ilTorinese

Mercati di Guerra

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IL PUNTASPILLI di Luca Martina

 

Gli eventi mediorientali delle ultime settimane stanno generando forti turbolenze sui mercati finanziari.

Gli indici azionari sono i più colpiti, in particolare quelli dei Paesi (asiatici ed europei) che devono importare la maggior parte del petrolio che consumano e che sono perciò più penalizzati dall’impennata del greggio.

Effetti molto limitati ci sono stati, invece, per gli Stati Uniti, in grado di produrre sufficiente petrolio per le proprie necessità e che, nei momenti di incertezza, vengono utilizzati, con la sua valuta, il dollaro, come salvadanaio dagli investitori.

Anche i mercati obbligazionari non sono stati immuni, sebbene in minor misura, da una correzione: i timori di aumento dell’inflazione hanno provocato l’aumento dei tassi di interesse e, di conseguenza, la caduta dei prezzi dei titoli (tanto maggiore quanto più lontana nel tempo è la loro scadenza).

I momenti di difficoltà ed incertezza non sono certo inusuali ma molto difficili da prevedere: quando si profilano all’orizzonte i mercati finanziari ne anticipano le conseguenze e ci si trova a prendere decisioni poco corrette (vendendo spesso nei momenti peggiori).

Alla prova del tempo, le crisi più importanti sono state fantastiche occasioni per acquistare (e pessime per vendere). Lo scotto da pagare è lo stress generato dal vedere il proprio patrimonio in altalena (tanto più “oscillante” quanto maggiore è la componente azionaria).

Sebbene al momento non si possa certo dire che i listini stiano scontando lo scenario peggiore (quello di un conflitto lungo, senza vincitori e con una continuità del regime iraniano) appare però chiaro che l’ottimismo (forse eccessivo…) pre-guerra è svanito e questo è, controintuitivamente, confortante in quanto è proprio nei momenti dove regna il pessimismo che nascono le migliori occasioni d’investimento.

La domanda, semmai, è perché, di fronte ad una delle peggiori crisi mediorientali dal dopoguerra, i mercati finanziari abbiano sinora reagito senza il panico che, secondo molti, una simile situazione sembrerebbe giustificare.

Giova ricordare che i mercati finanziari hanno una lunga storia di reazioni ai drammatici eventi geopolitici ed i loro impatti, come si può osservare dal grafico qui di seguito, sono quasi sempre limitati e, soprattutto, temporanei.

 

La più importante eccezione alla regola è rappresentata dalla crisi innescata dalla cosiddetta Guerra del Kippur, così chiamata perché iniziò il 6 ottobre 1973, proprio nel giorno di Yom Kippur, la festa ebraica più sacra dell’anno, dedicata al digiuno e alla preghiera.

Gli eserciti di Egitto e Siria scelsero strategicamente quel giorno perché gran parte dei soldati israeliani stava osservando la festività, rendendo l’attacco particolarmente inatteso.

Sebbene la guerra ebbe una breve durata, terminò il 25 ottobre 1973, durando quindi solo 19 giorni, le sue conseguenze, economiche e finanziarie, furono pesantissime e si generò una crisi energetica globale senza precedenti, facendo esplodere i prezzi del petrolio, alimentando l’inflazione, e provocando una recessione ed una profonda instabilità internazionale.

Subito dopo l’attacco, l’OAPEC (Organization of Arab Petroleum Exporting Countries, i paesi arabi esportatori di petrolio) impose un embargo totale (fino al marzo del 1974) contro USA, Olanda e gli altri paesi filo-israeliani, colpendo direttamente l’approvvigionamento mondiale di energia, ed il prezzo del petrolio salì del 300%, passando da circa 3 a 12 dollari al barile. Il risultato fu un mix devastante di elevata inflazione e debole crescita economica: la temuta stagflazione.

Il parallelo con la situazione attuale non è, fortunatamente, totalmente calzante.

All’inizio degli anni ’70 il mercato petrolifero non aveva capacità di aumentare l’offerta per compensare il taglio arabo e gli USA avevano ormai superato il picco produttivo (dopo il 1969, con la riduzione dell’estrazione “tradizionale”,  con i pozzi e le trivellazioni, sulla terraferma ed in mare) e l’OAPEC aveva un potere enorme nel controllare il mercato ed i prezzi del greggio.

Oggi non si pone il problema della scarsità (malgrado l’Iran sia un importante produttore, il sesto al mondo con il 3% della produzione globale),  gli USA hanno raggiunto l’autosufficienza energetica ed hanno ampi margini di incremento di produzione se il prezzo del petrolio dovesse rimanere al di sopra dei 70-75 dollari nei prossimi mesi (grazie agli immensi giacimenti di petrolio di scisto), le riserve strategiche sono cospicue (utilizzabili, come già annunciato, per evitare discontinuità nei rifornimenti), e tutti gli altri Paesi del Golfo sono pronti ad incrementare alla bisogna la loro produzione (che però, al momento non può transitare per lo stretto di Hormutz).

