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Quando il Balon è Mundial: il Festival che celebra sport, cultura e inclusione

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Presentata nella Sala Carpanini di Palazzo Civico la XVIII edizione del Balon Mundial Festival, una manifestazione che è molto più di un torneo di calcio: un laboratorio di cittadinanza attiva, inclusione e convivenza, capace di trasformare lo sport in uno strumento concreto di dialogo tra culture e generazioni diverse.

L’edizione 2026 si svolgerà dal 13 giugno al 5 luglio e vedrà la partecipazione di 34 squadre, 24 maschili di calcio a 11 e 10 femminili di calcio a 5, espressione di circa 40 comunità locali con background migratorio, con l’obiettivo primario di celebrare la ricchezza della diversità culturale, favorire l’integrazione e rafforzare i legami comunicatori attraverso il linguaggio universale dello sport. L’inaugurazione ufficiale è in programma domenica 14 giugno alle ore 10, tutti gli eventi e le partite saranno a ingresso gratuito.

La manifestazione, patrocinata dalla Città di Torino, avrà come sede principale la Cittadella dello Sport del Parco della Colletta, recentemente interessata da un importante intervento di riqualificazione, e proporrà un ricco programma composto da 62 partite, iniziative culturali, momenti di confronto e attività dedicate alle famiglie.

A presentare l’evento insieme agli organizzatori è stato l’assessore allo Sport della Città di Torino, Domenico Carretta. “Il Balon Mundial è ormai patrimonio della nostra città, da diciotto anni dimostra la straordinaria forza sociale dello sport – ha dichiarato l’assessore – Attraverso il linguaggio universale del pallone, questo torneo riesce ad abbattere le barriere e a trasformare la diversità in una straordinaria risorsa di cittadinanza attiva. come dimostrano le novità di questa edizione, il rinnovo del regolamento per un’idea di comunità sempre più aperta e il format educativo del Mundialito dedicato ai più giovani, che investe sul futuro e sulla convivenza civile. Saranno giornate di festa e partecipazione quelle in calendario al Parco della Colletta, un impianto comunale che è stato oggetto di una profonda e recente riqualificazione. La finale si svolgerà invece al Cit Turin, impianto prestigioso di Torino. Restituire e offrire alla cittadinanza spazi moderni è il modo migliore per supportare eventi come questo, dove la multiculturalità diventa risorsa”.

Tra le principali novità dell’edizione 2026 figura il rinnovamento della definizione di “comunità” all’interno del regolamento del torneo, una scelta che amplia le possibilità di partecipazione e riflette una società sempre più multiculturale, nella quale il senso di appartenenza viene interpretato come esperienza condivisa e inclusiva.

Torna inoltre per il terzo anno consecutivo il Mundialito, il torneo dedicato a bambine e bambini dagli 8 ai 12 anni che promuove i valori del fair play, del rispetto e dell’inclusione attraverso il metodo educativo del football3, basato sul dialogo e sulla gestione nonviolenta dei conflitti.

Confermato anche il ruolo dei Fans Mediator, figure formate per favorire relazioni positive tra squadre, pubblico e organizzazione, contribuendo a mantenere un clima sereno e inclusivo durante tutta la manifestazione.

Particolarmente significativa sarà ancora una volta la presenza delle “Squadre Progetto”, tra cui quelle promosse da Refugees Welcome Italia e dal progetto “Primo Passo” dell’associazione Si Può Fare, impegnate nell’accoglienza e nell’inclusione di persone rifugiate, migranti e minori stranieri non accompagnati. Tra le partecipazioni più simboliche figurano inoltre la squadra Cirillico, composta da giocatori ucraini, russi e kazaki, e la rappresentativa della Palestina, testimonianze concrete di come lo sport possa diventare terreno di dialogo anche oltre le divisioni geopolitiche.

Accanto al torneo sportivo, il Festival rafforza la propria dimensione culturale grazie al sostegno della Fondazione Compagnia di San Paolo attraverso il bando “Festival Partecipativi 2026”. Durante le settimane della manifestazione il pubblico potrà partecipare a iniziative culturali, incontri, attività associative, momenti musicali e percorsi gastronomici che valorizzeranno le tradizioni e le identità delle diverse comunità presenti sul territorio.

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Un arsenale e chili di droga nascosti nel bosco

Numerose armi da fuoco, nove chilogrammi di cocaina e  sette di hashish sono stati sequestrati dai carabinieri nel corso di un’operazione antidroga condotta tra Torino e Bosconero, nel Torinese. In manette un albanese di 48 anni residente a Torino e un italiano di 33 anni residente a Bosconero.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Un errore storico – Minetti, la grazia – Lettere

Un errore storico

In questi giorni rievocativi del referendum del 2 giugno 1946 abbiamo sentito dire che la Repubblica instaurò la democrazia in Italia. Una vecchia banalità di Ferruccio Parri, a cui rispose Benedetto Croce nell’Assemblea Costituente, dimostrando che prima del fascismo, e non solo nell’età giolittiana, l’Italia fu una democrazia liberale come la volle Cavour.

