Chieri, dove andranno le associazioni che si trovano nel complesso di San Filippo? Lo chiede il consigliere Luigi Furgiuele (Gruppo misto di Minoranza)
Sta suscitando fermento in Chieri la decisione di non concedere più l’utilizzo del complesso di San Filippo dal 30 settembre prossimo. Il consigliere comunale Luigi Furgiuele ha presentato un’interrogazione sulla questione all’amministrazione comunale evidenziando che diverse associazioni presenti sul posto si sono distinte non soltanto durante l’emergenza sanitaria ma anche in anni di servizio e di presenza sul territorio, come l’Associazione nazionale alpini o l’Associazione nazionale carabinieri in congedo. Inoltre nel suo intervento il consigliere del Gruppo Misto di Minoranza evidenzia che ad oggi non sembra ci siano indicazioni precise di dove le associazioni presenti nel complesso di San Filippo potranno spostare la loro sede, non dimenticando il fatto che le stesse hanno speso risorse per migliaia di euro per sistemarsi nella loro attuale collocazione. Di qui la domanda all’Amministrazione chierese su quali saranno le future aree da destinare alla associazioni e si si prevede di fornire loro uno aiuto concreto quando verrà il momento del trasloco.
Massimo Caputo, suo padre, fu il mitico direttore liberale della “Gazzetta del popolo”, quando il giornale, nato nel Risorgimento, prima di cadere in mano democristiana, era il primo quotidiano di Torino e del Piemonte, impedendo l’ascesa del giornale della Fiat. E studio’ Giurisprudenza a Torino dove si laureò’, mentre già faceva il giornalista. Mi parlò con affetto del mitico Rettore Allara, severissimo, ma uomo di grande sapienza giuridica con cui ebbi rapporti d’amicizia tanti anni dopo. “Repubblica“ commette oggi un errore definendolo liberal perché sia suo padre sia lui furono coerentemente e appassionatamente liberali. Liberali e non liberal alla maniera di Scalfari. Livio aveva anche militato nel PLI, poi nel 1994 venne eletto senatore in FI, una parentesi di due anni perché nel 1986 non venne confermato, come sempre è accaduto ai liberali in quel partito, liberale solo a parole. Fu anche per breve periodo sottosegretario agli Esteri, lui che aveva un’esperienza internazionale di prim’ordine. Ma invece di ritirarsi, rimase al “Giornale” di cui, con scelta patetica e stolta, è stato nominato direttore ad interim nell’ultimo suo mese di vita. Uno sfregio ad una carriera giornalistica straordinaria. Avrebbe meritato di esserne direttore effettivo in anni lontani molto più di Feltri, Sallusti, Giordano o dello stesso Cervi. Era stato tra i fondatori del quotidiano con Montanelli di cui era molto amico, ma che non segui’nell’avventura della “ Voce “ insieme ai futuri diffamatori seriali che Montanelli si covo’ in seno. Era un gran signore, colto , equilibrato, brillante, tollerante, ma anche fermo nelle sue idee, con cui era bello parlare. Simile a lui ricordo l’amico Egidio Sterpa. Collaborai ad un giornale che diresse nei primi anni duemila, organo dei Comitati della libertà, associazione liberale non sostenuta da nessuno e quindi destinata al fallimento. Solo le iniziative “culturali” di Dell’Utri o della Brambilla erano degne di interesse e sappiamo come andò a finire. Quel giornale duro’ al massimo un anno e, se non ricordo male, si chiamava “Libertates”, un titolo troppo difficile per chi aveva studiato liberalismo al Cepu e ovviamente ignorava il latino. Malgrado fosse stato bistrattato, Livio seppe essere superiore a tutto e a tutti. Con lui è morto un uomo e un giornalista di rara qualità di cui si è perso lo stampo. Se pensate al nuovo direttore Minzolini che gli succede, potete capire la differenza tra i due, se pensate al suo esatto opposto.
I goliardici Gem Boy cantavano –E tutti si faceva il coretto- “Ma in Holly e Benji tutto è normale anche il Giappone vince il mondiale”, ridendo sia per la non eccessiva bravura della nazionale nipponica, sia perché “cosa c’entra il calcio con il Paese del Sol Levante?” Ed ecco l’errore: nell’ XI sec. a.C, proprio in Giappone si praticava il “Kemari”, simile al “cuju” cinese, un gioco militare che fungeva da addestramento e il cui scopo era quello di mandare un pallone ripieno di capelli e piume in una zona definita da due canne di bambù, utilizzando solamente i piedi. Un manoscritto del 50 a.C. attesta le dispute tra Cina e Giappone giocate attraverso lo “Ts’u-Chu”, (altro nome per “Cuju”).
È arrivato il momento di gongolare: il Rinascimento italiano “docet” anche in questa situazione. Nella Firenze medicea si praticava il “calcio fiorentino”, attività ludica decisamente prediletta dalla comunità toscana. Si tenevano, infatti, incontri ufficiali tra i partiti dei Verdi e dei Bianchi, nel campo prestabilito della Piazza di Santa Croce, al termine dello “scontro” i vincitori si appropriavano delle insegne avversarie. Ogni squadra era formata da 27 giocatori: coloro che stavano sulla linea degli “innanzi” avevano il compito di attaccare, vi erano poi gli “sconciatori”, i “datori innanzi” e, infine i “datori indietro”. Questa la definizione della Crusca risalente al XVIII secolo: “È calcio anche nome di gioco, proprio e antico della città di Firenze, a guisa di battaglia ordinata con una palla a vento, somigliante alla sferomachia, passata dai Greci ai Latini e dai Latini a noi.” Ogni anno la città di Firenze ricorda quelle partite antiche attraverso una fedele ricostruzione storica in costume. Ho finito la mia premessa e ora , come si suol dire, “per me sono dolori”, perché già so che i lettori granata chiuderanno la pagina immantinente. L’excursus storico mi è servito come larga scusa per invitarvi allo Juventus Museum di Torino.