A comprova di ciò il prezzo del Brent con consegna a breve termine, a 1-6 mesi, sono saliti violentemente (superando i 100 dollari) riflettendo le attuali difficoltà di trasporto, mentre i valori per le spedizioni a 1-5 anni sono rimasti relativamente stabili (tra i 70 ed i 75 dollari). Insomma, le aspettative da parte del mercato sono che il collo di bottiglia verrà superato tra qualche mese.

Inoltre, negli anni Settanta l’economia mondiale era fortemente dipendente dai consumi di petrolio, quasi tre volte di più di oggi, e questo fu il fattore principale che innescò la spirale inflazionistica e la successiva recessione.

 

I mercati finanziari guardano lontano (sebbene non sempre dimostrando una perfetta capacità di visione) ed intravedono la possibilità di un futuro meno dipendente dal petrolio (ed in particolare da quello proveniente da Paesi poco affidabili ed instabili) e di una ridotta influenza del regime iraniano (depotenziato nelle sue difese e nelle sue capacità offensive) alla destabilizzazione di tutta l’area.

Questo spiega come gli effetti negativi siano stati sinora molto contenuti, pur in presenza di un forte peggioramento dell’umore degli investitori, come testimoniato dall’”indice della paura”, il Fear and Greed Index elaborato dalla CNN sulla base dell’andamento di una serie di indicatori finanziari, e dall’ “American Association of Individual Investors Sentiment Survey”, che misura l’ottimismo degli investitori privati sul mercato azionario.

 

Per il prossimo futuro la chiave di volta sarà la capacità di sopperire allo shock generato dalla chiusura dello stretto di Hormuz, dal quale transita tra il 20 e il 30% del greggio.

Su questo si gioca anche la possibilità per Donald Trump di arrivare alle elezioni di metà mandato, a novembre, con un consenso migliore di quello attuale (ai minimi storici…), per non rischiare di perdere il controllo del Congresso e diventare, per i rimanenti due anni, un presidente azzoppato e con poteri limitati…

 

Naturalmente la partita che si sta giocando è molto più complessa di quanto sin qui descritto.

Con gli Stati Uniti visibilmente in difficoltà, c’è già chi si muove per guadagnare peso geo-politico (la Cina, che continua a non prendere parte a conflitti, accreditandosi nei confronti del mondo come un gigante pacifico) ed economico (la Russia, che vende più gas e petrolio ed a prezzi più elevati).

Gli effetti che produrrà questo conflitto saranno probabilmente molto duraturi ma saremo in grado di valutarli meglio solo quando tutto sarà finito. Speriamo presto…

 

Luca Martina

“Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Ĉechov

Martedì 17 marzo, alle 19.30, debutta in prima nazionale, al teatro Carignano, la pièce teatrale “Tre sorelle. Nevica, che senso ha?”, riscrittura tratta da Anton Ĉechov, curata e diretta da Liv Ferracchiati, artista associato al TST. Il ruolo di dramaturg è di Piera Mungiguerra, la consulenza letteraria di Margherita Crepax, e rimarrà in scena fino a domenica 29 marzo prossimo, e sarà in tournée in diverse città italiane.

Liv Ferracchiati propone una riscrittura di “Tre sorelle” che dialoga con la tradizione, senza rinunciare a uno sguardo personale. Ĉechov scrisse l’opera nel 1900, in una Russia attraversata da tensioni sociali e da un diffuso senso di stagnazione. È in questo contesto che nasce il destino di Olga, Maŝha e Irina, bloccate in una provincia che soffoca i loro desideri di riscatto e il sogno mai realizzato di tornare a Mosca. Ferracchiati mette in risalto l’attualità del testo, rivelando come l’immobilità e la frustrazione delle protagoniste trovino eco in una sensibilità contemporanea segnata da precarietà e incertezza.

Lo spettacolo, attraverso una regia che scandaglia le contraddizioni interiori, illumina il bisogno umano di cambiare, di immaginare un altrove pur sapendo che la vita, spesso, rimane incompiuta.