Una democrazia a suffragio ristretto che crebbe negli anni fino al suffragio universale maschile voluto da Giolitti. Ci furono conati reazionari a fine Ottocento, ma essi non prevalsero. Il suffragio universale in altri Paesi fu una scelta graduata nel tempo. Sarebbe stata sicuramente una democrazia la monarchia di Umberto II, animata dal motto “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”.

La democrazia c’è in tutte le monarchie europee: dall’Inghilterra al Belgio, dalla Spagna all’Olanda, ai Paesi scandinavi, mentre molte repubbliche si rivelano poco democratiche. Pensiamo alla storia greca e ungherese recente, per non parlare dei tanti regimi repubblicani oppressivi della libertà.

Nel sesquipedale messaggio del principe Emanuele Filiberto, passato nell’assoluta indifferenza, questo tema dirimente non è stato neppure toccato ed era invece indispensabile affrontarlo per difendere il pensiero e l’azione del re Umberto, che non volle un trono macchiato di sangue.

Che la Repubblica abbia ereditato palazzi, cerimoniali e corazzieri appare insignificante per un’analisi storica che si impone, andando al cuore dei problemi.

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Minetti, la grazia

Premetto che la persona di Nicole Minetti mi ha sempre infastidito, specie se nominata d’autorità consigliere regionale lombarda nel listino. La politica non si improvvisa e non è lecito confondere vita privata e vita pubblica. Fu un grave errore di Berlusconi la vicenda delle “cene eleganti”, che provocò un danno politico a Forza Italia di incalcolabili dimensioni.

Ma non posso che essere lieto nel constatare che la manovra del Fatto Quotidiano, di Bianca Berlinguer e di Report per travolgere il presidente Mattarella nella concessione della grazia alla Minetti, è fallita miseramente, ponendo in evidenza la trasparenza del ministro Nordio.

Così ritengo che il riconoscimento della piena estraneità di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi di mafia, di cui sono stati accusati dal 1994, sia un episodio che rivela un tardivo ravvedimento, ma anche la faziosità di certi magistrati indegni della toga che portano. Dell’Utri, come la Minetti, non mi è mai piaciuto, ma la verità non può restare negata per decenni con la complicità di giornalisti, nella migliore delle ipotesi incapaci, che dovranno finalmente pagare.

I Travaglio e i Ranucci, in una democrazia, dovrebbero avere professionalmente i giorni contati. Sarà l’ilarità tragica a travolgerli.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Una società violenta che sta per affogare

Ho partecipato a un incontro sul tema dell’insicurezza provocata dalla microcriminalità e dalla maranza a Torino. Credo che la situazione non sia più raddrizzabile. Troppi complici tra i politici, una massa troppo ampia di immigrati che delinquono, insufficienza di prevenzione ecc. C’è chi, nella disperazione, ha rimpianto il regime totalitario cinese. Il governo, in quattro anni, non ha fatto nulla di utile e concreto. Dove andremo a finire?   Julia Torelli

Sottoscrivo quasi tutto quanto lei dice, estendendo la colpa a tutti i governi succedutisi nei decenni e non solo all’ultimo. Sperare di salvarsi portandosi il peperoncino in tasca è davvero umiliante. Per non parlare della delinquenza politica che ci appesta e vanifica la democrazia.

Io ormai, in molti casi, mi muovo in taxi. In bus il borseggio è diventato abituale. Stiamo perdendo la nostra libertà. Proporre la Cina come antidoto è proprio di malati mentali che sognano regimi totalitari. Con i generali in pensione non si andrà da nessuna parte. Non lasciamoci abbagliare da qualche gallone: è un’ulteriore presa in giro.

Manca coordinamento tra le Forze dell’ordine e soprattutto volontà politica. Chi vuole includere a ogni costo tutti è un traditore dell’Italia. L’immigrazione senza controlli ci ha messi ko. Le parole non servono più, servono i fatti. L’Italia va salvata dal tracollo.

“Lo rivendico il mio diritto di uscire di casa, mettendo la collanina lasciatami da mia zia”, mi scrive un’altra lettrice. Ed aggiunge: “Chiedo troppo?”.

No, non chiede troppo, chiede il minimo. C’è gente che, senza sapere, rimpiange il fascismo. Siamo davvero caduti in basso.

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Erri De Luca

Non ho mai potuto soffrire Erri De Luca, sostenitore della sommossa violenta No Tav in Valle di Susa. Adesso è diventato sionista e rifiuta la parola genocidio attribuita a Israele per Gaza. Per questo motivo è stato allontanato dal festival letterario di Sorrento. Cosa ne pensa? Rita Cirielli

Ho polemizzato con De Luca in passato perché la sua faziosità è davvero molto faticosa da accettare. Adesso ha cambiato idea. Mi fa piacere, ma di De Luca non mi fido.

Condanno l’intolleranza dimostrata nel cacciarlo dal piccolo festival di Sorrento, al quale in passato partecipai. Penso che Sorrento debba accontentarsi dei suoi ottimi limoni, lasciando perdere i temi letterari, che richiedono equilibrio e cultura non settaria.

