I ricoverati in terapia intensiva sono 377( – 11 rispetto a ieri).
I ricoverati non in terapia intensiva sono 4652( – 85 rispetto a ieri).
Le persone in isolamento domiciliare sono 67.240
I tamponi diagnostici finora processati sono 1.575.753 (+ 17.016 rispetto a ieri), di cui 797.141 risultati negativi.
I DECESSI DIVENTANO 6.303
Sono 64 i decessi di persone positive al test del Covid-19 comunicati dall’Unità di Crisi della Regione Piemonte, di cui 9 verificatisi oggi (si ricorda che il dato di aggiornamento cumulativo comunicato giornalmente comprende anche decessi avvenuti nei giorni precedenti e solo successivamente accertati come decessi Covid).
Il totale è ora 6.303 deceduti risultati positivi al virus, così suddivisi per provincia: 945 Alessandria, 374 Asti, 287 Biella, 698 Cuneo, 554 Novara, 2874 Torino, 310 Vercelli, 195 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 66 residenti fuori regione ma deceduti in Piemonte.
90.561 PAZIENTI GUARITI
I pazienti guariti sono complessivamente 90.561 (+ 4.227 rispetto a ieri) così suddivisi su base provinciale: 7025 Alessandria, 4591 Asti, 2759 Biella, 10.772 Cuneo, 5924 Novara, 52.368 Torino, 3405 Vercelli, 2737 Verbano-Cusio-Ossola, oltre a 481 extraregione e 499 in fase di definizione.
Di una situazione del tutto fuori controllo si è reso conto persino l’assessore regionale alla Salute Icardi, quello che ad ottobre andò’ in viaggio di nozze.
Il Governo Zanardelli ai primi del ‘900 fu promotore di un disegno di legge che venne battuto in Parlamento da 400 voti contrari. Giolitti di fatto bloccò ogni tentativo divorzista perché la sua politica, volta a trovare l’appoggio dei cattolici, e il patto Gentiloni in particolare, impedirono di procedere su quella strada, malgrado lo statista di Dronero fosse laicissimo. L’ Italia aveva conosciuto il divorzio solo durante la dominazione napoleonica. Il fascismo, che firmò il Concordato con la Chiesa cattolica, mise il divorzio in soffitta. Solo con la ripresa della democrazia il deputato socialista Luigi Sansone tentò di riaprire il discorso in Parlamento con una legge relativa al “piccolo divorzio“ che naufragò miseramente. Il deputato Loris Fortuna riprese le fila di quella battaglia e dopo varie vicende si giunse all’approvazione di cinquant’anni fa. Ad essere decisiva fu la battaglia ingaggiata fuori dal Parlamento dalla LID ( Lega Italiana per il Divorzio), dal partito radicale e soprattutto da Marco Pannella. Fu una battaglia fondata sul confronto civile di opinioni e sulla considerazione difficilmente contestabile che uno Stato laico non possa considerare il matrimonio un sacramento indissolubile, ma un contratto. Ernesto Rossi disse allora che non si poteva andare in Paradiso accompagnati dai Carabinieri, evidenziando che una scelta religiosa non può essere imposta da una legge dello Stato. Certo ad ingarbugliare la materia fu il matrimonio concordatario celebrato, con effetti civili, in chiesa. Lo stesso Papa Paolo VI si schierò contro la legge sul divorzio, vedendola come un “vulnus” al Concordato. Il partito comunista, per quanto impegnato in linea di principio per il divorzio, fu molto esitante perché anche lui interessato a stabilire un buon rapporto con i cattolici, come già dimostrò il voto all’articolo 7 della Costituzione che inseriva in essa in Patti Lateranensi. Non fu facilissimo spiegare che non si trattava di una riforma “borghese, ma che già allora riguardava mezzo milione di coppie “ irregolari “ conviventi. La legge Fortuna – Baslini era una legge austera e severa che nulla aveva a che vedere con certi divorzi all’americana. Se al Senato passò per pochi voti con la mediazione del cattolico liberale Giovanni Leone e con il voto del senatore a vita Eugenio Montale, fu perché essa era una legge seria e meditata.