“ ‘Tre sorelle’ rappresenta un testo filosofico sull’esistenza – spiega nelle note di regia Liv Ferracchiati – infatti somiglia a una sequenza di fotografie che racconta come l’essere umano impieghi e attraversi il tempo prima di morire. La questione centrale non è il tempo che passa, ma il momento in cui il tempo non garantisce più un senso, una promessa, una direzione. Ĉechov non racconta un crollo improvviso: racconta un’erosione lenta, un logoramento per accumulo, una disgregazione silenziosa che avviene mentre la vita procede uguale a se stessa, cosicché alla fine, in profondità, tutto tende a equivalersi, come direbbe l’anziano dottore Ĉebutykin: “Tutto è uguale”. In Ĉechov anche il senso del passato sbiadisce e si perde ogni riferimento: non a caso, nel terzo atto, Ĉebutykin rompe l’orologio appartenuto alla madre delle sorelle, la donna che ha amato e che ora quasi non ricorda più. Si tratta di un atto violento apparentemente casuale che neppure lui riesce a giustificare e che mostra una verità, apre un varco nella narrazione del tempo e della memoria. Questo orologio di porcellana in pezzi rappresenta uno dei nuclei più potenti dell’opera, da cui abbiamo scelto di irradiare l’azione. Ĉechov parla del tempo per parlare della vita, e l’orologio, in questa prospettiva, rappresenta un oggetto di sfondo appartenente a un’epoca in cui si credeva che il tempo conducesse da qualche parte. Per questo ‘Tre sorelle’ ci appare così contemporaneo. Anche il nostro tempo ha perso le sue garanzie senza trovare nuove fondamenta. Ĉechov sembra dirci che persino la memoria, ultimo appiglio doloroso, non può che cedere. I personaggi continuano a dimenticare e a non comunicare, e forse è per questo che in scena si scattano fotografie, nel tentativo di fermare la vita e di salvare almeno l’attimo presente. La consapevolezza non sprofonda mai però nel nichilismo, anzi, ne rafforza il valore dell’agire nell’orizzonte terrestre, nulla è più prezioso del vivere stesso. Va bene anche scoprire che nulla ha senso, ed è Tuzenbach a dirlo: “Nevica, che senso ha?”

Due saranno gli incontri della compagnia con il pubblico: mercoledì 18 marzo Liv Ferracchiati e gli attori della compagnia dialogheranno con Antonio Pizzo del DAMS nella Sala Grande del Circolo dei Lettori, in via Bogino 9. Gli artisti del Teatro Stabile di Torino incontrano i cittadini nelle case di quartiere e nei presidi delle circoscrizioni meno vicine dal centro città. Il progetto è sviluppato con La Cultura dietro l’Angolo.

Venerdì 20 marzo, alle ore 17, la compagnia narrerà lo spettacolo in Più Spazio Quattro, in via Gaspare Saccarelli 18.

Info: teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orari spettacoli: martedì, giovedì e sabato ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ domenica ore 16/ lunedì riposo – biglietteria presso il teatro Carignano con orario da martedi a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19 e lunedi riposo, apertura un’ora prima dall’inizio dello spettacolo per i biglietti della recita del giorno – telefono 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

A Rivoli torna il Mercato Europeo

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Dal 27 al 29 marzo cento espositori da Italia, Europa e dal mondo

Rivoli si prepara ad accogliere l’undicesima edizione del Mercato Europeo, la mostra-mercato itinerante organizzata da FIVA Confcommercio e patrocinata dalla Città di Rivoli.

Da venerdì 27 a domenica 29 marzo 2026, le vie e le piazze del centro cittadino – piazza Martiri, corso Francia e corso Susa – torneranno ad animarsi con 100 espositori provenienti dall’Italia, dall’Europa e da diversi Paesi del mondo, in un appuntamento che negli anni è diventato una presenza stabile nel calendario degli eventi cittadini.

Per tre giorni Rivoli si trasformerà in una grande vetrina internazionale dedicata all’artigianato e alle specialità enogastronomiche, con stand aperti dalle 10 alle 24 e un percorso tra sapori, profumi e tradizioni provenienti da numerosi Paesi.

Accanto alle presenze ormai affezionate alla tappa rivolese – dalla paella spagnola ai biscotti della Bretagna, dalla ceramica inglese alle specialità sarde, fino allo speck austriaco e ai prodotti delle valli alpine – l’edizione 2026 porterà anche diverse novità. Tra queste spiccano i Pasteis de Nata portoghesi, i celebri cestini di pasta sfoglia con crema all’uovo leggermente caramellata, e l’artigianato tipico della Turchia, con tè, infusi, oli essenziali e prodotti tradizionali. Non mancheranno inoltre nuove proposte italiane, tra cui pelletteria artigianale delle Marche, tessile per la casa e profumi per l’ambiente e la persona.

«Il Mercato Europeo – dichiara il sindaco Alessandro Errigo – è un appuntamento ormai consolidato per la nostra città, capace di richiamare visitatori e famiglie e di animare il centro storico con una proposta che unisce tradizioni, culture e sapori diversi. Eventi come questo contribuiscono a rendere Rivoli sempre più viva e attrattiva».