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Monopattino selvaggio
I monopattini continuano a girare senza targa. Neppure questo piccolo rimedio si riesce ad imporre per un controllo indispensabile. I monopattini sfrecciano ad alta velocità e servono agli scippi . Sono un mezzo usato per delinquere. Cosa vogliamo fare?   Tiziano de Giulio
Bisogna chiederlo al prefetto, al questore. al sindaco. Così  non si può andare avanti.
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L’ex allievo
Egregio Professore, sono  stato un suo studente  nel 1973/4. Volevo ringraziarLa a distanza di tanti anni. Se ricorda, erano anni particolari, in un ambiente particolare, in cui la frase più ricorrente, durante le assemblee studentesche, era “chi non è comunista, è fascista”… Ricordo come Lei non abbia mai avuto timore, di fronte a chiunque, nell’esprimere le sue idee di libertà e cultura. Grazie a Lei ho cominciato a leggere più intensamente, primo fra tutti quel Giovannino Guareschi che proprio Lei mi fece conoscere… Alla fine ho realizzato il mio sogno di bambino, e sono diventato aviatore in Alitalia. Ho pensato fosse buona cosa ringraziarLa per tutto ciò che di buono fece per noi, compresa quella lezione in cui ci fece sentire dei caproni ignoranti e stupidi, buoni solo a muoverci in gregge… Con riconoscenza, R. T.
Che piacere risentirla dopo tanti anni! Quell’anno lo vissi male, ma il conforto di un numero ristretto di studenti mi ha aiutato. La scuola era una caserma comandata da caporali  catto-comunisti del sindacato della CGIL. Io ritenni, pur professore non ancora  di ruolo, di dovermi  ribellare  al conformismo e la sua lettera è una testimonianza che mi onora molto. Grazie. Non voglio comprometterla  e ho tolto particolari identificativi. Venga a trovarmi. Per lei la mia porta sarà sempre aperta e le donerò un mio libro.

Alla scoperta della Villa “Il Passatempo” delle Dame di Verrua

Curiosità della storia. C’è un filo sottile che lega un’antica Villa di Chieri al celebre assedio turco di Vienna del 1683 che segnò la vittoria degli eserciti europei sulle forze ottomane che da due mesi accerchiavano la capitale degli Asburgo. In quello stesso anno il conte Giuseppe Augusto Scaglia di Verrua sposò la damigella Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, la famosa contessa di Verrua, e due anni dopo decise di edificare Villa Il Passatempo per villeggiatura e per deliziare la bella e giovane moglie francese che diventerà l’amante di Vittorio Amedeo II di Savoia. Nel grande salone, al piano nobile della dimora storica nota come la residenza delle “Dame di Verrua”, si staglia una preziosa e maestosa scultura lignea che illustra alcune scene della battaglia di Vienna.
Dalle alture della città assediata e ormai vicina alla resa, gli ussari alati comandati dal re polacco Jan Sobieski, fiancheggiati da un giovanissimo scalpitante principe Eugenio di Savoia, piombano come falchi sull’accampamento della Mezzaluna sbaragliando la grande armata turca del Gran Visir che minacciava l’intero continente. Era il 12 settembre del 1683. L’Europa era salva, Roma, cuore della Cristianità, poteva dormire sonni tranquilli. La notizia della vittoria cominciò lentamente a propagarsi dal campo di battaglia a tutta l’Europa occidentale. L’eco del fausto evento si diffuse in tutte le città europee provocando un’euforia generale e tumulti di gioia. In ogni chiesa riecheggiavano i Te Deum, le campane suonarono per ore e le tipografie fecero a gara per stampare documenti e manifesti sull’assedio e sull’eroe Giovanni Sobieski.
L’onda lunga dell’entusiasmo della vittoria cristiana sull’Islam ottomano raggiunse anche la piccola Chieri e a questo punto entrò in scena Villa Il Passatempo. Il conte Scaglia di Verrua, come detto, fece edificare l’edificio e incaricò un artista, rimasto anonimo, o forse più artisti, di realizzare un’opera che rendesse immortale la battaglia di Vienna. E così nacque l’altorilievo ligneo che abbellisce la parete di un grande salone. Solo una curiosità storica, piccola e grande al tempo stesso, una delle tante conservate in questa Villa di fine Seicento, alle porte di Chieri, in frazione Madonna della Scala, all’interno di un ampio parco, che gli attuali proprietari Carlo e Laura Folonari hanno aperto per la prima volta ai visitatori accompagnandoli tra saloni, arredi d’epoca e opere d’arte. Si vedono nel salone d’onore grandi vetrate che si affacciano sui giardini, un grande lampadario di cristallo, un camino ornato con ceramiche delle antiche manifatture piemontesi e tra gli oggetti esposti spiccano un servizio da tavola di Limoges regalato dai francesi alla regina Elisabetta d’Inghilterra negli anni Cinquanta, comprato dai Folonari in un mercatino d’antiquariato, una collezione di Samovar, i contenitori del tè usati in Medio Oriente e in Russia e fotografie di Pontefici con dediche originali. All’inizio del 1800 la Villa fu ristrutturata e abbellita al suo interno dal marchese Giovanni San Martino della Motta, sposo dell’ultima erede di casa Verrua.
Accanto alla villa spicca la cappella padronale, probabilmente coeva della villa secentesca. All’esterno un parco di piante secolari circonda la dimora con viali e sentieri che si snodano tra querce, olmi, platani, pioppi, cedri e specchi d’acqua. Con l’estinzione del casato dei San Martino della Motta la Villa Il Passatempo passò in eredità ai conti Balbo Bertone di Sambuy e nel 1894 alla famiglia degli attuali padroni di casa.                                               Filippo Re

