Niente da fare. E lo dico da cattolico democratico.
Molti, anzi moltissimi, speravano che la propaganda – perchè di questo si tratta – sul “ritorno del fascismo”, sulla “postura fascista”, sul “tramonto dei diritti”, sulla “negazione della libertà” e, infine, sul possibile “regime autoritario”, cessasse dopo la campagna elettorale. Dove, come capita da sempre nella democrazia italiana in tempi di campagna elettorale, si può dire tutto e il contrario di tutto. Com’è giusto che sia ma che, appunto dopo la campagna elettorale, si può tranquillamente buttare quasi tutto nel cestino perchè si tratta, perlopiù, di propaganda, di demagogia e di pure invenzioni.
Ora, per venire ad oggi, è stato sufficiente una piccolissima scivolata del Presidente del Senato – peraltro senza alcuna polemica pretestuosa e neanche politicamente rilevante – per innescare un dibattito noioso, ripetitivo, virtuale e anche un po’ grottesco. Un esercizio a cui la sinistra, per l’ennesima volta, non ha rinunciato a riproporre un cliché che oltre a non offrire alcun elemento politicamente significativo, dimentica che si tratta di questioni virtuali ed astratte, cioè non percepite perchè non vissute ed interiorizzate dalla stragrande maggioranza della pubblica opinione. E questo perchè continuare a blaterare sulla restrizione delle libertà, sul rischio della deriva autoritaria e, soprattutto, sulla negazione dei diritti, oltre a distrarci dai veri problemi che interessano i cittadini italiani, evidenzia anche la lontananza politica e culturale della sinistra, dei populisti e dei vari estremismi dalle istanze, dai bisogni e dalle domande che questi partiti vorrebbero rappresentare e farsi carico all’interno delle istituzioni democratiche.
Ma c’è un aspetto che resta, tuttavia, senza risposta e anche un po’ misterioso. E cioè, ma com’è possibile che la sinistra post ed ex comunista, che la sinistra televisiva – mi riferisco a vari conduttori -, editoriale, culturale, accademica, sociale ed intellettuale continui senza sosta a parlare di “postura fascista” dopo la vittoria del centro destra alle elezioni del 25 settembre scorso? Pongo questo tema perchè, storicamente, la sinistra italiana si è sempre caratterizzata per la sua capacità di analisi e anche, e soprattutto, per la sua sintonia con i bisogni di molti settori della pubblica opinione italiana. In particolare di quei settori sociali e popolari che storicamente si riconoscevano e votavano a sinistra. Una capacità che, francamente, oggi rischia di essere messa in discussione se continua a furoreggiare una polemica, appunto, del tutto virtuale, vecchia, integralmente ideologica e sostanzialmente sganciata dalle dinamiche che caratterizzano la politica contemporanea. Si tratta, cioè, di una postura ideologica che evidenzia, al contrario, un oggettivo ritardo della sinistra di sapersi confrontare con le “nuove domande” della società contemporanea e che, soprattutto, consegna la stessa sinistra ad affrontare temi che appartengono oggettivamente ad un passato che non incrocia più le attese e il modo essere dei cittadini italiani.
Ecco perchè, forse, è giunto il momento per archiviare una polemica e un dibattito politico che sono estranei ed esterni a ciò che capita realmente e concretamente nella nostra società. E questo non lo dico per la credibilità e l’attendibilità della sinistra italiana post ed ex comunista – elementi che riguardano esclusivamente chi si riconosce in quell’area politica – ma, soprattutto, per evitare che persista un dibattito e un confronto che non centrano nulla con il rinnovamento della politica, con il cambiamento della politica, con il ritorno dei partiti e delle rispettive culture politiche e con l’autorevolezza della classe dirigente. E, infine, con la qualità della nostra democrazia e la credibilità della nostre istituzioni democratiche.