«La manifestazione – aggiunge l’assessore al Commercio Marco Tilelli – rappresenta anche un’occasione importante per il commercio cittadino e per il centro di Rivoli, che per tre giorni diventa una vera piazza internazionale. Ringraziamo FIVA Confcommercio e gli operatori che ogni anno scelgono la nostra città come tappa di questo circuito europeo».

Grazie alla presenza di espositori provenienti da diversi Paesi, il Mercato Europeo offrirà ai visitatori un viaggio tra culture e tradizioni, trasformando il centro di Rivoli in una piazza cosmopolita dove, accanto alle bandiere europee (dall’Austria al Regno Unito, dalla Francia alla Spagna) troveranno spazio anche sapori e artigianato provenienti da altri continenti.

Anche il Piemonte chiede lo stop alla macellazione equina

Mentre la petizione con cui Animal Equality Italia chiede al Governo di fermare la macellazione degli equidi, ha superato in pochi mesi le 250 mila firme, in Piemonte la consigliera regionale Sarah Disabato del Movimento 5 Stelle ha presentato una mozione a tutela degli equidi e a sostegno delle proposte parlamentari che ne chiedono il riconoscimento come animali d’affezione. Anche in Piemonte, dove il consumo di carne equina è tra i più bassi a livello nazionale (6%), cresce il sostegno a favore della fine della macellazione degli equidi.
Nel testo della mozione presentata dalla consigliera regionale Sarah Disabato, che invita la Regione a unirsi alle proposte di legge che hanno iniziato l’iter di discussione in Parlamento, sono indicati diversi e fondamentali impegni richiesti alla Giunta Regionale piemontese. Tra questi: promuovere le iniziative di prevenzione e contrasto al maltrattamento degli equidi e alla loro detenzione incompatibile con il benessere animale, valutare l’esclusione della carne equina dai capitolati e dagli indirizzi d’acquisto delle mense e dei servizi di ristorazione riconducibili alla Regione Piemonte, attivarsi presso il Governo e il Parlamento anche attraverso la conferenza Stato-Regioni, affinchè venga istituita una disciplina nazionale che riconosca gli equidi come animali d’affezione, e preveda il progressivo superamento del loro allevamento, importazione, esportazione e macellazione a fini alimentari. Sostenere la calendarizzazione e l’approvazione delle proposte di legge nazionali volte al riconoscimento degli equidi quali animali d’affezione e al rafforzamento della loro tutela.

“I cavalli non sono merce da macello – commenta Sarah Disabato – ma esseri senzienti che meritano protezione assoluta. Con questo provvedimento, chiediamo alle istituzioni di chiudere la filiera alimentare equina e di riconoscere loro lo status di animali d’affezione, mettendo fine a un sistema che troppo spesso nasconde maltrattamenti e rischi per la salute”.

“Fermare la macellazione degli equidi è un passaggio fondamentale per contribuire a ridurre la sofferenza di tutti gli animali sfruttati a scopo alimentare – dichiara Matteo Cupi, direttore esecutivo di Animal Equality Italia – come già richiesto da migliaia di cittadini e cittadine italiane che hanno sottoscritto la nostra petizione. Questa mozione, che auspico venga calendarizzata e approvata in breve tempo, costituisce un ulteriore passo in avanti verso il riconoscimento di tutti gli equidi come animali d’affezione in Italia.

Mara Martellotta

Scanderebech (FI): “Molto da fare su evasione tariffe Gtt”