Torino astrologica, i luoghi per leggere la città attraverso stelle, luce e tempo

Oltre alla sua conformazione razionale e geometrica, Torino è una città che guarda anche verso il cielo. Questa vocazione eterea la si può comprendere dalle cupole illuminate dal sole, dai soffitti dipinti come firmamenti e dai dettagli quasi nascosti come meridiane antiche, orologi lunari, stelle dorate, simboli zodiacali. Esiste infatti una Torino astrologica, diversa da quella esoterica, che racconta il rapporto tra la città, il tempo e gli astri. Il viaggio comincia in Piazza Castello, cuore simmetrico della città sabauda. Qui le prospettive sembrano studiate per accompagnare la luce durante il giorno e le facciate degli edifici cambiano colore continuamente così come l’armonia dello spazio dà l’impressione di trovarsi dentro una dinamica astronomica. A pochi passi, il Palazzo Reale custodisce alcuni dei più evocativi cieli dipinti della città; sui soffitti compaiono soli raggianti, nuvole dorate, allegorie delle stagioni, figure sospese nell’azzurro ed alcune sale sembrano trasformarsi in firmamenti barocchi, costruiti per celebrare il legame tra sistema cosmico e potere reale. Il tema del tempo ritorna in Palazzo Madama, dove antichi quadranti, decorazioni dedicate ai mesi dell’anno e figure allegoriche raccontano il fluire delle stagioni; e ombre che attraversano le grandi finestre cambiano continuamente l’atmosfera delle sale come una lente multi cromatica. Uno dei luoghi più straordinari resta, però, il Duomo di Torino con la Cappella della Sindone di Guarino Guarini. La cupola, infatti, costruita attraverso intrecci geometrici e aperture luminose, sembra un cielo di pietra e guardandola dal basso si ha la sensazione di osservare una costellazione architettonica. Percorrendo Via Po si incontrano dettagli: stelle scolpite sui portici, ferri battuti con forme circolari simili a orbite planetarie e vecchi orologi che scandiscono il tempo della vita urbana. La prospettiva conduce naturalmente verso il fiume e la collina, quasi fosse una linea tracciata verso il cielo. A rinforzare questa direzione verso l’alto ci pensano le luminarie di Natale che rappresentano stelle, lune e pianeti e coprono la strada fino a piazza Vittorio Veneto. Alla fine della via appare la Chiesa della Gran Madre di Dio dove le statue sembrano osservare il cielo sopra Torino. Tra gli oggetti più affascinanti della Torino astrologica c’è il grande orologio della Stazione di Torino Porta Nuova che da oltre un secolo domina la facciata della stazione come simbolo del tempo moderno e poco lontano, in alcuni cortili nobiliari e ville della collina, sopravvivono meridiane e antichi orologi solari decorati con lune, soli e segni zodiacali. Per capire davvero il rapporto tra Torino e gli astri, tuttavia, bisogna salire al Monte dei Cappuccini. Da qui la città appare come una mappa geometrica attraversata dalla luce. Al tramonto le cupole diventano dorate e la Mole emerge come un gigantesco indice rivolto verso il firmamento. La Mole Antonelliana è il simbolo più potente della Torino del cielo, la sua verticalità cambia aspetto durante il giorno: all’alba è argento, al tramonto diventa oro, di notte crea un effetto stellato. Al Museo Egizio il legame con gli astri continua nei soffitti stellati dei sarcofagi, nelle barche solari e nei riferimenti a Sirio, la stella che regolava il calendario del Nilo. Alcuni reperti mostrano veri strumenti astronomici dell’antichità, quando il tempo veniva misurato osservando il cielo. Come non citare, poi, la Torino Liberty di Casa Fenoglio-Lafleur dove compaiono lune crescenti, stelle a otto punte, vetrate che catturano la luce e ferri battuti che sembrano piccole costellazioni o l’orologio o la Meridiana Monumentale di Piazza Solferino, installata nel 2013 con uno stilo di quasi 6 metri. La vera bellezza della Torino astrologica sta proprio in quei particolar, grandi e piccoli, che costringono a rallentare il passo e ad alzare gli occhi. La nostra è una città squadrata, certo, ma con una speciale attitudine all’incanto e alla fascinazione suggestiva delle stelle e dello zodiaco; la sua costruzione d’altronde come Augusta Taurinorum, edificata dai Romani, segui’ un preciso orientamento astronomico: la città doveva essere allineata con il sorgere del sole nel segno zodiacale di riferimento dell’epoca. “Torino è il punto di incontro tra la terra e le stelle” e queste stelle possono essere guardate da più vicino dal Planetario di Pino Torinese.

