Con “Finestre sul Po” prende il via la “Grande Prosa” di Torino Spettacoli
Ritorna “la bella abitudine di andare a teatro”. Domani all’Erba con “Finestre sul Po” riapre la “Grande Prosa” nel calendario di Torino Spettacoli, divertimento assicurato e uno sguardo a quel piccolo capolavoro intimistico che Erminio Macario aveva già portato al successo e che oggi ha i tratti e la simpatia di Piero Nuti (93 anni all’anagrafe, energicamente portati). Un appuntamento che sta a significare anche il consolidamento di un rapporto, mai interrotto del resto, neppure durante il periodo di chiusura dei teatri, rapporto di lavoro continuo da un lato e di partecipazione e di informazioni dall’altra, che il pubblico ha con le sale dell’Alfieri, del Gioiello e dell’Erba.
Quindi dal 2 al 12 dicembre con una ripresa dal 26 sino al prossimo 6 gennaio (da giovedì 2 a sabato 4 dicembre ore 21, le domeniche 5, 12 e 26 ore 16; martedì 7 ore 21, mercoledì 8 ore 16, da giovedì 9 a sabato 11 ore 21; mercoledì 29 e giovedì 30 ore 21, alle 20,15 per la serata di Capodanno; domenica 2 e giovedì 6 gennaio ore 16) ecco sul palcoscenico di corso Moncalieri il testo di Alfredo Testoni, Giorgio Molino e Angelo Ciciriello, con al centro la figura di don Felice Cavagna, tranquillo e innocente prete di montagna, ma amante delle chiacchiere e impiccione, ospite in occasione dell’ostensione della Sindone della famiglia Galletti, media borghesia torinese. Inevitabile per il piccolo prete immischiarsi nell’amore contrastato di Berta Galletti e Giorgio Catelli, nipote del vescovo, atteso anch’egli nella casa. Sarà a quest’ultimo che don Cavagna confesserà in un godibilissimo srotolarsi di piccole avventure i suoi peccati di gola, la sua intolleranza per la gerarchia ecclesiastica e il fascino che il padrone di casa subisce verso una disinibita vedovella, che chiaramente non può non suscitare le gelosie della padrona di casa. La regia è di Simone Moretto, le scene di Gian Mesturino, le musiche di Leone Sinigaglia, altri interpreti Franco Vaccaro, Stefano Bianco, Barbara Cinquatti e Stefano Fiorillo.
Altri titoli della “Grande prosa” saranno “Caffè nero per Poirot” di Agatha Christie, che sicuramente bisserà il successo ottenuto in periodo ante covid (Gioiello, dal 16 dicembre al 1° gennaio), “L’attimo fuggente” con Ettore Bassi nel ruolo del professor Keating, insegnante diverso da ogni altro, desideroso di infondere ai propri ragazzi i veri valori della vita, insegnando loro a vivere attimo per attimo (“Oh Capitano, mio Capitano…”, ricordate?): e poi la setta segreta dei “Poeti estinti”, i pareri negativi del preside e le punizioni, la tragedia di Neil Perry per una vicenda che la trasposizione cinematografica con la regia di Peter Weir ha reso un autentico quanto indimenticabile capolavoro (28, 29 e 30 gennaio, all’Erba). Inoltre da giovedì 3 a domenica 6 febbraio, ancora all’Erba, “Quegli strani vicini di casa” di Cesc Gay con Kaspar Capparoni e Laura Lattuada, imbarazzi e divertimento nel mènage erotico un po’ appassito di una coppia; nella sala del Gioiello tre appuntamenti da non perdere: dal 25 al 27 febbraio, Milena Vukotic in “A spasso con Daisy” e la coppia Gaia De Laurentiis/Ugo Dighero, dal 3 al 6 marzo, in “Alle 5 da me” di Pierre Chesnot, penna brillante del teatro d’Oltralpe, ovvero due vicini di casa alla spasmodica ricerca di un partner, con lieto fine prevedibilmente d’obbligo, e ancora dal 18 al 20 marzo “Fiori d’acciaio” di Robert Harling, sei bravissime attrici, tra cui Rocìo Munoz Morales, Tosca D’Aquino e Paola Tiziana Cruciani, alla ricerca della solidarietà femminile per far fronte alle contrarietà della vita. Alessandro Benvenuti (26 e 27 marzo) in “Panico ma rosa per racontare la personale esperienza di lockdown e Gianluca Ferrato (dall’1 al 3 aprile) in “Tutto sua madre”, entrambi all’Erba.
e.rb.
Nelle immagini: Piero Nuti in “Finestre sul Po”, Ettore Bassi in “L’attimo fuggente” e la locandina di “A spasso con Daisy” con Milena Vukotic
Il libro racconta del clamoroso scoop che, nel 1967 sull’Espresso di Eugenio Scalfari, a firma di Lino Jannuzzi, accusava il Presidente della Repubblica Antonio Segni e il Comandante dell’Arma dei Carabinieri, Giovanni De Lorenzo, di aver organizzato un colpo di stato durante la crisi di governo durante l’estate del 1964. Nonostante il Tribunale di Roma e la commissione d’inchiesta si pronunciarono in maniera contraria sui fatti, la storiografia accolse la tesi del golpe. Per molto tempo si raccontò che la democrazia italiana fu in pericolo a causa del cosiddetto “piano Solo” un piano eversivo ordito dai vertici dell’Arma dei Carabinieri e si descrisse la Democrazia Cristiana come un partito pronto a tutto per sbarrare la strada all’avanzata del Partito Comunista. Nel suo libro Mario Segni afferma, evidenziando la totale mancanza di prove, che fu tutto falso, che fu la fake news più imponente della storia della Repubblica Italiana. L’autore si oppone a ciò che è stato affermato non solo attraverso il racconto, ma avvalendosi di una esclusiva documentazione inedita che smonta le informazioni false raccontate in quegli anni contribuendo, così, a riscrivere la storia di quegli anni con il rispetto della verità dovuto all’opinione pubblica.