Nel corso della seduta di ieri del Consiglio comunale è stata discussa un’interpellanza sul tema dell’evasione tariffaria nel trasporto pubblico locale. L’iniziativa, presentata dalla Capogruppo di Forza Italia in Consiglio Comunale, Federica SCANDEREBECH, ha posto l’attenzione sulla necessità di valutare con precisione l’efficacia degli strumenti adottati per contrastare il fenomeno, a partire dall’introduzione dei tornelli sulle linee di trasporto pubblico.
«L’evasione tariffaria non è soltanto una questione di regole da rispettare – ha dichiarato la consigliera SCANDEREBECH (FI) – riguarda l’equità tra i cittadini e la sostenibilità economica del trasporto pubblico. Ogni biglietto non pagato è una risorsa in meno per migliorare il servizio, investire sui mezzi e garantire un sistema più efficiente per tutti».
Durante la discussione, l’Assessora ha dichiarato che, allo stato attuale, i tornelli non rappresentano un deterrente sufficiente per far pagare il biglietto. «Se installati così come sono oggi, non risolvono il problema dell’evasione», ha sottolineato SCANDEREBECH. «Non basta avere i tornelli: servono una gestione corretta del sistema e regole chiare, altrimenti rimarranno un’illusione. Se basta una semplice spinta per aggirarli, se le porte centrali e posteriori restano aperte e non ci ispiriamo alle città europee che li utilizzano come unico mezzo di controllo, non otterremo alcun risultato».
«Le esperienze di molte città europee dimostrano che i tornelli, se gestiti correttamente e come unico mezzo di controllo, possono ridurre drasticamente l’evasione tariffaria», ha aggiunto SCANDEREBECH. Fa inoltre preoccupare enormemente il dato relativo alle sanzioni per mancato pagamento dei titoli di viaggio: una percentuale significativa degli importi previsti non viene incassata, con conseguente perdita economica rilevante per le casse della città. «Se verifichiamo gli anni 2024-2025-2026 (gennaio) emergono cifre molto elevate che, se riscosse, potrebbero essere reinvestite per creare sistemi di controllo più efficaci e garantire il rispetto delle regole per tutti», ha evidenziato SCANDEREBECH.
Secondo i dati riportati dall’Assessora Foglietta, nel 2024 per 96.181 sanzioni non pagate, il totale delle somme non ancora riscosse è pari a 3.558.697,00 euro (la percentuale di incasso rispetto alle sanzioni emesse è del 51,27%); nel 2025 per 106.552 sanzioni non pagate, il totale delle somme non ancora riscosse è pari a 3.942.424,00 euro (la percentuale di incasso rispetto alle sanzioni emesse è del 45,68%); per il mese di gennaio 2026 per 9.833 sanzioni non pagate, il totale delle somme non ancora riscosse è pari a 363.821,00 euro.
«La situazione è preoccupante e richiede interventi concreti», ha concluso SCANDEREBECH. «Non possiamo accontentarci di installare tornelli come simbolo: servono controlli seri, strumenti operativi adeguati e una gestione delle sanzioni che trasformi le risorse perse in opportunità per garantire equità, sicurezza e un trasporto pubblico più sostenibile per tutti».

All’Oasi Omg di Torino “Scegli me”, di Muluye Feraboli

Muluye Feraboli, venerdì 20 marzo, alle ore 18, a Torino, presso l’Oasi Omg di via Gorizia 116, presenterà il suo libro “Scegli me”, arricchito dalla testimonianza di Michele Grimaldi dell’associazione Famiglie per l’accoglienza, e il saluto di Nino Gamba, presidente della Fondazione Oasi Omg, evento inserito nel programma della Settimana con la famiglia 2026, organizzata dal forum Famiglie Piemonte.

“Quanto vale una vita? – dichiara l’autrice Muluye Feraboli – chi decide chi può e chi non può vivere? Queste sono alcune delle domande che mi sono posta in tutti questi anni cercando di trovare una risposta che potesse aiutarmi a comprendere con più facilità ciò che mi era accaduto. Un delicato equilibrio, tra il mio passato e il mio presente, mi ha permesso di diventare la persona che sono, ma chi sarei se non fossi stata adottata? L’adozione ha cambiato la mia vita dandomi la possibilità di rinascere e portandomi via da una realtà che non aveva nulla di adatto per una bambina”.
L’evento si inserisce nell’ambito del progetto CASA, finalizzato a promuove la cultura dell’accoglienza dei minori e la solidarietà familiare attraverso l’affido e l’adozione, ponendo l’accento su solidarietà, utilità sociale, cooperazione nazionale, educazione e inclusione, mettendo al centro la persona umana grazie a reti di volontariato.

Mara Martellotta

“Ascolti”, la Fondazione Accademia di Musica presenta  Anna Kravtchenko

Martedì 17 marzo approda a Pinerolo per la stagione concertistica 2025-2026 di “Ascolti”, della Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo, la pianista italo-ucraina Anna Kravtchenko. Già premio Busoni, riconoscimento ottenuto a soli 16 anni, è stata definita dal New York Times “pianista carismatica dal suono luminoso e dalle poetiche interpretazioni che possono portare l’ascoltatore alle lacrime”. Anna Kravtchenko, con il suo stile inconfondibile e una forza espressiva straordinaria, fa di ogni suo concerto un’esperienza trascinante e illuminante. Attiva a livello internazionale, si è esibita in prestigiose sale da concerto e in importanti festival in tutta Europa, negli USA, in Sudafrica e in Giappone. Il suo recital “Punti di vista (con vista)” è in programma all’Accademia di Musica di Pinerolo in via Giolitti 7, ed è incentrato su due opere monumentali, che l’artista definisce “sacre per lei”: la Sonata in Si minore di Liszt e la Sonata n.2 di Chopin. Come sostiene Anna Kravtchenko: “si tratta di sfaccettature di mondi interiori, profondi, dolorosi, a volte feroci, a volte dolcissimi. Studiarli, suonarli e viverli è come attraversare tutte le stanze dell’anima, perché questa musica non si può solo suonare ‘bene’, bisogna ‘abitarla’, trasformarsi in essa, lasciare che ti rompa e ti ricrei. Sono qui per condividere la musica, non per mostrare qualcosa, ma per offrire. Quando un artista si espone, qualcosa succede davvero”.