Maria La Barbera

Scatti fotografici per raccontare la “memoria”

Due mostre, a cura della cuneese “FormicaLab”, inaugurano il “Cultural Village” in Valle Grana

Sabato 13 e domenica 14 giugno

Pradleves / Monterosso Grana (Cuneo)

“Gli occhi della valle” sono gli occhi di “Arianna”, occhi scuri e intensi, che dentro si portano la forza e il coraggio della sua gente e della sua millenaria Valle. Fissi, silenti, muti ma capaci, se solo volessero, di dire tanto, di raccontare “memorie” che si perdono nella notte dei tempi e prendono forma lungo valli, montagne, sentieri, campi e fatiche che da sempre sono pura, instancabile resilienza e passione infinita per una terra unica al mondo. Una terra che, a vederla e a pensarla, ti smuove (proprio come succede ad Arianna) labbra e occhi in un flebile sorriso. Che é mistero di una vita. Passione. L’impossibilità, meglio “la non volontà”, di cambiarla con mille altre vite. Non a caso, mi é piaciuto citare, da subito, la foto dedicata ad “Arianna” (Valle Grana, 2025) a firma del fotografo romano Graziano Panfili, per illustrare una delle due mostre che, sabato 13 e domenica 14 giugno prossimi, si terranno, a cura dell’Associazione “FormicaLab” di Cuneo, all’interno del Progetto “Cultural Village” (iniziativa di “rigenerazione culturale del paesaggio, attraverso l’unione di tradizioni occitane ed innovazione”) finanziato dal “PNRR”, nei Comuni di Pradleves e Monterosso Grana, piccoli Centri di una Valle meravigliosa, dalle origini preromane, sita fra le “Alpi Cozie” e le “Marittime”. Ed ecco allora Arianna, la forte dolcezza del suo sguardo, in cui si riassume, alla perfezione, il titolo della prima rassegna, “Gli occhi della valle” a firma appunto di Graziano Panfili, che sarà inaugurata sabato 13 giugno prossimo (alle 11,30) a Pradleves, in Borgata Ciancia 36; mentre, alle 15,30, dello stesso giorno, presso la “Cappella di San Sebastiano” a Monterosso Grana, si taglierà il nastro di “Filò”, rassegna dedicata all’artista, anch’essa romana, Valentina Vannicola. La mostra di Graziano Panfili sarà visitabile a Pradleves nel giorno dell’inaugurazione, prima di spostarsi in una nuova location all’interno del “Valle Grana Cultural Village”. Il lavoro di Valentina Vannicola sarà invece fruibile anche domenica 14 giugno dalle 10 alle 18, e in altre date, sempre presso la “Cappella San Sebastiano” di Monterosso Grana. L’ingresso è libero, per maggiori informazioni scrivere a: formicalabaps@gmail.com .

Classe ’71, originario di Frosinone, Graziano Panfili è fotografo di gran stoffa e solide basi. Ha studiato “Reportage” presso la Scuola permanente di fotografia “Graffiti” a Roma, è stato testimonial della casa nipponica “Ricoh” ed é oggi rappresentato dalla prestigiosa Galleria “Donzella Ltd” di New York.

Nella sua “Gli occhi della valle”, ospitata a Pradleves, c’è tutto il desiderio di “scolpire” una “memoria collettiva” della “Valle Grana” attraverso i volti dei suoi abitanti. “L’intento – sottolineano gli organizzatori – non è soltanto documentare una comunità, ma restituire la presenza umana di un territorio che vive nei suoi silenzi, nelle sue trasformazioni e nella relazione profonda tra persone e paesaggio”. I suoi ritratti in bianco e nero, aggiungiamo noi, sono studiati alla perfezione prima di raccontare l’immagine. Sono pagine di narrativa “emozionale” prima che “descrittiva” in cui ogni minimo dettaglio può farsi segno intrigante o inquietante o doloroso o assolutamente sereno, capace di rincorrere e trattenere speranze, sogni ed emozioni. Le stesse che prova chi s’accosta ai suoi personalissimi scatti. Tanto più in un contesto di “installazione immersiva”, come quella di Pradleves, dove le immagini si uniscono ai suoni naturali – acqua, vento, pioggia, il cinguettio degli uccelli – creando alla perfezione “una dimensione sensoriale capace di evocare il tempo e l’atmosfera del luogo”.

