L’OPINIONE
Vent’anni di cessioni, fabbriche ridimensionate e simboli storici che si allontanano dalla città: il rapporto tra la dinastia industriale e Torino si è progressivamente trasformato. E oggi resta una domanda più grande di tutte.
C’è un sentimento difficile da spiegare quando si parla di Torino oggi: non è soltanto nostalgia, non è solo preoccupazione. È qualcosa di più personale, quasi familiare. Per molti della mia generazione – e non solo – l’automobile non era semplicemente un’industria. Era un pezzo di vita. Torino era l’automobile. E l’automobile era Torino.
Negli ultimi vent’anni la separazione è stata lenta, quasi silenziosa, ma costante. Aziende cedute, asset venduti, immobili storici dismessi. Operazioni che nel complesso sfiorano i venti miliardi di euro. Prima Magneti Marelli, poi altre partecipazioni industriali. La fusione tra Fiat Chrysler e PSA che ha dato vita a Stellantis, con sede legale all’estero. E ora anche la vendita dello storico quotidiano torinese LA STAMPA.
È incredibile pensarlo, ma fino a qualche anno fa sembrava ( e c’erano i presupposti) che le cose potessero andare diversamente. C’era stata una rinascita industriale, un nuovo respiro internazionale. Sembrava l’inizio di un’altra stagione. Oggi invece la sensazione è opposta.
La holding Exor, guidata da John Elkann, appare sempre più una grande macchina finanziaria globale. Tecnologia, investimenti internazionali, nuove piattaforme industriali. Tutto legittimo, naturalmente. Tutto comprensibile nella logica di un gruppo che ormai opera su scala mondiale.
Viene spontaneo, però, in un impeto di nostalgia ” per i bei tempi andati “, chiedersi cosa penserebbe oggi Gianni Agnelli, che negli anni Novanta presentava i nuovi modelli Fiat con orgoglio torinese, rivendicando la città come capitale dell’automobile. Per l’Avvocato il legame con Torino non era solo economico: era identitario, quasi culturale.
Per questo oggi la scelta di allontanarsi così nettamente dalla città lascia perplessi. Non solo perché si tratta di industrie o di investimenti, ma perché si tratta di una storia condivisa.
Torino non è stata semplicemente la sede di un’azienda. È stata il laboratorio industriale d’Italia d’Europa.
E allora oggi la domanda diventa inevitabile, quasi esistenziale.
Se Torino non è più la capitale dell’automobile, se il suo legame con la grande industria si è dissolto, se anche gli ultimi simboli di quel rapporto stanno scomparendo, quale identità resta alla città?
Torino ha saputo reinventarsi molte volte: città sabauda, capitale d’Italia, capitale industriale, polo universitario e culturale. Ma ogni trasformazione ha sempre avuto un centro, un motore, un’idea forte. Oggi invece sembra mancare proprio questo: una direzione condivisa.
Forse il vero problema non è che gli Elkann stiano lasciando Torino. Le famiglie industriali cambiano, i gruppi si trasformano, l’economia diventa globale. È normale. Il problema è un altro.
Che Torino rischia di non sapere più chi è.
Chiara Vannini

Quando si visita Torino, una delle tappe fondamentali è sicuramente la nota piazza Statuto di Torino, una piazza neoclassica edificata nel 1946 che vede al centro la statua in onore dei progettisti del traforo del Frejus. In pochi però sanno che a pochi passi da quest’ultimo vi è il Rondò della Forca, un luogo in cui tra il 1835 e il 1853 avvenivano le esecuzioni dei condannati a morte, all’epoca non vi era nulla attorno se non alberi e fossi, questo per ospitare il maggior numero di persone possibile per vedere l’esecuzione che doveva essere pubblica in modo da mostrare ai cittadini come venivano puniti coloro che compivano omicidi o semplicemente accusati di cospirazione politica. Adiacente al Rondò della Forca viveva Piero Pantoni l’ultimo boia di Torino, oggi al posto del patibolo troviamo una statua dedicata a San Giuseppe Cafasso, considerato l’apostolo dei carcerati.
Un altro luogo molto particolare ma meno noto è il quartiere “Cit Turin” che, in dialetto piemontese, significa “piccola Torino”; ne fanno parte le vie adiacenti all’inizio di Corso Francia, qui troviamo tantissime ville e palazzine in stile Liberty progettate da Pietro Fenoglio, fu il primo luogo costruito fuori dalle mura della città ed è considerato, ancora oggi, una delle zone più belle di Torino, dove vi è anche il rinomato mercato di Piazza Benefica.
Spostandoci poi al quadrilatero romano, una delle zone più frequentate dai giovani torinesi troviamo il mercato di Porta Palazzo, il Balòn ovvero il mercato delle pulci e i Musei Reali, il Santuario della Consolata, un capolavoro del Barocco piemontese, la Cattedrale di San Giovanni Battista definita “il Duomo di Torino”, in stile rinascimentale che ospita la “Sacra Sindone”.