Alle 20.30 avrà inizio il concerto, preceduto alle 20 dall’incontro “Inseguire le note” del maestro Claudio Voghera, direttore artistico della stagione concertistica. Si tratterà di un momento di guida all’ascolto che, tra suggestioni, richiami storici e musicali accompagnerà il pubblico verso il concerto.

Biglietti: intero 16 euro – Ridotto 14 euro –

Sale concerto dell’Accademia di Musica – viale Giovanni Giolitti 7, Pinerolo

Info: da lunedì al venerdì dalle 9 alle 14 – 0121 321040 – www.accademiadimusica.it

Mara Martellotta

Angelina Mango: “Nina canta nei teatri”, tappa di un’importante tournée

Approda lunedì 16 marzo, alle 20.30, al teatro Colosseo di Torino, Angelina Mango, con il concerto “Nina canta nei teatri”, un live pensato come un incontro ravvicinato, quasi uno studio aperto, dove le canzoni prendono forma davanti al pubblico, e diventano racconto e presenza. Dopo la pubblicazione a sorpresa del nuovo album “Caramé”, definito dall’artista una “lettera intima” composta da 15 tracce più uno, Angelina propone un concerto suonato, essenziale, costruito attorno alla voce, ai musicisti e al processo creativo che ha dato vita ai brani più importanti della sua carriera. Angelina ha creato il personaggio di Nina per creare un contrappunto alle canzoni, e per esprimere la soddisfazione di aver superato la fine di un incubo, quello del malessere alle corde vocali che, appena due anni fa, ne aveva minacciato il proseguimento della carriera.
Il suo show propone anche canzoni popolari come “La noia”, “Ci pensiamo domani”, “Voglia di vivere”, “Melodrama” e “Velo sugli occhi”. Dentro l’universo di Nina, che rappresenta il suo alter ego emotivo e narrativo, Angelina Mango ritrova anche un percorso che attraversa gli ultimi anni dell’artista, fatti di successi, cambiamenti e fragilità, oltre a una nuova maturità artistica.

Teatro Colosseo – via Madama Cristina 71, Torino

Mara Martellotta

È “Una battaglia dopo l’altra” il film dell’anno, sei meritatissime statuette

La notte degli Oscar

È Una battaglia dopo l’altra il miglior film dell’anno, successo incontrastato di pubblico e critica, tredici nomination e sei statuette nelle mani di Paul Thomas Anderson per miglior regia e miglior sceneggiatura non originale (adattamento del romanzo Vineland di Thomas Pinchon, autore appartato di cui non esistono immagini se non quelle che lo ritraggono negli anni della scuola e del servizio militare), di un eccezionale e strameritevole Sean Penn migliore attore non protagonista nelle vesti del colonnello tronfio e di quanto di più idiota e violento possa esistere Steven J. Lockjaw – che l’altra sera ha preferito essere in Ucraina che sul red carpet -, del montatore Andy Jurgensen, statuetta anche per l’ultimo zio Oscar fresco di nomina inneggiante al miglior casting, a festeggiare la commossa Cassandra Kulukundis. Un titolo che è una citazione dell’attivista Angela Davis, “non ci sarà mai una battaglia finale, è sempre una battaglia dopo l’altra”, un budget di 130 milioni di dollari di cui una bella fetta di 25 al protagonista Di Caprio, in perenne vestaglia da camera a riquadri rossi, paranoico e arruffato sotto le strade assolate della California, lungo quei nastri stradali che sono tutti un sali e scendi, speriamo trampolino di lancio definitivo per un regista sempre assai più che interessante, che pur osannato – ci ha dato tra i suoi complessivi dieci film titoli come Boogie Nights e Magnolia, Il petroliere e The Master e Il filo nascosto – continua a rimanere nel culto dei pochi eletti, una storia che il regista ha trasportato dagli anni reaganiani al giorni nostri, per la quale quando il film uscì a inizio stagione parlai di “fascino”, di “spericolato capolavoro di ritmo, vorticoso, una discesa all’inferno e tra i mali della nostra quotidiana società, le lotte e le sconfitte, e di montaggio incrociato, di maestria e di invenzioni di ogni singolo attore, di un racconto fluidissimo nonostante un narrato di 162 minuti, ma capace al tempo stesso di perdersi per mille rigagnoli e sottostorie e di reggerli con estrema padronanza, per cui si plaude a una sceneggiatura che, in compagnia del miglior attore protagonista (DiCaprio) e del miglior attore non protagonista (Sean Penn, è lui il più “immenso” della compagine attoriale: perfido e gigionescamente insulso, perfetto di postura e di alterigia e di tic, muscoli venati in bella mostra e magliette militari attillate, parente stretto dei tanti generali pettoruti visti al cinema – per tutti, Ford Coppola e Kubrick -, con quelle labbra che tentennano di continuo, quello squarcio che si porta su un lato della faccia offesa nelle inquadrature finali, il suo esercizio sessuale per essere pronto al comando panteresco di Perfidia, ogni attimo è da manuale, ogni battuta e ogni eroismo da strapazzo ti impongono di guardarlo e di ammirarlo), ci dobbiamo aspettare nelle nomination delle prossime statuette pronte per il Dolby Theatre. Senza tacere della presenza, su ogni red carpet, dello stesso Anderson in veste di regista.” Assalti alle banche e attentati a tralicci e alle case di politici potenti, la piccola Charlene da proteggere, alcol e droga, suprematisti e nazistoidi, scene a pieno effetto, un successo mondiale.

