La pièce di Lucia Calamaro dal titolo “Tipi umani seduti al chiuso. Partitura sentimentale per biblioteche”
Al teatro Gobetti andrà in scena dal 28 novembre al 3 dicembre prossimo una pièce di Lucia Calamaro, dal titolo “Tipi umani seduti al chiuso. Partitura sentimentale per biblioteche “, in collaborazione con il Teatro Stabile del Veneto, teatro Nazionale e l’Università degli Studi di Padova.
Prolifica, dissacrante e romantica, Lucia Calamaro ha indagato l’essere umano nelle sue pieghe più nascoste e doloranti. I tipi umani seduti al chiuso sono sette persone di una biblioteca, dove libri e tavoli diventano un habitat di sicurezza e di conforto, ma anche di litigio e di violenza, espressione di un’umanità varia e disgraziata, problematica ma anche felice, dove fa capolino anche l’autore del libro che si sta consultando (Joyce, Santa Teresa, Pirandello, Molière, Plath). Una commedia variegata, felice, spiazzata, dolente, china su pagine di carta che girano e girano e penne che scrivono e graffiano i fogli fino a diventarne una partitura musicale.
“Questo lavoro – spiega la regista Lucia Calamaro – cerca di tratteggiare attraverso la metafora della circolazione, circolazione delle parole, dei libri, del sangue, degli affetti, attraverso il costante flusso dei movimenti che compongono l’andirivieni di un’esistenza, due luoghi particolarmente lontani, ma allo stesso tempo fondanti dell’umanità, l’intelligenza e l’animalità. Luoghi che, ci sembra, quando raggiungono i loro rispettivi apici, si trasformano in poesia o in scienza da una parte, e in rabbia e violenza dall’altra. La sensazione del tutto personale è che questo presente, il nostro presente, si muova tra questi due poli, tra questi due estremi ormai da un po’ [.]
E in tutta questa complessità devastante, ecco la nostra biblioteca. Oggetto semplice e circoscritto, affetto da sospettosa nostalgia del Novecento, lento, poco abitato, dove il corpo si piega alla téchne della sedia. L’animale umano si china su di un libro e la bestia tace. Impossibile leggere o fare altro. La lettura è un’attività esclusiva. Qui troviamo una donna, Simona, che di mestiere scrive, ma non riesce a farlo a casa sua. Il suo immaginario si riattiva solo e unicamente in biblioteche piccole e poco frequentate, come la nostra, biblioteche universitarie o di quartiere. Nella mente di Simona appaiono piccole figure minori, tre bibliotecari, Riccardo, suo nipote Cristiano e Lorenzo, ognuno con una biografia distinta. Riccardo, sentimentale e buono senza scampo, ha un figlio in rivolta con il mondo; il giovane Cristiano, nome ricorrente in famiglia, appare sofferto e sfiduciato, c’è l’ ha su con tutto, anche con sé stesso. La moglie di Riccardo è via, si è presa una vacanza da casa e non si sa se tornerà.
Il nipote Cristiano è un nostalgico dell’Ottocento, non trova pace e conforto alcuno nella contemporaneità perché è fuori tempo. Lorenzo è contento di essere lì e essere bibliotecario. L’unico un po’ vitale e classicamente innamorato di Susanna, una ragazza in lotta con la vita e con il sistema, che proprio non vuole e che suona note tristi.
Simona fa arrivare in questa biblioteca, luogo di umori e stati d’animo mesti, lo straniero, che cerca lavoro, Filippo, tipo strano, curatore d’arte di improbabili artisti, colto ma inaffidabile.
I soliti temi bussano alla sua solita vita. I personaggi vanno e vengono, i toni a volte si alzano, certe note assemblate sgocciolano malinconia. Simona vorrebbe dire altro, ma in un’intera esistenza si hanno solo tre o quattro idee sul mondo che si ripetono in forme diverse e che, in lei, stanno perdendo senso.
C’è il sentimento ( i libri), l’abbandono ( i libri) l’impossibile ( i libri) le righe ( i libri), l’inadeguatezza, il Santi e il tempo fermi (i libri), il Teatro Anatomico, il sangue e il suo polso ( i libri), e la rabbia.