Con “Filò” – termine che richiama le tradizionali, antiche veglie serali nelle stalle, fucine di racconti e leggende popolari – la romana Valentina Vannicola ci propone, invece, un “andar per immagini fotografiche” di tutt’altro segno. Fotografa, ma anche regista, costumista e scenografa, Valentina unisce genialmente la perfezione dell’atto fotografico con quello filmico e letterario, dei quali non riesce, volutamente, a liberarsi. E bene fa. I suoi scatti, riconducibili in tal senso alla “staged photography” (“fotografia scenica”) sono “tableaux vivant” – s’è detto – sempre in volo nell’alto di magiche e visionarie atmosfere, dove reale e surreale si fondono in un perfetto connubio di immaginifiche sensazioni. La sua attuale mostra a Monterosso Grana nasce dall’incontro con gli abitanti e il territorio di San Felice del Benaco, piccolo centro sulle sponde del Lago di Garda. Ed è proprio qui che la realtà si fa gioco scenico e fantastico. Nulla da stupirci dunque di quei due pescatori che (poveretti!) tentano, a fatica, di catturare – mani e corda – la luna per sottrarsi all’oscurità della pesca notturna né deve più di tanto allarmarci la dolce figura femminea “postata” su un piccolo isolotto terrestre, emersa forse dalle acque del lago e avvolta in una sacrale luce solare che ne fa immagine leggendaria dai contorni onirici e misteriosi. E noi lì, a guardare e ad interrogarci! Compiaciuti, ma senza plausibili risposte!

Per ulteriori info: “FormicaLab”, corso Dante 62/A, Cuneo; tel. 338/7619170 www.formicalab.net

Gianni Milani

Nelle foto: Graziano Panfili “Arianna”, Valle Grana, 2025; Graziano Panfili; Valentina Vannicola, Immagini da “Filò”

Ondate di calore. In Piemonte attivo il sistema di sorveglianza

 

Con l’arrivo della stagione estiva torna l’attenzione verso le ondate di calore, fenomeni sempre più frequenti e intensi che possono avere effetti significativi sulla salute, in particolare per le persone anziane, fragili e affette da patologie croniche.

Le elevate temperature, soprattutto quando persistono per più giorni consecutivi e si accompagnano a elevati livelli di umidità e scarsa ventilazione, possono provocare disidratazione, crampi, abbassamenti della pressione arteriosa, svenimenti e, nei casi più gravi, colpi di calore e aggravamenti di condizioni cliniche preesistenti.

Per questo motivo la Regione Piemonte, in collaborazione con ARPA Piemonte, le Aziende Sanitarie Regionali, i Medici di Medicina Generale e i servizi socio-assistenziali del territorio, attiva ogni anno un sistema di prevenzione e monitoraggio dedicato alle persone più vulnerabili.

Il sistema di allerta

Dal mese di giugno e fino al 20 settembre è operativo il sistema regionale di sorveglianza delle ondate di calore, basato sui dati meteorologici elaborati da ARPA Piemonte e integrato con il sistema nazionale HHWWS (Heat Health Watch Warning System), che consente di prevedere con alcuni giorni di anticipo le situazioni di maggiore rischio.

Le informazioni consentono ai servizi sanitari territoriali di attivare interventi mirati e di intensificare il monitoraggio delle persone maggiormente esposte agli effetti del caldo.

Le persone più a rischio

Particolare attenzione è rivolta agli ultra 75enni, alle persone non autosufficienti, ai pazienti con malattie cardiovascolari, respiratorie, neurologiche o metaboliche e a chi assume farmaci che possono influenzare la regolazione della temperatura corporea o l’equilibrio dei liquidi.

In presenza di allerte per temperature elevate, i Medici di Medicina Generale possono modulare e rafforzare l’assistenza sanitaria nei confronti dei soggetti più fragili, in raccordo con i servizi territoriali.

I comportamenti che aiutano a prevenire i danni da caldo

Molti dei problemi di salute legati alle ondate di calore possono essere prevenuti adottando semplici accorgimenti:

  • bere frequentemente acqua, anche in assenza dello stimolo della sete;

  • evitare di uscire e svolgere attività fisica nelle ore più calde della giornata;

  • soggiornare in ambienti freschi e ben ventilati;

  • consumare pasti leggeri e ricchi di frutta e verdura;

  • indossare abiti chiari e leggeri;

  • prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e persone fragili che vivono sole;

  • non lasciare mai persone o animali all’interno di veicoli parcheggiati.

Cambiamenti climatici e salute

Le ondate di calore rappresentano una delle principali conseguenze dei cambiamenti climatici sulla salute della popolazione.

Per questo la Regione Piemonte partecipa anche a progetti europei dedicati all’adattamento climatico e alla costruzione di ambienti urbani più resilienti, con l’obiettivo di rafforzare la capacità delle comunità locali di prevenire e gestire i rischi legati agli eventi climatici estremi.

Caldo e tutela dei lavoratori

Le prime giornate di caldo intenso registrate già nel mese di maggio hanno confermato come le temperature estreme non rappresentino più un fenomeno limitato ai mesi centrali dell’estate. Per questo motivo la Regione Piemonte ha anticipato quest’anno l’entrata in vigore delle misure di tutela per i lavoratori maggiormente esposti al rischio da calore, attraverso un’ordinanza specifica finalizzata a proteggere la salute nei comparti più a rischio (https://www.regione.piemonte.it/web/pinforma/notizie/sicurezza-sul-lavoro-caldo-estremo-lordinanza-regionale-per-tutela-dei-lavoratori-esposti-alle-alte).

L’obiettivo è rafforzare la prevenzione in tutti gli ambiti maggiormente esposti agli effetti delle alte temperature, promuovendo comportamenti corretti e una maggiore attenzione verso le categorie più vulnerabili della popolazione.