In una serata invasa dal glamour come sempre ma certo non fagocitata dal periodo nero dentro il quale stiamo vivendo, dove il solo a dire no a tutte le guerre è stato un Javier Bardem con scritta in tal senso agganciata allo smoking, a farne le spese è stato il superfavoritissimo Sinners di Ryan Coogler, sino alla vigilia forte delle sue sedici nomination (ridotte a quattro statuette), da noi passato quasi inosservato, un mescolarsi ad inizio degli anni Trenta di vampireschi appartenenti al Ku Klux Klan e horror e razzismo, storia di due gemelli interpretati da Michael B. Jordan – per noi quasi nessuno ma un signore che, nel marzo del 2023, a soli 36 anni, s’è aggiudicato una stella sul Hollywood Walk of Fame a Los Angeles – che è eletto miglior attore protagonista, con buona pace del Marty Supreme Thimotée Chalamet, esempio macroscopico di irriverente fanciullaggine e stupidità d’alto grado che lo hanno fatto sprofondare ai gradini più bassi dell’apprezzamento generale – interpretativo e comportamentale, quanto è immediatamente volubile il pubblico – a seguito delle stupidaggini di alcuni giorni fa sul “che gliene frega alla gente di balletto e opera lirica”, con buon insorgere di Bolle Kaufmann e compagni, per cui il suo giocatore di tennis s’è visto sgonfiato e messo dietro la lavagna, nonostante i giochi fossero già stati fatti.

Centratissimi scenografia, trucco e acconciatura, costumi per il Frankenstein di Guillermo del Toro. Chi oltre il cinema guarda con amore e passione al teatro apprezzerà la statuetta nelle mani di Jessie Buckley – ma tutto il mondo se l’aspettava sin dall’uscita -, stratosferica madre e moglie di Shakespeare, innegabile centro del Hamnet di Chloé Zhao, film che avrebbe meritato di più, anche in ossequio a una regista che cinque anni fa aveva portato al successo il suo Nomadland e l’interpretazione di Frances McDormand: aver fatto combaciare Hamnet e Amlet, aver chiuso la disperazione di una coppia celebre con una rappresentazione, sul palcoscenico del Globe, della tragedia del Bardo, è stato un momento geniale del cinema di questi ultimi anni, invenzione o storia che fosse. Come non possiamo non accogliere con immutata convinzione l’esito della scelta di chi ha visto in Sentimental Value, opera del norvegese Joachim Trier, il miglior film internazionale, anche qui un successo, un tragitto nell’anima certamente più sottile da cui non vanno disgiunte le prove dei tre interpreti principali. L’Italia come da un po’ di anni a questa parte non può fare che consolarsi del (quasi) nulla e chissà quando torneremo a essere presi in piena considerazione, con titoli che ad esempio comincino a essere promossi ai festival fuori confini: per ora, in fondo a ogni elenco, ci piace ritrovare un angolo della nostra cultura cinematografica e di penisola, la bolognese Valentina Merli è tra i produttori dei due cortometraggi premiati ex aequo, Two people exchanging saliva. E questo, per ora, ci deve bastare.

Elio Rabbione

Orologi militari, i 3 modelli più iconici di sempre

Informazione promozionale

Nel mondo dell’orologeria, la parola “militare” non indica uno stile, ma un’origine. Significa progettazione funzionale, resistenza, leggibilità immediata, autonomia. Prima ancora di diventare oggetti culturali e simbolici, questi orologi sono stati strumenti operativi, pensati per accompagnare soldati, piloti ed esploratori in contesti dove il tempo non era un dettaglio, ma una coordinata vitale.

L’orologio militare nasce per necessità, non per estetica. E proprio per questo, alcuni modelli hanno superato la dimensione storica in cui sono stati creati, diventando riferimenti stabili anche nell’orologeria civile.Non sono icone perché rari o costosi, ma perché hanno definito un linguaggio progettuale che continua a influenzare il presente.

