Per la stagione 2023/2024, in occasione del centenario della morte del compositore
Dal 21 al 29 ottobre prossimi sarà in scena al teatro Regio di Torino la Bohème, il capolavoro di Giacomo Puccini per la regia di Giuseppe Patroni Griffi. Non vi era opera migliore della Bohème nella scelta per celebrare l’anticipo del centenario della morte del compositore, nato a Lucca, scomparsa che è avvenuta nel 1924.
Direttore d’orchestra Andrea Battistoni con l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio di Torino, diretti da Claudio Fenoglio. In scena l’allestimento intramontabile di Giuseppe Patroni Griffi, ripreso da Vittorio Borelli.
Anno dopo anno le classifiche confermano che la Bohème di Puccini è tra le opere più rappresentate al mondo. Sin dal suo debutto torinese, avvenuto nel 1896, il pubblico ha sempre dimostrato per questo titolo un amore autentico perché vi trova intatto e sublima il fremito della giovinezza insieme al dolore che comporta la consapevolezza della sua perdita.
Il libretto è ambientato a Parigi intorno al 1830 e racconta la storia di Mimì e dello scrittore Rodolfo, i quali, insieme ai loro amici artisti, affrontano le difficoltà di una vita povera con spirito di avventura, finché la realtà non riesce a schiacciarli.
Puccini creò per i suoi personaggi delle melodie memorabili e fantasiose soluzioni orchestrali, trasformando una semplice vicenda in pura poesia. Esempi ne sono il duetto “Che gelida manina/ Mi chiamano Mimì” o l’introduzione al III quarto, che riesce a far sentire al pubblico il freddo della neve sulla propria pelle.
La direzione è del giovane maestro Andrea Battistoni. In scena un allestimento intramontabile realizzato in occasione del centenario dell’opera da Giuseppe Patroni Griffi, capace di ricreare con cura l’atmosfera di una Parigi ottocentesca bohémienne. Erika Grimaldi interpreterà il ruolo di Mimì e l’emergente Federica Guida quello di Musetta.
Venerdì 20 ottobre, alle ore 20, andrà in scena l’anteprima dedicata al pubblico under 30.
Mara Martellotta
RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
E’ la minore di tre figli, a Wych Farm è rimasta con i genitori e il fratello Frank; mentre la sorella maggiore Mary, alla quale era legatissima, ora è sposata e con un bimbo piccolo e si è trasferita in città. Per Edith questa lontananza è dolorosa, anche perché il cognato non permette a Mary di andare a trovare la famiglia.
Goran Vojnović è nato nel 1980, dopo la morte di Tito, ed appartiene a quella generazione che si è ritrovata senza una precisa collocazione in un paese sfaldato. Pertanto nei suoi scritti, e in questo suo terzo romanzo dai richiami autobiografici, ricorre sempre il concetto dell’“Heimat”, ovvero il senso di appartenenza di una persona.
Il famoso scrittore islandese in questo libro parla non solo della sua incredibile terra, ma soprattutto di: vita, morte, emozioni, sentimenti profondi, coraggio di vivere, rinascita…e molto altro ancora. Impossibile racchiudere in poche parole la valanga di pensieri che accompagnano queste pagine.
Jane Harper, giornalista e scrittrice, che ha inanellato una serie di prestigiosi premi letterari, oggi vive a Melbourne con il marito e i due figli, ed è una delle autrici di maggior successo non solo in Australia. Al suo attivo ha una serie di best sellers internazionali, pubblicati in 40 paesi. E dal suo precedente successo “Chi è senza peccato” è stato tratto anche un film interpretato da Eric Bana.
Certo, la drammatica guerra medio orientale richiama, giustamente, l’attenzione e la preoccupazione dell’opinione pubblica mondiale. Eppure, altrettanto giustamente, la cronaca italiana non può non registrare un fatto che sconvolge il mondo del calcio di casa nostra. E che suscita un sentimento di rabbia e di sconcerto. Un settore, il calcio, che come tutti sappiamo, continua ad essere una sorta di “religione civile” nel nostro paese. Un calcio che, per l’ennesima volta, è nuovamente attraversato da fatti riconducibili alle cosiddette “scommesse” che coinvolge calciatori giovanissimi, famosi e ormai celebri. Miliardari e milionari a loro insaputa dove i problemi e le ansie della vita quotidiana delle persone semplicemente non esistono perchè avvolti da una nube dorata fatta di privilegi, soldi, tanti soldi, divertimento, popolarità e spensieratezza. E lì, in quell’universo strano e singolare ma vero e reale, prosperano purtroppo vizi, deviazioni, dipendenze e a volte – forse addirittura irresponsabilmente – reati. Ed è proprio in un contesto del genere, squallido e amaro, che dobbiamo aggrapparci ai miti, ai veri miti che hanno segnato il “gioco più bello del mondo” per continuare ad amare il calcio, a credere nel gioco duro ma pulito e anche nella serietà di chi lo pratica. E, al riguardo, oggi non possiamo non ricordare la tragedia di Gigi Meroni, ala destra del Torino, l’ultimo calciatore ‘beat’ del nostro paese che concluse la sua vita in una fredda sera a Torino, travolto da un’auto mentre attraversava l’ormai celebre Corso Re Umberto in compagnia di un suo amico e calciatore, Fabrizio Poletti. Era il 15 ottobre 1967, il Torino aveva vinto contro la Sampdoria per 4 a 2 e la domenica successiva c’era il derby con la Juventus. E Meroni, nella sua ultima partita al Comunale, era stato – come quasi sempre gli capitava – magistrale nel condurre la gara. Certo, era un altro calcio. Dove gli attori in prima linea, appunto i calciatori, erano persone che parlavano con i tifosi, che conducevano una vita ancora sostanzialmente normale – anche se già agiata -, e dove la maglia era vissuta come una sorta di identità e di appartenenza ad una comunità. E Meroni, e non solo per la tragedia che ha interrotto la sua vita e il suo straordinario ed unico talento, è stato e resta un mito per intere generazioni. Per il mondo “granata” innanzitutto, ma direi per tutto il calcio italiano. La “farfalla granata”, come lo definì in un memorabile libro Nando Della Chiesa, ha calcato i campi di tutta Italia con una leggerezza inimitabile accompagnata da un calcio poetico, fatto di creatività e spettacolo, estro e profondo rispetto dell’avversario. Era già un calcio che coinvolgeva profondamente i sentimenti popolari e divideva le tifoserie ma c’era un elemento che caratterizzava quei grandi campioni, alcuni dei quali sono diventati miti e non solo per i propri beniamini. E cioè, erano sì calciatori anche molto giovani ma soprattutto erano uomini che vivevano la loro professione con serietà e con responsabilità. Per questo erano dei punti di riferimento per la loro comunità sportiva innanzitutto ma per la stessa città in cui vivevano e giocavano. E Gigi Meroni resta tuttora, nell’immaginario collettivo, come quel calciatore con i capelli lunghi, con i calzettoni abbassati, che viveva in una mansarda in Piazza Vittorio a Torino con una compagna, che amava dipingere, che aiutava silenziosamente i poveri del tempo e che infiammava ogni 7 giorni i propri tifosi e incantava gli avversari. E gli amanti del calcio continuano a guardare a quei miti per rinverdire l’attaccamento a questo sport che, seppur ammaccato e profondamente inquinato, continua a suscitare le emozioni e la felicità di milioni di persone, di tutte le età e di tutti i ceti sociali.