Informazioni utili

I bollettini previsionali sulle ondate di calore sono pubblicati quotidianamente da ARPA Piemonte e consentono di conoscere in anticipo le giornate a maggior rischio.

Per approfondimenti:

Riapre il sacrario della Gran Madre: custode di memoria e affetti

 

La foto ingiallita di un soldato, un nome annotato sul retro e il desiderio di ricostruire una storia familiare che sembrava perduta: sono spesso questi gli elementi che conducono molti visitatori al Sacrario militare della Gran Madre di Torino, riaperto ufficialmente al pubblico nei giorni scorsi  dopo gli interventi di riqualificazione del complesso.

Alla cerimonia inaugurale, che ha visto la celebrazione di una messa nella chiesa della Gran Madre, seguita dalla deposizione di una corona d’alloro ai Caduti e da una visita guidata all’Ossario, erano presenti il Presidente di Assoarma Torino, il Generale di Corpo d’Armata Paolo RuggieroCarlo Tango l’Amministratore delegato di AFC, la Società partecipata della Città che gestisce i servizi cimiteriali e i sei cimiteri della Città, il Presidente di AFC Andrea Araldi, il Vicepresidente Vicario del Consiglio Comunale Domenico Garcea e l’Assessore alla Sicurezza della città di Torino Marco Porcedda che ha detto: “La restituzione alla città del Sacrario dei Caduti della Grande Guerra sotto la Chiesa della Gran Madre è un atto di profondo rispetto per la nostra memoria collettiva e per la storia di Torino. Grazie a un importante lavoro di ristrutturazione e restauro, per il quale la Città ha stanziato 400mila euro, siamo riusciti a sanare i danni del tempo e a ridare il massimo decoro a un luogo dal valore inestimabile. Questo non è solo un intervento edilizio o monumentale, ma un dovere morale verso i 3.851 soldati torinesi che hanno sacrificato la propria vita nella Prima Guerra Mondiale. Ognuno di quei nomi inciso sulle pareti rappresenta una famiglia, un legame spezzato e un pezzo della nostra identità che rischiava di rimanere nell’ombra. Riaprire stabilmente queste porte al pubblico, grazie anche alla fondamentale collaborazione con la società AFC e i volontari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, significa togliere dall’isolamento il nostro patrimonio storico e consegnarlo alle nuove generazioni, affinché il ricordo del passato rimanga un monito vivo per il presente”.

La riapertura restituisce pienamente alla città un luogo che continua a custodire vicende personali e a mantenere vivo il ricordo dei caduti. Ancora oggi gli uffici di AFC Torino, che gestisce il Sacrario, ricevono richieste di informazioni da parte di familiari e discendenti impegnati a ricostruire la storia dei propri cari caduti durante la Prima guerra mondiale.

È accaduto recentemente alla famiglia di Domenico Triaca, contadino di Castel Ritaldi, in Umbria, il cui ricordo sopravviveva soltanto attraverso una lapide commemorativa nel paese d’origine. Grazie alle ricerche dell’ente, il bisnipote è riuscito a individuare il luogo in cui riposano i suoi resti. “Ora finalmente abbiamo un luogo in cui dedicargli una preghiera: è un cerchio che si chiude”, ha raccontato.

Analoga la vicenda del capitano dei Carabinieri Giuseppe Borgna, per anni considerato disperso e successivamente identificato tra i nomi custoditi nell’Ossario della Gran Madre. Storie individuali che continuano a intrecciarsi con la storia collettiva e che testimoniano il ruolo che il Sacrario svolge per la città e per quanti sono alla ricerca di un legame con il proprio passato.

I lavori di riqualificazione del complesso sono stati realizzati nell’ambito dell’accordo siglato tra il Ministero della Difesa e la Città di Torino. Dopo una prima apertura straordinaria in occasione del 25 aprile, l’accoglienza e l’apertura al pubblico saranno affidate ai volontari delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, coordinati da Assoarma Torino.

“Con questa cerimonia e con il diretto contributo dei nostri volontari si intende valorizzare il prezioso patrimonio monumentale, simbolico e storico rappresentato dall’Ossario militare e promuoverlo alla memoria permanente della Città di Torino e della collettività”, ha dichiarato il presidente di Assoarma Torino, il generale di Corpo d’Armata Paolo Ruggiero.

La storia del Sacrario affonda le proprie radici negli anni Trenta. La cripta monumentale venne realizzata per accogliere i resti di 3.851 soldati piemontesi, o di militari sepolti a Torino, caduti durante la Prima guerra mondiale. Nel 1932 le salme furono trasferite dal Cimitero Monumentale al colle della Gran Madre con una solenne cerimonia pubblica che coinvolse l’intera città.

“Ancora oggi, come allora, il Sacrario conserva una funzione identitaria che unisce la dimensione pubblica della memoria a quella personale delle famiglie”, spiega Carlo Tango, amministratore delegato di AFC Torino. “I discendenti di alcuni di quei soldati, a lungo ritenuti dispersi, si rivolgono ai nostri uffici per ottenere informazioni e ricostruire una parte della propria storia familiare”.