Il tempo come strumento operativo

Nel contesto militare, l’orologio ha sempre avuto una funzione precisa: sincronizzare, coordinare, orientare. Durante le missioni, la precisione temporale era determinante per operazioni simultanee, navigazione, comunicazioni e movimenti strategici.

Da qui nascono caratteristiche che oggi consideriamo quasi naturali: quadranti leggibili, numeri netti, materiali resistenti, assenza di elementi superflui. Ogni dettaglio rispondeva a un’esigenza reale, spesso legata alla sopravvivenza.

Questa origine operativa è ciò che rende alcuni modelli ancora oggi archetipi. Non oggetti del passato, ma standard progettuali.

Rolex Oyster: la resistenza come principio

Negli anni Trenta e Quaranta, l’affidabilità era la priorità assoluta. L’orologio doveva funzionare in trincea, in mare, in condizioni estreme. Il Rolex Oyster, con la sua cassa impermeabile e la costruzione robusta, rappresenta uno dei primi esempi di orologio concepito per resistere al mondo reale.

Non era pensato per distinguersi, ma per durare. La sua eredità non è solo tecnica: ha introdotto l’idea che un orologio potesse essere un compagno di missione, non un oggetto fragile da proteggere.

L’impatto sull’orologeria civile è stato enorme. Da quel momento, robustezza e affidabilità sono diventate qualità ricercate anche fuori dall’ambito militare.

Hamilton e la nascita dell’orologio da campo moderno

Quando parliamo di Hamilton parliamo della storia del brand. Un marchio che ha costruito la propria identità tra ferrovie americane, aviazione e forze armate, contribuendo in modo concreto allo sviluppo di strumenti temporali per contesti operativi.

Durante la Seconda guerra mondiale, Hamilton abbandonò la produzione civile per dedicarsi completamente alle forniture militari. I suoi orologi erano progettati per essere leggibili, affidabili e facilmente riparabili sul campo. Non oggetti di prestigio, ma strumenti essenziali.

In questo contesto nasce la genealogia che porterà, nel tempo, a modelli come Hamilton Khaki Field, diventati emblematici per il modo in cui traducono l’esperienza militare in un linguaggio contemporaneo.

Il loro impatto sull’orologeria civile è evidente: hanno definito l’estetica dell’orologio “da campo”, sobrio, funzionale, proporzionato. Un design che non insegue la moda, ma deriva direttamente dalla funzione.

Ancora oggi sono considerati riferimenti perché incarnano un equilibrio raro: autenticità storica e utilizzo quotidiano.

Omega Speedmaster: dal cielo al polso

Non tutti gli orologi militari sono nati sulla terra. L’Omega Speedmaster, sviluppato negli anni Cinquanta e poi adottato nei programmi spaziali e militari aeronautici, rappresenta un altro passaggio fondamentale.

Progettato per resistere a vibrazioni, escursioni termiche e condizioni estreme, ha dimostrato come un cronografo potesse diventare uno strumento tecnico avanzato senza perdere leggibilità e immediatezza.

La sua diffusione nel mondo civile non è stata guidata dal mito, ma dalla funzionalità. Ha introdotto un nuovo modo di concepire l’orologio sportivo: tecnico, preciso, essenziale.

Perché restano riferimenti assoluti

Questi modelli continuano a essere centrali non perché appartengano al passato, ma perché nascono da esigenze reali. Non sono frutto di interpretazioni stilistiche, ma di progettazione funzionale.

L’orologeria civile ha assorbito questa eredità, trasformandola in un linguaggio riconoscibile. Oggi molti segnatempo mantengono quadranti puliti, casse robuste, materiali resistenti proprio perché questi elementi sono stati testati sul campo, prima ancora che sul mercato. La loro iconicità deriva dalla coerenza tra forma e funzione. Non c’è decorazione gratuita, non c’è sovrastruttura. Solo ciò che serve.

L’eredità nell’orologeria contemporanea

Guardare oggi un orologio militare significa leggere una storia fatta di contesti, necessità, adattamenti. Significa comprendere come la progettazione possa nascere da vincoli estremi e trasformarsi in cultura materiale.

Nel mondo della moda e del design, spesso dominato dall’immagine, questi oggetti rappresentano un controcampo interessante. Non chiedono di essere interpretati. Si limitano a funzionare. Ed è proprio questa origine operativa, questa fedeltà alla funzione, che li rende ancora oggi punti di riferimento. Non perché siano perfetti, ma perché sono stati pensati per una realtà concreta.

Una realtà in cui il tempo non è un dettaglio estetico, ma una variabile decisiva. E un buon orologio, prima di tutto, deve continuare a misurarlo.