L’Orgoglio di Essere Matti con conferenze, laboratori, proiezioni, movimento fisico e mentale
IX edizione: “OLTRE IL LIMITE”
Dal 10 al 16 ottobre 2022
Con eventi online e in presenza in vari luoghi di TORINO
Evento di anteprima e presentazione del programma il 7 ottobre
alle ore 18:00 presso la sede dell’IPsiG, via Garibaldi, 46
Ulteriori informazioni su Robe da Matt* in https://linktr.ee/Robe_da_Matt
Ciò che sta accadendo in questo periodo ci porta inevitabilmente a considerare e a prendere coscienza di cos’è per noi il 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙚.
Il confine di una Nazione? Il margine di un territorio? Una frontiera da considerare o una soglia da varcare? Un punto fermo oppure mutevole?
Il 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙚 è ciò che trattiene, separa, isola, o forse protegge, sostiene e tutela? È un baluardo da preservare e conservare o una linea da superare, oltrepassare e abbattere?
O semplicemente spostare?
E cosa accade quando ciò che c’è 𝙤𝙡𝙩𝙧𝙚 𝙞𝙡 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙚 non è più ignorabile?
Quando il richiamo di andare 𝙤𝙡𝙩𝙧𝙚 diventa energia?
Questo è il quadro profetico di “Siccità”, ultimo film di Paolo Virzì, catastrofico affresco di questa epoca catastrofica, mosso a dovere dal montaggio di Jacopo Quadri. Scritto a otto mani (con il regista, Francesca Archibugi, Francesco Piccolo e Paolo Giordano – “La solitudine dei numeri primi” – e sarebbe interessante sapere quale degli sceneggiatori abbia seguito questa traccia piuttosto che quella), il regista livornese torna a uno di quei suoi, un tempo totalmente riusciti, film corali (“Ferie d’agosto” in testa, con quei due gruppi familiari su opposte posizioni politiche aveva tutt’altro spessore, “Tutta la vita davanti” altro successo), coglie con la sua macchina da presa gli affetti bruciati e aridi, la disperazione, la miseria, l’incessante “non me ne frega più di niente”, la fatica di vivere dei suoi personaggi: che hanno in sé il pericolo o decisamente il difetto infelicemente presente di essere troppi, irrisolti, sbiaditi, confusi, approssimativi, di riempire di un peso eccessivo per colpa di un bulimico script il lungo percorso della storia. Di storie, alcune con qualche riuscita in più – i ritratti dolorosi del tassista Valerio Mastandrea, strafatto, che guida in straripante sonnolenza il suo mezzo tra le ombre dei genitori o del politico per cui ha un tempo lavorato, che ripete le chiacchiere di sempre, che glorifica un paese che al contrario sta andando allo sfascio -, della dottoressa Claudia Pandolfi, attrice matura e mai come qui incisiva o di Elena Lietti, ottima, che cerca di reinventare la propria esistenza con una nuova avventura -, altre decisamente buttate via, sciupate – penso al commerciante Max Tortora, un impermeabile lercio addosso, buttato sul lastrico, che si trascina di angolo in angolo con il suo pacchetto di fatture non pagate, pronto a denunciare ogni cosa in tivù o alla superficialissima presenza di Monica Bellucci, da cancellare in quattro e quattr’otto, mentre ci chiediamo con che misura qualcuno lo scarso maggio le abbia dato un David di Donatello alla carriera, mah! -: le intenzioni possono apparire eguali a quelle del vecchio Altman di “America oggi” o dell’insuperato “Nashville” o del Cronenberg di “Crash” o del Inarritu di “Babel”, ma in quei titoli c’era tutta la robustezza dello scavo psicologico, lo sguardo profondo e la misura giusta, appropriata, determinante per ogni personaggio, la scrittura esatta che era ben lontana dall’appesantire la vicenda o dal renderla a tratti superficiale, quadri di perfezione difficilmente raggiungibili.

Chiara De Carlo