La sua formazione musicale viaggiò su di un doppio binario: da una parte lo studio al Conservatorio Verdi (tra gli 11 e i 14 anni), dall’altro l’apprendistato nelle orchestrine jazz che si esibivano nei locali notturni delle città, suonando il contrabbasso. Iniziò la carriera come cantante grazie all’amico e avvocato Leo Chiosso, a cui si deve anche la scelta di Fred Buscaglione di interpretare un personaggio unico e singolare. Così, in un’epoca in cui la musica leggera italiana era ancora legata a motivi dei decenni precedenti o a rime un po’ melense, un poco banali, proponendo argomenti triti e ritriti, Buscaglione irruppe sulla scena con canzoni completamente diverse, come “Che bambola!”, “Teresa non sparare”, “Eri piccola così” (“T’ho veduta, t’ho seguita, t’ho fermata, t’ho baciata. Eri piccola, piccola, piccola… così!”). Fred, cantautore, musicista e attore, si presentò anche come un personaggio completamente diverso: niente aria ispirata e sofferente, nessun romanticismo zuccheroso o d’effetto. Si affermò come una caricatura da film, con la sigaretta all’angolo della bocca, i baffetti da gangster e le pose da duro viste nei polizieschi americani. Il successo non tardò ad arrivare e il suo primo 78 giri “Che bambola”, nel 1955, consentì al cantante torinese di fare un botto da quasi un milione di copie. Buscaglione entrò rapidamente nella schiera degli artisti più richiesti: il suo personaggio si impose come modello al punto da essere imitato su larga scala. I suoi comportamenti diventarono una sorta di status symbol, come — ad esempio — il suo viaggiare su una Ford Thunderbild color rosa quando in Italia circolavano soprattutto le Topolino e le Seicento. E fu proprio a bordo di quell’auto che, nel momento in cui il suo successo era salito alle stelle, il cantante “dal whisky facile” si schiantò contro un camion in una strada di Roma. “Fred Buscaglione, popolare cantante di musica leggera è morto stamani a Roma, in un pauroso incidente stradale alle sei e venti, all’incrocio di via Rossini con via Paisiello”. Così giunse la notizia, in apertura del giornale radio, la mattina del 3 febbraio 1960. Poche ore prima, tra le lamiere della sua Thunderbird, comprata sette mesi prima per l’astronomica cifra di sei milioni di lire, si concludeva la rapida parabola del grande Fred.
Non aveva compiuto nemmeno 39 anni e il successo, quello vero, lo aveva raggiunto da non molto, essendosi fatto conoscere dal grande pubblico solo nel ’57, con l’apparizione in ” Musica alla ribalta”. La trasmissione Rai era una formidabile vetrina nella quale artisti del calibro di Renato Carosone, Henry Salvador e Gilbert Becaud si alternavano a cantanti meno noti. Dopo anni e anni di gavetta, finalmente, la celebrità. Le sue canzoni sono rimaste memorabili, fischiettate e canticchiate un po’ da tutti, iniziando da “Guarda che luna” (“Guarda che luna, guarda che mare,da questa notte senza te dovrò restare; folle d’amore vorrei morire mentre la luna di lassù mi sta a guardare..”) e da “Che notte” (“Che notte, che notte quella notte!Se ci penso mi sento le ossa rotte: beh, m’aspetta quella bionda che fa il pieno al Roxy Bar,l’amichetta tutta curve del capoccia Billy Carr” ). Di successo in successo , da “Cocco bello” all’autocelebrativa “A qualcuno piace Fred”, passando per “Porfirio Villarosa” (“Esta é la cancion de Porfirio Villarosa, che faceva el manoval alla Viscosa…Porfirio dalla bocca fascinosa, lo credevano spagnolo o portoghese, egli invece è torinese..”), Fred Buscagliene, dopo tanta gavetta, visse in fretta i suoi anni ruggenti. Lui stesso, in un intervista del ’59, su “Stampa Sera” raccontava, con una punta d’amarezza: “Sono diventato famoso troppo tardi.. Da vent’anni suono nei night club e nelle sale da ballo”. Così, in un Paese in bianco e nero che stava faticosamente uscendo dal dramma della guerra, con alti tassi di disoccupazione e analfabetismo, Buscaglione aveva scalato il successo con il suo spirito ribelle, irriverente e anticonformista. Come tanti altri personaggi dalla breve vita la sua leggenda non era destinata a spegnersi con lui. Sessantuno anni dopo, la stella di “Fred” Buscaglione brilla ancora, luminosa. Nessuno saprà mai dove se ne sia andato quel 3 febbraio del 1960 ma forse si è ritagliato un posto in qualche luogo che assomiglia al suo “cielo dei bar“.