Per Andrea Araldi, presidente di AFC Torino, la riapertura rappresenta anche un’importante occasione per rafforzare il legame tra la città e il proprio passato: “Restituire questo luogo ai torinesi, e più in generale alla collettività, significa rendere nuovamente accessibile un patrimonio storico e civile che appartiene a tutti”.

L’Ossario sarà visitabile gratuitamente ogni sabato e domenica, dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 17, oltre che nelle principali ricorrenze civili e religiose, tra cui il 2 giugno, il 24 giugno, l’8 settembre e in occasione della commemorazione dei defunti, a novembre.

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Archivissima conquista Torino

Archivissima si avvia domani alla conclusione della sua nona edizione confermando una crescita costante di pubblico e partecipazione. Nato come festival dedicato alla valorizzazione degli archivi, l’evento ha ormai assunto le dimensioni di una vera rassegna culturale diffusa, capace di coinvolgere tutta la città. Per l’edizione 2026 il cuore della manifestazione è stato ospitato alle Gallerie d’Italia di Torino, attorno alle quali si è sviluppato un programma che ha coinvolto numerosi altri spazi e istituzioni culturali, dal Circolo dei lettori al Polo del ‘900, dalla Pinacoteca Agnelli alle OGR Torino. Un percorso che ha trasformato gli archivi in un punto di partenza per riflettere sulla storia, sulla società e sulle forme della creatività contemporanea.


Il tema scelto per quest’anno, Quello che non c’è, ha offerto una chiave di lettura particolarmente ampia, capace di abbracciare tanto le grandi vicende collettive quanto le storie individuali, i documenti dimenticati e le memorie da ricostruire. Una versatilità ben rappresentata da due appuntamenti che, pur molto diversi tra loro, hanno mostrato alcune delle anime più interessanti del festival.
Alle Gallerie d’Italia la giornalista Marianna Aprile, in dialogo con Francesca Mancini, ha presentato La promessa, volume dedicato al lungo percorso che ha portato le donne italiane dal diritto di voto all’arrivo della prima donna a Palazzo Chigi, ottant’anni dopo il suffragio femminile. Un racconto che mette in luce non soltanto le conquiste raggiunte, ma anche le assenze che ancora attraversano la memoria collettiva: testimonianze dimenticate, dati mai verificati, parole rimaste inascoltate e storie lasciate ai margini della narrazione pubblica.
A precedere l’incontro è stata la proiezione del cortometraggio Anche per te, realizzato a partire dai materiali dell’Archivio Publifoto Intesa Sanpaolo, per la regia di Luca Ribuoli, l’AI direction di Andrea Tenna e la produzione di Cometa Studios. Attraverso l’uso dichiarato dell’intelligenza artificiale, le fotografie storiche vengono animate e ampliate oltre il perimetro dello scatto, immaginando ciò che l’obiettivo non ha potuto registrare. Al centro del racconto una donna anziana che il 2 giugno 1946 affronta un viaggio faticoso pur di esercitare per la prima volta il diritto di voto. Un lavoro che ha mostrato come le nuove tecnologie possano dialogare con il patrimonio archivistico senza sostituirlo, ma contribuendo a renderlo nuovamente vivo e accessibile.
Di tutt’altro segno, ma ugualmente coerente con il tema del festival, il laboratorio Non scrivi mai come stai davvero, condotto dall’illustratore Enea Brigatti nella sede di Promemoria Group, cuore organizzativo di Archivissima. Ospitata nella storica Palazzina di Porta Bava, oggi Palazzo Rossi di Montelera, la sede è stata aperta al pubblico grazie alla collaborazione con Open House Torino, offrendo l’occasione di entrare nei luoghi in cui il festival è nato e continua a prendere forma.
Ispirato a News from Home di Chantal Akerman, il laboratorio ha invitato i partecipanti a costruire cartoline provenienti da luoghi immaginari utilizzando immagini dell’archivio della Fondazione Fiera Milano degli anni Sessanta. Fotografie nate per documentare luoghi e persone reali sono state rielaborate attraverso il collage e accostate a frammenti delle lettere che la madre della regista inviava alla figlia durante il suo soggiorno a New York. Ne sono scaturiti paesaggi inesistenti ma plausibili, sospesi tra memoria e immaginazione, dove l’archivio smette di essere soltanto testimonianza del passato per diventare materia viva di nuove narrazioni.
Due appuntamenti che raccontano bene il volto multiforme di Archivissima: da una parte la riflessione storica e civile sul ruolo delle donne nella società italiana, dall’altra la sperimentazione artistica che trasforma documenti e immagini d’archivio in occasioni di creatività. Sempre partendo da ciò che manca, da ciò che è stato dimenticato o da ciò che attende ancora di essere raccontato.
Il festival si concluderà domani con un’ultima giornata ricca di incontri, laboratori e approfondimenti dedicati alla memoria, alla letteratura, al cinema e alla valorizzazione del patrimonio archivistico. Un’occasione per chi non ha ancora partecipato di scoprire una delle manifestazioni culturali più originali del panorama torinese.
Il programma completo degli appuntamenti è consultabile sul sito di Archivissima.

GIULIANA PRESTIPINO