Insomma, si tratta di voltare definitivamente pagina. Speriamo che, prima o poi, anche la sinistra italiana se ne renda conto. Perchè il recupero della funzione e del ruolo della politica, dopo la triste e decadente stagione populista di marca grillina, impone anche di archiviare temi e argomenti che appartengono ad un passato ormai archiviato e del tutto storicizzato. Lo dico da cattolico democratico che non appartiene nè al mondo della destra e nè, tantomeno, a quello della sinistra post ed ex comunista.
Giorgio Merlo
Dai frammenti copti in lino e lana lavorata ad arazzo – i più antichi (VI – VIII secolo) – provenienti da Antinoe, città dell’Egitto romano fondata nell’anno 130 dall’imperatore Adriano in memoria del suo giovane “eromenos” Antinoo, fino ai due briosi vestiti in stile Charleston di sartoria milanese (databili intorno agli anni Venti del secolo scorso), passando per i magnifici tessuti medievali che documentano la produzione delle manifatture seriche del bacino mediterraneo e dei primi importanti centri manifatturieri italiani. Sono oltre 50 le opere della Collezione di “Tessuti e Moda” di “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” (comprendente circa 4mila manufatti e fra le più importanti d’Italia) tornate in bella esposizione, dopo sette anni a riposo, nella Sala ad esse dedicata al secondo piano del Museo di piazza Castello a Torino. “Si tratta di un allestimento – dicono i responsabili – che riproporrà a rotazione nuove opere della raccolta e che andrà periodicamente mutando, in modo da conservare la corretta conservazione dei beni”.
Beni di antico inestimabile valore, se si pensa che solo alla fine del VI secolo, l’industria della seta si insedia (dopo che per molti secoli era stata un segreto ben protetto della Cina) nel Mediterraneo orientale bizantino, estendendosi poi verso occidente a traino dell’espansione islamica, giungendo quindi nell’Europa cristiana ed entrando, in particolare sotto forma di doni diplomatici, nei palazzi imperiali e papali, nonché nei tesori delle cattedrali come involucro delle sacre reliquie. In Italia, la tessitura della seta data a partire dal XII e XIII secolo. Venezia, Lucca e Firenze, i principali centri. Da lì partono i “velluti operati”, lavorati con filati d’oro e d’argento e diretti verso le principali corti rinascimentali. Ne sono testimonianza a “Palazzo Madama”, un magnifico “telo cremisi” veneziano tagliato a due altezze, storicamente detto alto-basso, e un ampio “frammento di velluto” di seta rossa e oro filato dal tipico disegno tardo quattrocentesco dei fiori di cardo, già parte di una veste liturgica.

In un certo senso mancava un libro pensato e scritto per i più giovani (a partire dagli 8 anni) in grado di incuriosire e stimolare la lettura su una delle più straordinarie storie industriali del nostro paese, quella dell’Olivetti e di Ivrea, la città dov’è nata nel 1908 la prima fabbrica italiana di macchine per scrivere. Tre ragazzini torinesi della prima media, in gita con i coetanei a Ivrea,la città ideale della rivoluzione industriale del Novecento secondo l’Unesco, si trovano a vivere un avventurosa “caccia al tesoro” tra gli edifici e le vie che “parlano” e raccontano la fabbrica-città. Max, Pietro e Livia affrontano un percorso che si snoda tra la “fabbrica di mattoni rossi”, la vecchia ICO ( acronimo di Ingegner Camillo Olivetti) con il suo salone dei Duemila dove gli operai ascoltavano i discorsi del fondatore e di Adriano, il Centro Studi ed Esperienze e la chiesa di San Bernardino con il celebre affresco di Giacomo Spanzotti. Alcuni oggetti ( un wattmetro, uno stranissimo montacarichi, una MP1 rossa fiammante – la prima macchina da scrivere portatile della Olivetti -, un cronometro) e tre lettere di Camillo Olivetti ( risalenti rispettivamente al 1912, al ‘28 e alla metà di ottobre del ’43, a meno di due mesi dalla morte che lo colse a Biella dov’era stato costretto a riparare per sfuggire alle leggi razziali) li conducono a scoprire un segreto importante.